01/07/2012 - 13' Domenica del Tempo Ordinario anno B

(domeniche precedenti)

 

Testo

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Geraseni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse. «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!».
Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare (5,1-13).
I mandriani allora fuggirono, portando la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati (5,14-20).

Mc 5,21 Passato Gesù di nuovo all'altra riva, una grande folla si radunò intorno a lui, che se ne stava sulla spiaggia del mare.
Mc 5,22 Ora giunse uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, che, appena lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi
Mc 5,23 e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi. Vieni e imponile le mani, affinché sia salva e viva».
Mc 5,24 Gesù andò con lui e una grande folla lo seguiva e gli si stringeva attorno.

Mc 5,24 Gesù andò con lui e una grande folla lo seguiva e gli si stringeva attorno.
Mc 5,25 Ora una donna, che da dodici anni era affetta da un flusso di sangue
Mc 5,26 e aveva sofferto molto sotto molti medici spendendo tutto il suo patrimonio senza averne alcun giovamento, anzi piuttosto peggiorando,
Mc 5,27 avendo inteso parlare di Gesù, si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli toccò la veste.
Mc 5,28 Infatti si era detta: «Se riuscirò a toccargli anche solo le vesti, sarò salva».
Mc 5,29 Immediatamente la sorgente del suo sangue si seccò ed ella sentì nel suo corpo che era stata guarita dal male.
Mc 5,30 Anche Gesù, avendo avvertito subito in se medesimo che una forza era uscita da lui, rivoltosi verso la folla domandò: «Chi mi ha toccato le vesti?».
Mc 5,31 Gli risposero i suoi discepoli: «Vedi bene la folla che ti stringe attorno e domandi: "Chi mi ha toccato?"».
Mc 5,32 Ma egli si guardava attorno per vedere la donna che aveva fatto ciò.
Mc 5,33 Allora la donna, timorosa e tremante, ben sapendo ciò che le era accaduto, si avvicinò, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità.
Mc 5,34 Quindi egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii sanata dal tuo male».

Mc 5,35 Gesù stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga giunsero alcuni che dissero a quest'ultimo: «Tua figlia è morta! Perché importuni ancora il Maestro?».
Mc 5,36 Ma Gesù, avendo inteso per caso il discorso che facevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, ma solamente abbi fede!».
Mc 5,37 E non permise che alcuno lo seguisse, all'infuori di Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Mc 5,38 Giunti alla casa del capo della sinagoga, egli avvertì il fracasso di quelli che piangevano e si lamentavano fortemente.
Mc 5,39 Perciò, entrato, disse loro: «Perché fate chiasso e piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme».
Mc 5,40 Quelli incominciarono a deriderlo. Ma egli, messili fuori tutti, prese con sé il padre della fanciulla con la madre e i discepoli ed entrò dove si trovava la fanciulla.
Mc 5,41 Quindi, presa la mano della fanciulla, le disse: «Talithà kum!», che tradotto significa: «Fanciulla, ti dico, sorgi!».
Mc 5,42 Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare. Aveva, infatti, dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
Mc 5,43 Ma Gesù comandò loro insistentemente che nessuno lo venisse a sapere e ordinò che le si desse da mangiare.


Toccare Cristo con lo Spirito

I discepoli pensavano che tutti toccassero il Signore, stringendolo col solo corpo, per unirsi tutti ugualmente a lui con tale contatto fisico. Similmente colui che aveva un diverso modo di pensare in diverso senso faceva la domanda, sapeva che questa donna aveva raggiunto la sua maestà ed era penetrata nella sua potenza con lo spirito, non col corpo, non col comune contatto, ma con la fede. Perciò a proclamare è l’uomo, non Dio; non la carne, ma lo Spirito: Chi mi ha toccato? (Mc 5, 31), perché la potenza miracolosa dell’opera rivelasse colui che l’umanità nascondeva.
Pietro Crisologo, Sermoni 100,


Commento

L’altra riva: l’indemoniato evangelista (5,1-20)

La scenografia precedente (4,35-41) sembra preparare e prepara un testo duro, di intenso simbolismo e di cruda forza. Gesù ha detto: «Passiamo all’altra riva» (eis to peran), e ora sono sull’altra riva (unire 4,35 e 5,1). Hanno superato la tempesta del mare e adesso si trovano di fronte alla ancor più folle tempesta della terra: il pericolo dell’uomo posseduto da uno spirito immondo, in relazione con la città pagana. I discepoli, come lascia supporre il testo, sono là, ma non agiscono. Soltanto Gesù può affrontare l’indemoniato, calmando la sua burrasca interiore e rendendolo discepolo, capace di predicare in terra straniera (nella sua città pagana) ciò che il Signore gli ha concesso: l’autonomia personale, la libertà e l’autocoscienza.

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Geraseni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse. «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!».
Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare (5,1-13).

Non anticipiamo i motivi. Un indemoniato di Gerasa, una grande città della Decapoli pagana, va incontro a Gesù. È un uomo duro, pericoloso, perché porta in sé la colpa o, meglio ancora, il conflitto e la perversione nei quali la città sembra sprofondare. Leggiamo bene il testo. I tratti principali del racconto vanno presi sul serio e sono assai chiari. Coloro che dominano la città lo vogliono legare ma non ci riescono: rompe sempre le catene. Da parte sua, l’indemoniato tenta di uccidersi e, in base alle indicazioni del testo, non riesce a farlo. Vive nei sepolcri, continuando una sorta di combattimento di violenza e impurità permanente. Arriva però Gesù, si scontra con i poteri diabolici, che distruggono la sua vita, e li vince, facendo sì che si allontanino da lui gettandosi in quei porci (segno di somma impurità), finendo con il precipitare in mare, dove affogano.
La contraddizione di un’esistenza posseduta dalle forze demoniache non poteva essere presentata, sul piano simbolico, in modo più drammatico e preciso. Qui appare il potere delle forze demoniache, che pervade di conflitti la vita degli uomini in un ambiente pagano. Si scopre anche l’impero della violenza, che trionfa e si impone sul povero ossesso che viene cacciato dal paese, ma del quale, al tempo stesso, hanno bisogno per scaricare su di lui l’aggressività sociale.
In un’altra ottica si può parlare anche di un simbolismo militare dei demoni: sono parecchi e si chiamano Legione, parola che sembra alludere all’unità tradizionale dell’esercito di occupazione romano; soldati e demoni si troverebbero così collegati (5,9). Va evidenziato anche il simbolismo dei porci, rifiutati dai Giudei come impuri: il testo accetta il segno e interpreta i demoni come esseri che in fondo sono prossimi ai porci, dal momento che gli uni e gli altri dai credenti vengono considerati impuri (5,11-12). Infine, c’è un segno ancora più intenso che si collega proprio con il racconto precedente: il potere malefico del mare che, essendo già stato placato e vinto da Gesù (4,35-41), ora si presenta come tomba dei porci-demoni.
Evidentemente questi motivi vanno intesi dal punto di vista di un profondo simbolismo. Con ogni probabilità il racconto affonda le sue radici in un ricordo storico, ma ciò che Mc 5,1-20 vuole trasmetterci non è un fatto del passato in quanto tale, ma il forte messaggio del potere di Cristo che ha vinto i demoni e così ha aperto un cammino attuale di missione sulla stessa dura terra dove dimorano i pagani. Gli abitanti di Gerasa (Decapoli) non erano accorsi con gli altri abitanti del luogo, quando Gesù in 3,7-8 parlava alle diverse popolazioni. Ora, però, Gesù viene a liberarli dall’oppressione di Satana, lasciando tra loro un segno di speranza missionaria (proprio l’indemoniato guarito). Tenuto conto di questo, possiamo passare alla parte finale del testo.

