04/11/2012 - 31' Domenica del Tempo Ordinario anno B

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DOMENICA XXXI – TO anno B

Il Tempio brulicava di folla, la colonna di fumo dei sacrifici saliva continua verso il cielo.

La disputa con i suoi avversari si era prolungata nel mattino: dare o no il tributo a Cesare?

I sadducei contro i farisei sulla risurrezione dai morti: che confusione quel giorno!

E il Maestro a tutti insegnava con sapienza e umile mitezza, nello stupore dei saggi d’Israele.

Uno scriba, assorto nel silenzio, ascoltava attento e si rallegrava per le risposte di questo rabbi.

Nessuno più aveva domande, i suoi nemici tacevano confusi. Egli si alzò e si rivolse a Gesù.

Una domanda da sempre era nella sua mente e nel cuore: Dove la Scrittura si fa una?

«Ascolta, o scriba del Regno, quello che ogni giorno dici e unifica te stesso nell’Uno.

Forza dell’unità è l’amore, sostanza del tuo cuore, respiro della tua anima, luce del tuo intelletto, principio della tua forza.

Rinnovato dall’amore amerai chi ti è vicino, carne della tua carne».

Lo scriba s’illuminò di gioia serena e vedendo salire il fumo dei sacrifici preferì ad essi il comando dell’amore. PRIMA LETTURA Dt 6,2-6

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo: 2 «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni.

Temere Dio è il fondamento per osservare i comandamenti del Signore. Il timore del Signore è il senso della sua presenza. Il timore del Signore, come osservanza dei comandamenti, s’irradia nei figli e nei nipoti. La benedizione della lunga vita non è solo nella lunghezza degli anni ma nella discendenza alla quale si trasmette la Legge del Signore fondata sul suo timore. Qo 12,13: Conclusione del discorso in cui tutto è ascoltato: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui c’è tutto l’uomo. La verifica e la verità di ogni uomo sono date dal fatto se uno teme o no Dio. In rapporto alla Legge del Signore il suo timore è l’interiore consapevolezza del nostro rapporto con essa. Questo accade se si eliminano da noi tutte le forme di leggerezza con cui si guarda alla sua Legge. La leggerezza consiste in un rapporto non passato al vaglio della coscienza, che ci porta a giudicare quello che è consegnato nella divina Scrittura secondo un modo di pensare diffuso, che debilita il nostro rapporto ocn la Parola di Dio. Questa imperdonabile leggerezza fa in modo che trascuriamo personalmente i suoi comandamenti e che non li insegniamo alla generazione che viene.

3 Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto.

Prima fase dell’ascolto: ascoltare i comandamenti e attuarli. In questo sta la gioia e il dilatarsi nella terra dove abbondano i beni espressi nell’immagine del latte e del miele (cfr. Es 3,8.17). Nella lettura spirituale questa parola indica a noi un cammino che inizia con l’ascolto della Legge del Signore, cui segue l’obbedienza faticosa ai comandamenti (cfr. Eb 12,11: Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati). Questa ha come frutto la gioia che è dilatazione dello spirito negli spazi divini dove si è nutriti con il latte e il miele, simboli dei beni spirituali (cfr. Canon Hipp. 148: ai neobattezzati si offre latte e miele «in ricordo del secolo futuro»).

4 Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore.

Seconda e culminante fase dell’ascolto. L’esperienza del Signore come il nostro Dio e come l’Unico è l’inizio e il termine del cammino spirituale. Infatti i comandamenti sono l’espressione dell’alleanza (il nostro Dio) e quindi della sua unicità. Conoscendo il Signore attraverso l’esperienza della sua Parola, non si può ammettere che ci sia qualcuno che possa stargli alla pari. La sua unicità si esperimenta anche attraverso l’unificazione dei popoli nel suo culto. Commenta Rashi: «Ora è il nostro Dio ma diverrà il Dio unico, come è scritto: Allora io darò ai popoli un labbro puro perché invochino tutti il nome del Signore (Sof 3,9) e ancora: Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zac 14,9)».

5 Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il (+ tuo) cuore, con tutta l’anima (+ tua) e con tutte le (+ tue) forze.

