25/11/2012 - Lectio della 34' Domenica del Tempo Ordinario anno B

(domeniche precedenti) 

XXXIV E ULTIMA DOMENICA DELL’ANNO LITURGICO

SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO - B

PRIMA LETTURA Dn 7,13-14

Dal libro del profeta Daniele

13 Guardando nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;

Guardando nelle visioni notturne (cfr. v. 7), l’espressione è usata in rapporto alla quarta bestia, spaventosa, terribile, d'una forza eccezionale, con denti di ferro; essa rileva l’importanza della visione.
Uno simile a figlio di uomo, questi si contrappone ai quattro regni precedenti simboleggiati in bestie (vv 3-7: La prima era simile ad un leone e aveva ali di aquila; Poi ecco una seconda bestia, simile ad un orso; Mentre stavo guardando, eccone un'altra simile a un leopardo, la quale aveva quattro ali d'uccello sul dorso; e infine la quarta sopra menzionata). Il quinto regno, quello del Messia, mostra il volto dell’uomo e riguarda il popolo dei santi dell'Altissimo (v. 27).
Con le nubi del cielo. Le nubi sono il segno della presenza di Dio (Es 19,9: Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube): sono il carro di Dio (Sal 104,3: costruisci sulle acque la tua dimora, fai delle nubi il tuo carro, cammini sulle ali del vento); sono il trono di Dio (Gb 26,9: Copre la vista del suo trono stendendovi sopra la sua nube). Vi è quindi una contrapposizione: come le bestie sono portate dalla forza del mare espressa dalle onde (cfr. vv. 2-3), così il Figlio dell’uomo è portato dalle nubi del cielo: diversa è l’origine dei regni.

giunse fino al vegliardo (lett.: l’Antico dei giorni) e fu presentato a lui.

Il Vegliardo o l’Antico dei giorni così è chiamato Dio a indicare la sua regalità non condizionata dal tempo ma dominante il tempo e quindi tutti i regni che si dispiegano nei vari tempi.
Fu presentato a lui (lett.: e davanti a lui lo fecero accostare), non dice chi lo ha fatto avvicinare; certamente è l’Antico dei giorni che lo fa avvicinare, come è detto in Gr 30,21: Il loro capo sarà uno di essi e da essi uscirà il loro comandante; io lo farò avvicinare ed egli si accosterà a me.
Il termine «avvicinare» ha anche un senso sacrificale rilevato nella LXX: fu offerto. «Questo passivo indica che altri agiscono su di Lui. Chi sono? Sembra esserci un’indicazione molto ricca: Lui non ha bisogno di essere presentato da nessuno eppure in questo momento si lascia presentare. Ci sono coloro che lo offrono; non si sbaglia nel pensare che sono tutti a presentarlo, angeli e uomini. La misericordia del Padre vuole che questa offerta sia condivisa da tutta la creazione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 1976). (Cfr. Eb 9,13: quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente? È nello Spirito che il Cristo si offre ed è offerto da tutte le creature).
Egli è portato dalle nubi cioè dalla gloria stessa di Dio. Nel mistero questa parola rivela la gloria di Gesù che sale verso il Padre. La profezia lo contempla là dove l'occhio non vede se non quello degli eletti, come è scritto di Stefano (cfr. At 7,56). Tutto quanto si dispiega nel tempo è visto nell'attimo eterno.

14 Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

Lo servivano questo verbo è spesso in parallelo con ascolta (7,27: Allora il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e ascolteranno; 2Sm 22,44-45: Tu mi liberi dalle contese del popolo; mi poni a capo di nazioni; un popolo non conosciuto mi serve. I figli degli stranieri mi onorano appena sentono, mi ascoltano). Servire quindi è ascoltare per obbedire. S. Paolo parla dell’ascolto e dell’obbedienza della fede.
Il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto. La regalità non è solo universale nello spazio ma eterna: in ogni era vi sarà sempre il suo regno fino a quella pienezza per cui ci sarà solo il suo regno.
In queste parole sono raccolte le profezie riguardanti la regalità davidico - messianica e quindi quella del Signore Gesù (cfr. Gn 49,10: Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. 2Sm 7,13-16: La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre. Così è stabile la mia casa davanti a Dio, perché ha stabilito con me un'alleanza eterna. Lc 1,32-33: Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine).
Questa è la stessa regalità di Dio (Sal 145,13: Il tuo regno è regno di tutti i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione. Es 15,18: Il Signore regna in eterno e per sempre!).
Questa regalità si è trasmessa al suo Cristo in quanto costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti (Rm 1,4).


SALMO RESPONSORIALE dal Sal 92

R/. Il Signore regna, si riveste di splendore.

Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza. R/.

È stabile il mondo, non potrà vacillare.
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei. R/.

Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
per la durata dei giorni, Signore. R/.


SECONDA LETTURA Ap 1,5-8

Dal libro dell'Apocalisse di san Giovanni apostolo

L’introduzione e l’indirizzo (1,1-4) definiscono la natura del libro: è rivelazione che Gesù Cristo riceve da Dio e che, attraverso il ministero angelico, viene trasmessa a Giovanni e quindi ai servi del Signore (così sono chiamati i discepoli). Questa rivelazione ha come tema la Parola di Dio che s’incentra sulla testimonianza data da Gesù. In essa vi è la chiave interpretativa della storia e quindi è beato chi ascolta e chi penetra e vive questo messaggio. Il libro è rivolto alle sette Chiese, che rappresentano, con le loro specifiche caratteristiche, tutte le Chiese. Dio è definito: Colui che è, che era e che viene. Alle parole con cui Dio si rivela nel roveto ardente (Colui che è), sono aggiunte quelle che caratterizzano il compiersi degli avvenimenti (Colui che viene). Tutto scaturisce dal dinamismo del suo essere.

1 Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.

Egli è il testimone fedele. Anche in 3,14 nella lettera all’angelo della Chiesa che è in Laodicea, egli si definisce con questo titolo. In 19,11 Egli cavalca il cavallo bianco ed è fedele e veritiero e giudica e combatte con giustizia. Questo titolo messianico si trova nel sal 89,38: testimone fedele nel cielo. In Gr 42,5 è detto del Signore: testimone veritiero e fedele.
Gesù Cristo è l’unico testimone fedele in quello che il Padre rivela, nell’esortarci ad essere fedeli alla nostra chiamata e nell’adempiere puntualmente il disegno di Dio. In Lui quindi abbiamo la conoscenza perfetta della volontà di Dio e il suo perfetto attuarsi.
«Egli è davvero testimone perché è nato per dare testimonianza alla verità ed è morto come testimone della verità, come egli stesso dice a Pilato: «Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37). Il Padre è testimone, come di Lui dice lo stesso Gesù Cristo: «E dà testimonianza di me chi mi ha inviato, il Padre» (Gv 8,18). Anche lo Spirito Santo è testimone come di Lui dice il Signore: «Quando verrà il Paraclito, che io manderò a voi dal Padre, lo Spirito di verità, che dal Padre procede, questi darà testimonianza di me» (Gv 15,26).
Ma Gesù è il solo che per testimoniare la verità sopportò la morte, per cui questi è il Figlio chiamato testimone» (Ruperto).
Egli è chiamato pure il primogenito dei morti. Il titolo di primogenito attribuito al Cristo percorre le divine Scritture (Sal 89,28; Col 1,18). Qui Egli non solo è il primo che è risorto ma anche è la primizia della nostra stessa risurrezione. Egli l’ha già immessa in noi, secondo un’economia di grazia, in modo tale che la morte è stata relegata al solo ambito fisico ma non a quello spirituale: di qui essa è stata cacciata e lo sarà anche dai nostri corpi mortali. La stupenda liturgia, che il libro descrive e la lotta qui rivelata non sono altro che il prodigioso duello tra la morte e la vita (sequenza di Pasqua) con la vittoria della vita sulla morte.
«Aggiungi che Egli, morto per la stessa testimonianza alla verità, ha vinto la stessa morte ed è risorto dai morti, cosa che i testimoni a Lui preceduti non poterono fare» (Ruperto).
Questo è quanto dice subito: Primogenito dei morti, cioè il primo di coloro che risorgono dai morti. La risurrezione infatti è la nostra rigenerazione. Nascendo siamo stati generati per la corruzione, risorgendo invece saremo rigenerati per l’incorruzione».
Egli è il principe dei re della terra perché a Lui sono date in eredità tutte le Genti (cfr. Sal 2,8) ed Egli domina su tutti. La sua regalità non si esprime secondo i simboli terreni perché non appartiene a questo mondo, né ha bisogno dei segni regali dei principi di questo mondo ma si esprime in quella lotta e vittoria, che Egli ottiene contro i principati e le potenze spirituali, quei nemici destinati ad essere sottoposti allo sgabello dei suoi piedi fino ad assoggettare l’ultimo nemico, la morte (cfr. 1Cor 15,24-28).
I re della terra sono destinati ad essere a Lui assoggettati non tanto perché Egli instaura un regno che raccolga tutti i regni della terra, quanto piuttosto perché Egli svuota i loro regni di ogni forza che viene dalle potenze mondane.
«Egli è principe di coloro che sebbene non siano popolarmente chiamati re, sono tuttavia i re della terra perché sanno governare la loro condizione terrena, liberi dal peccato e servi della giustizia (Rm 6,18). Egli dunque è re solo di costoro. Tutti coloro infatti che vogliono esser suoi bisogna che siano così. Oh davvero bello e glorioso è il principato di costui, che fa di tutti i suoi sudditi re o regno e regale sacerdozio.
Questo principato è assai differente da quello della tirannide di questo mondo. Egli dice: «I re delle genti le dominano e coloro che hanno potere su di esse si fanno chiamare benefattori» (Lc 22,25). Queste e altre parole questo principe dei re dice ai suoi ministri, di cui lava anche i piedi (Gv 13). Questo gesto da servo conferma quanto diceva: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27)» (Ruperto).