I mandriani allora fuggirono, portando la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati (5,14-20).

È un finale inaspettato, o per lo meno sorprendente. All’improvviso i temi precedenti, dal taglio apparentemente più mitologico (legione di demoni, branco di porci in mare), passano in secondo piano. Al centro della scena ora si collocano Gesù, gli abitanti pagani della zona e l’ex indemoniato. In questo momento le funzioni precedenti sembrano invertirsi. I presunti sani della città danno l’impressione di essere fuori di senno: hanno timore di Gesù, non accettano che l’ossesso sia risanato, temono la grazia. Per questo lo invitano ad allontanarsi. Evidentemente non possono cacciarlo con la forza né ucciderlo, perché hanno paura dei suoi poteri; ma preferiscono che se ne vada e lo salutano. L’indemoniato, invece, è stato guarito: sa essere grato per il dono ricevuto da Gesù e lo vuole accompagnare nel suo cammino.
Torniamo però agli abitanti del luogo, In base all’esito della scena scopriamo che mantenevano una buona relazione con l’elemento satanico. L’ossesso faceva parte del loro paesaggio culturale e religioso: avevano bisogno che stesse sul limitare della strada, nei sepolcri, come incarnazione vivente dello sfogo della propria violenza. Potevano scagliare su di lui i propri mali, rendendolo una specie di capro espiatorio delle colpe o violenze del conglomerato urbano. D’altro canto, anche il folle svolgeva il suo ruolo di violenza nella città: era come un segno vivente della lotta per la vita, come risultato ed elemento di quell’equilibrio di morte che domina la terra nel suo insieme.
Ora, Gesù ha rotto questo equilibrio di morte, restituendo l’infermo al cammino della vita, rendendolo capace di dialogare e di mantenere una parola di conversazione matura. Tutto è accaduto a un livello umano, senza il bisogno di appellarsi a riti religiosi (di tipo giudaico o pagano). Il testo non parla di Dio, ma del potere di Gesù che offre coscienza e maturità personale all’indemoniato risanato: gli insegna a scoprire la propria dignità e a realizzare la propria vita a partire dalla grazia. In tal modo, riacquistata (o avuta per la prima volta) la salute, l’indemoniato diventa segno di umanità in quella terra pagana. Questo è il messaggio di Gesù, la verità delle sue parabole: offre al mondo una promessa di vita «razionale», cioè personalizzata, senza che ci sia bisogno che gli uni scarichino la propria violenza sulla paura o la follia degli altri. In questo modo si differenziano i percorsi, si separano le risposte.

• Gli abitanti della città non resistono a questa nuova coscienza che Gesù vuole offrire loro. Perciò gli chiedono di andarsene. Vogliono restare annidati nel proprio sistema di violenza, creando nuovi indemoniati per scaricare su di loro la propria colpevole aggressività.
• L’indemoniato, invece, ha scoperto la novità di Gesù e lo vuole accompagnare, in un gesto di dialogo e di sequela, sulla linea di 1,16-20 e 3,14 (stare con lui).

Mc 3,13-19 ricordava che Gesù aveva istituito i Dodici perché stessero con lui e per inviarli, in complementarità sempre attuale di gesti e parole. Ora, questo indemoniato già è stato con Gesù (5,18): ha ricevuto la grazia della sua vita (ovvero la guarigione). Per questo deve rimanere nella sua regione, come inviato o apostolo del Signore tra i suoi concittadini aggressivi e timorosi. Significativamente, il primo apostolo di Gesù in Mc è stato questo «povero» indemoniato di Gerasa, che non sembra nemmeno conoscere il giudaismo (è pagano), ma sa bene ciò che Gesù ha fatto in lui ed è pronto a proclamarlo.
Gesù gli ha detto: «Torna» o meglio «Va’ (hypage) nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro (apangeilon) ciò che il Signore ti ha fatto». Così il Geraseno evangelizza: dà testimonianza di quanto ha fatto Gesù guarendolo. Vediamo che guarigione, chiamata e invio si richiamano a vicenda e appaiono incarnati in questo indemoniato, al quale si può attribuire il titolo di primo evangelista del regno tra la sua gente (i pagani del suo villaggio). La sua guarigione si trasforma in chiamata missionaria: Gesù lo guarisce proprio per inviarlo, rendendolo così testimone vivente del suo potere di trasformazione evangelizzatrice.
Questo indemoniato non annuncia il suo messaggio in termini generali; non offre teorie su Dio né spiega dogmi diversi su Cristo. Semplicemente proclama (kéryssein) quanto il Signore ha realizzato nella sua esistenza. I violenti abitanti di Gerasa hanno espulso Gesù dalla loro città, per continuare così a vivere tranquilli e imprigionati nel proprio labirinto di intrighi diabolici. Gesù va via, ma lascia loro, come segno del suo amore liberatore e della sua forza trasformante, colui che era indemoniato, rendendolo il primo dei grandi testimoni della sua salvezza sulla terra. Gli altri evangelisti devono percorrere ancora un lungo tragitto, accompagnando Gesù sulla strada della sua morte e della sua pasqua: solo alla fine, risorti con Cristo, potranno essere messaggeri della grazia nel mondo. Questo indemoniato invece non deve attendere fino a pasqua: era morto ed è rivissuto; era sprofondato nella violenza ed è rinato nell’esperienza della grazia. Perciò può annunciare le opere del Signore come il primo tra tutti i chiamati.
Viene così ripreso e ampliato il tema già abbozzato nel racconto del lebbroso di 1,40-45, sebbene allora Gesù gli avesse detto di presentarsi dai sacerdoti e di non farne parola ad alcuno. Nonostante questo ordine, superando la legge sacra del giudaismo, il lebbroso parlava di Gesù, proclamando (kéryssein) e diffondendo la parola (logon). Nel nostro caso, invece, è Gesù stesso a inviare l’ex indemoniato a predicare, rendendo testimonianza di ciò che il grande Kyrios gli ha dato guarendolo. Evidentemente qui come in 1,21-28 l’insegnamento di Gesù non va inteso come se si trattasse di qualche dottrina o teoria, ma come espressione (principio o conseguenza) della sua azione liberatrice.
Non sappiamo altro di questo primo evangelista pagano, che annunzia la salvezza di Gesù nella Decapoli. Non sale a Gerusalemme con i Dodici (10,32), non lo abbandona né lo rinnega, come faranno un giorno i suoi più affezionati seguaci (14,50.66-72). È evidente però che, quando i discepoli torneranno per ricevere il messaggio di pasqua in Galilea (16,6-7), ricorderanno e faranno proprio ciò che visse e in seguito testimoniò questo ex indemoniato, divenuto missionario di Gesù tra i pagani di Gerasa, nella Decapoli.

