Credo ... La Comunione dei Santi

Credo ... La Comunione dei Santi

Dopo aver professato la “santa Chiesa cattolica”, la preghiera del Credo introduce “la comunione dei santi”, come a voler meglio esplicitare che la Chiesa altro non è se non l’assemblea di tutti santi. Meglio ancora, la comunione dei santi è la Chiesa.
È lo stesso Catechismo a spiegarne i due significati, strettamente legati l’uno all’altro: la “comunione alle cose sante” (sancta), l’unione a Cristo, membro più importante tra i beni (spirituali) della Chiesa, e per mezzo di lui a tutte le membra, fino a formare un solo corpo; la “comunione tra le persone sante” (sancti), che esprime l’unità nello Spirito da cui la Chiesa è animata e retta, che fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono.
I fedeli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (Koinonia) e comunicarla al mondo.
Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro beatificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei santi ascolta costantemente le nostre preghiere.
La comunione dei beni spirituali della Chiesa avviene, come descritto anche negli Atti degli Apostoli (2,42), attraverso varie forme:
- la comunione nella fede: la fede dei fedeli è la fede della Chiesa;
- la comunione dei sacramenti: attraverso la quale avviene la comunione dei santi e l’unione a Dio (l’Eucaristia in particolare attua questa intima e vitale comunione soprannaturale);
- la comunione dei carismi: attraverso lo Spirito Santo “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,7);
- la comunione dei beni: il cristiano è un amministratore dei beni del Signore, pronto a sollevare la miseria dei fratelli più poveri;
- la comunione della carità: nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Il più piccolo dei nostri atti di carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti. Ogni peccato nuoce a questa comunione.
Riflessione personale per vivere questo messaggio nella vita quotidiana
La sollecitazione di questo “articolo” del Credo pone ciascun cristiano di fronte ad, almeno, due riflessioni da ciascuna delle quali dovrebbero prender corpo due consapevolezze.
La prima: la nostra fede è debole ed ha bisogno del sostegno degli altri. Immersi, come siamo, in una moltitudine di “relazioni liquide” (il riferimento è al sociologo Zygmunt Bauman) e la tendenza ad una sempre più accentuata “privatizzazione” del nostro agire ha, e accade tuttora, in un certo senso, influenzato anche la nostra fede. La stessa è divenuta, e vissuta, con una buona dose di “liquidità”: così come accade in molte relazioni, anche quella con Dio si misura nella dimensione della instabilità. Vi si ricorre nel momento del bisogno (Dio e la Chiesa è più una sorte di infermeria psicologica e sociale) per poi abbandonarla nelle situazioni di “ben-essere” o, peggio, come occasione di “scambio” in cui non sempre ciò che posso ottenere, come quel che posso offrire, può costituire oggetto di negoziazione. La fede, anche per tali ragioni, diventa così “privatizzata”: ad uso e consumo personale, secondo bisogni e circostanze. Il problema è, e rimane, che nelle difficoltà, nella conoscenza e comprensione dei nostri limiti, si rimane soli poco inclini nel saper chiedere aiuto.
Prendere consapevolezza delle risorse altrui, dei punti di forza riconoscibili negli altri in quanto a noi non appartenenti, deve poterci spingere in questa relazione di aiuto: a saper chiedere sostegno per le nostre debolezze per le quali, pragmaticamente, non basta la sola preghiera quanto, piuttosto, il coraggio di aprirsi agli altri. L’essere nella comunione di fede è mettere in gioco la diversità dei carismi di ciascuno.
La seconda: gli altri, sono nostri fratelli (e non solo spiritualmente), ci appartengono e, in quanto tali, occorre risponderne a Dio. La forte diseguaglianza sociale tra un Nord e un Sud ravvisabile non solo geograficamente e il sempre maggiore stato di bisogno in cui versano tantissime persone devono poterci interrogare (ci “compete”) su quella particolare dimensione dell’essere nella comunione di beni vivendo la comunione della carità. Serve a poco una fede prettamente spirituale se la stessa non si traduce, operosamente, a servizio del Prossimo. E, lo ricordo a me stesso, il prossimo accanto a me è persona sempre nuova e diversa.
Prendere consapevolezza di questo Prossimo, deve spingerci all’essere solidali: non aprendo il portafoglio per una beneficenza di comodo, ma sporcandoci le mani per gli altri. In tale agire sta anche la nostra felicità, come dice il fondatore dello scoutismo Baden Powell “il vero modo di essere felici è fare la felicità degli altri”, nonché una precisa visione offerta da Gesù: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.
Come poterlo vivere in una celebrazione liturgica?
Nella comunione di tutti santi, il primo passo è riconoscersi per nome: il primo segno importante è individuare dietro quel volto una persona con una propria storia. L’invito è quello di proclamare ad alta voce il proprio nome: serve per individuarsi e individuare, seguito dalla proclamazione ad alta voce (o solo menzionando “tutti i defunti”) una persona cara defunta con la quale si è in comunione.
Impegno
Ricercare uno spazio di servizio al prossimo dedicando un’ora del proprio tempo: invitare persone in stato di bisogno a pranzo/cena; adoperarsi per un gesto di solidarietà; prestare la propria professionalità in modo gratuito; …. Gli esempi non mancano per essere innumerevoli.
Cesare Perrotta

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