Di là verrà a giudicare i vivi e i morti

...Di là verrà a giudicare i vivi e i morti

Il tema del GIUDIZIO costituisce, certamente, uno degli aspetti più sostanziali e fondanti della fede cattolica. Dopo la discesa del Verbo con la sua incarnazione e dopo l’ascensione di Gesù al cielo, noi crediamo e attendiamo un terzo ‘movimento’: la venuta del Signore, il suo ritorno glorioso alla fine della storia. La storia, pertanto, è contrassegnata da una direzione e da un significato ben precisi: sta camminando verso l’incontro con Qualcuno, che ne è il Signore. “Cristo è il Signore del cosmo e della storia. In lui, la storia dell'uomo, come pure tutta la creazione, trovano il loro compimento trascendente”(art. 668 C.C.C.). Il ritorno di Gesù nella gloria è preannunciato nelle profezie che parlano del trionfo del Messia; lo troviamo descritto nel Vangelo: “Il Figlio dell’Uomo verrà nella gloria del Padre coi suoi Angeli e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Mt. 16,27). “E quando verrà il Figlio nella sua maestà e tutti gli Angeli con Lui, allora siederà sopra il trono della sua maestà” (Mt. 25,31). Davanti al Sinedrio, Gesù disse: “Vedrete ancora il Figlio dell’Uomo sedente alla destra della virtù di Dio e che viene sulle nubi del cielo” (Mt. 26, 64). Negli altri libri del Nuovo Testamento troviamo numerosi accenni a questo fatto: “Questo Gesù che è stato assunto in cielo di mezzo a voi, così verrà, come lo avete visto andare al cielo” (Atti 1,11), dicono gli Angeli agli Apostoli subito dopo l’Ascensione.

Pur essendo a tutti noto DA DOVE viene il Signore: viene dal cielo, dalla sua comunione con Dio Padre, dalla pienezza della sua Signoria sull’universo, nulla, invece, ci viene svelato circa il TEMPO di questo ritorno. Gesù, richiamando le virtù della vigilanza e della prudenza (Mt 24, 36; 25, 1-13), insegna a prepararsi al suo ritorno, a questo momento decisivo. Un’adeguata preparazione deve curare l’eloquenza dei fatti e non quella delle parole. Per essere pronti, inoltre, occorre esercitarsi al difficile e agli imprevisti: le sorprese – invero non tutte liete – che la nostra vita terrena ci riserva mostrano, infatti, ciò che c’è nel nostro cuore e cosa cerchiamo in verità. Prima di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo “davanti al tribunale di Cristo per riportare ciascuno della sua vita mortale, secondo quel che fece, o di bene o di male” (2Cor 5, 10), e alla fine del mondo “ne usciranno, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna” (Gv 5, 29). Questo vero e definitivo giudizio di Dio si svela con tempi e modalità diverse: nel corso della nostra vita terrena, quando ci rendiamo conto dei nostri peccati; al momento dell’incontro con il Risorto nella nostra morte individuale; alla fine della storia, quando ciascuno si ritroverà con TUTTI gli altri nella comunione con Dio. Il giudizio di Dio, pertanto, è sempre all’opera e lo comprenderemo pienamente solo alla fine. Tuttavia, anche nel nostro percorso terreno, ci è data la possibilità di autogiudicare le nostre opere quotidiane ed, eventualmente, di prendere coscienza di aver mancato all’appuntamento con la verità, con il bene autentico, con la gioia piena: ossia, di esserci incamminati lungo un sentiero di non-verità e di trovarci in una zona d’ombra, lontani dalla sorgente della luce e della vita.

Un altro fondamentale aspetto da tenere in considerazione riguarda l’UNIVERSALITÀ del giudizio: ad esso nessuno potrà sottrarsi e nessuno verrà escluso (secondo la terminologia biblica, dire che esso concerne “vivi e morti”, significa dire che riguarda tutti). Nessuno può sottrarsi alla mano creatrice, provvidente e misericordiosa di Dio. Egli è il Padre di tutti, a tutti offre la sua salvezza e nessuno è esonerato dalla responsabilità di rispondere –pur nella libertà che è stata elargita a ciascuno di noi– a questo dono. Nell’Ultimo Testamento il Signore parla compiutamente del giudizio: “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10), perché “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”(Gv 3, 17). Il fatto che il giudizio sia rimesso a Gesù Cristo significa, per noi uomini, avere a disposizione uno stato di riferimento preciso: Gesù stesso, il quale, in virtù del suo amore senza riserve, della sua dedizione, del perdono e della misericordia che offre, ci indica continuamente la strada della Salvezza. In virtù di questo, pertanto, “noi siamo già nell'«ultima ora» (1 Gv 2,18). Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo è realmente anticipata in questo mondo….. Il regno di Cristo manifesta già la sua presenza attraverso i segni miracolosi che ne accompagnano l'annunzio da parte della Chiesa” (art. 670 C.C.C.).

Il tema del Giudizio viene incontro ad un’aspirazione profonda dell’uomo. Infatti, una delle cause più determinanti del malessere che affligge l’esistenza umana, è l’assenza di un giudizio trascendente ovvero la palese e manifesta inadeguatezza della cosiddetta “giustizia terrena”. L’uomo può agire bene o male; può essere generoso o crudele, pietoso o egoista, rispettoso della verità e della giustizia oppure cinico e bugiardo; la sensazione che sovente si prova è che comportamenti opposti non abbiano conseguenze apprezzabilmente differenti. Al momento della conclusione del nostro percorso terreno, fare il bene o il male oppure essere stati buoni o cattivi sembra, umanamente parlando, irrilevante. Spesso, alcune domande turbano la nostra esistenza: perché i malfattori hanno pene così lievi? Perché i furbi riescono sempre a farla franca? Perché alcuni sono condannati e, solo dopo innumerevoli traversie e lunghissime sofferenze, sono riconosciuti innocenti? Senza contare che la nostra natura umana ci porta ad assurgere al ruolo di giudici e a condannare, spesso in maniera frettolosa, i comportamenti dei nostri simili, autoassolvendoci, con medesima superficialità, per alcuni comportamenti non proprio consoni al nostro professarci cristiani. Infine, è evidente lo “sconcerto” quando Dio, di fronte alla opposta condotta degli uomini, il più delle volte tace e il suo silenzio (che pare indifferenza davanti al bene e al male) diventa quasi assordante: “perché, vedendo i malvagi, taci, mentre l’empio ingoia il giusto?” (Abacuc 1,13). Qual è la via d’uscita di fronte a tutto ciò? Se Pilato disse di Gesù “Non trovo in lui nessuna colpa: prendetelo dunque e crocifiggetelo” (Gv 19,6), quale speranza possiamo nutrire di avere sorte migliore? La risposta, è dentro ciascuno di noi; è riposta nella fede in Gesù Salvatore del mondo: "Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi" (Apoc. 7, 16-17).

Impegno: Il tema del GIUDIZIO deve spronarci a vivere un cristianesimo non di facciata, ma serio e coerente. Alimentiamo la nostra fede con l'ascolto profondo della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale e con la carità verso il prossimo.

Stefano Curcio

 

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