Nota bibliografica

V. SCIPPA, Stile marciano e spunti di teologia in Mc 5,21-43: Asprenas 30 (1983) 223-234; M. SETTI, Marco 5,1-20: Esegesi e teologia, Angelicum, Roma 1990.


Due donne: l’adolescente e l’emorroissa (5,21-43)

Mc continua ad essere magistrale nell’alternare e sviluppare le sue narrazioni. Aveva lasciato in sospeso dei temi, semplicemente abbozzati, che ora deve sviluppare: così la donna guarita (1,29-31) o il problema della ritualità giudaica (2,23-3,6). Ma il motivo più saliente della scena che ora segue è il suo contrasto con quella precedente. Prima eravamo in terra pagana; ora siamo tornati nello spazio di Israele, attraversando nuovamente le grandi acque. Sull’altra riva sembrava dominare l’elemento demoniaco, qui troviamo l’angoscia di un capo della sinagoga e l’impurità di una donna giudea ammalata. Là si stagliava la figura di uomo brutale, indemoniato; qui vi sono alcune donne dominate che non possono vivere liberamente la propria vita.
Passiamo così dal campo della lotta satanica (5,1-20) allo spazio delle preoccupazioni familiari, dove centrale è la questione della donna nella sua duplice prospettiva di fanciulla, che deve ma non può passare alla vita matura (5,21-24a.35-43) e di adulta vinta dalla sua stessa impurità di sangue (5,24b-34). Questa è una storia di donne, narrata con intimità e grande forza. Non ci sono né demoni né dispute esteriori (al contrario di 5,1-20 e di 2,23-3,6). Tutto sembra realizzarsi con calma e, tuttavia, nel fondo troviamo un intenso potenziale di rottura e liberazione umana, in chiave femminile.
Con ogni probabilità il modo di narrare il tema è stato influenzato dai racconti di miracoli di Elia-Eliseo (1Re 17,17-24; 2Re 4,25-37); si può inoltre parlare di paralleli nei racconti di resurrezioni (Le 7,11-17; Gv 11; At 9,36-43). Nel nostro caso però il testo dell’adolescente che rivive è stato collegato alla guarigione dell’emorroissa, dando forma a un’intensa unità significativa. Si tratta di un trittico, a forma di sandwich.

• L’adolescente ammalata (5,21-24a). Funge da introduzione. Nel luogo della massima purezza, nella casa di un capo della sinagoga di Cafarnao, un’adolescente muore. La religione ebraica non sa curarla.
• L’emorroissa (5,24b-34). Mentre Gesù si reca alla casa dell’adolescente, per ritardare la narrazione e produrre maggior suspense, Mc introduce il racconto di una donna che da dodici anni è affetta da un ciclo mestruale irregolare. Non si può sposare, avere relazioni sessuali o comunicare da vicino con gli altri. Per questo giunge nascosta nella sua infermità vergogna, per toccare Gesù, che è principio di purità superiore, per strada.
• La risurrezione dell’adolescente (5,35-43). Dicono che è morta; ma Gesù sostiene che sta dormendo. Entra nella sua stanza, le dà la mano e la fa alzare, introducendola così nel cammino della sua vita matura, di donna e di persona (la fanciulla ha dodici anni; in Oriente questa è l’età dell’amore e del matrimonio).

La relazione tra le due scene non è semplicemente narrativa, per il fatto che una si aggancia al vuoto dell’altra. Esiste una relazione tematica più profonda: entrambe parlano di donne in pericolo, accomunate da una medesima durata temporale (dodici anni: di malattia per la donna adulta impura: 5,25; e di età per la fanciulla morta: 5,42); entrambe appaiono come figlie, l’una agli occhi di Gesù (così chiama l’emorroissa in 5,34), l’altra agli occhi del padre (5,35). Queste due donne formano il primo capitolo di ciò che potremmo chiamare il vangelo femminile di Mc.
Questa duplice scena inizia sulla riva del mare, cioè nello spazio privilegiato della vocazione di Gesù (1,16-20; 2,13-17) e del suo insegnamento (3,9; 4,1). Qui Gesù continua a offrirci la sua chiamata più intensa e il suo magistero. Il punto di partenza non può essere più profondo e inquietante: tutti noi siamo stati sconvolti dalla morte inaspettata di una bambina. Ora, la figlia di un capo della sinagoga sta per morire; di fronte a tale circostanza, il funzionario giudaico mette da parte tutti i possibili preconcetti e si mette a cercare Gesù in mezzo alla folla, sulla riva del mare. Così inizia la scena (5,21-24a). Vediamo come segue.

a) La donna impura: l’emorroissa (5,24b-34)

Mc 5,24 Gesù andò con lui e una grande folla lo seguiva e gli si stringeva attorno.
Mc 5,25 Ora una donna, che da dodici anni era affetta da un flusso di sangue
Mc 5,26 e aveva sofferto molto sotto molti medici spendendo tutto il suo patrimonio senza averne alcun giovamento, anzi piuttosto peggiorando,
Mc 5,27 avendo inteso parlare di Gesù, si ficcò in mezzo alla folla e da dietro gli toccò la veste.
Mc 5,28 Infatti si era detta: «Se riuscirò a toccargli anche solo le vesti, sarò salva».
Mc 5,29 Immediatamente la sorgente del suo sangue si seccò ed ella sentì nel suo corpo che era stata guarita dal male.
Mc 5,30 Anche Gesù, avendo avvertito subito in se medesimo che una forza era uscita da lui, rivoltosi verso la folla domandò: «Chi mi ha toccato le vesti?».
Mc 5,31 Gli risposero i suoi discepoli: «Vedi bene la folla che ti stringe attorno e domandi: "Chi mi ha toccato?"».
Mc 5,32 Ma egli si guardava attorno per vedere la donna che aveva fatto ciò.
Mc 5,33 Allora la donna, timorosa e tremante, ben sapendo ciò che le era accaduto, si avvicinò, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità.
Mc 5,34 Quindi egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii sanata dal tuo male».