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue,

Alla confessione della signoria del Cristo e del mistero della sua pasqua, succede ora la lode riconoscente.
Egli infatti è Colui che ci ama. Questa espressione richiama più passi del discorso della cena. «Come io vi ho amati così amatevi gli uni gli altri … Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (Gv 13,34; 15,13). L’amore è talmente l’essenza del suo essere che in Lui tutto è amore.
L’espressione più alta del suo amore consiste in questo: Egli ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue. Il suo sangue, per noi versato nel momento in cui il suo costato fu trafitto, è il prezzo della nostra redenzione. Infatti tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19,37). Essendo l’ultimo sangue versato, assieme all’acqua, è il sigillo di tutto quello precedentemente versato e si fa sacramento del suo amore per noi. Ma perché proprio questo sangue versato come sigillo di tutta la sua passione da Gesù già morto è il sangue che Lo rivela? Perché esce dal suo costato trafitto ed è quello che si fa visibile ed è bevuto da tutti i credenti; per questo è il prezzo della nostra redenzione.
Con il suo sangue Gesù ci ha liberato dai nostri peccati. Questi sono i nostri tremendi padroni e aguzzini che ci rendono schiavi. I nostri peccati sono l’espressione in noi del peccato del mondo, che solo l’Agnello di Dio può togliere (cfr. Gv 1,29).
Gesù quindi scende negli inferi della nostra esistenza e scioglie i vincoli dei nostri peccati. Egli non solo ci ha redenti una volta sola quando addormentatosi sul legno della croce diede inizio alla sua Chiesa, l’umanità redenta, ma continua a redimerci giorno per giorno esprimendo in questo il suo amore per noi. Come madre amorosa, Gesù dispensa la sua redenzione a ciascuno di noi secondo la nostra possibilità guardando alla nostra necessità. Egli nel suo amore ci sollecita a lasciarci completamente liberare da ogni forma di peccato e da tutte le tracce in noi presenti. Gesù ha cura di noi più di quanto noi stessi ne abbiamo per noi.
Per questo davvero Egli ci ama.
Ruperto invece di ci ha liberati accoglie la lettura: ci ha lavati e così commenta: «Poiché ci amava, Egli è morto per noi e ci ha lavato dai nostri peccati nel suo sangue. In che modo? Uno dei soldati gli aprì con la lancia il fianco e subito ne uscì sangue ed acqua (Gv 19,34). Con quel sangue ci ha redenti, con quell’acqua ci ha lavato dai nostri peccati. […]
Ci ha dunque lavati, cioè tutta la Chiesa, dai nostri peccati Fin qui ci ha amati. Non come eravamo ci ha amati, ma amandoci ci ha fatto diversi. In tal modo concorporea alla sua carne, che aveva assunto, amando ha reso la Chiesa, poiché ha consegnato se stesso per lei per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua nella parola della vita, per mostrare a sé gloriosa la Chiesa, senza macchia o ruga o alcunché di simile, ma perché sia santa e immacolata (Ef 5,25-27).

6 che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.


