Fu crocifisso

… fu crocifisso.

Sin dalla prima stesura del “Simbolo Apostolico”, sorto nel 150 d.C. per sintetizzare l’essenza dell’avvenimento cristiano conosciuto direttamente dagli Apostoli, sono presenti quattro elementi che scandiscono il cuore del mistero cristiano: crocifissione, morte, sepoltura e risurrezione di Gesù. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, dall’art. 595 all’art. 623, in particolare ci invita ad approfondire il mistero della crocifissione.
La morte in croce, fin da subito, ha costituito un motivo di difficoltà per gli uomini che incontrarono il cristianesimo e di questo né da testimonianza San Paolo: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. (…) E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor 1,18;22-23). C’è quindi un problema che si pone per l’umanità che incontra il mistero dalla croce, in particolare per i non credenti i quali restano come bloccati dal fallimento di Gesù. La crocifissione, infatti, è la morte più indegna e dolorosa che un uomo possa infliggere ad un altro uomo, la più orrenda, sadica ed ignominiosa immaginabile. Dobbiamo quindi chiederci cosa è davvero avvenuto nella crocifissione che fa dire ancora a San Paolo “io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1Cor 2,2) e ancora che “quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). La croce non è stata quindi solo la semplice esecuzione di una condanna a morte, o la conseguenza ineludibile di un destino a cui Gesù non ha potuto sottrarsi: la crocifissione è il volto che la nostra salvezza assume nella storia, sulla croce infatti Gesù paga il prezzo di tutti i peccati passati, presenti e futuri dell’umanità. “Noi siamo peccatori e la morte di Cristo ci salva. La morte di Cristo fa diventare bene qualsiasi nostro peccato. Ed è la morte di Cristo che ci salva. Non si può riconoscere Cristo in croce senza immediatamente capire e sentire che questa croce deve toccare noi, che non possiamo fare più obiezione al sacrificio; non c'è più obiezione al sacrificio da quando il Signore è morto in croce” (Servo di Dio don Giussani).
Il Catechismo ci introduce poi al profondo legame fra la crocifissione ed il mistero dell’Eucaristia: “La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i dodici Apostoli nella “notte in cui veniva tradito” (1 Cor 11,23). La vigilia della sua passione, Gesù, quand'era ancora libero, ha fatto di quest'ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre per la salvezza degli uomini: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22,19). “Questo è il mio sangue dell'Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” (Mt 26,28). L'Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà quindi il “memoriale” del suo sacrificio”. “Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in croce il mistero si fa insondabile per la ragione – dice Benedetto XVI – siamo infatti posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fa uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo. La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nelle sofferenze degli uomini. Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria”.
E’ utile a tal proposito un racconto: “Claudette, una giovane sposa francese, è abbandonata dal marito. Ha un bambino di un anno. L’ambiente chiuso della provincia e della sua famiglia, la spinge a chiedere il divorzio. Intanto conosce una coppia che le parla di Dio, particolarmente vicino a chi soffre: "Gesù ti ama – le dicono – anche lui come te è stato tradito e abbandonato; in lui puoi trovare la forza di amare, di perdonare". Lentamente cede in lei il risentimento e si comporta diversamente. Il marito stesso ne è influenzato e, quando si trovano davanti al giudice per la prima udienza, Claudette e Laurent si guardano in modo nuovo. Accettano di ripensarci per sei mesi. Riprendono i contatti tra di loro e allorché il magistrato li richiama per sancire il divorzio, rispondono “no”, e ridiscendono le scale del tribunale tenendosi per mano (…) Questo ci insegna che a volte i traumi si ricompongono, le famiglie si riuniscono; a volte no, le situazioni esterne restano come sono, ma il dolore viene illuminato, l’angoscia prosciugata, la frattura superata; a volte la sofferenza fisica o spirituale permane, ma acquista un senso unendo la propria alla passione di Cristo che continua a redimere e a salvare le famiglie e l’intera umanità. E allora il giogo diventa soave.” (Serva di Dio Chiara Lubich).
La scoperta e l’accoglienza della propria croce personale è quindi l’unica possibilità di realizzare la verità di noi stessi. “Dio venuto tra gli uomini va al patibolo: sconfitto, un fallimento; un momento, una giornata, tre giornate di nulla, in cui tutto è finito. Questa è la condizione, la condizione del sacrificio nel suo significato più profondo: sembra un fallimento, sembra di non riuscire, sembra che gli altri abbiano ragione. Il rimanere con Lui anche quando sembra che tutto finisca o sia finito, rimanergli accanto come ha fatto Sua Madre, solo questa fedeltà ci porta, presto o tardi, all'esperienza che nessun uomo al di fuori della comunità cristiana può provare nel mondo: l'esperienza della Resurrezione” (Servo di Dio don Giussani).
Per secoli i cristiani hanno voluto ripercorrere quella strada percorsa da Gesù a Gerusalemme, che avrebbe poi portato il nome emblematico di “Via Dolorosa”, come itinerario verso il colle della crocifissione ma con lo sguardo ed il cuore rivolto alla meta ultima, la luce della risurrezione. Dopo aver fatto per secoli questo cammino come pellegrini a Gerusalemme, l’hanno poi fatto nelle loro città, nelle loro chiese, nelle loro case, secondo una liturgia che la Chiesa ha chiamato Via Crucis e che proprio nel periodo Quaresimale ci viene proposta per addentrarci in questo grande mistero d’amore. Partecipando a questo pio esercizio il Venerdì Santo, in parrocchia, in Diocesi, o assistendo a quella solennemente presieduta dal Papa al Colosseo, possiamo anche ottenere l’indulgenza plenaria.

Marco Piccolo

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