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10/02/2013 - Lectio della 5' Domenica del Tempo Ordinario - anno C

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V Domenica TO anno C

Is 6,1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11.

1. Introduzione.

La presente liturgia della Parola può essere definita, in termini generali, come “vocazionale”. Infatti la “disposizione” liturgica stabilisce dei significativi parallelismi tra la “vocazione” di Isaia (Is 6,1-8), quella di Pietro (Lc 5,1-11) e quella di Paolo (1Cor 15,1-11). Il salmista infine con la sua “lode” (Sal 137), espressa da un “io” universale, ringrazia il Signore per “l’opera iniziata con lui” (cf. v. 8). A causa delle implicanze vocazionali, risulta importante concentrare l’attenzione di ogni comunità e di ogni credente sulla propria vocazione e i relativi dinamismi interni. Pertanto la nostra riflessione cercherà proprio di delineare queste dinamiche della tematica “vocazionale” nella modalità con cui la “lectio liturgica” della Parola le va sviluppando.

2. La “gloria” del Signore (Is 6,1-3; Sal 137,5).

La visione di Isaia e quella del Salmista sono accomunate sia dal luogo nel quale si svolgono, il tempio (cf. Is 6,4; Sal 137, 2), che dalla rilevanza che occupa la “gloria” (cf. Is 6,3; Sal 137,5) del Signore. La congiunzione di questi motivi diventa naturale se si pensa che il tempio, nell’AT rappresenta il luogo privilegiato della “gloria” del Signore, perchè sua dimora. La visione di Isaia viene ben specificata dal punto di vista cronologico: si tratta della metà dell’ottavo secolo a.C., nell’anno in cui moriva il Re Ozia (circa 740 a.C.). Inoltre gran parte della visione di Isaia pone in risalto la grandezza e onnipotenza della gloria del Signore, mediante il motivo della “pienezza” (vv. 1-4). Isaia sottolinea che il “manto del Signore copre tutto il tempio” (v. 1), e che il tempio era “riempito” di fumo (v. 4). Gli stessi serafini sottolineano tale “pienezza” di gloria mediante il “trisaghion” (v. 3) e la constatazione che “tutta la terra è piena della sua gloria” (v. 3b). Così la gloria del Signore viene riconosciuta nella descrizione e nella lode dei Serafini. Invece nel Sal 137 questa lode abbraccia l’intera lirica e viene declamata dallo stesso salmista che partecipa della visione. Nel Sal 137 la lode si estende progressivamente di orizzonti: dall’io del Salmista (vv. 1-3) a quello dei popoli rappresentati dai loro re (vv. 4-6) e, infine, dal futuro stesso del Salmista (vv. 7-8). Pertanto la gloria del Signore viene riconsciuta come universale sia nella sua dimensione spaziale che nella risposta di lode del credente. In tale riconoscimento della “grandezza” del Signore si colloca l’origine di ogni “vocazione”. Non si tratta di una sorta di autoconvincimento più o meno legittimo, bensì della constatazione della grandezza del Signore che determina, per inverso, il riconoscimento della propria “piccolezza”.

3. La “piccolezza dell’uomo” (Is 6,5; Sal 137,6; Lc 5,8; 1Cor 15, 8-9).

Il motivo che si ripete, pur se con formulazioni diverse, nelle quattro letture è quello del riconoscimento della “piccolezza” o povertà dell’uomo, che nasce proprio dalla constatazione della grandezza e della gloria del Signore. Questo principio viene in modo generale teorizzato dal salmista, che afferma: “Eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano” (Sal 137,6). Tale principio verrà cantato da Maria durante il suo “Magnificat” (cf. Lc 1,51-52). Invece durante la visione di Is questo principio viene espresso mediante il motivo dell’impurità: “...Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito” (Is 6,5). Come alla grandezza di Dio fa da contrasto la piccolezza strutturale dell’uomo, così alla sua purezza la condizione di impurità nella quale si trova l’uomo. Pietro stesso nel constatare l’azione prodigiosa del Cristo invoca: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5,8). Alla santità di Dio e del Cristo si oppone il peccato dell’uomo. In tale prospettiva si comprende la metafora paolina utilizzata in 1Cor 15,8: “Come ad un aborto”. Ogni vocazione trova un suo centrale criterio di valutazione nel ricono-scimento della propria indegnità. Ma tale contrasto tra grandezza e piccolezza, purità e impurità, santità e iniquità, non rappresenta il dato conclusivo del-l’incontro con il Signore.