Con la sua redenzione, Gesù Cristo ha fatto di noi un regno, cioè coloro sui quali Egli regna dopo aver sconfitto quanti dominavano su di noi attraverso il potere del satana e quindi della morte. Noi siamo il suo regno, destinati a regnare con Lui per essere con Cristo assoggettati al Padre (cfr. 1Cor 15,22-28). In 5,10 nel canto nuovo dei quattro viventi e dei ventiquattro anziani si dice: E li hai fatti per il nostro Dio un regno e sacerdoti e regneranno sopra la terra. Egli ha donato ai suoi come eredità la terra perché sono simili a Lui, mite e umile di cuore (cfr. Mt 5,5: Beati i miti perché erediteranno la terra; 11,29: Imparate da me che sono mite e umile di cuore).
Inoltre Gesù ha fatto di noi dei sacerdoti per il suo Dio e Padre. Egli è l’unico ed eterno sacerdote, che facendosi suoi con il suo sangue, ci ha uniti a sé nel suo compito sacerdotale.
In 20,6 è scritto: E saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui mille anni.
Questo titolo affonda nell’alleanza,come dice il Signore in Es 19,6: E voi sarete per me un regno di sacerdoti, una gente santa.
Essere regno suo e con Lui sacerdoti significa essere nell’alleanza sancita nel suo sangue, che non solo ci ha liberati e lavati dai nostri peccati ma anche ci ha costituiti con Cristo alleanza tra Dio e tutti gli uomini e tutta la creazione (cfr. Is 61,6).
In questo consiste la nostra regalità: essere primizia della redenzione e totalmente dediti con Gesù al culto del suo Dio e Padre. «La comunità cristiana deve servire Dio, rivestita di autorità regale e di purezza sacerdotale» (Lohse, o.c., p 37).
Questa è la grazia e la gioia dei redenti: amare il Padre e Dio nello stesso amore del suo Cristo che,riversato in noi, ora s’innalza con la stessa forza e gratitudine filiale nella lode: a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. Nulla si aggiunge alla sua gloria e potenza ma la si riconosce come la sorgente della vittoria di Gesù, il Figlio suo. Il Padre è colui che ci ha strappati dal potere della morte e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore (Col 1,13) per cui da tutti i redenti s’innalza ora la lode alla sua gloria e alla sua forza, che anche in noi si sono manifestate.
Ruperto commenta: «Dice: E ha fatto di noi un regno e sacerdoti per il Dio e Padre suo. O ammirabile degnazione della sua bontà, più grande del nostro cuore e della nostra bocca! Egli ci ha acquistati per un prezzo così caro quanto è il suo sangue non per la schiavitù ma per fare di noi un regno e sacerdoti per il Dio e Padre suo, regno per il Padre suo e sacerdoti per il Dio suo. Il Re e Sacerdote era solo e, poiché aveva deliberato di fare da servi del peccato e figli della morte dei re e sacerdoti, per questo versava il suo sangue. ...
Al sacrificio, che sempre è offerto, non devono mancare in eterno il sacrificio di ringraziamento e la voce della lode, la voce dell’esultanza e della confessione. In tal modo egli subito aggiunge: A lui la gloria e il potere nei secoli dei secoli. Amen. La ragione della giustizia richiede questo che dopo aver accolto un beneficio la creatura risponda con la lode e il rendimento di grazie. Ad esempio. Mosè e i figli d’Israele, liberati dalla schiavitù egiziana, per mezzo del sangue dell’agnello, dopo che il faraone e il suo esercito furono sommersi nel Mar Rosso, cantarono al Signore il canto della gloria (cfr. Es 15). Inizio dell’ingratitudine è non riconoscere il beneficio e trattenere nel mutismo la bocca e la lingua dal rendere grazie».

7 Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!