Dall’unicità di Dio scaturisce l’amore come culmine di tutto l’itinerario. Infatti l’amore non può essere comandato; esso si manifesta come la conclusione dell’itinerario precedentemente descritto. Esso investe tutta l’esistenza espressa in tre termini: il cuore (sede della conoscenza e dell’interiorità; l’amore verso il Signore scaturisce da questa zona intima dell’essere in cui si esprime il nostro pensare, sentire e quindi la nostra scelta); l’anima (è il soffio vitale che anima il nostro corpo; tutte le espressioni della vita devono essere manifestazione dell’amore verso Dio che scaturisce dal cuore: se l’amore verso Dio è penetrato nel cuore, esso si manifesta con tutta la vita); Le forze (lett.: il tuo molto; esso esprime quanto circonda l’uomo e lo aiuta per vivere, ricchezze, forze, possibilità: tutto deve essere rivolto a Dio in virtù dell’energia di amore che è nel cuore). I tre termini (cuore, anima, forze) rappresentano una gradualità che dall’interno procede verso l’esterno. L’amore di Dio investe tutta l’esistenza nelle sue espressioni, è la ragion d’essere dell’uomo che quindi non può avere riposo fin che non giunge alla pienezza del suo essere amando Dio.

SALMO RESPONSORIALE Sal 17

R/.  Ti amo, Signore, mia forza.

Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.  R/.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. R/.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.  R/.

SECONDA LETTURA Eb 7,23-28

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, [nella prima alleanza] 23 in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo.

Essendo un sacerdozio temporale, legato alla Legge e alle sue figure transitorie, nel popolo d’Israele vi è la successione nel sacerdozio. Esso infatti si trasmette ai discendenti di Aronne. L’autore sacro crea la contrapposizione tra l’unico sacerdozio di Cristo legato in modo indissolubile alla sua Persona e il sacerdozio di Aronne, legato invece alla stirpe e soggetto alla morte. Cristo invece proprio nella morte ha esercitato la pienezza del suo sacerdozio.

24 Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta.

Il Cristo resta per sempre. Il suo essere eterno rende intramontabile il suo sacerdozio e non può essere quindi trasmesso tramite successione. Egli infatti partecipa il suo sacerdozio, ma non ha successori. L’eternità tuttavia non è solo una qualifica temporale (il perdurare per sempre) ma è una qualifica inerente alla natura del suo sacerdozio. Essendo eterno esso è divino perché esercitato dal Figlio di Dio nel suo essere il Figlio dell’uomo. In tal modo il suo sacerdozio non trova termini di confronto perché è unico in quanto si radica in Dio e nell’uomo in una sintesi meravigliosa dove la natura divina e umana sono perfettamente presenti e in rapporto tra loro nel Cristo.

25 Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.

La sua qualifica così unica di mediatore (Figlio di Dio e Figlio dell’uomo) lo rende in grado di salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio. La salvezza è perfetta perché perfetta è la riconciliazione, accolta da coloro che per mezzo di lui, riconosciuto unico sommo sacerdote e mediatore, si accostano a Dio non più giusto giudice che condanna i loro peccati, ma Padre misericordioso che li accoglie nel suo amore. Il Cristo infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Egli, che è il Vivente come lo è il Padre, in quanto mediatore, intercede a favore dei suoi. Egli esercita per sempre il suo compito sacerdotale, come interpreta la versione siriaca: Egli infatti vive per sempre e per loro offre le sue oblazioni. La liturgia celeste è la stessa della liturgia terrena. Là in modo svelato, qui nei segni sacramentali avviene l’unica offerta sacrificale che il Cristo fa di se stesso.

26 Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli.

