16/06/2013 - Lectio della 11' Domenica del Tempo Ordinario - anno C

(domeniche precedenti) 

 

XI Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
La peccatrice perdonata (Lc 7,36-50)

L’episodio della peccatrice ci è conservato dal solo Luca; ha però parecchie affinità con altri due episodi simili evangelici: l’unzione di Gesù da parte di una donna a Betania, narrato da Marco (14,3-9) e Matteo (26,6-13) e situato in “casa di Simone il lebbroso”; e l’unzione di Gesù pure ivi avvenuta da parte di Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, narrato da Giovanni (12,1-8), e che a loro volta sono da parecchi esegeti identificati; perciò frequentemente nella tradizione cristiana si è identificato con essi anche il nostro e si è pensato che ivi Luca lo ometta proprio perché ne ha compreso l’identità o almeno l’affinità col presente. L’evangelista sembra però qui riflettere un episodio completamente diverso e tramandato dalla tradizione per illustrare il detto di Gesù riportato in 7,47: “le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”. La somiglianza sembra dovuta al fatto che era tramandato con un cliché catechistico in parte comune con l’episodio analogo dell’unzione a Betania. Difatti diverso è il luogo: qui siamo in Galilea, colà a Betania, vicino a Gerusalemme; in specie sono essenzialmente differenti le caratteristiche della protagonista: qui si tratta di una pubblica “peccatrice” che Luca - o meglio la tradizione precedente - lascia innominata, per rispetto alla sua onorabilità; colà si tratta di una discepola pia e ammiratrice di Gesù. Non si deve identificare questa peccatrice neppure con Maria di Magdala, come sarà fatto dalla tradizione posteriore, anche liturgica, sotto la spinta dei versetti che seguono il nostro episodio (Lc 8,2-3): qui infatti alcune delle donne al seguito di Gesù, sono dette guarite da spiriti cattivi e malattie, tra cui la Maddalena da ben sette demoni; ora “spiriti cattivi” o ossessioni nel linguaggio dell’epoca era una cosa ben diversa da “peccati”; anche se la cittadina di Magdala era famosa per la sua scostumatezza.