Dopo aver compiuto la nostra redenzione e averci chiamato suoi fratelli (cfr. Gv 20,17; Eb 2,11), Gesù non ci lascia soli. Tutta la Chiesa lo indica: Ecco, viene con le nubi perché Egli è il Figlio dell’uomo (cfr. Dn 7,13), che di sé ha dato la bella testimonianza davanti al sinedrio (cfr. Mt 26,64).
Quello che Gesù stesso ha detto: «Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria» (Mt 24,30), la Chiesa lo ripete nella sua liturgia di lode. Ricapitolando il passato, il presente e anticipando il futuro, la comunità dei credenti grida: Ecco, viene con le nubi.
Dal momento che agli occhi del Signore mille anni sono come un giorno solo (cfr. Sal 90,4; 2Pt 3,8), chi crede vive l’unica fede di tutte le generazioni, fede che si esprime nell’unico ed eterno grido: «Vieni, Signore Gesù, Maranatha». A questo grido il Signore risponde: «Sì, vengo presto» per questo con gioia tutti diciamo: Ecco, viene con le nubi. I nostri occhi anticipatamente Lo vedono venire adombrato nei divini Misteri, nell’annuncio evangelico e nei suoi piccoli perché il Figlio dell’uomo non abbandona gli uomini e non si fa assente al loro cammino.
Ma verrà un giorno in cui lo vedrà ogni occhio. Essendo la sua rivelazione visibile, nessuno potrà sottrarsi alla sua presenza. Egli si farà presente a ciascuno di noi, come fossimo soli. Come Gesù è ora presente a ciascuno di noi e nei suoi eletti dimora nel loro intimo, così allora Egli si farà presente a ogni occhio, che non potrà sottrarsi al suo sguardo.
Come nella sua prima venuta, il Figlio dell’uomo è fiorito dall’interno dell’umanità mediante la Vergine Maria, così nella consumazione dei tempi Egli si farà visibile a tutti gli uomini, dall’interno dei redenti mediante la sua Sposa, la Chiesa. Come infatti la sua venuta ora avviene mediante i segni, che Egli compie nella Chiesa, così allora dal suo interno si farà visibile a ogni occhio. Dai suoi eletti ora Egli si fa presente a ogni uomo, allora sempre da loro si farà visibile a ogni occhio. Noi siamo le nubi con le quali Egli viene. Noi Lo veliamo e Lo manifestiamo nello stesso tempo. Come la Vergine Lo rese visibile nella nostra carne, così noi ora Lo rendiamo accessibile a ogni uomo, per questo noi siamo regno e sacerdoti.
L’attenzione si fissa ora su quelli che lo trafissero. Qui è citato il testo di Zac 12,10, cui fa riferimento l’evangelista Giovanni nel momento della perforazione del costato da parte di uno dei soldati (cfr. Gv 19,37). Particolarmente quelli che Lo trafissero Lo vedranno perché essi daranno testimonianza che veramente Lo hanno immolato sulla croce e che quello che la Chiesa proclama conformemente alla testimonianza evangelica è vero.
Contemplandolo nella sua gloria, tutte le tribù della terra si batteranno per lui il petto. Così giungeranno a credere in Lui e diverranno eredi della benedizione di Abramo (cfr. Gn 12,3). In loro la maledizione, che li colpiva, si volge in benedizione.
Sembra che questa profezia della Chiesa non si riferisca solo all’ultimo e supremo istante del suo manifestarsi glorioso ma anche a quel rivelarsi graduale e intenso in cui l’atto eterno della sua redenzione, che è il suo stesso rivelarsi, suscita il pentimento di tutti gli uomini. Gesù infatti è l’Innalzato come vessillo sui popoli (cfr. Is 11,10).
Ruperto annota: «A coloro pertanto che dormono e per l’ebbrezza non hanno il sentire limitato, i tempi appaiono lunghi. Invece a quanti vigilano, la cui anima prudente è nutrita dalla fede, trascinata dalla speranza e dilatata dalla carità e da questa resa grande, stimano breve ogni tempo del secolo presente confrontato con l’eternità e il secolo futuro.
Lo vedrà ogni occhio e vedendolo gli empi saranno confusi; i pii invece vedranno la sua gloria. Questi per essere sempre con il Signore, come dice l’apostolo, saranno rapiti sulle nubi (cfr. 1Ts 4,17). Passeranno velocemente attraverso nubi di fuoco e fuochi nuvolosi e così saranno sempre con il Signore.
Dal di fuori gli empi stupiranno e vedranno, pieni di confusione; soprattutto coloro che lo combatterono, cioè coloro che forarono le sue mani e i suoi piedi e trafissero il suo costato».
Sì, amen. Il Sigillo è posto in greco ed ebraico per rilevare che tutti, Israele e le Genti, proclamano questo unico evento.
Ruperto scrive:«Che cosa mai disse di più grande e di più terribile di quello che ha detto nel presente passo? Giustamente in questo testo ha duplicato l’affermazione, dicendo: Sì, amen. Chiunque ascolta vigili con la fede».

8 Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

Queste parole, che riprendono il v. 4, sono il sigillo di questa prima parola rivolta alle sette Chiese, cioè all’unica Chiesa.
È Dio stesso che parla, Colui che è, che era e che viene, e che ora ricapitola il suo rapporto con gli uomini e gli avvenimenti in questa espressione: Io sono l’Alfa e l’Omega. La prima e l’ultima lettera dell’alfabeto stanno a indicare che tutto il linguaggio umano è limitato dalla presenza e dall’intervento di Dio. Come dice il Qohelet: l’uomo non può conoscere il principio e la fine (cfr. Qo 3,11) perché è Dio a dare inizio e fine a tutto. Nulla nell’uomo inizia se non per volere di Dio e nulla ha termine se non per suo decreto. Egli misura tempi e momenti perché li ha tenuti in suo potere (cfr. At 1,7). Egli è il Signore Dio. Non solo è Signore e Dio del suo Cristo e nostro ma lo è in assoluto di tutto e di tutti per cui invano si agitano i popoli e le genti fremono contro il Signore e contro il suo Cristo (cfr. Sal 2,1-2), perché Egli è l’Onnipotente. Questo titolo ricorre nove volte nell’Apocalisse. Esso è professione di fede dei credenti e di tutti gli eletti che celebrano i suoi interventi vittoriosi nella storia.
Sigillando questa lettera del veggente, Dio si consegna a noi con questi titoli di signoria e di vittoria perché non veniamo mai meno nella nostra lotta spirituale ma sappiamo perseverare come i nostri fratelli, che già hanno combattuto la loro buona battaglia.
Si tratta di confermare le piccole comunità cristiane, fatte di persone umili e deboli, la cui forza è solo il Signore, che anche nella prova non li abbandona perché sono suoi.

