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03/03/2013 - Lectio della 3' Domenica di Quaresima - anno C

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III Domenica di Quaresima - anno C

1. Messaggio nel contesto
L’inizio e la fine del c. 13 hanno un tema in comune: la morte. Essa dovrebbe colpire tutti gli uomini che sono peccatori (vv. 1-5), ma ricade su Gesù (vv. 31-35). Anche i vv. 10-17 e 22-30 si richiamano: parlano della salvezza che, pur essendo un dono, è insieme oggetto di fatica per ogni uomo. Al centro ci sono le similitudini del chicco di senape e del lievito (vv. 18-21). Il capitolo ha quindi una struttura a cipolla, il cui cuore sono le parabole del Regno. Queste ci aiutano a leggere la nostra storia alla luce di quella di Gesù. E quindi uno sviluppo del brano precedente, che ci chiama a riconoscere i segni del tempo per convertirci.
Questo passo ci presenta due fatti di cronaca: un’uccisione e un incidente con molte vittime. Nel primo caso è in gioco la libertà e la cattiveria dell’uomo, nel secondo l’ineluttabilità e la violenza del creato.
Unico è l’orizzonte: quello appunto della morte, che l’uomo vive sempre come indebita violenza.
Questi due avvenimenti richiamano in modo esemplare ciò che maggiormente scuote la fede del credente: perché Dio permette i soprusi e le violenze, i disastri e i terremoti? La storia con le sue ingiustizie e la natura con la sua insensatezza sembrano dominate piuttosto dal maligno (cf. 4,6!) o dal caso. Nel primo episodio ci si aspetta da Gesù che giudichi tra cattivi e buoni. Nel secondo è implicita l’obiezione di fondo: che fiducia si può avere nel Padre, se gli innocenti soffrono? Gesù li prende come modelli di difficile discernimento, per dare al credente una chiave di lettura per gli avvenimenti storici e naturali (cf. Sal 136). Il male, che c’è sia nell’uomo che nelle cose, è misteriosamente connesso con il peccato; ma non sfugge di mano a quel Dio nella cui mano sono gli abissi della terra (Sal 95,4) e che raccoglie in un otre le acque del mare (Sal 33,7). È vero che tutti abbiamo peccato (Rm 3,23); ma il nostro male è ormai il luogo della salvezza: «là dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20).
Tutti gli avvenimenti sono quindi da leggere, a un livello più profondo, in termini di perdizione e di salvezza: svelano la perdizione dalla quale ci salva la conversione al Signore. Si esclude una lettura manichea e semplificata, che divida i buoni dai cattivi. Si propone invece di vedere come il male è dentro di noi, in modo da convertirci. Bisogna andare alla radice, discernendo qual è il lievito che muove la nostra vita: è quello dell’avversario, che ci domina mediante la paura del bisogno e ci porta all’avere di più, o quello del Regno, che ci libera nella fiducia filiale e ci porta al dono?
Il male, ingrediente costante dell’esistenza, non è «un» problema, bensì «il» problema, inspiegabile razionalmente. Il tentativo di difendersi da esso è il motore della storia umana. Esso costituisce una sfida per la fede: la può far crollare o rafforzare, negare o cambiare di qualità.
Conoscere i «segni del tempo» significa vedere nel male il Signore che viene a salvarci chiamandoci alla conversione. Non si esclude la verità di altre interpretazioni intermedie. Sono però meno importanti, al di là delle apparenze. Ciò che conta è un discernimento alla luce del fine. La soluzione del male non sta in una sua analisi più corretta. ma nel cambiare il lievito: mutare il senso della vita, convertendosi al Signore.
In conclusione, davanti al negativo della storia e della natura, il cattivo discernimento divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia, oppure considera il male come inevitabile e fatale. Il buon discernimento apre gli occhi e fa cambiare vita. Si noti inoltre che è un errore comune, oggi più che mai, credere che la sofferenza sia di per sé un male. Parlando di male, pensiamo ai poveri che muoiono di fame, ai bambini che sono vittime della violenza, agli innocenti che vengono sistematicamente uccisi. In realtà il male è un altro: ciò che spinge ad affamare, violentare e uccidere.
