Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /web/htdocs/www.parrocchiasantafamiglia.net/home/components/com_fsf/helper/glossary.php on line 164

Warning: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable in /web/htdocs/www.parrocchiasantafamiglia.net/home/components/com_fsf/helper/glossary.php on line 241

Home

19/02/2012 - 7' Settimana del Tempo Ordinario anno B

DOMENICA VII - B


Tu ci scruti, Signore, cercando in noi
l’immagine tua perduta in vite buie.
Ancora ti stanchiamo da te lontani
senza trovare il sentiero del ritrono.

Ma sotto rovine di peccati antichi e nuovi
qualcosa fiorisce, ancora è germoglio;
mentre ci facciamo silenzio d’attesa,
risuona la Parola di perdono e di vita.

Stringiamoci come corda forte a tre capi,
in un patto d’amore, speranza e di fede,
e con grido, che squarcia il cuore di Dio,
a Lui presentiamo ogni uomo umiliato.


PRIMA LETTURA Is 43,18-19.21-22.24-25

Dal libro del profeta Isaia

 contesto generale: la distruzione di Babilonia è il segno che Dio salva Israele e distrugge tutti gli idoli.
 Contesto specifico: a) le meraviglie compiute nell’attuale redenzione sono più grandi di quelle compiute nella liberazione egiziana (cose passate, cose antiche). b) Il Signore espia i peccati del suo popolo.

Così dice il Signore:
18 «Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!

Ogni redenzione, che il Signore compie, supera quella precedente e la ingloba come memoria. In tal modo la redenzione d'Israele da Babilonia è più grande di quella egiziana. Tuttavia Israele celebra la sua Pasqua ricordando ancora la redenzione egiziana; il nuovo Israele, al quale si addicono pienamente queste parole, nella redenzione operata da Gesù ha dimenticato sia quella egiziana come quella di Babilonia: in esse infatti egli legge simboli e figure della vera Pasqua. In tal modo il testo si adempie pienamente. Infatti lo stupore della redenzione operata dal nostro Signore Gesù Cristo è tale da fare dimenticare sia la schiavitù che ogni precedente redenzione.
«Non ricordate … ogni fatto della storia della salvezza supera il precedente rimanendo in rapporto con quello che è avvenuto. Tutto ha un legame, un rapporto con l’evento definitivo, col Cristo. La grandezza crescente delle opere di Dio è in rapporto a se stesso perché più passa la storia più cresce il peccato e questo rivela l’amore senza limiti di Dio che non tiene conto del peccato. Il dono di Dio appare tanto più grande quanto più grande appare il nostro peccato. Questo è nella natura della giustificazione cristiana» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 18.2.1973).

19 Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.

Alle molte meraviglie operate nell'esodo egiziano si contrappone ora una sola cosa nuova. Il passaggio dal plurale al singolare è assai significativo nell'ordine del mistero e del disegno di Dio. Infatti tutto s'incentra sull'unica salvezza come canta Simeone mentre ha sulle sue braccia il Cristo: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza preparata da te davanti a tutti i popoli» (Lc 2,30-31). Di questa cosa nuova, che ora germoglia, il Signore domanda stupito: Non ve ne accorgete? (lett.: non la conoscete?). C'è da chiedersi perché mai il Signore ponga una simile domanda. Essa interpella la loro e nostra incredulità.
Come allora il Cristo era nascosto e rivelato secondo una misura stabilita nelle figure della legge, negli enigmi dei saggi e nelle profezie così ora è nascosto e rivelato nella predicazione evangelica. Ma solo coloro che credono ne possono cogliere la presenza.
Il Signore invita pertanto a credere alla sua Parola perché essa è la sorgente della conoscenza del suo Cristo e la causa delle meraviglie che Dio opera. Chiunque infatti vede le meraviglie del Signore senza passare per la fede nella Parola non può coglierle come tali. Di questo dà testimonianza la generazione del deserto che cadde tutta a causa dello sterminatore perché essi non credettero pur avendo visto le sue opere (cfr. 1Cor 10,1-5).
Il Signore rende agevole il cammino del popolo che ritorna da Babilonia e deve attraversare il grande deserto.
Ma anche questo noi possiamo leggerlo nel mistero. Infatti la prigionia è una situazione di chiusura e d'impossibilità. La redenzione non consiste solo nell'essere liberati ma nell'essere condotti. Così al c. 40 il Signore conduce dolcemente il suo popolo che ritorna a Sion e nell'esodo vero Gesù come buon pastore ci conduce in questa vita attraverso sentieri spirituali e ci difende nel nostro cammino. Egli è infatti la strada che conduce al Padre (cfr. Gv 14,6); Egli ci dona i fiumi dello Spirito che sgorgano dal suo seno (cfr. Gv 7,37-39).