«Dico due parole per non trascurare il passaggio al Vangelo
v. 5 ultima parte: A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue: questa è la fondazione della fede. Proprio da un punto di vista sperimentale la fede è attaccata qui: alla percezione di un flusso d’amore di uno che è di qua e di là. Ma quest’amante non è un amante qualunque o un dio qualunque è un Dio amante che ci ha lavato nel suo sangue. Quest’amante ci fa percepire e questa percezione mi fa sentire peccatore fino al punto di conoscere che quest’amante mi ha lavato. Ciò che fa ostacolo alla percezione è il fatto che non ci sentiamo peccatori; più percepiamo più ci sentiamo peccatori. Come posso aderire al cristianesimo che si fonda nella percezione della redenzione se non mi sento peccatore?» (D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme 1976).


ACCLAMAZIONE AL VANGELO Mc 11,9.10

R/. Alleluia, alleluia.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!

R/. Alleluia.


VANGELO Gv 18,33-37

Dal vangelo secondo Giovanni

33 In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?».

Dopo il primo colloquio con i Giudei, all'esterno del pretorio, come conclusione (dunque), Pilato entrò di nuovo nel pretorio. Questo dialogo avviene senza la presenza dei Giudei.
Questi hanno accusato Gesù come un malfattore e hanno dichiarato di non aver nessun potere di metterlo a morte.
Pilato chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il Re dei Giudei?».
L'uso del verbo chiamare in Gv sottolinea momenti importanti, dei quali il più forte è la chiamata di Lazzaro dal sepolcro (cfr. 12,17).
Pilato chiama Gesù davanti a sé e in qualità di magistrato romano gli pone la domanda più importante: «Sei tu il Re dei Giudei?».
Questa domanda e il come Gesù risponde ad essa costituiscono la rivelazione di queste pagine evangeliche, che sono il culmine e il centro di tutta la rivelazione.
Tutto quello che la Legge e i Profeti dicono ha qui la sua chiave di lettura. Questa rivelazione è universale perché non solo è fatta davanti a Israele ma anche davanti a colui che rappresenta le Genti nella loro espressione più alta e più forte di potere e di gloria.
Ma questa rivelazione, anche se compresa, non è accolta. Tutti la strumentalizzano per ottenere quello che loro preme: da parte dei Giudei l'eliminazione di Gesù e da parte di Pilato la sottomissione dei Giudei al potere di Cesare.
Ma tutto parte dal fatto paradossale che Pilato vede Gesù davanti a sé accusato dai Giudei e s'interroga come Gesù possa essere Re dei Giudei; come possa essere Egli accusato di una simile prerogativa quando Gesù non presenta nessuna delle caratteristiche di coloro che rivendicano un simile titolo.
Probabilmente Pilato è stupito di come i Giudei abbiano accusato Gesù di un simile reato non subito dichiarato ma nascosto sotto l'accusa di malfattore, che designa pure i ribelli all'autorità romana.
«La domanda è formulata in modo tale che in essa non si può udire il minimo cenno di ironico stupore, e meno che mai di derisione. Un "re" simile Pilato non l'ha mai visto» (H. Strathmann, o.c., p. 402).

34 Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».

Alla domanda di Pilato Gesù risponde con un'altra domanda: è Lui il Signore; Egli infatti non ha da rendere conto a nessuno.
Da te stesso tu dici questo? Gesù chiede a Pilato se questa domanda scaturisca dal suo intimo, cioè dalla rivelazione che Egli riceve con la presenza del Cristo oppure altri ti hanno parlato di me? I giudei non avevano detto questo a Pilato perché avevano accusato Gesù di essere un malfattore.
Gesù chiede a Pilato perché mai formuli in questi termini la domanda. Il passare dall'accusa di essere un malfattore alla domanda se Gesù sia il Re dei Giudei è fondamentale perché il processo cessa di essere tale ma diviene il momento supremo della manifestazione della regalità di Gesù.
Se Pilato dice questo da se stesso egli esprime l'attesa delle Genti, se invece altri glielo hanno detto egli è portavoce della dichiarazione d'Israele riguardo alla regalità di Gesù.
Pilato è posto di fronte a una scelta.
Qualunque scelta Pilato faccia, questo non impedisce che si riveli la natura divina del Regno di Gesù che i Giudei hanno conosciuto ed esperimentato attraverso le Scritture e i segni da Lui compiuti.

35 Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».

