24/06/2012 - 12' Domenica del Tempo Ordinario anno B

(domeniche precedenti)

 

DOMENICA XII – B

Nota introduttiva

La prima lettura e l’Evangelo hanno come tema comune il mare tenuto a bada, nell’ordine della creazione, dal Signore come fosse un neonato «che Dio fascia con le tenebre della sua inaccessibilità (v. 9). Però il mare è anche un’altra cosa: una creatura orgogliosa, sommossa e agitata dal suo orgoglio che Dio spezza (v. 11: il verbo greco è spezzare, cfr. Sal 106)» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio, 21 giugno 1970). Nell’Evangelo il mare è segno delle potenze avverse, che non possono scuotere il Cristo dormiente e che Egli domina con la stessa forza esplicata nella creazione. Nello scritto apostolico prorompe la vita in Cristo, che si è riversata in noi e che vive in forza di quell’amore che ha portato Gesù ad accogliere in sé la follia del Padre, cioè la Croce. A questa è associato il discepolo che non avverte più come vita quella nella carne, ma quella in Cristo, dove le cose vecchie sono passate ne sono nate di nuove.

PRIMA LETTURA Gb 38,1.8-11

Dal libro di Giobbe.

1 Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano:

Prese a dire (lett.: Rispose): quanto segue è la rilettura del poema da parte del Signore. Questi è qui ricordato con il tetragramma sacro, con il Nome rivelato a Mosè dal roveto ardente. Le parole che seguono sono quindi rivelazione simile a quella che è avvenuta al Sinai e a quella fatta ai profeti. Quella che segue non è quindi una rivelazione naturale di Dio, quale quella descritta da Eliu, ma è rivelazione storica fatta al suo servo, a Giobbe. Lo nomina espressamente perché è a lui che Dio parla, come ha parlato ad Abramo, a Mosè e ai profeti. Dio parla in mezzo all’uragano (lett: dal turbine), come avviene anche nella visione di Ezechiele (Ez 1,4). Anche il profeta Naum afferma: Nell’uragano e nella tempesta è il suo cammino (1,3). Allo stesso modo si ode la voce del Padre in Giovanni: Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato» (12,28-29). Dio parla in mezzo al turbine «in quanto in questa vita noi non possiamo percepire l’ispirazione divina con chiarezza, ma come adombrata nelle similitudini sensibili, come dice Dionigi (De cael.Hier.2,3)» (S. Tommaso).

8 «Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno,

È, infatti, scritto: Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne (Gn 1,9). Con la sua sola parola, Dio sbarra tra due porte il mare, cioè fa delle scogliere come le porte invalicabili del mare. Esso è come un bimbo che Dio estrae dalle viscere della terra. Creatura temibile, potente e misteriosa è il mare, ma di fronte a Dio è come un bimbo che non può nuocere.

9 quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura,

Dio veste il mare con le nubi e lo avvolge in fasce con la nuvola oscura, come si farebbe ad un neonato. Egli non lotta contro il mare per domarlo, ma lo tratta con la tenerezza di una madre. È tale la differenza tra il Creatore e le creature che nessuna può uguagliarlo, ma tutte, anche le più grandi, sono così piccole e deboli che egli le tratta con grande amore. In tal modo la creazione proclama la bontà di Dio e come tutto abbia da Lui la sua origine. Nulla può agire di propria iniziativa perché tutto obbedisce al suo volere. Se una forza così irrompente qual è il mare, che spesso, anche nel Vangelo, è simbolo delle forze demoniache, è in realtà una docile e fragile creatura nelle mani di Dio, allo stesso modo anche le potenze spirituali, che avversano l’uomo, sono un nulla davanti a Dio e obbediscono alla sua parola. Il disegno, che Dio ha sull’uomo e sulla storia, si attua pertanto senza ostacoli. Questo era invece l’ostacolo che Giobbe sentiva nel suo rapporto con Dio.

10 quando gli ho fissato un limite, gli ho messo chiavistello e due porte

Come creatura, il mare deve obbedire al decreto che Dio ha emanato su di lui. invece di ho emanato un decreto su di lui il nostro traduttore preferisce: gli ho fissato un limite. Questo decreto è pure ricordato in Gr 2,22 come fondamento del timore e del tremore davanti a Dio: Voi non mi temerete? Oracolo del Signore. Non tremerete dinanzi a me, che ho posto la sabbia per confine al mare, come barriera perenne che esso non varcherà? Le sue onde si agitano ma non prevalgono, rumoreggiano ma non l’oltrepassano. Infatti il chiavistello e le due porte che Dio ha messo al mare sono la sabbia, che è facilmente valicabile. Eppure essa è confine al mare, una barriera perenne, che esso non varcherà. Le sue onde si agitano, ma non prevalgono, rumoreggiano ma non l’oltrepassano (ivi; cfr. Sal 104,9; Pr 8,29).