Per strada si frappone il racconto dell’emorroissa. Gesù cammina e la gente avanza con lui, spingendolo da ogni parte. Allora, nel mezzo della folla e della calca vi è una persona che in maniera speciale ha bisogno di lui: una donna che lo tocca in un modo differente. Sono dodici anni che è malata (il tempo che una vita umana ha bisogno per maturare) con un flusso di sangue o mestruazione continua che, da un lato, le impedisce di vivere in modo sano e, dall’altro, le sbarra le porte delle relazioni sociali, in conformità alla categorica legge di Israele:

Quando una donna, abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera (Lv 15, 19-21).

È fonte e centro d’impurità questa donna che avanza nascosta e timorosa, in mezzo alla folla, poiché se la riconoscono debbono cacciarla dal gruppo, facendole il vuoto intorno. Nessuno può toccarla né toccare le sue cose. È una morta vivente, espulsa dalla società e condannata alla propria amarezza, a causa di una legge religiosa difesa con zelo dai «capi della sinagoga» (capi dell’assemblea di Israele). Ora, questa donna che non ha potuto essere curata dalla medicina (5,26), non si è rassegnata a vivere come obbliga la legge di Israele. Lo stesso gesto di nascondere la propria infermità e avanzare tra la folla, toccando ora gli uni ora gli altri, è una sorta di protesta religiosa: non si rassegna a vivere condannata e relegata, come un cadavere ambulante, perché così prescrive un antico libro, regolato dagli uomini sapienti del suo popolo. Avanza, ne sfiora molti al suo passaggio e contagia tutti con la sua impurità rituale, ma nessuno se ne avvede: la legge non rende capaci di aprire gli occhi né di sentire il cuore ferito. Soltanto Gesù avverte il tocco «delicato», perché la donna non osa toccare il suo corpo, né prendere la sua mano. Le è bastato toccargli il mantello (5,28).

Del valore terapeutico del mantello parla in seguito 6,56, ma nel nostro caso è possibile che si alluda anche a un antico rito matrimoniale ebraico. Questo viene detto di Rut, che toccò-alzò il mantello di Booz durante la notte, per chiedergli in questo modo aiuto, sposandosi con lei, secondo la legge, nella sua disgrazia (Rut 3,4). Ora, la nostra donna si è limitata a prendere un momento tra le sue mani il mantello di Gesù, come per chiedere aiuto: anch’ella vuole essere liberata dal suo obbrobrio, avere la libertà di sposarsi, essere una persona autonoma. La risposta è chiara: Gesù, liberatore della donna bisognosa, irradia una potenza che sana ed ella avverte nel suo corpo di essere guarita (5,28-29).
La conversazione che segue ci conduce al centro del potere di purificazione che il vangelo ha. Strutturando il testo, si può volta per volta mettere in risalto la funzione degli attori che intervengono.

a) Gesù domanda: «Chi mi ha toccato il mantello?» (5,30), una domanda aperta alle risposte successive. Notiamo che non domanda a proposito di quelli che lo hanno toccato in genere, uno strusciare di tipo ordinario. Vuole sapere chi gli ha toccato il mantello, alludendo in tal modo al simbolismo già indicato.
b) I discepoli non capiscono (5,21). Pensano che alluda al normale entrare in contatto con tutti coloro che camminano intorno a lui e lo spingono o lo sovrastano per curiosità o mancanza di spazio.
c) La donna, invece, lo sa: sa del mantello e conosce il movimento del suo corpo. Gli ha toccato «soltanto» il mantello, ossia, lo ha sfiorato nel suo intimo, nella sua persona, entrando in contatto con la forza più intima del corpo di Gesù (cfr. l’insistenza di 5,30). Adesso lo dice, con timore ma apertamente, a tutti (5,33).
a’) Gesù parla di,nuovo e questa volta in maniera dichiaratoria, creativa. È stato il mantello di Gesù a guarire il «corpo» della donna. Ora è Gesù stesso che guarisce (riconosce e conferma) la donna nella sua globalità, dicendole: «La tua fede ti ha salvata. Va’ in pace» (5,34).

Dobbiamo insistere sulle ultime parole. «La tua fede ti ha salvata»: la donna cerca Gesù; Gesù restituisce alla donna il potere e la fiducia che esiste in lei. Non era schiava della sua malattia, non era condannata a vivere fuori dal cerchio sociale, come morta vivente, in dodici anni di impurità. La fede l’ha trasformata: la fiducia è ciò che salva e dà dignità alla persona; Gesù lo dice chiaramente, mandando in frantumi i rituali sacralizzanti (emarginanti) dell’antica legge della purità-impurità (Lv).
«Va’ in pace». Non la manda dal sacerdote, come aveva fatto dopo aver curato il lebbroso (1,40-45), come prescritto da Lv 14. Già sappiamo che il lebbroso non ascoltò Gesù, interpretando rettamente la sua intenzione più profonda. Ora, disattendendo la prescrizione di Lv 14,28-30, Gesù osa dire alla donna di andare in pace: ora può vivere allo scoperto, liberamente, senza bisogno di sottomettersi al sacro controllo dei sacerdoti. A proposito del luogo (la riva del mare di 5,21) ho detto che questa deve essere una scena di insegnamento e vocazione. Evidentemente qui si ha una vocazione. Gesù dice alla donna di realizzarsi: la introduce nella pace della propria vita liberata, le permette di essere donna sana e autonoma. La chiamata della donna costituisce in questo caso il suo insegnamento, è la sua azione liberatrice.

b) La vocazione della donna: l’adolescente risuscitata (5,21-24a.35-43)

Mc 5,21 Passato Gesù di nuovo all'altra riva, una grande folla si radunò intorno a lui, che se ne stava sulla spiaggia del mare.
Mc 5,22 Ora giunse uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, che, appena lo ebbe visto, gli si gettò ai piedi
Mc 5,23 e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi. Vieni e imponile le mani, affinché sia salva e viva».
Mc 5,24 Gesù andò con lui e una grande folla lo seguiva e gli si stringeva attorno.