Sembra che il governatore abbia fretta di uscire da questa situazione che lo coinvolge e lo obbliga a definirsi in rapporto a Gesù. Sono forse io Giudeo? Dicendo questo egli vuole sottrarsi con forza, perché inorridito, dal rapporto con questo Re dei Giudei. Egli è rappresentante della regalità di Cesare, che in lui ha il potere di giudicare quella dei giudei, ed è così unica e assoluta che eclissa ogni altra regalità.
Riavutosi da quest'atto di smarrimento dovuto alla possibilità apertagli da Gesù di relazionarsi a Lui e di scegliere Gesù come re, Pilato riveste il ruolo di magistrato romano e formula la domanda in base all'accusa: La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto? Essi ti accusano di essere uno che ha fatto il male, dimmi in che cosa consiste il male che hai fatto.
Pilato vuole fuggire lontano da Gesù. Egli assume un ruolo di neutralità quale si addice a un magistrato, ma non può. Egli comprende che ogni uomo è coinvolto: lo sono i giudei, lo è lui stesso, come pure lo è chiunque ascolta la sua voce attraverso l'annuncio evangelico.
La tua gente o nazione per la quale Gesù deve morire secondo la profezia del sommo sacerdote Caifa, affinché tutta la nazione non perisca (11,50) , i capi dei sacerdoti, Anna la sua famiglia e questi formano l'aristocrazia sacerdotale ti hanno consegnato a me, consegnato da Giuda ai Giudei (18,2), dai Giudei a Pilato (30.35) da Pilato ai Giudei (19,16) Gesù consegna lo Spirito al Padre (19,30). La Passione è scandita da queste consegne.
Infatti i Giudei glielo hanno consegnato, Gesù gli appartiene.
Ti hanno consegnato è la consegna del Cristo a Pilato come più avanti dice: Sono stato consegnato ai Giudei (36): è la Parola di Dio che esce dal seno del Padre ed è consegnata al suo popolo e da questi alle genti, sale sul trono (19,13) e sulla Croce (19,17 19) sale al Padre, dona lo Spirito (Is 55,10 11).

36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di (oppure: da) questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Gesù non risponde alla domanda di Pilato perché il capo d'accusa è inconsistente. Il suo regno infatti non proviene da questo mondo. Perciò in rapporto ai regni di questo mondo Gesù non ha fatto nulla di male (Lc 23,41). I Giudei invece sono nemici dei romani perché pensano alla teocrazia come a una realtà di questo mondo. A loro Gesù aveva detto: Voi siete di quaggiù, io invece sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo (8,23).il mio regno non è da questo mondo, perché è il Regno di Dio (3,3.5) per vedere il quale (= Regno) bisogna nascere dall'alto; per entrare nel Regno di Dio bisogna nascere da acqua e da Spirito; perciò il mondo non può vedere il Regno di Dio e non può vederne il Re.
Poiché il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (3,16), per questo il Figlio nell'atto in cui è consegnato alle genti rivela loro il suo Regno.
Infatti quanto segue rivela la natura divina del Regno:
se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Gesù tratta da estranei coloro che sono della sua stessa carne e li considera come una realtà mondana. In questo afferma la sua origine divina.
L'arresto di Gesù è avvenuto senza che Egli opponesse resistenza pur avendo in suo potere, come Egli dichiara nei sinottici, più di dodici legioni di angeli (Mt 26,53).
Gesù risponde in tal modo allo stupore di Pilato di vedersi comparire davanti Gesù senza scorta se non quella dei legionari romani e senza nessuna insegna di potere quale la spada.
Nel suo Regno le cose vanno diversamente: i suoi ministri non lottano per Lui perché è necessario che si adempiano le Scritture (cfr. Mt 26,53sg) La sua regalità non è come quella politico religiosa dei sommi sacerdoti, gelosi del Tempio e della Nazione, ma si radica nelle Scritture, nel cuore stesso della fede d'Israele.
I ministri suoi non lottano, il Cristo da solo, venuto nell'agonia (Lc 22,44) lotta contro il Principe di questo mondo che viene cacciato fuori (12,31).
Egli è solo ed è davanti a Pilato come un re che proviene da altrove: il mio regno non è di qui.
Ma il mio regno non è di quaggiù, cioè da questo mondo dove sei tu, Pilato, e i Giudei. Con questa parola spezza ogni pretesa divina della regalità di Cesare e dei Giudei. Queste due regalità, che si sono contrapposte, all'apparire della regalità di Gesù si trovano a coincidere.
Questa esplicita dichiarazione di Gesù impedisce ai suoi discepoli l'uso di ogni potere terreno per affermare la regalità di Cristo.
Essa si afferma per la via paradossale della croce.
Qui sta la fede. Essa consiste nel superamento della continua tentazione di usare della potenza terrena per affermare il potere della comunità dei discepoli facendolo coincidere con il regno di Cristo. Egli, che ha rifiutato la difesa dei suoi discepoli nel giardino, continua a respingere ogni nostra difesa e realizza il suo regno là dove noi potremmo essere tentati di rifiutarlo. Non essendo infatti di questo mondo il regno di Gesù non ha nulla a che fare con quello che è il mondo perché Il mondo si basa sul maligno (1Gv 5,19) mentre la regalità di Cristo scaturisce dal Padre (cfr. Dn 7,14: gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto).