Si sofferma ora sulle caratteristiche del nostro sommo sacerdote che lo rendono idoneo a compiere un tale ufficio, quale l’autore sacro ha appena descritto. Santo. Gesù, in quanto il Figlio di Dio, è partecipe della stessa santità sorgiva del Padre, che a Lui si rivolge: Con te è il principato nel giorno della tua potenza tra gli splendori dei tuoi santi; dal seno prima della stella del mattino io ti ho generato (Sal 109,3 LXX). Innocente. Senza che il peccato abbia mai potuto dominarlo, come dice lo stesso Signore nostro: «Chi di voi può convincermi di peccato?» (Gv 8,46). Infatti Egli è privo dell’esperienza del male, come dice esattamente il testo greco (inesperto di malizia). Senza macchia. Vedi Sap 8,20: Entrai in un corpo senza macchia. Il corpo del Cristo, essendo concepito dallo Spirito Santo, è privo di ogni contaminazione della colpa d’origine. Separato dai peccatori. Egli è separato dai loro peccati (cfr. vers. sir: separato dai peccati) ma non da loro; Egli è infatti il medico che è venuto per noi che eravamo colpiti dalla malattia che conduce alla morte e dalla quale solo Lui ci ha potuto guarire. Ed elevato sopra i cieli, cioè sopra tutti gli spiriti beati. I serafini cantano la sua santità, ed Egli siede sul trono del Padre. Gli angeli annunciano i suoi misteri e mentre Egli entra nel mondo, lo adorano tutti gli angeli di Dio (cfr. 1,6).

27 Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.

Qui sta la fondamentale differenza tra il suo unico e perfetto sacrificio e gli antichi sacrifici. La loro imperfezione richiedeva la loro continua ripetizione; il suo unico sacrificio non ha nessuna ripetizione perché la perfezione non è suscettibile di mutamento. Egli quindi rende presente questo unico e perfetto sacrificio nell’Eucaristia dando a questa le connotazioni di sacrificio senza ripetizione e molteplicità: Non nel segno sacramentale è il sacrificio ma nel mistero che in esso si fa presente e si attua in seno all’assemblea.

28 La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Il discorso si fa attento ai passi della divina Scrittura e vede una fondamentale differenza tra i sacerdoti, figli di Aronne e l’unico e perfetto sacerdote. I figli di Aronne, uomini soggetti a debolezza, non sono sacerdoti con il giuramento a differenza del Figlio, che è costituito tale, in forza della parola del giuramento. Questo lo rende stabile in eterno. Il giuramento è quello contenuto nel Sal 109,4: Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek». Questa parola fa del Figlio il Sacerdote eterno perché reso perfetto. La perfezione consiste nel fatto che in Lui tutto si è compiuto e non c’è più bisogno che venga un altro che porti a perfezione quanto Egli ha lasciato incompleto.

CANTO AL VANGELO Gv 14,23

R/.  Alleluia, alleluia.

Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.

R/.  Alleluia.

VANGELO Mc 12,28b-34

  Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, 28 si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».

Lo scriba interroga Gesù con buone intenzioni. Egli è ammirato dalle risposte date da Gesù. «Qual è il primo comandamento fra tutti?». Qual è il primo quello dal quale tutti gli altri dipendono e ne sono solo una spiegazione; gli altri comandamenti trovano nel primo la loro verifica e il loro pieno adempimento; esso è il cuore di tutta la rivelazione. Esso è l’unico nel quale si riflette l’Unico, il nostro Dio (vedi Rm 13,9). Nel Dt al c. 5 vi è la tavola dei comandamenti e al c. 6 si trova il primo dei comandamenti.

29 Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30 amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.

Il Signore cita in modo completo Dt 6,4 cioè la professione di fede perché dall’unicità di Dio dipende l’amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza. Il cuore, la realtà interiore dell’uomo, l’anima, il suo soffio vitale datogli da Dio al momento della creazione; la mente, «la forza dell’intelletto» (Gnilka); la forza, «designa tutta la forza dell’anima». Nel testo si aggiunge: con tutta la tua mente, la forza intellettiva. L’uomo unificato nell’amore di Dio in tutte le sue facoltà e attività è la prova più eloquente dell’esistenza e unicità di Dio. Lo Spirito infatti compie questa operazione nel credente come è scritto in Rm 5,3-5: E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. L’effusione dello Spirito nel cuore dei credenti diviene l’itinerario dell’amore di Dio che dalla tribolazione giunge alla speranza e quindi all’interiore certezza. 31 Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Gesù unisce come secondo comandamento di amare il prossimo espresso in Lv 19,18. Conclude affermando: «Non c’è altro comandamento più grande di questi». L’amore verso il prossimo è la costante verifica dell’amore verso Dio. Tutto è profondamente consequenziale. L’essere unificati in Dio, in forza dell’amore, diviene capacità di farsi prossimo e d’interrogarsi a suo riguardo sul come a lui rapportarsi mossi dalle sue necessità.