Mc 5,35 Gesù stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga giunsero alcuni che dissero a quest'ultimo: «Tua figlia è morta! Perché importuni ancora il Maestro?».
Mc 5,36 Ma Gesù, avendo inteso per caso il discorso che facevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, ma solamente abbi fede!».
Mc 5,37 E non permise che alcuno lo seguisse, all'infuori di Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Mc 5,38 Giunti alla casa del capo della sinagoga, egli avvertì il fracasso di quelli che piangevano e si lamentavano fortemente.
Mc 5,39 Perciò, entrato, disse loro: «Perché fate chiasso e piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme».
Mc 5,40 Quelli incominciarono a deriderlo. Ma egli, messili fuori tutti, prese con sé il padre della fanciulla con la madre e i discepoli ed entrò dove si trovava la fanciulla.
Mc 5,41 Quindi, presa la mano della fanciulla, le disse: «Talithà kum!», che tradotto significa: «Fanciulla, ti dico, sorgi!».
Mc 5,42 Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare. Aveva, infatti, dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.
Mc 5,43 Ma Gesù comandò loro insistentemente che nessuno lo venisse a sapere e ordinò che le si desse da mangiare.

Torniamo alla scena della fanciulla (5,35-43). Per strada al padre viene riferito che la figlia è morta. Gesù gli chiede di aver fiducia e intanto giungono a casa. Già si è messa in moto la liturgia della morte, fatta di trambusto e grida. Gesù passa attraverso questa rappresentazione funebre, lascia fuori la folla ed entra nella stanza della morta accompagnato soltanto dalle due «famiglie» che in questo caso risultano importanti.

• Pietro, Giacomo e Giovanni (5,37.40). Dal gruppo dei primi quattro (1,16-20), dal gruppo dei Dodici (3,13-19), o dalla moltitudine dei discepoli, come simbolo di apertura familiare, Gesù ne ha scelti tre come espressione della comunità ecclesiale che servirà da testimonianza e luogo di maturazione per la fanciulla rinata.
• Il padre e la madre della fanciulla. Abbiamo visto il padre (5,22). Adesso lo accompagna la madre. Ora non posseggono né titolo né dignità (il fatto di essere un capo della sinagoga risulta secondario). Sono semplicemente coloro che hanno dato la vita alla bambina morta. Accentuando il simbolismo dei dodici anni (età della prima mestruazione e del matrimonio), potremmo dire che essi l’hanno generata per la morte. Al giungere della sua pubertà, ella è al termine, smette di essere bambina-libera e diventa oggetto di scambio familiare, al servizio dello sposo.

A mio giudizio, tutta la scena si trova ad esser dominata da questa impossibilità di realizzazione personale dell’adolescente. Si suppone che la figlia di un capo della sinagoga debba essere ricca in tutto: ha la religione (suo padre è un capo della comunità), sembra disporre di ricchezze, come mostra la folla di quelli che vengono a piangerla... Dovrebbe avere tutto, eppure non possiede nulla.
La figlia del capo della sinagoga, nel contesto di una famiglia sana e benestante, non trova altra via d’uscita che la morte. È arrivata ai dodici anni: smette di essere una bambina, comincia ad essere oggetto di contrattazioni sponsali per diventare serva del marito. Questa donna potrà vivere in modo libero, maturo, autonomo? Sembra di no. Perciò muore. Dà l’impressione di essere il segno di tutte le ragazze del tempo, che su questo piano possono venir paragonate alla fanciulla gravemente ammalata della madre pagana di 7,24-30. Non vi è differenza di religione per la donna. L’una e l’altra, giudea o pagana, finiscono per essere condannate a morte (come persone). Per loro vivere significa restare sottomesse. Con queste osservazioni preliminari possiamo tornare al racconto. Ci troviamo nell’intimità della stanza della famiglia, trasformata nel luogo più solenne del nuovo sorgere della vita. Il popolo attende fuori. Dentro vanno i prescelti: i tre discepoli che rappresentano la chiesa, i genitori della fanciulla. In mezzo c’è Gesù. Prende la m. no s colei che sembrava morta e le dice: «Talità kum», «Ragazza io ti dico, alzati!». Si era addormentata bambina e sr rialza donna, capace di camminare, come precisa con gran chiarezza il testo, dicendo che aveva dodici anni (5,41-42).
Questa resurrezione va collegata alla rinascita dell’emorroissa. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una donna impedita per dodici anni di impurità adulta o di fanciullezza già compiuta che sembra condurre alla morte. Alla donna adulta Gesù ha detto: «Va’ in pace», vale a dire, sii te stessa e vivi. Gesù lascia che la bambina rinata, fatta donna, cammini, dicendo ai genitori di darle da mangiare, ossia, che la rafforzino perché possa essere se stessa. All’inizio della chiesa, dove per la prima volta Pietro-Giacomo-Giovanni assistono Gesù, in quanto discepoli fondanti la comunità, troviamo una scena familiare: ciò che importa è fare in modo che questa fanciulla viva, che cresca senza timore, diventi persona.
Il rituale ebraico era dominato dal timore della morte. Perciò il cadavere provoca l’impurità (Lv 21,1-15; 22,4-8; ecc.), Contrariamente a ciò, Gesù è penetrato con i genitori della bambina e i discepoli nello spazio stesso della morte, toccando colei che sembrava morta e restituendole la vita, ossia rendendola capace di gestire la propria libertà personale, la propria autonomia. Non le chiede nulla, non le impone alcuna legge. Le offre semplicemente un cammino di vita, proprio quando compie dodici anni, l’età critica per l’antica donna orientale.
Ho voluto intitolare questa sezione vocazione della donna. Questo è ciò che Gesù fa alla bambina: la chiama alla vita proprio nel momento in cui essa sembra condannata a morte (con i suoi dodici anni). Vale la pena che maturi come donna risvegliandosi alla coscienza responsabile in un contesto in cui i genitori (suoi educatori di un tempo) si trovano ad essere accompagnati da Pietro, Giacomo e Giovanni, rappresentanti della comunità cristiana. All’interno di questa comunità la bambina risorta dovrà assumere la propria autonomia e realizzarsi come persona. E con ciò possiamo giungere al culmine del tema delle due donne, guarite da Gesù per appropriarsi della propria vita e della propria femminilità.
Questa è la chiamata di Gesù, questo è il suo contributo su questa «riva del mare», cioè in mezzo alla società giudaica. Al Geraseno aveva donato la coscienza della sua libertà, chiedendogli di rendere testimonianza della sua guarigione in terra pagana (5,1-20). A queste due donne giudee chiede soltanto di vivere; offre loro la libertà umana al di là delle prescrizioni di una legge che minaccia di renderle schiave. Questo è il principio sul quale si basa il suo messaggio, questo è il compito della sua vocazione messianica.
Che quella donna, in precedenza rifiutata perché impura, e l’adolescente, in precedenza condannata a morire, possano vivere ed emanciparsi in libertà: questo è uno dei primi ideali della chiesa. Proprio quando Gesù poteva sembrare più distante dal mondo (dedicandosi solo a compiti riguardanti la fine dei tempi), si mostra a noi più vicino e familiare, ossia più interessato ai problemi e alle speranze, alle sofferenze e ai desideri di queste donne che sono il simbolo di tutte le donne oppresse liberate della storia.


La fede propone prove molto difficili, come si vede nella vita nuova che crea (Afraate). Nel guarire e risuscitare i morti Gesù mostrò compassione e dimostrò la sua identità messianica (Prudenzio). Non curava il semplice contatto con la mano del Signore, ma il contatto con il Signore di una fede semplice (Pietro Crisologo, Beda). A chi si credeva morto, concesse una vita nuova semplicemente attraverso le parole divine (Ambrogio). Il grido del dolore fu in se stesso una forma primitiva di fede (Girolamo). Ella partecipò a testimoniare l’autenticità della sua risurrezione (Girolamo, Teodoreto di Cirro). Quando in virtù della fede diventiamo figli di Dio, si restaura la vita (Girolamo). La sola fede è sufficiente per ricevere la vita nuova (Agostino, Beda). Se la donna era testimone della divinità di Gesù, egli in cambio era testimone della fede della donna (Girolamo, Efrem il Siro). Colui, le cui mani avevano creato dal nulla, la ricreò di nuovo dalla sua perdizione (Pietro Crisologo). Nell’attualità il Corpo di Cristo è la Chiesa (Agostino).

23 Vieni a imporle le mani
La mano di Dio
Non ordina come debba essere guarito l’ammalato, ma implora soltanto che sia guarito. Ma siccome era un arcisinagogo, possedeva la conoscenza della Legge ed aveva letto che, mentre le altre cose erano state create dalla parola, l’uomo era stato foggiato dalla mano di Dio.
Pietro Crisologo,
Sermoni 33, 3

27 Gli toccò il mantello
Il grido dell’angustia
L’emorroissa aveva speso tutto ciò che possedeva nei medici: poiché la sua anima aveva sofferto la fame e la sete, la sua anima era morta dentro di lei. Ma poiché aveva perduto tutte le sue sostanze, questa è la Chiesa riunita nelle nazioni, poiché la sua anima era morta dentro di lei, invocò il Signore nel momento del bisogno. Il tocco della veste del Signore fu il grido di un credente.
Girolamo, Commento al Salmo 106, 5


Cercare il medico con il cuore e con la fede
Due mari non si mescolano tanto con i loro flutti, quanto l’animo di questa donna era agitato da un duplice ammasso di pensieri. Dopo gli interventi senza speranza dei medici, dopo i medicamenti costosi, dopo la vana e scrupolosissima cura, dove ormai avevano fallito l’arte e l’abilità dei medici, nella quale era stata consumata ogni sostanza dell’ammalata, la vereconda ferita non per caso, ma per volere divino s’imbatté nello stesso Creatore, affinché quel morbo, che non aveva potuto essere guarito in tanti anni dall’abilità umana, fosse guarito dalla sola fede e dalla sola umiltà. Stava in disparte la donna che la natura aveva colmato di pudore – per questo disturbo la legge giudaica l’aveva bollata come immonda, dicendo: Sarà immonda e non toccherà ciò che è santo (Lv 12,4; 15,25) – , timorosa di contatti per non essere vittima del furore giudaico, per non subire la condanna della Legge. Non osava parlare per non turbare e importunare l’ascolto dei circostanti, per non essere oggetto delle chiacchiere della gente, visto che per tanti anni era stata palestra e stadio delle sofferenze. Infatti, il dolore diuturno e ininterrotto non le consentiva di sopportare e tollerare più a lungo e la rapidità del passaggio di Cristo riduceva il tempo per decidere; e, d’altra parte, sapeva che, se avesse taciuto, se l’avesse nascosto, il suo male non avrebbe ottenuto la guarigione. Coinvolta in questi pensieri contrastanti, la donna trovò un’unica via di salvezza per rubare la guarigione: quella di strappare in silenzio ciò che non aveva il coraggio di chiedere e per la propria vergogna e per il rispetto verso colui che dove-va concedergliela; quella di arrivare col cuore al medico, visto che non se ne riteneva degna col corpo; quella di toccare soltanto con la mano della fede la sua veste. Sapeva infatti che sarebbe stato ottenuto non soltanto il perdono, ma anche la medicina da questa frode, escogitata non dal suo volere, bensì da una vereconda necessità; soprattutto perché mirava al vantaggio di colei che compiva il furto senza provocare alcun danno a colui ch’era oggetto della sottrazione. E un furto pio quello che si commette con l’aiuto e l’impulso della fede.
Pietro Crisologo, Sermoni 33, 4

Una guarigione manifesta
Lode a te, figlio di una sostanza nascosta, giacché, attraverso le occulte piaghe e i tormenti di una donna afflitta dal-le perdite di sangue, la tua occulta guarigione era proclamata, e attraverso una donna visibile gli uomini scoprivano l’invisibile divinità. Nella facoltà di guarire appariva la divinità del Figlio, e con la guarigione della donna afflitta dalle perdi-te di sangue si manifestava la sua fede. La donna proclamò il Signore, e fu proclamata lei stessa con lui; insieme alla verità erano annunziati anche gli araldi di essa. Come la donna infatti diveniva testimone della sua divinità, così anche lui diveniva testimone della sua fede... Prima il Signore scoprì la fede occulta della donna, poi le offrì una guarigione manifesta.
Efrem il Siro, Commento al Diatessaron di Taziano 7,1-2