20 Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto.

Durante il cammino di ritorno l’acqua scorrerà così abbondante nel deserto che si disseteranno anche le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi. L’amore e la cura per il suo popolo da lui eletto traboccheranno a tal punto che le bestie del deserto, dissetandosi, glorificheranno il Signore. Quando nella natura scompare la presenza della morte, tutte le creature possono vivere della benedizione della terra; ed è questo che dà lode a Dio.

21 Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi.

Per riscattare, il Signore deve trasformare. Il popolo da Lui plasmato tutto per sé ha come caratteristica di celebrare le sue lodi. Egli diventa il cantore dell’universo perché, come dice il verso precedente, è attraverso il suo popolo che le creature lodano Dio perché coinvolte nella stessa redenzione.
Lodare è memoriale e profezia. Ogni lode ricorda le meraviglie passate, celebra quelle in atto e anticipa quelle future.
La fede infatti è uno sguardo che abbraccia il passato, il presente e il futuro perché essa si fonda sulla Parola di Dio. Ora la Parola, in quanto rivelazione e attuazione del disegno di Dio, compendia tutta la storia della salvezza e la lode può estendersi da un capo all’altro del tempo.
Tutto questo è possibile perché in tutto si può contemplare Colui nel quale tutto è incessantemente ricapitolato nell'unità, il Cristo di Dio.

[22 Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe;
anzi ti sei stancato di me, o Israele.

Amara constatazione del Signore. Non invocare il Signore e stancarsi di Lui nascono dal fatto che non si attende più il suo intervento salvifico. Così il Signore ci trova: gente muta e stanca di Lui tutta ripiegata su se stessa a lamentarsi della propria situazione senza speranza. Egli parte da questa constatazione per farci comprendere la gravità del peccato, che riduce al silenzio chi tiene in suo potere. Chi infatti è oppresso dal peccato racchiuso nel breve orizzonte della sua situazione ritiene inutile offrire culto a Dio, come subito dice.

23 Non mi hai portato neppure un agnello per l'olocausto, non mi hai onorato con i tuoi sacrifici.
Io non ti ho molestato con richieste di offerte, né ti ho stancato esigendo incenso.
24 Non mi hai acquistato con denaro la cannella, né mi hai saziato con il grasso dei tuoi sacrifici.]

Ricorda l’attività cultuale. Israele non si è affaticato per compiere quel culto che la Legge prescrive perché era in esilio e il tempio giaceva distrutto.
Prima dell’esilio il Signore aveva sgridato il popolo perché lo nauseava con un culto esterno cui non corrispondeva una condotta interiore (cfr. 1,10-15); ora Egli lo rimprovera perché, cessati il sacrificio e il culto del tempio, il popolo non si è affaticato nella sua Legge.

Tu mi hai dato molestia con i peccati,
mi hai stancato con le tue iniquità.

Mi ha dato  molestia (lett.: mi hai servito, mi hai prestato culto). Il servizio prima della redenzione era in realtà il peccato per cui le nostre iniquità hanno stancato Dio. Questo indica la radicale impossibilità degli uomini d’invocare e desiderare la redenzione. Anche Israele, nonostante i profeti, era immerso in questa cecità e durezza di cuore.
Il peccato è una forza di schiavitù talmente forte e penetrante da togliere tutto anche il minimo di speranza. L'uomo si chiude nella sua disperazione o nell'illusione dei suoi tentativi di liberazione. Per questo il Signore deve intervenire direttamente e agire di sua pura iniziativa come subito dice.

25 Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso,
e non ricordo più i tuoi peccati».

L’enfasi della ripetizione rileva con forza l’iniziativa divina (io, io, sono colui che). Lui solo stabilisce i tempi e momenti e non si basa sull’iniziativa dell’uomo nello stabilire il tempo della redenzione. In realtà i tempi sono stabiliti dalla sua misericordia. Infatti non potendo basarsi su nessuna espressione di giustizia dell'uomo per fare misericordia, il Signore si fonda su se stesso e a noi chiede di credere a Lui. All'oblio nostro della precedente redenzione corrisponde nella nuova l'oblio di Dio dei nostri peccati.
Un solo ricordo e un solo punto di convergenza sia per il Signore Dio che per noi: l'uomo Cristo Gesù (cfr. 1Tm 2,5).

Nota

«C’è sempre la medesima storia di caduta e di perdono. Di per sé la caduta sarebbe senza speranza se non ci fosse un atto nuovo creatore di Dio. Vi è quindi contrapposizione tra il suo popolo e l’Egitto: al suo popolo ha detto la parola di resurrezione che ha negato all’Egitto per cui non si alzeranno più.
(…)
S. Paolo ai Romani: Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia (5,20). La storia degli uomini, di ciascuno, senza la grazia del Signore, è un diventare astuti nel male. Mettendosi a confronto con il Signore diventa evidente il nostro peccato. Più si va avanti nella vita più si vede questa miseria alla quale si contrappone il dono di Dio. Certamente anche all’ultimo istante ci sarà questo confronto tra quella che è la nostra iniquità e quello che è il dono, che tutto sommerge, di Dio: Per questo è l’ultimo combattimento» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 18.2.1973).


SALMO RESPONSORIALE Sal 40

R/.  Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono.

Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Il Signore veglierà su di lui,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà in preda ai nemici. R/.

Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
tu lo assisti quando giace ammalato.
Io ho detto: «Pietà di me, Signore,
guariscimi: contro di te ho peccato». R/.

Per la mia integrità tu mi sostieni
e mi fai stare alla tua presenza per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen, amen. R/.


SECONDA LETTURA 2 Cor 1,18-22

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, 18 Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no».

L'apostolo invoca la testimonianza di Dio per dichiarare che la loro parola non si fonda sul sì e sul no. Essa non scaturisce dalla tensione dialettica dell'affermazione e della negazione, come succede nel discorso sapienziale umano. La contrapposizione è necessaria là dove vi è il dubbio perché porta al chiarimento secondo le leggi della logica.
Questa sua affermazione, che qualifica il discorso apostolico e lo differenzia da qualsiasi altro tipo di discorso, deve avere un fondamento. Se nella prima lettera ai corinzi si dà una contrapposizione tra il linguaggio della croce e la sapienza umana, come insegna nei primi due capitoli, qui si crea un confronto con il Figlio di Dio.

19 Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».

Nel Figlio di Dio, che è Gesù Cristo e che si fa presente tra i corinzi con la predicazione apostolica (lett.: predicato in voi mediante noi) si annulla ogni tensione dialettica tra il sì e il no perché solo il sì si è avverato in Lui. Il nostro pensiero, che tende a contrapporre le ragioni tra di loro e a valutarle criticamente, si placa nel sì attuatosi in Cristo. Ci si può chiedere: In che modo il kerigma placa la dialettica dei contrapposti e dei contrari, facendo emergere la verità? Il kerigma è il Cristo presente come il sì al quale nessun no può essere contrapposto.

20 Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.

La contrapposizione non è possibile perché in lui tutte le promesse di Dio sono divenute sì. Colui che crede all'annuncio apostolico ascolta come tutte le promesse fatte da Dio a Israele e alle Genti si siano avverate; come tutto il pensiero dell'uomo si ricapitoli nelle divine Scritture trovando in esse la sua formulazione esatta non tanto come risposta ma appunto come domanda, dubbio, ricerca, sofferenza e speranza, attesa e desiderio, così esso ha nell'evangelo predicato dagli apostoli il suo sì e quindi la ricerca si accentra nel Figlio di Dio, Gesù Cristo.
Il sì di Gesù è la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di Croce e la conseguente sua glorificazione da parte del Padre, che lo pone come centro di attrazione di tutti gli uomini al punto da recepire che l'essere cristiani è il proprio dell'essere uomini. Questo essere connaturati a Gesù in virtù del suo essere il sì ad ogni domanda, che è in noi, ed essere perciò il sigillo delle promesse fatte da Dio, ha come effetto di far salire da noi l'amen a Dio per la gloria. Noi infatti sigilliamo con il nostro amen l'adempiersi perfetto delle promesse nel sì del Cristo e glorifichiamo perciò il Padre per il suo disegno salvifico. Questo amen noi lo pronunciamo nel Cristo perché Egli è il nostro Amen (cfr. Ap 3,14).

21 È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’unzione, 22 ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

Il termine cui giunge il kerigma è il battesimo, che l'apostolo presenta nei suoi effetti operati da Dio: confermare, ungere, sigillare, dare la caparra.
Confermare è rendere stabile il rapporto tra l'apostolo e i suoi collaboratori da una parte e la comunità dei credenti dall'altra. Questo rapporto è necessario perché l'annuncio è necessario per la fede (cfr 1Gv 1,3: quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo).
Ungere, azione prettamente battesimale che conferisce il dono dello Spirito Santo (cfr. 1Gv 2,27: E quanto a voi, l'unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna).
Sigillare, è segno di appartenenza (cfr. Ap 9,4: il sigillo di Dio sulla fronte).
Dare la caparra, è rendere partecipi del dono dello Spirito secondo la misura stabilita da Dio in attesa di giungere alla pienezza della deificazione. Questo testo è ripreso da Ef 1,13-14: In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria.
L'apostolo presenta quindi il battesimo come il luogo dove noi facciamo questa esperienza del Cristo come il sì, siamo liberati dalla dialettica del dubbio perché conosciamo il Figlio di Dio e infine esperimentiamo l'amore di Dio nelle operazioni, che Egli compie in noi.
Questa esperienza spirituale, cioè nel nostro pensiero, pur attraverso i segni sacramentali, che coinvolgono il nostro corpo, in virtù del quale lo spirito si fa storia, ci porta a recepire il passaggio dalle tenebre o da una conoscenza ancora annebbiata, in cui traspare debole la luce della scienza, a una conoscenza luminosa, che in Colossesi è chiamata il regno del Figlio del suo amore (Col 1,13). L'amore a noi rivelato nel Figlio e comunicato dallo Spirito, riversato nei nostri cuori, è il principio della conoscenza perfetta. Il timore infatti principio di conoscenza è stato portato a compimento dall'amore. Questo diviene conoscenza non più naturale di Dio, come è proprio del timore, ma conoscenza mistica. Su questa mirabilmente insegna s. Massimo il Confessore nella sua Mistagogia.


CANTO AL VANGELO Lc 4, 18

R/.  Alleluia, alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione.

R/.  Alleluia.


VANGELO Mc 2,1-12

Dal vangelo secondo Marco

1 Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni.

In precedenza Gesù aveva abbandonato Cafarnao benché richiesto dalla folla (1,37-38). Ora tutti lo accolgono con gioia nel ricordo delle guarigioni da Lui operate.

2 Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.

L’assemblea convocata inizia con l’annunzio della Parola. Questo è il primo evento nel quale si colloca il secondo: la guarigione del paralitico. La Parola (non si specifica, per rilevare come essa sia unica e inconfondibile) è il luogo dove Gesù si manifesta e opera i suoi prodigi.

3 Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone.

Questi quattro agiscono con unità d'intenti e compiono quello che uno da solo non può fare. Non si può portare da soli il peso delle infermità altrui. È necessario condividere. La fede si esprime pertanto nella comunione e nelle finalità e unisce fortemente i cinque. Il paralitico appare tale in tutto.

4 Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico.

«Scoperchiarono il coperto della casa. L’espressione sottolinea che questa gente deve ricorrere a un rimedio radicale. Subito si mettono a disfare il tetto. Questo si collega con il discorso su Isaia: se il male è talmente radicato in noi che il Signore deve fare un continuo miracolo, da parte nostra dobbiamo ricorrere a mezzi radicali. Dobbiamo ricorrere immediatamente a Gesù. Quando il Signore ci fa vedere il nostro male siamo portati ad allontanarci, invece dobbiamo ricorrere a Lui subito con grande prontezza» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 18.2.1973).
Ma poiché spesso non crediamo in Lui allora preferiamo ricorrere ad altri mezzi. Credere è un atto libero e spirituale per cui non siamo mossi da nessuna costrizione esterna ma ci determiniamo a credere solo perché lo vogliamo. Tuttavia questa nostra volontà è immersa nella grazia di Dio, che è amore, e se si lascia attrarre è purificata dal fuoco divino e si muove verso Gesù con determinazione.

5 Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».

Gesù vede in questa scelta dei quattro la loro fede e dona la remissione dei peccati; Egli opera quello che nei profeti Dio ha promesso (cfr. Is 43,19). In forza della fede degli accompagnatori Egli dona all’uomo il bene più prezioso, che Dio solo può donare.
Noi siamo tutti tesi alla nostra salute fisica e psichica. Ma è sufficiente credere in Lui anche in rapporto a questi beni, che Gesù nei nostri confronti si muove partendo dalla vera malattia apportatrice di morte, che è il peccato. Egli rivela in questo modo che la remissione dei peccati è il bene più prezioso per l'uomo perché il peccato è la porta aperta sulla morte e quindi su ogni male. Una volta che Egli ha seccato questa sorgente d'impurità conferisce pure la salute fisica, anticipando la tappa finale della nostra redenzione, che è la redenzione del nostro corpo (cfr. Rm 8,23).
Egli tuttavia redime in rapporto alla fede. Infatti il Signore vide la loro fede e contemplò la misericordia del Padre e operò la guarigione totale dell'uomo. Quando c'è la fede vi è l’incontro con la misericordia di Dio.

6 Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7 «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

È il vero aut aut. Gli scribi vedono solo l'uomo Gesù e odono da Lui parole divine. Essi pronunciano prontamente la sentenza. Dio è uno solo (cfr. Dt 6,4) e a nessun uomo partecipa il potere della remissione dei peccati al punto da esercitarlo con autorità propria. Ne consegue che costui bestemmia.

8 E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore?

Gesù inizia a dare dimostrazione della sua autorità divina leggendo i loro cuori. La lettura dei cuori è infatti solo divina; dono che Dio talvolta partecipa ai profeti. Gesù quindi invita gli scribi a fare una prima considerazione che poiché Egli legge il loro cuore non è contro Dio e quindi non bestemmia, ma è da Dio. Dopo questo primo passo Gesù ne fa compiere un secondo.

9 Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 10 Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11 dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».

Il suo vero potere è quello di rimettere i peccati. L’altro è dimostrativo di questo. Nel suo potere di rimettere i peccati, Gesù si definisce Figlio dell'uomo. È questo un titolo messianico ben noto agli scribi che tuttavia sanno che nella loro letteratura non è attribuito un simile potere al Messia. Gesù non solo si rivela con un potere non conosciuto in precedenza, cioè quello di rimettere i peccati, ma ne dà piena dimostrazione con il miracolo che segue.

12 Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

La guarigione operata da Gesù non solo diviene manifestazione del potere, che Egli ha in quanto Figlio dell'uomo nel quale risiede la pienezza della divinità, ma anche si riverbera nella gioia stupita di quanti odono e vedono. Si conferma così in questo stupore che il tempo della redenzione è giunto.

Note

Ogni volta che ci raduniamo in assemblea si compie l’azione di risanare dalla colpa in virtù del sostegno della fede comune.
Il giudizio sull’altro è sostituito dalla fede che sostiene l’altrui infermità e diventa azione determinata verso Gesù. A Lui portiamo le altrui infermità come altri portano le nostre.
La durezza del cuore e l’impossibilità di cambiare la nostra vita trovano nella parola di perdono del Cristo la forza di alzarsi e di camminare.
Ogni conversione sincera è lode a Dio che fa cose sempre nuove.
«Mi impressiona l’immagine di Gesù in questo brano. Questa visione di Gesù può risanare un nostro modo di vedere Gesù: 1) dicono: “bestemmia” per Gesù non ci sono alternative: o è Dio oppure “bestemmia”. Per questo lo scandalo del confronto con Gesù è lo scandalo dell’alternativa radicale: 2) l’opera essenziale che compie è la remissione del peccato, l’altra azione la compie per sigillare questo nuovo potere. Gesù è venuto per cancellare il peccato, tutto il resto è coniugato con questo, non è accostato» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 18.2.1973).


PREGHIERA DEI FEDELI

C. In pace preghiamo il Signore e diciamo.
Signore pietà.

 Per la pace che viene dall’alto e per la salvezza delle nostre anime, preghiamo il Signore.

 Per la pace del mondo intero, per la prosperità delle sante Chiese di Dio e per l’unione di tutti, preghiamo il Signore.

 Per il nostro papa N., il nostro vescovo N., per i presbiteri e i diaconi in Cristo, per tutto il clero e il popolo, preghiamo il Signore.

 Per le nostre case e per i fedeli che vi abitano, preghiamo il Signore.

 Per essere liberati da ogni afflizione, flagello, pericolo e necessità, preghiamo il Signore.

 Per il riposo eterno dei nostri fratelli defunti, preghiamo il Signore.

C. Dio della libertà e della pace, che nel perdono dei peccati ci doni il segno della creazione nuova, ascolta la nostra preghiera e fa’ che tutta la nostra vita riconciliata nel tuo amore diventi lode e annunzio della tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.