11 dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

Il mare con la sua forza, espressa nell’orgoglio delle sue onde, s’infrange non tanto contro le scogliere quanto contro la Parola di Dio (ho detto, una volta per sempre). Riconosce solo questa Parola e davanti ad essa si acquieta, come è testimoniato nell’Evangelo (Mc 4,39: Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia). Allo stesso modo tutto quello che turba e agita la nostra vita si acquieta sotto la forza della Parola di Dio. Con la loro obbedienza, tutte le creature invitano a credere e a sottomettersi alla potenza della Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE Sal 106

R/.  Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.

Coloro che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque, videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo. R/.

Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde: salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo.  R/.

Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare.  R/.

Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato. Ringrazino il Signore per il suo amore, per le sue meraviglie a favore degli uomini.  R/.

 

SECONDA LETTURA 2 Cor 5,14-17

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi.

Fratelli, 14 l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti.

L’apostolo spiega in che cosa consista la pazzia, che l’ha preso. L’amore di Cristo, che Egli cioè ha per noi, infatti ci possiede e ci fa agire tutti nello stesso modo. Questo amore consiste nel fatto che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti, cioè morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù (Rm 6,11). «Cristo è morto per tutti, il che vuol dire che se non fosse morto voi non potevate essere vivi perciò tutti siete morti: la morte di Cristo è la prova che fuori di Lui c’è la morte per cui coloro che vivono non vivono più per sé ma per colui che è morto e risuscitato rendendoli vivi: Quindi all’Apostolo è affidato un ministero di riconciliazione perché coloro che sono morti divengano vivi, quindi “riconciliatevi con Dio perché Colui che non conosce peccato Dio lo ha fatto peccato per noi e colui che era la vita lo ha fatto morte per la nostra vita”» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.9.1973). L’aver esperimentato in noi la redenzione porta a questa gioia incontenibile che ci posiede e va oltre i ragionamenti umani, facendoci entrare nella follia di Dio, che è l’amore espresso in Gesù crocifisso.

15 Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.

L’apostolo ripete la proposizione fondamentale: Gesù per tutti è morto perché noi diventassimo i viventi. Ora siamo vivi se viviamo per Lui che per noi è morto e risorto e quindi non viviamo più secondo le passioni della carne che si corrompono, ma secondo il dono dello Spirito che viene dal Risorto. Così insegna s. Leone M.: «Poiché l’elemento vecchio è sparito e tutto si è rinnovato, nessuno deve rimanere nella vecchia vita carnale» (om. 59). Questo è l’Evangelo, questa è la sua forza, questo è quanto fa andare fuori di sé l’Apostolo. S. Basilio in vari passi delle sue opere ascetiche, accosta questa parola dell’Apostolo ai testi riguardanti l’Eucaristia (1Cor 1,23-26) e afferma che l’amore di Cristo che ci urge è segno che l’Eucaristia opera efficacemente in noi in quanto essa è «incancellabile memoria di colui che per noi è morto e risorto» e il significato di questa memoria è l’obbedienza fino alla morte del Signore (cfr. il Battesimo, o.c., p. 568). La nostra vita non ha origine in noi, ma da Cristo che è in noi. Se Cristo c’è, noi viviamo, se non c’è siamo morti. Noi non diciamo riferimento a noi ma a Lui. Chi si riferisce a se stesso nella sua esistenza è nella sua morte, vive invece chi si riferisce a Cristo.

16 Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così.

Il segno di questo passaggio alla vita sta nella conoscenza. Conoscenza secondo la carne significa «in modo umano» cioè non sperimentando in sé la potenza della risurrezione: Chi è vivo in Cristo conosce non più secondo la persona naturale, ma secondo quella realtà che si vive in Cristo. «La conoscenza secondo la carne è quella che Paolo ha prima della conoscenza della risurrezione, come fariseo (interpretazione di alcuni). Da parte mia penso che si riferisca al precedente: tutti sono morti, quindi per Paolo non esiste più una conoscenza secondo la carne: egli conosce i suoi non più secondo la persona naturale, ma li conosce in Cristo secondo quella realtà nuova che vivono in Cristo, come anche il Cristo non lo conosce più secondo la carne, come quando era giudeo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.9.1973).