30 Chi mi ha toccato il mantello?

La domanda di Gesù
La domanda la fa guardandosi attorno per vedere in faccia colei che l’aveva fatto. Forse il Signore non sapeva chi l’aveva toccato? E perché allora la cerca? Il comportamento è di uno che lo sa, ma vuol mettere in evidenza un fatto... Se Gesù non avesse posto la domanda, se non avesse detto: chi mi ha toccato? (Mc 5,30), nessuno si sarebbe reso conto di un prodigio avvenuto. Avrebbero infatti potuto dire: Non ha fatto nessun prodigio, ma si sta dando arie e parla per vanagloria. Per questo pone la domanda, affinché quella donna confessi l’accaduto e Dio venga glorificato.
Girolamo, Omelie sul Vangelo di Marco 3
La Chiesa è oggi il Corpo di Cristo
Questa, per così dire, assenza del proprio corpo e presenza della propria potenza tra tutti i popoli, il Cristo la simboleggiò anche in quella donna che aveva toccato l’orlo del suo vestito, quando chiese: Chi mi ha toccato?... E i discepoli: La folla che ti circonda e ti schiaccia (cf. Mc 5,31; Lc 8,45). È come se il Signore avesse detto: «Chiedo chi mi tocca, non chi mi schiaccia». Nella stessa condizione si trova anche adesso il suo corpo, cioè la sua Chiesa... La opprime la carne, la tocca la fede. Alzate quindi gli occhi, vi scongiuro, voi che avete la possibilità di vedere. Avete in effetti una realtà da vedere. Alzate gli occhi della fede, toccate l’estremità dell’orlo del vestito: vi basterà per la salvezza.
Agostino,
Discorsi 62, 3.5

31Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?
Toccare Cristo con lo Spirito
I discepoli pensavano che tutti toccassero il Signore, stringendolo col solo corpo, per unirsi tutti ugualmente a lui con tale contatto fisico. Similmente colui che aveva un diverso modo di pensare in diverso senso faceva la domanda, sapeva che questa donna aveva raggiunto la sua maestà ed era penetrata nella sua potenza con lo spirito, non col corpo, non col comune contatto, ma con la fede. Perciò a proclamare è l’uomo, non Dio; non la carne, ma lo Spirito: Chi mi ha toccato? (Mc 5, 31), perché la potenza miracolosa dell’opera rivelasse colui che l’umanità nascondeva.
Pietro Crisologo, Sermoni 100, 1
33Gli disse tutta la verità
Cristo è la Verità
Osservatene i passi, guardate come si fa avanti. Finché perdeva sangue non era in grado di venirgli di fronte: una volta risanata gli si pone davanti. E si buttò ai suoi piedi. Non aveva ancora il coraggio di fissarlo in volto; ma appena guarita si accontenta di abbracciargli i piedi. E gli disse tutta la verità (Mc 5, 33). E Cristo la verità. E poiché era stata la verità a guarirla, lei ha testimoniato la verità.
Girolamo, Omelie sul Vangelo di Marco 3

31Figlia, la tua fede ti ha salvata
La fede di pochi
La Chiesa viene toccata dalla fede di pochi, oppressa dalla folla di molti individui (cf. Is 1,11).
Agostino, Discorsi 62, 3, 5
Toccare con il dubbio
Come coloro che pur vedendo non vedono e pur sentendo non sentono (Mt 13,13), così anche coloro che toccano Gesù non con un cuore semplice ma con il dubbio e la finzione pur toccando non toccano.
Beda, Commento al Vangelo di Marco 2, 5, 31
34b Va’ in pace e sii guarita dal tuo male
Il cammino della guarigione
Poiché sei il medico della Chiesa del Signore, offri la medicina giusta ai singoli malati; ad ogni modo, cura, guarisci, riconduci i colpevoli alla Chiesa: guida il gregge, non imperiosamente con dispotismo, come colui che esercita un potere, ma come un pastore benigno (cf. Ez 34,4; Mt 20,25), che accoglie nel suo seno gli agnelli, e restituisce vigore alle pecore inferme (cf. Is 40,11) .
Costituzioni apostoliche 2, 20
L’ordine di guarire
Voglio che tornino sani i corpi ulcerosi, la putredine delle viscere (cf. Mt 8,3), disse; ed ecco che si compì quanto era stato ordinato; le offerte votive per la guarigione purificano la cute turgida (cf. Mt 8,2-3). Tu ungi gli occhi ormai sepolti nelle tenebre perenni con limo salutare e nettare della tua bocca santa; immediatamente questa medicina ridona luce agli occhi aperti (cf. Gv 9,1-7). Sgridi il vento impetuoso, giacché con le burrasche agita il mare dalle profondità, e colpisce la nave in viaggio; quello obbedisce ai comandi, l’onda si stende placida (cf. Mt 8,24-26). Furtivamente una donna tocca l’orlo della veste santa; subito le torna la salute: le torna il rossore sul viso, si interrompe quell’eterno flusso di sangue (cf. Mt 8,20-22; Mc 5,25-34; Lc 8,43-48).
Prudenzio, Inni 9,31-42
36 Non temere, continua solo ad aver fede!

Perseverare nella fede
Quando il capo della sinagoga si presentò al Signore perché intercedesse in favore di sua figlia, Gesù gli rispose: Continua ad aver fede, credi e tua figlia vivrà (cf. Mc 5,35-36). Quell’uomo credette, e sua figlia risuscitò e visse. Anche quando Lazzaro era morto, il nostro Signore disse a Marta: Se credi, tuo fratello risusciterà. E Marta gli rispose: Sì, Signore, io credo (Gv 11,23-27). Allora il Signore lo fece risuscitare al quarto giorno... Perseveriamo, carissimi, nella fede, dalla quale derivano tali poteri. La fede elevò alcuni fino al cielo (cf. Gn 5,24; Eb 11,5), vinse le acque del diluvio (cf. Gn 7,1-8.22; Eb 11,7), moltiplicò la discendenza delle donne sterili (cf. Gn 21,1-3; Eb 11,11-12), ripose il coltello, diede la libertà ai prigionieri (cf. Gn 22,1-19; Eb 11,17.34), tirò fuori dai pozzi (cf. Gn 37,28), rese ricchi i poveri (cf. Mc 12,42-44), liberò i perseguitati (cf. Eb 11,27-29), fece discendere fuoco dal cielo (cf. 1 Re 18,38), divise il mare (cf. Es 14,21), ruppe la pietra e fece bere gli assetati (cf. Es 17,6), diede cibo agli affamati (cf. Es 16,15), restituì la vita ai morti, li portò via dall’Inferno (cf. Eb 11,35), sedò le acque (cf. Mt 8,26), guarì i malati (cf. Mt 9,2.22; Mc 2,5), respinse i forti (cf. Eb 11,34), fece cadere le mura (cf. Eb 11,30), chiuse la bocca ai leoni (cf. Eb 11,33), estinse la fiamma del fuoco (cf. Eb 11,34), umiliò i superbi e sollevò gli umili fino all’onore della gloria (cf. Eb 11,26; Gc 4,6). Tutti questi prodigi furono realizzati grazie alla fede. In questo consiste la fede: nel credere a Dio Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, del mare e di tutti gli elementi che in essi sono contenuti; nel credere che egli creò Abramo a Sua immagine e somiglianza; che dettò la Legge dell’Alleanza a Mosè; che inviò il suo Spirito ai profeti; e che inviò Cristo nel mondo; nel credere alla risurrezione della vita dei morti e al sacramento della purezza del battesimo. Questa è la fede della Chiesa; e vuole che l’uomo si discosti dall’osservanza dei giorni e dall’osservanza del sabato, e dalle feste e dagli anniversari dei Caldei, dalla magia, dalla astrologia, dalla divinazione e dalla stregoneria, dalla fornicazione, dalla divisione in sette, dalle macchinazioni maligne, dalla parole ingannevoli del male, dalla bestemmia, dall’adulterio impuro, e dai canti impuri. Vuole che nessuno cada in falsa testimonianza, che nessuno abbia una lingua biforcuta.
Afraate, Dimostrazioni 1,17-19

