Discese agli inferi

… Discese agli inferi.

Il Sabato Santo la Chiesa sosta silenziosa, in preghiera insieme con Maria Santissima, meditando sul mistero della morte di Gesù. Il motivo di questa sosta è dovuto essenzialmente all’attesa dell’evento più importante della storia e dal quale dipende tutta la nostra fede: la Resurrezione. Dice infatti San Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (1Cor 15,17).
Sin dalle prime comunità cristiane, si cominciò a ritenere che Gesù morendo “discese agli inferi”. Ai tempi di Gesù si pensava, infatti, che tutti i defunti fossero agli inferi (che non significa “inferno”), stato spirituale, non luogo fisico, dove c’erano sedi e condizioni diverse per i malvagi e per i giusti, dove questi erano privati della visione di Dio e in attesa della piena retribuzione nel giudizio finale (CCC 633). È il luogo in cui si riteneva di raggiungere i propri padri. Gesù stesso ne parla nella parabola del “ricco epulone” (Lc 16,23), in cui il ricco si trova tra i tormenti, mentre il povero, Lazzaro, sta accanto ad Abramo.
L’argomento della discesa agli inferi da parte di Gesù è difficile da comprendere, come del resto sono difficili da comprendere anche gli articoli del Credo che seguiranno; sembra quasi un linguaggio da teologi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ne parla in un breve paragrafo con soli 4 articoli, dal 632 al 635.
Il primo articolo dice chiaramente che Gesù vi è sceso non come tutti gli uomini, ma «come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri» (CCC 632).
«Dio, nostro Salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,4). Quando si dice “tutti” non si intende solo i contemporanei di Cristo e noi che siamo venuti dopo, ma anche quelli che erano esistiti prima. E dove potrebbero dimorare tutti i giusti di cui si parla nell’Antico Testamento (solo per fare alcuni esempi: Abramo, Davide, Giuseppe)? Negli inferi, detti anche “Shéol” o “Ade”.
Questo è il testo di una risposta di Benedetto XVI - che vale la pena leggere per intero - a chi gli chiedeva che cosa ha fatto Gesù nel lasso di tempo tra la morte e la risurrezione:
«Innanzitutto, questa discesa dell’anima di Gesù non si deve immaginare come un viaggio geografico, locale, da un continente all’altro. È un viaggio dell’anima. Dobbiamo tener presente che l’anima di Gesù tocca sempre il Padre, è sempre in contatto con il Padre, ma nello stesso tempo quest’anima umana si estende fino agli ultimi confini dell’essere umano. In questo senso va in profondità, va ai perduti, va a tutti quanti non sono arrivati alla mèta della loro vita, e trascende così i continenti del passato.
Questa parola della discesa del Signore agli inferi vuol soprattutto dire che anche il passato è raggiunto da Gesù, che l’efficacia della redenzione non comincia nell’anno zero o trenta, ma va anche al passato, abbraccia il passato, tutti gli uomini di tutti i tempi.
I Padri dicono, con un’immagine molto bella, che Gesù prende per mano Adamo ed Eva, cioè l’umanità, e la guida avanti, la guida in alto. E crea così l’accesso a Dio, perché l’uomo, di per sé, non può arrivare fino all’altezza di Dio. Lui stesso, essendo uomo, prendendo in mano l’uomo, apre l’accesso, apre cosa?, la realtà che noi chiamiamo “cielo”. Quindi questa discesa agli inferi, cioè nelle profondità dell’essere umano, nelle profondità del passato dell’umanità, è una parte essenziale della missione di Gesù, della sua missione di redentore, e non si applica a noi. La nostra vita è diversa, noi siamo già redenti dal Signore e noi arriviamo davanti al volto del Giudice, dopo la nostra morte, sotto lo sguardo di Gesù, e questo sguardo da una parte sarà purificante. Penso che tutti noi, in maggiore o minore misura, avremo bisogno di purificazione. Lo sguardo di Gesù ci purifica e poi ci rende capaci di vivere con Dio, di vivere con i santi, di vivere soprattutto in comunione con i nostri cari che ci hanno preceduto».
Una descrizione ben fatta e semplificata dal papa in modo da renderla accessibile a tutti e non solo ai teologi.
Dunque la morte è luogo di abbandono, di solitudine, luogo del silenzio di Dio, della separazione dell’anima e del corpo, in cui passeranno tutti gli esseri umani. Gesù, con la sua incarnazione, ha provato tutte le gioie e i dolori dell’umanità, e quindi anche la morte. Se il Nuovo Testamento parla di risurrezione dai morti, significa che Egli ha dimorato nella morte, è realmente morto, come ogni essere umano, perché realmente incarnato nell’umanità. Ma Gesù non è solo uomo. Lui e Dio stesso. Lui ha vestito la carne umana perché potesse salvare gli uomini dal di dentro della loro umanità, ma con la potenza di Dio. La sua morte redentrice ha valore salvifico per tutti gli uomini, anche per quelli vissuti prima di lui; il suo incontro con i giusti già morti comunica loro la pienezza della comunione con Dio. Ed è davvero bellissima l’immagine dei Padri di cui parla Benedetto XV: Gesù è venuto ad annunciare la liberazione, ad aprirci le porte del Cielo, e dalla croce tende la mano negli inferi per tirare su verso il cielo tutti i giusti che erano in attesa di essere salvati, a partire da Adamo ed Eva, per ricondurli fuori e farli entrare nel Paradiso.
Ma la discesa agli inferi, per l’uomo di oggi, non avviene soltanto con la morte corporale; c’è una morte che non necessariamente è distacco dell’anima dal corpo, ma che è ugualmente luogo di abbandono, di solitudine e di silenzio di Dio. Questa è la morte spirituale, che è il distacco o l’allontanamento dalle cose di Dio.
La morte spirituale è generata dal fatto che abbiamo tagliato la radice della nostra vita da Dio, illudendoci di bastare a noi stessi: il peccato, che rovina l’esistenza di ogni uomo.
Se la discesa di Gesù agli inferi attua la vittoria sulla morte corporale, molto di più attua la vittoria sulla morte spirituale, perché mentre dopo la morte corporale non possiamo più partecipare con la nostra volontà al distacco dal peccato, in vita siamo sempre in tempo a cambiare rotta e convertirci.
«Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge» (1Cor 15,55-56). In definitiva con la discesa agli inferi, Gesù non si sottomette alla morte, ma la vince, in quanto Egli ha spezzato il pungiglione della morte che è il peccato.
Gesù è venuto a prendere su di sé i peccati di tutta l’umanità, per liberarci dal peccato, risanando la radice che noi abbiamo deciso di tagliare e unendoci a Lui in comunione di amore con il Padre. Solo così la morte spirituale può essere annientata. La scelta è solo nostra. Il silenzio di Dio non è da imputare a Dio come colui che si compiace della morte spirituale dell’uomo. Egli ci ha fatto il dono della libertà e ci lascia liberi di accogliere o di rifiutare il Suo invito, di riconciliarci con Lui e godere della sua visione, o di rimanere per sempre negli inferi.
Impegno
Nella morte spirituale è facile cadere, soprattutto per i giovani, che non spalancano le porte a Cristo e che non riescono a colmare i loro vuoti dentro, se non buttandosi nella droga, nell’alcool, nel piacere e nella violenza.
In questa settimana cercherò di impegnarmi a far conoscere l’amore di Dio nei miei luoghi quotidiani.
Gianfranco Sicilia

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