17 Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Essere in Cristo è essere nuova creatura (cfr. Gal 5,16); è la creazione nuova contrapposta a questa economia. Nell’uomo, che è in Cristo, ha già inizio la nuova creazione. Tuttavia essa giunge al suo compimento nella piena manifestazione del Cristo, nella sua parusia. Nel frattempo il cristiano vive nell’attesa, che non è caratterizzata dalla passività ma dall’amore che è desiderio ardente di conformarsis sempre più al Cristo. Il principio dell’essere nuova creatura implica l’obbedienza alla grazia inerente al nostro battesimo perché quanto è all’inizio giunga in noi al suo compimento. Il principio della rigenerazione battesimale è talmente forte da relativizzare le cose vecchie dichiarate passate ed esclamare: ecco ne sono nate di nuove. È a queste che il discepolo guarda con lo sguardo del credente infiammato dall’amore del Cristo.

CANTO AL VANGELO Lc 7,16

R/.  Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi, e Dio ha visitato il suo popolo.

R/.  Alleluia.

VANGELO Mc 4,35-41

  Dal vangelo secondo Marco.

35 In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva».

Dopo aver parlato al popolo, che era lungo la spiaggia, mentre Egli era seduto sulla barca, Gesù dice loro: «Passiamo all'altra riva». È Lui che comanda di attraversare il lago, è quindi Lui che li porta dentro la prova.

36 E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.

Sempre colpisce l’espressione così com'era. I discepoli partono subito senza dar tempo a Gesù di alzarsi dal posto dov’era mentre Egli insegnava e sistemarsi per fare l’attraversata. Qui si menzionano altre barche che più non compaiono nel seguito della narrazione. Non si sa pertanto se anch’esse siano partite e abbiano compiuto l’attraversata. L’attenzione si concentra tutta sulla barca dov’era Gesù.

37 Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.

Una gran tempesta di vento. In essa sono espresse le forze avverse che vogliono ostacolare l’avanzare della barca in mezzo al mare. È la prova che i discepoli devino afforntare da soli. Le acque riempiono la barca, che è in procinto di affondare. La Chiesa, comunione dei discepoli con Gesù, sembra in procinto di scomparire e tutti ci disperiamo in essa come se fossimo soli. Infatti Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Il suo sonno è segno della sua signoria. Egli non è toccato da quanto succede. Egli fa sentire la sua presenza anche quando dorme e prepara i suoi alla sua assenza che, tuttavia nella fede, è sempre presenza. Inoltre Gesù è l’immagine dell’uomo spirituale che nulla teme, neppure la morte, perché si sente abbandonato in Dio come fanciullo in braccio a sua madre (sal 130).

Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».

I discepoli svegliano Gesù e lo rimproverano. Essi affrontano Gesù solo come uomo, come uno di loro, anche se è il maestro, come ora per la prima volta lo chiamano. Il titolo di maestro rievoca il suo insegnamento dalla barca, ma ora che i discepoli sono nellaprova il Maestro dorme. Questo sdegna i discepoli nei suoi confronti perché rilascia soli senza intervenire in così grave pericolo mortale.

39 Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia.

Il Signore si sveglia e nella sua maestà e potenza sgrida il vento e dice al mare: «Taci, calmati!».È esplicito il riferimento all’intervento di Dio che rimprovera le Genti o l’empio (cfr. Sal 9,6), le fiere del canneto (Sal 67,31); il mare rosso (Sal 105,9); I superbi (Sal 118,21). Calmarsi o ammutolire è usato anche in 1,25 riguardo allo spirito impuro. I discepoli vedono ora con i propri occhi e ascoltano con le loro orecchie quella voce del Signore che è sulle acque (Sal 28,3) e che impedisce alla creazione di non ritornare nel caos. Quelle meraviglie che essi hanno celebrato più volte nel culto del tempio o della sinagoga ora le vedono attuarsi davanti a loro. Gesù è il Signore, non è un servo di Dio che supplica il Signore perché doni salvezza ma è Colui che salva. Dopo il suo intervento vi fu grande bonaccia. Immediatamente, senza nessuna fase intermedia come invece avviene in natura.

40 Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

La paura è un lucido ragionamento che scaturisce dall’istinto di salvare se stessi. Esso è più veloce della nostra coscienza e anche della stessa fede. Solo chi ha fede può in questo istante lasciarsi condurre nella prova confidando solo in Dio. «In Ap 21,8 i pusillanimi sono nominati insieme agli increduli» (Gnilka).