37E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni
Perché solo tre?
Una vostra domanda potrebbe essere questa: come mai a essere scelti sono sempre questi, mentre gli altri apostoli sono lasciati in disparte? Anche quando si trasfigurò sul monte, infatti, furono questi tre ad essere scelti (cf. Mt 17,1-3; Mc 9, 2-4; Lc 9,28-30). Tre sono dunque scelti, Pietro, Giacomo e Giovanni. Il motivo fondamentale è che in questo numero c’è tutto il mistero della Trinità, numero che di per sé è sacro. Anche Giacobbe, infatti, stando al testo originale ebraico, mise negli abbeveratoi tre rami (cf. Gn 30,38) . In un altro passo della Scrittura si dice ancora: Una fune a tre capi non si spezzerà (Qo 4,12). Viene scelto dunque Pietro su cui è fondata la Chiesa (cf. Mt 16,18), Giacomo che è stato il primo degli apostoli a ricevere la corona del martirio (cf. At 12,2), e Giovanni che ha dato inizio allo stato di verginità .
Girolamo,
Omelie sul Vangelo di Marco 3

39La bambina non è morta, ma dorme
La voce del Signore che risveglia
Perché parlare della figlia dell’arcisinagogo, per la cui morte piangevano le folle e i flautisti facevano echeggiare i loro suoni (cf. Mt 9,23)? Nella convinzione, infatti, che fosse morta si esibisce la pompa funebre. Con quale rapidità alla voce del Signore lo spirito ritorna, il corpo si erge nuovamente vivo, si prende del cibo perché si credesse a tale testimonianza di vita (cf. Mc 5,38-43; Lc 8,52-55).
Ambrogio,
Per la dipartita del fratello 2,82
Il sonno della ragazza
Arrivò alla casa e trovò che erano state già preparate le dovute esequie per il funerale e disse alla gente: Non piangete, poiché la ragazza non è morta, ma dorme Mc 5,39). Disse la verità: dormiva, ma per colui dal quale poteva essere svegliata. Svegliandola la rese ai genitori.
Agostino, Discorsi 98, 4
Le sofferenze dei genitori
Prima che il discorso riveli il mistero del senso evangelico, ci piace a questo punto illustrare brevemente le sofferenze dei genitori, da loro affrontate e sopportate per l’affetto e l’amore dei loro figli. Circondata dalla famiglia, tra le tenere e delicate attenzioni dei parenti, la figlia giace nel soffice lettuccio, il padre giace ed è steso, prostrato sull’arida terra: quella è sofferente nel corpo, questi si strugge nella mente e nell’animo; quella sopporta le segrete sofferenze del suo male, questo, alterato nell’aspetto e immerso nel lutto, è oggetto dei discorsi e dei commenti di tutto il popolo; quella muore in vista del riposo, questo vive in vista del dolore... Ahimè! Perché i figli ignorano un sì grande amore, perché non lo comprendono, perché non si sforzano di ricambiarlo ai genitori? E tuttavia l’affetto dei genitori insiste, perché Dio, padre di tutti, ripagherà ai genitori tutto quello che i genitori spenderanno per i figli.
Pietro Crisologo, Sermoni 33, 2
41Presa la mano della bambina, le disse: «Talita kum»
Il potere della Grazia divina
Come prima cosa le prende la mano, risana le sue opere, e così può farla rivivere. Effettivamente si avverò allora la profezia: Solo quando tutti i gentili avranno raggiunto la salvezza allora anche Israele sarà salvo (Rm 11,25). E Gesù le disse: «Talita kum», che si dovrebbe tradurre: «Fanciulla, alzati». Ma poiché qui ha detto: «Talita kum» la traduzione di questa espressione siriaca ed ebraica è: «Fanciulla, alzati per me». «Kumi» vale a dire: «Alzati per me». C’è dunque un significato nascosto, come vedete, in questa stessa espressione ebraica e siriaca. È come se dicesse: fanciulla, tu che dovevi essere madre, per la tua infedeltà sei ancora una fanciulla. Ma potremmo anche dare quest’altro significato: poiché rinasci, tu sei una fanciulla. Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù.
Girolamo, Omelie sul Vangelo di Marco 3
43Ordinò di darle da mangiare
La Resurrezione non è un’illusione
Ogni qual volta risuscitò un morto (cf. Mc 5,43; Lc 8,55), ordinò che gli dessero da mangiare, perché la risurrezione non sembrasse una illusione. E per questo motivo è scritto che Lazzaro (cf. Gv 12,2), dopo la risurrezione, partecipò al banchetto con il Signore.
Girolamo, Contro Gioviniano 2, 17
Convalidare la risurrezione
Poiché il mangiare è proprio di quelli che vivono questa vita presente, necessariamente il Signore per mezzo del mangiare e del bere provò la risurrezione della carne a quelli che non ne riconoscevano l’autenticità. E fece la stessa cosa nel caso di Lazzaro e della figlia di Giairo. Quando ebbe risuscitato quest’ultima, ordinò che le fosse dato da mangiare (cf. Mc 5,43).
Teodoreto di Cirro, Il mendicante 2