2. Lettura del testo
v. 1: «in quello stesso momento». Luca usa questa parola (cf. 4,13; 8,13; 12,42.56) in connessione con la venuta del Signore. Questo momento propizio ha una durata, che abbraccia tutto il ministero di Gesù (cf. v. 7: «sono tre anni che vengo»). L’annuncio lo rende contemporaneo a chiunque ascolta, e costituisce la sua venuta continua nella storia. La parola «ora», (cf. 7,21; 10,21; 12,12.39.40.46) indica piuttosto il termine del suo cammino (cf. v. 31: «in (quell’ora... Erode vuole ucciderti»).
«quei galilei il cui sangue, ecc.». Si tratta di zeloti, nazionalisti avversi ai romani, che Pilato osò trucidare nel tempio, tingendo di sacrilegio l’oppressione. Che dice Gesù davanti alle loro aspirazioni di libertà, condivise da tutto il popolo e brutalmente stroncate dagli stranieri? Non è forse il messia, colui che elimina l’ingiustizia e dà la libertà al suo popolo?
Gesù ha dovuto compiere sul proprio messianismo un accurato discernimento che durò tutta la vita, dalle tentazioni nel deserto e quelle sulla croce (cf. anche la questione del tributo: 20,20ss). Egli non elude il problema. Tant’è vero che verrà ucciso simultaneamente da Pilato e dai suoi avversari. Gli opposti poteri si congiungeranno contro di lui, perché rifiutò il lievito stesso che li nutre. Galileo anche lui, i potenti verseranno il suo sangue di vittima dell’ingiustizia. Per Luca Gesù muore proprio come messia, da giusto giustiziato (23,41.47). Egli non si è accontentato di tamponare le falle del vecchio sistema; ha posto le basi del Regno in un nuovo rapporto col Padre e coi fratelli.
Questo fatto di cronaca è emblematico di tutto il male storico, che interpella il credente. Egli vive in questo mondo di male con tutti gli altri.
Non lo vede dal di fuori; ma neppure ne è semplicemente travolto. È dentro, coinvolto, ma con la responsabilità bruciante del suo Signore. Per questo è chiamato a discernere sul lievito che muove la sua azione: la paura della morte che rende egoisti, o la conoscenza del Padre che fa amare i fratelli?
Il problema vero della storia non è l’alternanza al potere di male, ma l’alternativa ad esso. Non basta cambiare i protagonisti: bisogna cambiare il gioco. Diversamente si mutano gli attori, ma si recita sempre e solo lo stesso tragico copione.
Il cristiano non desidera dominare. Per questo non è in concorrenza con gli altri, con lo stato o con il «mondo». Per questo non ha tanto da dire sulla gestione del potere. Presenta invece, in piena responsabilità, un nuovo modo di vivere: il servizio, che permette quella fraternità che tutti desiderano. Egli, con la sua testimonianza e con il suo annuncio, offre la salvezza, che si realizza nella libertà dai criteri mondani di dominio. In quest’ottica si comprende la rilevanza «politica» che ha il discorso «pacifista» di Gesù ai piedi del monte. Nella lotta contro il male bisogna decisamente prendere più sul serio la via della coscientizzazione e degli strumenti di pace.
Per questo è importante discernere il fermento dei farisei (12,1) da quello del Regno (v. 21). Il criterio dei due fermenti risponde a quello che Ignazio chiama delle due bandiere: da una parte quella dell’avere, del potere e dell’orgoglio; dall’altra parte quella della povertà, dell’umiliazione e dell’umiltà. La prima è quella del signore della morte che chiude l’uomo nell’egoismo; la seconda è quella del Signore della vita, che lo apre all’amore.
I due fermenti si contendono il cuore dell’uomo: la mischia è all’interno di ciascuno. Questo ci impedisce di fare giudizi sommari, dividendo gli uomini tra buoni e cattivi, e ci permette di distinguere il bene dal male in noi stessi.
v. 2: «Pensate che quei galilei fossero peccatori». Gli informatori si attendono che Gesù difenda quei galilei, condannando Pilato come peccatore, ingiusto e sacrilego. Il che è fuori questione, perché chi fa il male, fa male ed è peccatore. Ma Gesù non è venuto a condannare nessuno, bensì a salvare tutti. Per questo vuol portarci a un punto di vista superiore, e sposta l’attenzione da Pilato alle sue vittime, vittime anzitutto del medesimo peccato. Infatti hanno tentato il suo stesso gioco. Erano più deboli, e l’unica ragione che hanno è quella di aver perso! Il bene infatti va perseguito con mezzi buoni. II fine non giustifica i mezzi. Gesù, nelle tentazioni e in tutta la sua vita, ha rifiutato come mezzi del Regno quelli del nemico: ricchezza, potere e orgoglio.