37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Con una seconda domanda Pilato vuole ulteriori precisazioni da Gesù. Questa volta non dice più Re dei giudei ma solo re: Dunque tu sei re? Dal momento che Gesù ha detto che il suo regno non è di questo mondo, Pilato vuole da Gesù una dichiarazione esplicita. In realtà la risposta di Gesù è testimonianza e rivelazione.
Tu lo dici: io sono re, quello che tu dici è vero. Pilato chiedendo, ha detto il vero: egli si trova davanti a uno che è re.
Per questo io sono nato come il Figlio di Dio e per questo sono venuto nel mondo come il Figlio dell'uomo per dare testimonianza alla verità.
Egli, il Verbo del Padre, è generato negli splendori della santità, dalla matrice prima della stella del mattino (Sal 109,3 LXX) come la Verità stessa, nella quale tutto s'invera.
Venuto nel mondo e divenuto il Figlio dell'uomo, Egli è il primo testimone di se stesso come la Verità.
Infatti Egli è venuto nel mondo come la Luce (3,19) per cui chiunque fa la verità viene verso la luce (3,21). Chi fa la verità è dalla verità e viene verso la luce perché ascolta la sua voce.
Fare la verità è il contrario dell'essere menzogneri, connotazione dell'uomo prima di essere redento; il diavolo è padre della menzogna (8,44) ma chiunque viene verso la luce abbandona le tenebre e ode la voce del Figlio di Dio.
Agostino così commenta: «Se consideriamo, infatti, la natura nella quale siamo stati creati, chi di noi non appartiene alla verità, dato che è la verità che ha creato tutti gli uomini? Ma non tutti ricevono dalla verità medesima la grazia che consenta loro di ascoltarla, cioè di obbedire ad essa e di credere in essa senza alcun merito proprio, altrimenti la grazia non sarebbe grazia. Se il Signore avesse detto: Chiunque mi ascolta appartiene alla verità, si sarebbe potuto credere che appartiene alla verità colui che ad essa obbedisce, cioè appartiene alla verità in virtù del suo merito, che è quello di obbedire alla verità. Ma egli non dice così, bensì: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Non è, costui, dalla verità perché ascolta la sua voce; al contrario ascolta la sua voce perché è dalla verità, grazia, questa, di cui è debitore alla verità medesima. Che vuol dire ciò se non che è per grazia di Cristo che si crede in Cristo?» (Trattato su Giovanni, CXV,4).

Note

«Al v. 37 Gesù dice in termini positivi qual è il suo Regno.
Qui c’è un’ecclesiologia. La Chiesa deve sempre aver meno la caratteristica dei regni della terra. Sento l’influsso di una lettura sbagliata dell’AT non solo in Bossuet ma anche tempo prima. Il problema è quello di aver meno forze.
Al v. 36 Gesù dice: «se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Gesù esplica la legge del regno umano che deve difendersi, avere dei mezzi; più la Chiesa rinuncia a dei mezzi di combattimento denota che non è del mondo … Cristo si riserva una sola cosa: la verità e la contrappone. Sembra voler dire che Cesare non ha la verità e d’altra parte che la Chiesa deve essere attaccata a quel nucleo di verità che Cristo le ha donato. Il cammino della Chiesa nella presente società non consiste nell’attenuare la verità ma nel deporre ogni potere». (D. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme 1976).


PREGHIERA DEI FEDELI

C. «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre», s’innalzi ora la nostra preghiera.
Preghiamo insieme e diciamo:
Gesù Signore, ascoltaci

 Per la Chiesa, scaturita dal Cristo crocifisso, mite re di pace, perché dia testimonianza al suo regno con la sola forza dell’Evangelo, preghiamo.

 Perché nella vita e nella parola dei ministri della Chiesa si manifesti la regalità del Cristo che non è venuto per essere servito ma per servire, preghiamo.

 Perché la luce evangelica s’irradi nelle coscienze e in tutti essa generi il rispetto per l’uomo come immagine di Dio, preghiamo.

 Perché tutti i popoli s’incamminino sulla via della redenzione per essere liberati dalla schiavitù del peccato e della morte ed accogliere la regalità del Cristo dissipatrice del potere delle tenebre, preghiamo.

 Per tutti i morenti perché contemplando il Signore della gloria trafitto, ne vedano lo splendore del volto e abbiano in Lui riposo, preghiamo.

C. Accogli, Signore Gesù, questa umile preghiera della tua Chiesa e dalla tua croce estendi su tutti la tua signoria di grazia e di pace perché ogni umana fatica si apra alla realtà beatificante del tuo regno.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen