Credo ... La Remissione dei peccati

Credo ... La Remissione dei peccati

Il tema della «remissione dei peccati», a volte, sembra scontato nell’ambito catechistico e di fede, invece, come sacramento della riconciliazione dovrebbe riacquistare un posto centrale. «Confessarsi» non è facile, perché ci si sente feriti nel proprio orgoglio per dover dire ad altri i peccati personali. E ancora meno è facile perdonare a se stessi e agli altri. È arduo perché tendiamo ad essere severi e a pretendere molto da noi stessi.
Ma, dove non arriviamo noi, arriva il Signore che, con la forza del suo amore, può guarire le nostre ferite e condurci a vivere nella libertà dei «figli di Dio».
Il peccato, in senso pieno e radicale, consiste precisamente nel rompere il rapporto d'unione con Dio, e infrangere il rapporto filiale. Si capisce così il senso drammatico del peccato, quale stato fondamentale di rifiuto e di opposizione alla comunione d'amore con il Padre celeste. Il peccato, così inteso, costituisce l'unico potere che può schiantare il vincolo vitale con Dio, perché distrugge propriamente il collegamento filiale e amoroso con il Padre. Il peccato si pone esplicitamente fuori dell'area benefica dell'amore divino. Questo peccato va fuggito e combattuto, poiché, più spesso di quello che si possa pensare, si annida nel cuore umano, lo inaridisce, lo insuperbisce, lo appesantisce e, infine, lo chiude alla verità salvifica. La vita cristiana diventa abitudinaria, ripetitiva, perdendo di gioia e di slancio. Occorre intenerire il cuore pietrificato e ricuperare l'atteggiamento filiale e fiducioso verso il Padre, la propria disponibilità di fede e d'amore nei confronti di Dio e dei fratelli. Occorre riscoprire il nostro essere figli amati dal Padre, risentire i benefici influssi della sua misericordia infinita che spinge l'uomo alla conversione, ogni volta con sempre maggiore entusiasmo e umiltà.
Proprio lo Spirito Santo, l'abbraccio d'amore tra il Padre e il Figlio, sta lì pronto per offrirci la forza e il coraggio di ritrovare sempre la comunione filiale e l'abbandono tra le braccia del Padre, similmente a Cristo, per capire che solo il suo amore paterno, la sua verità, la sua vita riescono a dare pienezza e felicità all'esistenza umana. Lo Spirito ci fa capire la terribile e tenebrosa realtà del peccato, quale mancanza d'amore e di pace, per renderci pronti ad accogliere la divina e risanatrice misericordia divina.
Noi cristiani confessiamo la nostra fede nello Spirito Santo, nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei santi nella remissione dei peccati. Questi enunciati sono collegati, sono in rapporto reciproco e sono tutti in relazione con il compito che il Signore risorto ha affidato ai propri apostoli quando li ha inviati in missione: «andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,15-16).
Colui che suggella la sua fede in Gesù Cristo con il Battesimo,  è riconciliato con Dio per mezzo della morte di Gesù: i peccati gli sono rimessi. Il Battesimo è il primo e il più importante dei sacramenti per il perdono dei peccati, poiché Gesù ci battezza nello Spirito Santo, quello Spirito che è inviato per la remissione dei peccati.
Il Signore risorto ha affidato ai suoi apostoli una missione e pieni poteri: incorporare nella sua Chiesa i credenti in lui, amministrando loro il Battesimo che dona la grazia dello Spirito Santo e che perdona in modo assoluto tutti i peccati. San Giovanni riferisce, nel suo Vangelo, l’affidamento di tale missione, descrivendolo così:
«La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse (…) “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (…) riceverete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”». (Gv 20,19-23).
Nell’ottica cristiana, la remissione dei peccati non significa stendere un velo per coprire una realtà negativa, una piaga, che permane, ma è la creazione di una realtà nuova. Dio trasforma dal di dentro, rinnova il cuore e la vita; non ricicla, ma ri-crea.
Nella Chiesa il potere di rimettere i peccati che Gesù ha conferito ai suoi apostoli continua a essere trasmesso ai vescovi e ai sacerdoti, ed è bene che sia così perché siamo esseri umani, deboli e facili a cedere nell’errore. San Paolo illustra adeguatamente tale situazione, quando scrive ai Romani: «(…) io sono di carne, venduto come schiavo di carne dal peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio, infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto» (Rm7,14-15). Noi che siamo battezzati saremmo perduti, se non potessimo ricorrere sempre al perdono: nel sacramento della Penitenza, Gesù dona riconciliazione e perdono a colui che si converte, che si pente dei propri peccati e che li confessa a un sacerdote.
La remissione dei peccati rinvia non tanto alla penitenza, alla confessione-assoluzione, quanto al battesimo.
Il Credo precisa bene questo punto, facendoci proclamare: “Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati”.
Il dono pasquale di Gesù al mondo, la missione costitutiva della Chiesa risiedono dunque nella remissione dei peccati: un’effusione dello Spirito che fa della comunità dei credenti il luogo e lo strumento della remissione dei peccati, della vita nuova, della vita divina negli uomini redenti; la culla della nuova nascita dell’umanità e del mondo.
Riflettiamo…
Come sarebbe il nostro mondo se la parola «perdono» non esistesse?
Se quel che significa non facesse più parte delle esperienze che ognuno può fare?
Se non ci fossero più mani tese per offrire la riconciliazione?
Se colui che si era reso colpevole dovesse restarlo per sempre?
Se ognuno di noi dovesse rimanere solo con il proprio errore?
Se contasse solo la vendetta e non più il perdono?
Non si può comprare il perdono, non si può meritarlo. Il perdono si può chiederlo umilmente per sé e per gli altri: la bontà di Dio non conosce limiti. Colui che ha ricevuto – gratuitamente – il perdono può ricominciare con coraggio a crescere nell’umiltà, può diventare buono e misericordioso in un mondo che condanna e punisce.
Cos’è l’Indulgenza Plenaria?
Come dice la parola stessa, significa Amore indulgente, cioè misericordioso, di Dio nei confronti dell'uomo peccatore. E' Gesù stesso l'indulgenza e la propiziazione per i nostri peccati (cfr Gv 20,22-23).
"L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa e applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi" (CCC, 1471).
Il peccato grave ha una duplice conseguenza: la privazione della comunione con Dio (pena eterna, l'inferno) e l'attaccamento malsano alle creature (pena temporale, disordine morale).
Al peccatore pentito Dio nella sua misericordia, ordinariamente mediante il sacramento della riconciliazione, concede il perdono dei peccati e la remissione della pena eterna.
Con l'indulgenza la misericordia divina arriva a condonare la pena temporale dei peccati confessati, fa superare le tendenze e i disordini lasciati in noi dal male commesso.
I meriti di Gesù, della Vergine Maria, dei santi, costituiscono un tesoro grandissimo di grazia, che la Chiesa, per mandato di Gesù, può dispensare nei modi che ritiene più convenienti, allo scopo di promuovere la conversione degli uomini. Con l'indulgenza noi beneficiamo di questo tesoro e siamo chiamati a mettere a frutto, nella santità della vita, quello che riceviamo.
L'indulgenza ci ricorda che Dio è pronto, come ci testimonia il Vangelo, a condonare tutto e subito, quando decidiamo di aprire il nostro cuore a Lui.
L'indulgenza plenaria è una grazia straordinaria che guarisce completamente l'uomo, facendone una nuova creatura. La Madre Speranza, piena di stupore, afferma che il Signore "perde la testa" dinanzi a un figlio prodigo pentito.
Gaspare e Francesca Chimenti

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