Gesù smaschera il male che è nel cuore di ogni uomo, ma senza manicheismi e demonizzazioni. Chi lo riconosce nell’altro e lo identifica con l’altro, lo lascia crescere in sé e lo conferma nell’altro.
Gesù invece giudica il male e giustifica l’uomo: salva l’uno battendo totalmente l’altro.
«perché hanno patito questo?». C’è una connessione misteriosa tra la sofferenza e il male che fa l’uomo. Ma non nei termini di espiazione-colpa, come pensano gli amici di Giobbe. Anzi! La realtà prova, al contrario, un’evidenza che stentiamo sempre a riconoscere: le conseguenze del male non ricadono su chi lo compie, ma su chi lo subisce; il giusto porta l’ingiustizia, solo perché non la compie!
Gli interlocutori di Gesù, insieme ai galilei che patiscono a Gerusalemme e a tutti gli uomini che sono nella stessa condizione, sono invitati da Luca a identificarsi col malfattore che vede accanto a sé il Galileo crocifisso. Questi è il Messia sofferente del male del mondo, il giusto giustiziato ingiustamente, vittima del male altrui, che apre a ogni ingiusto il giardino del giusto (cf. 23 40-43).
v. 3: «se non vi convertite». Lo stesso peccato, ovvio in Pilato e smascherato nelle sue vittime, è ora trasferito anche sugli uditori. Il male, visto sul volto altrui, fa da specchio al nostro e ci chiama alla conversione.
Il discernimento ci fa cogliere l’intima connivenza che abbiamo con esso e ci porta a cambiare il criterio della nostra azione.
«perirete». Convertirsi o meno è questione di vita o di morte. Tutta la predicazione profetica lo richiama. L’avvertimento profetico non è minaccia: è accorata dichiarazione e messa in guardia che svela il veleno nascosto. La perdizione non è una condanna comminata dall’esterno: è il frutto della disobbedienza, prodotto dal male che facciamo. Essa non è tuttavia ineluttabile: la conversione ce ne scampa. Le «minacce» profetiche non hanno mai il sapore del fato e non si avverano mai meccanicamente; sono invece sempre condizionate e mettono in gioco la libertà dell’uomo.
Segni della misericordia di Dio che vuol salvare (cf. Gio 3,10), ottengono il loro vero effetto quando non si avverano!
v. 4: «cadde la torre». È un drammatico evento naturale, senza apparente responsabilità umana, come nei terremoti nelle carestie, ecc. Sono quei fatti, casuali e inevitabili, che mettono in forse la fede nella paternità di Dio e nella sua provvidenza. È il dubbio inconfessato e profondo di ogni credente. Gesù lo prende in seria considerazione, prevenendo la domanda che urge nel cuore degli interlocutori. In Gn 1 sta scritto che, come l’uomo è «molto buono» così anche tutto è «buono» e per lui. La realtà, invece ci fa constatare che, come l’uomo è assai cattivo, anche la natura non è per nulla buona con lui. È più matrigna che madre.
«pensate che questi fossero debitori». È istintivo interpretare le calamità naturali come castigo. Gesù non mette in dubbio che siamo tutti peccatori. Ma questi fatti non sono da intendersi come punizione, bensì come urgenza di conversione. Ci richiamano infatti il nostro limite e la nostra fragilità originaria, che, dopo il peccato, è divenuta tragica. Il peccato, come ha guastato l’uomo, così ha sottoposto all’insensatezza anche la natura che aveva in lui il suo fine. S’è rotta l’armonia uomo-mondo, e ogni evento insensato ci richiama a cercare nella conversione il senso di una vita che il peccato ha esposto al vuoto (cf. Rm 8,20).
v. 5: «se non vi convertite». Il momento presente è il punto, l’unico punto in cui ci si può e ci si deve convertire dal lievito dei farisei a quello del Regno. Discernere i segni del tempo presente significa leggere ogni fatto e dato come appello a passare dall’ipocrisia alla filialità, dal regno della paura a quello della libertà. In questo modo il male perde il carattere di necessità e ritorna sotto il dominio della libertà dell’uomo che si converte a Dio e della misericordia di Dio che non può non convertirsi all’uomo.
LASCIALO ANCORA PER QUEST’ANNO! (13,6-9)
1. Messaggio nel contesto
I capitoli 12-13 sono una teologia della storia, che ci rivela come Dio vede lo spazio e il tempo dell’uomo: le cose sono un dono del Padre ai fratelli (c. 12), e il tempo è l’occasione per convertirsi (c. 13) Con la venuta del Messia la storia ha raggiunto il suo fine, e il tempo avrebbe dovuto arrestarsi. Come mai invece va ancora avanti? È il problema che qui si affronta .
La parabola è trasparente. Il Padre e il Figlio si prendono cura dell’uomo e non si attendono altro che egli risponda al loro amore. Questa risposta è la sua realizzazione stessa, come per il fico far fichi. Ma come il fico è sterile, così l’uomo non si decide a fare frutti di conversione (3,8). Per sé, con la venuta di Gesù, il tempo dell’attesa sarebbe finito e il giudizio compiuto.
Ma Dio accorda all’uomo «ancora un anno» e prodiga la sua ultima ed estrema cura perché fruttifichi e non debba esser tagliato. Dio non gode della rovina, ma della conversione (Ez 18,23-32; 33,11). Questo è l’unico motivo teologico per cui. anche se la scure già è alla radice (3,9), l’albero non è ancora tagliato.
È una risposta ulteriore all’interrogativo del Battista davanti a Gesù (cf. 7,19ss): come mai, se lui è il Messia, non è cessato il male e il tempo non si è fissato nell’eternità?
Gesù risponde svelandoci il misterioso dialogo tra la giustizia - «taglialo» - e la misericordia di Dio: «lascia/perdona ancora per quest’anno».
È il dramma del Padre e del Figlio nel loro reciproco amore che ingloba il mondo. Il tempo fluisce ancora per dar modo a tutti di incontrare la tenerezza di Dio! Egli infatti «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (lTm 2,4). I tre anni del ministero di Gesù sono la venuta di Dio per il giudizio; ma egli, invece di giudicare, offre il perdono. Tutti gli anni successivi sono l’«ancora un anno» che si prolunga, per fare con l’annuncio la medesima offerta alle generazioni successive.
Questo è il senso profondo della storia: è l’«anno», della pazienza e della misericordia di Dio, una dilatazione della salvezza e una dilazione del giudizio, ancora sempre per un anno, da allora fino a ora e fino alla fine.
Per questo bisogna annunciare il vangelo, per aprire a tutti l’amore del Padre in Gesù. Colui che ha detto che tornerà, «non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono: ma usa pazienza verso di noi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). Finché dura quest’oggi (Eb 3,13), urge convertirsi per non fare come quegli «empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio» (Gd 4). Non ci si deve prendere gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ci spinge alla conversione (Rm 2,4).
Questa parabola sostituisce il racconto del fico seccato perché sterile (Mc 11,12-14.20-25). Ha il medesimo significato di fondo. Solo che il fico non è tagliato! Si sottolinea quindi l’aspetto della storia come rinvio del giudizio e prolungarsi della fatica di Dio per chiamare tutti alla conversione.
Dio non taglia il fico, cioè l’uomo! Lo rispetta perché lo ama. Gli prodiga intorno tutta la sua opera, perché possa rispondere al suo amore.
Il tempo continua, perché eterna è la sua misericordia! Così canta il ritornello del Salmo 136, che dice il vero perché di tutte le cose e di tutti gli avvenimenti.
2. Lettura del testo
v. 6: «Un tale». È il Padre. «un fico piantato nella vigna». Il fico è l’albero domestico della terra promessa. Per il suo frutto dolce, che inizia e chiude la stagione dei frutti senza passare attraverso i fiori, nella letteratura rabbinica simboleggia la Legge. Dovrebbe crescere e fruttificare bene nella vigna, che è Israele, luogo dove la gloria di Dio abita di casa (Is 5,1ss; Ger 2,21; Ez 17,6; 19,10s; Sal 80). Il fico è ancora figura di Israele in quanto è depositario della promessa. Spesso è associato alla vigna nei rimproveri dei profeti (Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,10; Ab 3,17).
Queste parole, rivolte da Gesù al suo popolo, valgono anche per noi. Se per improduttività fu tagliato il ramo naturale, non sarà certo risparmiato quello innestato (Rm 11,21)!