Aspetti letterari

  L’episodio narrato da Luca è stato avvicinato per le sue caratteristiche (la donna, il gesto dell’unzione) al racconto dell’unzione di Betania, avvenuta prima della Pasqua (Mc 14,3; Gv 12,3). Tuttavia, pur tenendo conto del simbolismo convergente, le differenze tra i due episodi evangelici non offrono un appoggio sicuro per identificare i due fatti e specificare l’identità della peccatrice.   Lc 7 riporta una serie di personaggi che incontrano Gesù: il centurione (Lc 7,1-10), la vedova di Nain (Lc 7,11-17), i discepoli del Battista (Lc 7,18-35) e l’ultimo personaggio è la donna peccatrice. La scena è immediatamente preceduta dal detto di Gesù sui pubblicani e i peccatori (7,34-35) ed è seguita dall’indicazione del servizio delle donne a seguito di Gesù e dei suoi discepoli. Il Messia non è un demonio né un mangione/bevitore (Lc 7,34-35), ma è il Figlio di Dio misericordioso! Questa misericordia viene espressa nella stupenda pagina del perdono donato a «chi ha molto amato», che rappresenta la risposta alla precedente accusa mossa a Gesù. Qui non è solo Gesù che entra nella casa del fariseo, ma vi entrano i poveri attraverso Gesù!   La scena è narrata con maestria e getta luce sulle fisionomie dei personaggi presentati al lettore fin nei loro sentimenti più profondi. Il nucleo della narrazione conferisce al racconto una notevole valenza ironica: Simone (Gesù lo chiama per nome!) è un fariseo «giusto» che invita il Maestro nella sua casa (Lc 7,36), ma in realtà «non lo accoglie nel cuore» (Lc 7,39). Gesù è dentro una casa, ma di fatto rimane fuori! La donna invece, è colei che pur «rimanendo fuori», a sua volta accoglie Gesù e il suo perdono!   L’episodio si apre con l’invito rivolto al Signore di entrare in una casa: è quella di un fariseo. Gesù accetta l’invito e si mette a tavola (Lc 7,36: kateklithē). Subito l’evangelista pone l’attenzione su una donna che non era stata invitata, ma che decide in cuor suo di compiere un atto simbolico nei riguardi del Signore. L’evangelista sottolinea la funzione di questo personaggio scomodo, una nota «peccatrice» della città (en tē polei amartōlos). La donna anonima si pone ai piedi di Gesù per compiere un gesto di grande tenerezza e insieme di profonda umiliazione: ungere di olio profumato i piedi del Maestro (v. 37).   L’azione simbolica della donna è descritta da Luca come un gesto liberatorio. La donna non parla mai, ma la gestualità e le operazioni appaiono eloquenti: si ferma «dietro» Gesù, stando ai suoi piedi (v. 38: stasa opisō para tous podas), piange (klaiousa) e bagna i piedi di lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia con profonda venerazione (katephilei), li profuma con olio. Si nota la totalità dei sentimenti e delle espressioni di amore, che, rivolti a Gesù, cambiano completamente la prospettiva esistenziale e religiosa della donna. La peccatrice sta implorando misericordia con il suo piegarsi nella polvere e questo accade davanti agli occhi dei convitati. Non teme il giudizio, ma irrora di lacrime e asciuga coi capelli, profuma e bacia i piedi di colui che ha tanto camminato per farsi vicino a lei. E Gesù è là nella sua sovrana libertà per ripeterle che Dio è amore misericordioso e fedele. Il protagonista della scena è Gesù, che si lascia fare, mentre gli astanti si domandano scandalizzati nel loro cuore: che farà «questo maestro» (profeta?) di fronte a quanto sta accadendo? È successo qualcosa di impensato, di inaspettato: una donna, una peccatrice pubblica, in casa di un rispettabile fariseo, al cospetto di commensali notabili, «tocca» il maestro in modo così evidente e drammatico! Quali sentimenti? Luca tratteggia la meraviglia, lo sconcerto e, soprattutto, il parere da parte degli astanti che giudicano negativamente il Signore (v. 39).   L’intervento di Gesù è un «racconto-risposta» che coglie Simone nel segreto dei suoi pensieri (cf. 2Sam 12,1-4), con la finalità di aiutarlo a  entrare nella logica dell’amore. Dei due debitori insolventi a cui il creditore condona il debito, chi sarà più riconoscente nell’amore? «Quello a cui ha condonato di più!» (v. 43). Insieme al tema della giustizia (v. 43), viene sottolineato l’amore maggiore (v. 43: pleion agapesei), che diventa la chiave di lettura dell’intero episodio. Gesù vuole invitare il fariseo a passare da una giustizia esterna a una giustizia del cuore, misericordiosa. Il lettore si accorge che i tre personaggi della parabola sono simmetrici ai soggetti reali della scena: Simone, la peccatrice e Gesù. La vera domanda dunque, non è «se Gesù sia o no un profeta», ma «cosa sia il peccato e cosa significa perdonare, amare e vivere la giustizia». Così il Maestro si rivolge al fariseo, invitandolo ad accettare l’esempio interiore della peccatrice.   Qual è il modello del credente, il fariseo ipocrita o la peccatrice pentita? Il Signore invita al discernimento: «vedi questa donna?» (v. 44). La vera giustizia significa volere il bene totale della persona che ti è davanti. Gesù mostra che anche la giustizia di Simone è imperfetta (vv. 45-46), perché è priva di misericordia. Simone lo ha invitato a casa, ma l’anonima donna lo ha fatto entrare nel suo cuore mediante gesti di amicizia: l’acqua delle lacrime sui piedi asciugati con i capelli, il bacio dell’amicizia, il profumo dell’ospitalità (vv. 45-46) .   L’amore (agapē) vissuto dalla peccatrice si trasforma in invocazione della misericordia di Dio. Simone insieme ai commensali rimangono legati al formalismo legalistico e schiavi delle loro precomprensioni, mentre la donna passa da un ‘amore venduto’ a un ‘amore donato!’. La Legge formale ed esterna, assunta dai farisei come criterio di ogni giustizia, non può salvarla, può solo condannarla: l’amore invece salva!   Nei vv. 47-50 Gesù sottolinea come il perdono dei peccati presupponga la fede! I commensali permangono nell’atteggiamento di giudizio verso Gesù, mentre la fede e l’amore redimono la donna, le ridanno la «pace».   Si nota come al v. 47a il Signore descrive l’itinerario della donna con i verbi al passato «le sono rimessi» e «ha molto amato», mentre nel v. 47b si indica l’itinerario di ciascun credente mediante i verbi al presente «è rimesso», «ama». Simone è chiamato a riconoscere la misericordia di Dio e a convertirsi alla sua grazia.