32 Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Lo scriba conferma la risposta di Gesù: bene (v. 28), Maestro. Egli cita Dt 4,35 sull’unicità di Dio: Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n'è altri fuori di lui; e riprende Dt 6,4-5 con termini diversi dalla citazione di Gesù. «La mente sostituisce l’anima e l’intelligenza del verso 30 e sottolinea nuovamente l’aspetto intellettuale» (Gnilka). Integra la citazione con 1Sm 15,22 dichiarando questi due comandamenti superiori ai sacrifici cultuali del tempio: Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è più del grasso degli arieti. L’amore quindi ha un valore che supera lo stesso sacrificio nel quale si concentra il rapporto con Dio nella sua massima espressione. Il vero culto e il vero sacrificio sono quelli che hanno origine dall’amore perché impegnano nel profondo la propria persona e la propria vita e la offrono in sacrificio di soave odore a Dio.

34 Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

La risposta di Gesù è pregna di molteplici significati: a) lo scriba che saggiamente studia le Scritture è in cammino verso il Regno di Dio; b) L’Evangelo non contraddice le antiche Scritture ma le conferma e le interpreta; c) Gesù è la porta e la rivelazione stessa del regno ed è l’ultima parola, infatti tutti tacciono.

Pensiero
Siamo infinitamente delicati nella nostra carità; non limitiamoci ai grandi servizi, ma abbiamo la tenera delicatezza che scende ai particolari. Scendiamo anche noi, con coloro che ci sono vicini, nei piccoli dettagli della salute, della consolazione, delle preghiere, dei bisogni. Consoliamo, confortiamo con le più minuziose attenzioni; abbiamo per quelli che Dio ci mette accanto delle tenere, delicate piccole attenzioni che fratelli affettuosissimi avrebbero tra di loro, allo scopo di consolare quant'è possibile tutti quelli che ci circondano e di essere per costoro un motivo di consolazione e un balsamo. (Charles de Foucauld, Opere Spirituali, M. S. .E., 197) (Diaconia).

 

PREGHIERA DEI FEDELI

C. Abbiamo appreso, fratelli carissimi, come alla fine della nostra vita il giudizio sarà sull’amore. Affrettiamoci a supplicare la grazia del Padre perché rinnovi in noi l’effusione del suo amore. Preghiamo insieme e diciamo: Effondi, o Padre, il tuo Spirito d’amore.

- Perché dalla santa Chiesa si effonda l’effusione dello Spirito Santo nel cuore di tutti i credenti in modo che ciascuno edifichi l’altro secondo il suo dono nel vicendevole amore, preghiamo. - Perché tutti i discepoli di Cristo sappiano accogliersi nel vicendevole rispetto anche se non sono nella perfetta comunione ecclesiale, preghiamo. - Perché la fede nell’unico Dio, che caratterizza i figli di Abramo, apra il cuore dei cristiani alla preghiera ardente perché tutti conoscano il Padre, l’unico vero Dio e Colui che Egli ha mandato il suo Figlio Gesù Cristo, preghiamo. - Perché il farsi prossimo nella carità sia sempre la regola suprema di coloro che amano l’Evangelo, preghiamo. - Perché alla scuola dell’Evangelo deponiamo tutto quello che ha solo l’apparenza del nome cristiano ma non la sostanza, preghiamo. - Perché il vincolo della perfezione, che è la pace, ci stringa gli uni agli altri in un cammino di continua e sincera conversione e, sciolta ogni interiore durezza, possiamo contemplare con occhio puro il mistero della fede, preghiamo.

C. O Dio, tu sei l'unico Signore e non c'è altro Dio all'infuori di te; donaci la grazia dell'ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote. Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.