Patì sotto Ponzio Pilato.

… Patì sotto Ponzio Pilato.

Il simbolo della nostra fede, quale luogo del nostro comune incontro e in cui tutti ci riconosciamo, non poteva che aprirsi con un’affermazione perentoria: Credo.
Un verbo che viene ripetuto insistentemente quattro volte e che si sviluppa, quale sua propria conseguenza, in altri due verbi fondamentali per la nostra fede: Professo e Aspetto. Chi dice: “Io credo”, dice: “Io aderisco a ciò’ che noi crediamo”. La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisce nella medesima confessione di fede.
Che cosa significa credere? Innanzitutto vuol dire fidarsi, porre il nostro Io credente, nella totalità del suo esprimersi, nelle realtà che professiamo, scommettere e conformare la nostra vita su queste. Non si tratta, dunque, soltanto di credere in qualcosa, ma soprattutto di aderire esistenzialmente a ciò che si professa nella fede. Ciò significa che il credere coinvolge dinamicamente tutta la nostra vita in ogni suo aspetto. Non si crede con l’intelletto soltanto, sarebbe una fede incompiuta, ma soprattutto con la vita. Il linguaggio scarno si fa essenziale e gli eventi vengono puntigliosamente incardinati nella storia con il riferimento a Ponzio Pilato.
Siamo giunti nel cuore del mistero cristiano. Ponzio Pilato, governatore romano della Giudea dal 26 al 36 d.c., viene esplicitamente menzionato nella confessione di fede (Il Credo). Egli è l’ultimo giudice nel processo contro Gesù. È lui che condanna Gesù alla pena di morte. “Credo in Gesù Cristo che patì sotto Ponzio Pilato”, significa prima di tutto accettare un brano di storia contingente, un avvenimento accaduto, circoscritto entro uno spazio e un tempo ben definiti.
Quattro sono gli elementi che scandiscono tale mistero: crocifissione, morte, sepoltura, risurrezione.
La croce e la morte.
Hanno costituito sempre un motivo di difficoltà e di scandalo per gli uomini, soprattutto per i non credenti, e del quale Paolo ci dà testimonianza nella sua Prima Lettera ai Corinti: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. ... E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1, 18.22-24).
Ma che cosa è avvenuto sulla croce che porta Paolo ad esclamare ai Corinti: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2), come altrove si vanta: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14)?
Paolo sa che con la nascita di Gesù l’intera umanità, profondamente segnata dal peccato in quanto discendente dal vecchio Adamo, l’uomo vecchio, decaduto a motivo della colpa, è stata assunta nella carne di Cristo e con lui portata sulla croce (Rm 6,6; 2Cor 5,21). Anche Giovanni si allinea a Paolo e fa dire al suo Gesù: “«Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me. Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12,32-33). E proprio qui sulla croce, morendo Gesù nella sua carne, muore con lui e in lui la vecchia umanità adamitica.
La sepoltura
La sepoltura di Gesù dice due cose:
a) la morte di Gesù non fu una morte apparente;
b) Gesù assaporò fino in fondo il dramma del peccato che ha travolto l’uomo, togliendogli ogni dignità, e che ha avuto come prima conseguenza proprio la morte: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto; polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19).
Il sepolcro è il luogo incontrastato della morte, dove l’uomo esperimenta, tocca con mano la perdita di ogni speranza. «Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri» declama con sconsolata amarezza il Foscolo nei “Sepolcri”.
Il grido di Gesù sulla croce «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,26b; Mc 15,34b) trova nel sepolcro tutta la sua verità. Il sepolcro è il luogo del silenzio di Dio, dove tutte le pretese di Gesù, quella di essere l’inviato di Dio, di essere suo figlio, i suoi miracoli, promesse di vita nuova, i suoi annunci di un nuovo regno, dell’amore del Padre, della sua provvidenza, di una nuova storia si sono dimostrati soltanto delle illusioni.
Tutto è finito. La morte ha smascherato impietosamente Gesù e ha avuto ragione del sedicente Dio. La fede cristiana professa la scoperta di Dio nei fatti di Gesù, che non sono soltanto fatti di un uomo, ma di quell’Uomo in cui Dio, liberamente, si è perso per ritrovarsi. In Gesù di Nazareth, che ha patito, abbiamo l’immediata presenza di Dio nell’uomo.
Questo è il mistero di Gesù; quest’Uomo, con i suoi gesti, con la sua storia, con la sua vita, con la sua morte, “è la venuta di Dio in mezzo a noi”. Per accedere all’esperienza autentica della gioia pasquale, la fede cristiana si lascia prima penetrare da ciò che vi è di resistente, duro-brutale nei fatti, e non dimenticare mai che la risurrezione è, e resterà sempre risurrezione di Colui che patì, fu crocifisso, morì e fu sepolto. Gesù ha sofferto, Gesù è uomo, un uomo esposto alla sofferenza, è un uomo tra gli uomini. Egli è capace di soffrire, non soltanto perché sente dolore là dove viene colpito e dove gli vengono inflitte delle ferite; soffre anche il dolore dell’umiliazione che gli deriva da questa condanna e da questa vergognosa esecuzione.
La chiesa confessa questo Gesù come il Figlio di Dio. In Gesù essa vede soffrire il Figlio di Dio. Dio non si è sottratto alla sofferenza umana. Il Figlio di Dio fatto uomo non è morto in croce solo apparentemente; Egli ha realmente sofferto, ha fatto esperienza del soffrire umano. In ultima analisi, qui si vuol dire che Dio stesso, nel Figlio suo, ha preso su di sé la sofferenza, l’ha patita, il dolore non è più estraneo a Dio. Dio, in suo Figlio Gesù Cristo, che ha patito sotto Ponzio Pilato, ha fatto esperienza profondissima dell’oltraggio e del dolore.
Gli elementi della fede, quali; la Bibbia, parola di Dio scritta, la vita della chiesa con la testimonianza di tante persone, la liturgia, che celebra il mistero di Cristo, le opere della creazione che parlano di Dio, e l’uomo che è creato a sua immagine, entrano in azione in modo da formare un continuo movimento circolare nella vita delle persone, all’annuncio cristiano, alla vita nuova che si manifesta in opere e parole. La chiesa sviluppa l’annuncio fondamentale della parola di Dio con la catechesi, attraverso il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, per guidare l’itinerario degli uomini alla fede, dall’invocazione o dalla riscoperta del Battesimo fino alla pienezza della vita cristiana. La catechesi non spegne, ma sostiene la letizia del primo annuncio. Il Catechismo della Chiesa cattolica ci educa e ci fa comprendere che pregare nel nome di Gesù, significa anzitutto pregare come Lui, considerandolo come modello perfetto.
Impegno
Il Signore per aiutarci a vivere pienamente la Fede, ci ha dato quello che è il simbolo della stessa; “il Credo!” Simbolo nell’antichità, significava ciò che oggi è la nostra carta d’identità. Perciò non stanchiamoci mai di pregare il “Credo”, e recitare il Santo Rosario. Questa è la vera fede conoscere l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo!

Tonino Reda

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