41 E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Il grande timore è tipico della manifestazione divina e porta alla domanda: «Chi è dunque costui?». La domanda fa avanzare nel mistero ma non ancora nella rivelazione piena. Il cammino verso la confessione perfetta avviene con Pietro che proclama Gesù il Cristo di Dio e con il centurione che davanti alla croce esclama: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39).

Appunti di omelia

«Il discorso di Marco sta a conclusione delle parabole del Regno e prima dello sbarco a Gerasa in cui Gesù affronta l’indemoniato. Si vuole vedere qui il punto in cui Marco affronta il tema del passaggio alla missione, specificatamente ai pagani. C’è un attraversamento che Gesù e i suoi devono fare attraverso il mare orgoglioso prima di questo slancio missionario. Con il c. 1 di Marco, nel racconto dell’indemoniato di Cafarnao, vi è un tratto comune: Gesù anche qui non fa un prodigio, ma compie un esorcismo, là su una persona, qui cosmico. Il Signore adopera lo stesso verbo nel suo comando: «Taci!», letteralmente: «Mettiti la museruola!». Tutta la creazione, tutto l’esistente viene esorcizzato perché Gesù possa passare alla sua missione. Così l’evangelizzazione non può essere compiuta con mezzi umani, perché di mezzo c’è l’orgoglio, dobbiamo mettervi un esorcismo, che essenzialmente è la Croce (il Cristo che dorme è simbolo del Cristo morto). I discepoli descrivono il miracolo in termini di ubbidienza: l’orgoglio obbedisce solo alla potenza dell’esorcismo della Croce. v. 40 «Perché siete spaventati?» parola forte. 2Tm 1,7: Dio non ci ha dato uno spirito di spavento ma uno spirito di fervore, ossia lo Spirito Santo. Abbiamo già ricevuto lo Spirito di potenza, di amore e di sobrietà: potenza per vincere il nostro terrore, che si attua nell’amore; e spirito di sobrietà ossia di mortificazione. Se non si sa rinunziare anche a cose perfettamente lecite (es. col digiuno) non si compie esorcismo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia Monteveglio, 21 giugno 1970).

Gesù placa la tempesta sulle acque (4,35-41). Una tradizione simile è stata introdotta successivamente (6,46-52) con una finalità differente. Siamo in un contesto di sequela: gli stessi discepoli, che ascoltano e comprendono in privato il senso delle parabole, navigano insieme a Gesù su una barca nel mare agitato. La più profonda comprensione del messaggio non li conduce affatto al mare delle tranquillità. Al contrario: per comprendere il messaggio di Gesù, essi devono correre il rischio di navigare con lui, attraversando la tempesta. Almeno alcuni discepoli dovevano essere esperti di mare, essendo pescatori (1,16-20). D’altra parte, Gesù stesso li ha chiamati perché lavorino alla realizzazione della pesca escatologica. Ora egli chiede loro qualcosa di più semplice: «passiamo all’altra riva» (dielthomen eis to peran). È come se lo stesso contenuto dell'insegnamento (le parabole) inducesse Gesù e i suoi discepoli a farli uscire dal luogo a loro conosciuto, per arrischiarsi in un cammino nuovo e seminare la parola sull'altra riva del mare (cfr. 4,3-9). Il testo precedente alludeva alla parola che i discepoli devono seminare nel campo. Ora questi discepoli si trovano rinchiusi in una povera imbarcazione, circondati da piccole barche che non possono aiutarli (4,36) e rischiano di perire. In questo rischio e paura dei seguaci, che conducono Gesù all’altra riva perché lì offra la sua parola, il vangelo viene espresso nella sua verità. Se muoiono con Gesù, se non riescono ad arrivare all’altra riva, significa che nel mondo non esiste un luogo per la vera semina, così che tutto quanto indicato in 4,3-20 in fin dei conti risulterebbe sbagliato. In questa ottica va compresa la scena che torniamo a leggere nella sua unità (4,35-41), scoprendovi quattro aspetti o momenti ben differenziati.