«venne cercando frutto». Dio viene da sempre incontro all’uomo e cerca presso di lui il frutto della sua amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, egli ama passeggiare con l’uomo, sua sposa, alla brezza del giorno (Gn 3,8). Lo cerca: «Dove sei?» (Gn 3,9), perché la sua delizia è stare con i figli dell’uomo (Pro 8,31). Per questo, dopo la disobbedienza e l’esilio, gli è venuto incontro, per dargli di nuovo la sua parola e la terra promessa. Dio ha fame dell’amore dell’uomo, perché lo ama. Tutto quanto ha fatto e fa, è perché risponda al suo amore, custodendo la sua parola e ascoltando la sua voce (Sal 105,45). I frutti della Torah altro non sono che la dolcezza dell’amore del Padre e dei fratelli, compendio della Legge, nei quali l’uomo trova la vita (10,26-28; Dt 30,15ss).
I profeti - ultimo tra loro il Battista - furono inviati per richiamare il popolo e produrre questi frutti. Con il messia ci si aspettava la venuta di Dio per il rendiconto finale (3,8ss). Gesù invece deluderà quest’attesa, e darà inizio all’anno di grazia (4,19). In lui, il Figlio, inizia il tempo in cui Dio esercita la sua misericordia in modo diretto e definitivo: fa lui l’anno santo, che gli uomini non fanno.
«non trovò». Dio è veramente padre sfortunato! Nonostante le sue premure, non riesce mai a ottenere che il figlio cresca bene (cf. Os 11 !). Troverà il frutto cercato solo sull’albero della vita che dà dodici raccolti e fruttifica ogni mese (Ap 22,2).
La maledizione della sterilità di noi legno secco, sarà portata dal legno verde (23 31). Gesù, dolce frutto che pende dall’albero della croce, «ci ha riscattati dalla maledizione della Legge. diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: maledetto chi pende dal legno» (Gal 3,13). Il crocifisso romanico del battistero di Gravedona è di legno di fico, ed è intagliato nello stesso unico tronco con la sua croce.
v. 7: «disse al vignaiolo». Sono le parole del Padre, Signore della vigna, al Figlio. In Dio la giustizia muove la misericordia. Infatti il Figlio, che conosce l’amore del Padre per tutti i suoi figli, gli risponde con la sua disponibilità ad andare incontro ai fratelli. Giustizia e misericordia, santità e amore sono sempre in misterioso dialogo in Dio. In lui non esiste un termine senza il suo opposto. Questa, che per noi è tensione e in Dio è identità, sta all’origine della missione del Figlio come operaio nella vigna. È lo stesso amore che spinge l’apostolo Paolo verso i lontani (2Cor 5,14).
«Ecco, da tre anni vengo». Sono i tre anni del ministero di Gesù. Essi, per sé, concludono la storia, e costituiscono il tempo della sua venuta per il giudizio. Ma sono anche l’oggi della salvezza, nella pazienza del Figlio che si prende cura dei nostri mali (7,21) e passa tra gli uomini beneficando e risanando tutti (At 10,38). Quest’oggi verrà prolungato ancora per un anno, fino ad oggi e sempre, ovunque la missione, l’annuncio e la conversione renderanno gli uomini contemporanei alla sua parola di grazia.
«Taglialo dunque via». È il giudizio secondo giustizia. Gesù lo esegue secondo la sua misericordia di Figlio del Padre (6,36). Egli infatti è Dio, e non uomo (Os 11,9). Per questo egli, unico giusto, albero verde che fa frutto, avrà la sorte del legno secco: sarà reciso dal suo popolo, escluso, fuori le mura, come cosa immonda.
«rende improduttiva la terra». Questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti, è immagine di ogni uomo che sottostà al lievito dei farisei: rapisce il dono! Non solo non produce, ma rende improduttiva la terra.
v. 8: «lascialo (= perdonalo)» (11,4; 23,34). È la risposta secondo misericordia: nel Figlio siamo tutti perdonati, perché figli. In lui si compie l’intercessione di Abramo in favore dei peccatori inconvertibili. La sua richiesta si fermò alla sesta domanda. Ora può sfociare nella settima, pienamente esaudita, perché c’è l’unico giusto, che allora non c’era ancora (cf. Gn 18,16ss). Infatti non c’è prima di lui un saggio, neanche «uno che cerchi Dio», e «nessuno fa il bene, neppure uno» (Sal 14,2.3). In Gesù invece, vera discendenza di Abramo, sono benedette tutte le stirpi della terra (Gn 12,3).