4. La “purificazione” (Is 6,6; Sal 137,7; 1Cor 15,10).

Nel confrontare queste pericopi risalta, soprattutto in Is 6,6, il motivo della terza fase vocazionale che stiamo delineando: la “purificazione”. Il profeta ricorda che un Serafino tocca con un carbone ardente le sue labbra e dichiara l’avvenuta purificazione (Is 6,6-7). Soltanto l’azione diretta del Signore permette il superamento della situazione contrastante tra la sua grandezza e la piccolezza dell’uomo, che altrimenti porterebbe alla disperazione. Risulta significativo che il Serafino tocca la bocca, senza la quale il profeta non può parlare: che profeta sarebbe? Paolo stesso denominerà questa azione discendente del Signore come “la sua grazia” che “non è stata vana” (1Cor 15,10). Nella narrazione lucana della vocazione di Paolo, l’azione purificatrice del Signore verrà descritta con la “caduta delle squame dai suoi occhi” (cf. At 9,18). In tal modo l’uomo passa dal mutismo o incapacità di annunciare la Parola e dalla cecità incapace di riconoscere l’azione del Signore, a una visione e un annuncio derivati dalla sua azione “purificatrice”. Ma tale aiuto e salvezza del Signore non appartengono al momento iniziale della propria vocazione, bensì a ogni situazione nella quale si constata la propria debolezza. Per questo il Salmista afferma con fiducia, guardando al prorio futuro: “Se cammino in mezzo alla sventura tu mi ridoni vita” (Sal 137,7). Ma tale certezza non è fondata sulla propria fedeltà nè, per inverso, sul “tanto Dio perdona”, bensì sulla permanente fedeltà del Signore: “Signore, la tua bontà dura per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani” (Sal 137,8).

5. L’“invio” (Lc 5,10-11; Is 6,8; 1Cor 15,11).

L’ultima fase di tale itinerario vocazionale consiste nell’invio o “missione” di colui che è stato “purificato” dalla grazia del Signore. Tale momento si divide in due parti fondamentali: la richiesta del Signore e la disponibilità dell’interpellato. Nella visione di Isaia il Signore stesso interroga, con interpellanza generale: “Chi manderò e chi andra per noi?” (Is 6,8). L’inviato è innanzitutto colui che viene mandato “a nome” del Signore: non si autoinvita oppure non viene mandato da altre persone. In modo violento Paolo ricorderà l’origine divina del proprio apostolato realizzato non “da parte di uomini nè per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre... (Gal 1,1). Tuttavia questo si può affermare di ogni autentica vocazione: è il Signore che chiama per l’invio (cf. anche At 13,2), non l’uomo. In tale prospettiva la Chiesa stessa rappresenta la realtà di partenza, di verifica e lo strumento, non l’origine della missione. In tal modo l’invio, come parte integrante della vocazione, ne condivide la stessa origine divina. Alla richiesta del Signore fa da riscontro la disponibilità o il rifiuto di colui che viene chiamato. Con totale disponibilità Isaia afferma: “Eccomi, manda me” (Is 6,8). Lo stesso Lc annota nella conclusione della vocazione di Pietro e dei suoi collaboratori: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11). Queste adesioni pongono in risalto la radicalità necessaria in ogni sequela e disponibilità all’azione del Signore. Il punto di riferimento è relazionato con l’annuncio della Parola, quale contenuto della missione. In Is 6,9-13 il profeta riporta il messaggio da annunciare al suo popolo. In modo analogo, nella conclusione del suo “kerygma”, Paolo afferma: “Pertanto sia io che loro, così predichiamo e così avete ricevuto” (1Cor 15,11). Il centro di ogni missione profetica e apostolica è relazionato, con forme diverse di incarnazione, alla Parola del Signore. In tal modo la Parola di Dio si trova all’origine e alla conclusione di ogni vocazione ecclesiale: si è “servitori della Parola”. Paolo stesso condensa il “kerygma” cristiano: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato secondo le Scritture...” (1Cor 15,3-4). Il compito fondamentale della Chiesa e di ogni “inviato” consiste nell’annunciare l’incidenza personale e le relative implicanze della morte e risurrezione di Cristo. Paolo stesso personalizzerà tale annuncio: “... Ha amato (proprio) me ed ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). In definitiva, pur se in contesti culturali, sociologici ed economici diversi, la Chiesa è chiamata ad annunciare il definitivo messaggio dell’amore di Dio, realizzatosi nell’evento della Croce.

La presente lectio liturgica spiega pertanto in contesti diversi un significativo messaggio “vocazionale”, di fronte al quale la Chiesa e il cristiano è invitato a confrontarsi. L’itinerario della propria vocazione “profetica” e “apostolica” viene delineato in quattro fasi fondamentali:
• la grandezza del Signore,
• la piccolezza,
• la purificazione e
• l’inivio del chiamato.
Attraverso tali fasi, riscontrabili in ogni autentica vocazione, viene posto in risalto il principio della “grazia” del Signore, non quello dei propri meriti. All’inizio della 1Cor Paolo stesso ricorderà alla Comunità di Corinto la propria vocazione cristiana: “Considerate infatti la vostra chiamata fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti...” (1Cor 1,26-27). La “sapienza della Croce” rimane il criterio decisivo di discernimento per la comprensione di ogni vocazione che di fronte ad essa si nega o si afferma, rifiuta o aderisce.


In sintesi:

Gesù sceglie per sé una cattedra stupenda: una barca, una semplice barca di pescatori. Nel tempo capiremo che questa barca è la Chiesa, siamo noi, guidati da Pietro, Simone, il povero peccatore. Giovanni riprende la stessa scena, ma la pone al cap. 21, dopo la Pasqua. La folla desidera ascoltare la parola di Gesù, che sceglie proprio la barca di Simone. I pescatori sono nel porto, la pesca è terminata ed è tempo di riassettare le reti.
Appena terminato di parlare, Gesù ordina a Simone di prendere il largo, di raggiungere acque profonde e calare le reti. Il testo greco sottolinea la “profondità” (eis tò bàthos). Gesù vuole metterci in guardia dalla superficialità. Il comando di Gesù è un imperativo d’impegno serio nella vita: è l’invito forte a maturare la propria persona. Poi aggiunge un plurale: “Calate le reti!”. L’attività apostolica viene dopo la maturazione personale. Non si possono calare le reti in superficie, ma solo dopo aver preso il largo, cioè in acque profonde.
Simone risponde e chiama Gesù: “Capo!”. Esattamente come diciamo noi a qualcuno che ci è sopra. Poi porta avanti la sua esperienza: hanno lavorato tutta la notte e ora di giorno uscire a pescare? Non si prenderà nulla! Pur tuttavia, proprio perché è Gesù a parlare (“letteralmente: “Perché sei Tu a dirlo/a motivo della tua parola), eseguirà quanto richiesto. Qui Luca usa il termine rhêma per Gesù, a indicare sia parola che evento: la parola di Gesù è un evento, un fatto, è la sua stessa presenza.
Quando Simone vede che le reti sono così piene di pesci, s’inginocchia e chiede a Gesù di allontanarsi, perché è un peccatore. Non dice “pescatore”, ma proprio “peccatore”: ecco la sua chiamata! Cosa vuol dire “peccatore”? Simone ha coscienza di essere “limitato”. Facendo l’esperienza di Gesù, ha toccato con mano il proprio limite, la propria incapacità. Lo chiama “Signore”, non più “Capo”: comprende ora di essere davanti a Colui che è santo e, da buon ebreo, chiede “separazione” da lui: “Allontanati da me!”. Sconvolto dall’esperienza non ha compreso che invece Gesù è venuto vicino a ogni uomo, proprio a chi riconosce il proprio limite, per salvare e liberare. Anche noi prima di ricevere la comunione continuiamo a dire: “Signore, non son degno…”.
Simone sarà d’ora in poi “pescatore di uomini”, anzi Luca, molto attento alla lingua greca, usa il termine “Zôgrôn”, che significa “colui che prende gli animali vivi”. Cosa vuole dire? Simone deve prendere uomini vivi, cioè deve collaborare a salvare loro la vita: è quasi un ri-pescare tutti quelli che stanno affogando nella logica errata del mondo. Simone diventa Pietro, cioè da pescatore (cattura e uccide i pesci), ora invece è chiamato a far vivere gli uomini. Ecco oggi la chiamata nella Chiesa a far vivere la Vita a tanti fratelli e sorelle.