• I discepoli svegliano Gesù esclamando: «Non t'importa che moriamo?» (4,38). Il naufragio e la morte di Gesù e dei suoi discepoli avrebbe significato che tutto il vangelo è una menzogna. • Gesu sgrida il vento e dice al mare: Taci, calmati! (4,39). Ventoe mare si calmano. Così siamo tornati all ' inizio della creazione (Gen 1,1-2,4a). Avendo potere sul sabato (2,28), Gesù deve dimostrarsi potente verso i pericoli e i rischi della natura, secondo l'ordine iniziale: «soggiogate la terra e dominatela» (Gen 1,28). Ciò significa che la natura stessa è finalizzata al servizio del vangelo, cioè alla semina creativa di Gesù. Non c'è mare che possa arrestare la sua azione in movimento (4,39). • Gesù domanda ai discepoli: Perche siete cosi codardi? Non avete ancora fede? (4,40). La fede qui suppone l’aver fiducia nel fatto che la semina di Gesù supera e vince tutti i pericoli di questo mondo. Al di sopra del rischio del mare si rivela il potere della parola del regno. Questa certezza ha sostenuto i messaggeri di Gesù, rinchiusi in una fragile barca, circondati dai pericoli dell’aria (vento) e delle acque, navigando verso terre sconosciute, popolate da persone che sembrano minacciose. • Sapere che Gesù si trova lì vicino (a poppa), credere nella parola che egli ha dato (andiamo all’altra riva) e aver fiducia nel futuro della semina evangelica, che vince tutti i pericoli e vuole suscitare nei suoi discepoli. • . Timore dei discepoli, che si chiedono: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?» (4,41). Questa situazione ricorda quella già vista in 16,8: timore pasquale che lascia senza parole. Questi discepoli hanno paura (di Gesù, non più del mare), parlano tra sé gridando e sembra che non possano esprimere agli altri il proprio sentimento. Così termina il nostro testo (4,41).

Posto sullo sfondo delle parabole della semina della parola, il nostro testo (tempesta calmata) si può e si deve interpretare anche come parabola del gesto e del messaggio di Gesù. Con ogni probabilità riproduce antichi ricordi dei discepoli, che si sentirono protetti dal maestro, nel mezzo di una forte tempesta nel mare della Galilea. Più che quel ricordo, questa parabola però riflette l’esperienza e la speranza successive della chiesa, che proietta i suoi nuovi rischi e compiti nel passato della storia di Gesù. Certo, in fondo c'è un’esperienza. I discepoli del Cristo pasquale hanno osato portare il suo messaggio all’altra sponda dei mari, sino al cuore stesso dei territori non giudei (come la regione dei Geraseni: 5,1). Hanno avuto grande paura, hanno gridato dal duro centro della tempesta. Gesù però li ha aiutati, svelando così il potere del vangelo, che supera i restanti poteri dei cieli e della terra. L’esperienza diventa così speranza. Questo passo ci conduce verso il futuro della vita della chiesa, animata senza sosta da quella parola di Gesù che continua a dire: «Passiamo all’altra riva». I discepoli di Cristo debbono navigare verso la riva più lontana dei mari, attraversando ogni tipo di tempesta, con difficoltà sconosciute, verso genti molto differenti. Orbene, il nostro passo ci sostiene nella speranza: la nostra avventura missionaria si può e si deve realizzare perché Cristo vuole superare ogni tempesta di vento e di mare. C'è ancora però molta strada per l 'evangelo. Continuiamo a navigare in un mare dove, nel suo giorno, nella tempesta della persecuzione, davanti alle mura di Gerusalemme, Cristo finirà per morire. Il vangelo nasce proprio da questa morte, in un capovolgimento pasquale ricreatore (16,6-7). E ora ci troviamo con Gesù e i suoi discepoli al centro del cammino che porta verso questa morte, nella terra dei Geraseni, sulla riva del mare delle tempeste.

PREGHIERA DEI FEDELI

C. Con animo trepidante ma fiducioso, innalziamo a Te, Padre, la nostra preghiera, sapendo di esser esauditi perché Tu sei misericordioso e noi siamo tuoi figli.

Ascolta, Padre, la preghiera dei tuoi figli.

 Signore, che ogni giorno costruisci la tua Chiesa tra i popoli per radunarli nell’unità della fede in Te, unico Dio e in Gesù, il tuo Inviato, donaci la forza di superare ogni paura, consapevoli che la Chiesa è fondata sulla roccia della fede apostolica, preghiamo.

 Rendi indefettibile la fede dei tuoi figli, certa la loro speranza e ardente la loro carità, perché, infiammati dallo Spirito Santo, facciano risplendere le loro opere buone e gli uomini ti glorifichino, preghiamo.

 Infondi forza negli evangelizzatori per annunciare la morte del tuo Figlio ad ogni uomo e tutti possano uscire dal dominio delle tenebre ed entrare nella meravigliosa luce del tuo Regno, preghiamo.

 Donaci tempi di serenità e di pace perché, superata ogni tempesta, i nostri animi escano dalla schiavitù della morte e del peccato per servirti in santità e giustizia tutti i nostri giorni nell’attesa della gloriosa venuta del tuo Figlio e della nostra risurrezione, preghiamo.

C.: Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia. Per Cristo nostro Signore. Amen.