«ancora per quest’anno». Quest’anno è la durata della nostra storia, che dura sempre ancora un anno, per intercessione del Figlio che compie ciò che il Padre vuole. «Quest’anno» aggiunto è l’anno di grazia, inaugurato a Nazareth (4,18s), che giunge fino a noi: è la sua missione di samaritano che continua nella chiesa attraverso la sua fatica nei suoi collaboratori (cf. Col 1,24; 2Cor 5,20-6,2).
v. 9: «chissà che faccia frutto nel futuro». È il desiderio del Figlio perché è quello del Padre. Proprio per questo dice: «Ecco io vengo» (Sal 40,8) «a cercare e salvare ciò che era perduto» (19,10) e «a chiamare i peccatori a convertirsi» (5,32). Infatti «non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati» (5,31).
Questa risposta ci svela il mistero di Dio (l0,21): come il Padre ci ama con lo stesso amore con cui ama il Figlio (Gv 17,23), così questi ama noi con lo stesso amore col quale è amato dal Padre (Gv 15,9).
«Se no, lo taglierai via». Non è una minaccia di giudizio. È constatazione della sterilità di chi non si converte a Gesù e non si unisce a lui, vera vite (Gv 15,1ss). Infatti «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato»; ma chi non crede si autocondanna per la sua stessa incredulità come uno che ha «preferito le tenebre alla luce» (Gv 3,17-19).
Come Mosè intercedette per il popolo, disposto ad essere tolto in sua vece dal libro dei figli di Dio (Es 32,32), così il Figlio fu tagliato via dal popolo per i nostri peccati: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).
IN SINTESI.
Il lungo discorso di Gesù (12,22-13,9), che si è aperto con l’imperativo della vigilanza, si conclude con un pressante invito alla conversione.
Mentre Gesù sta parlando, qualcuno lo mette al corrente di una notizia sconvolgente, giunta da poco: alcuni galilei, probabilmente zeloti rivoluzionari, sono stati massacrati da Pilato mentre stavano compiendo il sacrificio. Era ancora viva nel ricordo di tutti un’altra disgrazia: diciotto operai che lavoravano nelle vicinanze del Tempio erano rimasti uccisi nel crollo di una torre. È probabile che la gente ragionasse così: poiché Dio è giusto, se costoro hanno subìto una tale sorte significa che erano dei peccatori. Gesù è di diverso parere («No, vi dico»): quegli uomini non erano peggiori degli altri. La loro disgrazia, semmai, è il segno che il giudizio incombe su tutti. E difatti Gesù ripete due volte ai suoi ascoltatori: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (13,33). Parole dure, persino minacciose, e tuttavia pronunciate per salvare più che per punire, come suggerisce la parabola del fico sterile . Pur nella sua semplicità, questa parabola riesce a dire molte cose. Il fico sterile rappresenta il popolo di Dio, come già si legge nel libro di Geremia (8,13): «Non c’è più uva nella vigna, né fichi nel ficaio, il fogliame è avvizzito». La sterilità del popolo è ostinata: sono tre anni che il padrone viene a cercare i fichi senza trovarne. E il giudizio rimane all’orizzonte in tutta la sua serietà: due volte ricorre nella parabola il verbo tagliare. Ma questo tempo è ancora tempo di misericordia. Gli equivoci possibili sono due. C’è chi pensa: ‘ormai è troppo tardi, la situazione è irreversibile, la pazienza di Dio si è esaurita’. E c’è chi pensa: ‘Dio è paziente, c’è sempre tempo’. La parabola insegna un altro atteggiamento: il cambiamento è ancora possibile, ma non si può programmare la pazienza di Dio né approfittarne. Il giudizio sarà tanto severo e, perciò, la conversione tanto importante che Dio concede un’ultima opportunità. Il tempo della misericordia si allunga per rendere possibile il cambiamento, non per rimandarlo. Il centro - o il «non ovvio» - della parabola non sta nella ricerca dei frutti (ogni contadino si aspetta che un albero produca frutti) né nella volontà di tagliarlo dopo aver constatato per tre anni che non dà frutti (ogni contadino lo farebbe) né nella decisione irrevocabile di tagliarlo se non dovesse dare frutti neppure dopo un ultimo anno di attesa (ci mancherebbe!). La novità sta nel fatto che a un fico così sterile venga ancora concessa una possibilità.