Aspetti teologici

 La pagina della peccatrice perdonata solleva una serie di aspetti rilevanti per la vita cristiana. Un primo aspetto è legato al bisogno di riconciliazione e di pace. Il «cuore» (leb) dell’esperienza religiosa autentica è dato dall’amore misericordioso e creativo di Dio, non il legalismo ipocrita! Le due serie di personaggi descritti nella scena sono antitetiche: da una parte la povera donna, ultima e disprezzata, chinata a terra come pubblicana (anche il pubblicano di Lc 18,9-14 è prostrato a terra) e dall’altra Simone e i suoi convitati, giudici sprezzanti della situazione che fino alla fine non si sentono coinvolti dal messaggio del Cristo. Al centro Gesù, l’uomo da accogliere o da rifiutare. La scena implica anche il cammino della donna verso il riconoscimento del suo peccato e la richiesta di perdono. Il giudizio dei farisei nasce dall’incapacità di andare oltre il loro «modo di pensare», di superare lo steccato della Legge e della mentalità «umana», fondata su una presunta giustizia esterna. Il peccatore è chiamato alla conversione! Ma chi è più peccatore? Chi ha più bisogno di conversione, la donna o gli invitati? Sono questi talvolta a rappresentare la gente che si sente a posto e giudica senza misericordia?  Gesù ci invita a ripensare il nostro atteggiamento di fronte a coloro che sbagliano. Egli solo può perdonare i peccati e da questo perdono si acquista la fiducia e la forza per ricominciare il «cammino». Tutto inizia dalla disponibilità a credere, ad amare e a lasciarsi amare da Dio (v. 47: «molto gli è perdonato, perché molto ha amato»). Il binomio del cammino di discepolato è quindi costituito dalla fede e dall’amore. È la fede che ti rimette nella strada della salvezza di Dio: «La tua fede ti ha salvata! Va’ in pace» (v. 50).  Il fermarsi del Cristo si traduce in questa pagina nella capacità di lasciarsi toccare dalla donna peccatrice e di invitare i farisei a «lasciarsi toccare il cuore» dalla Parola misericordiosa del Signore. La scena si svolge dentro una casa. Si parla più volte della «casa del fariseo» (vv. 36.37.44), che viene «macchiata» dall’irruzione della donna. Proprio il sostare del Cristo in questa «casa straniera», dalla quale la donna è esclusa, permette agli ultimi e ai peccatori di far sperimentare il perdono e la pace.

CONSIDERAZIONI FINALI

Luca colloca qui questo episodio, per sviluppare maggiormente il tema precedente, cioè la rivelazione di Gesù come profeta: sono, infatti, i peccatori che riconoscono Gesù come tale, al contrario, i farisei rifiutano questo carattere profetico.

“…una donna” (v. 37). Possibile identificare la donna di Lc 7,36-50 (a mensa in casa di Simone il fariseo) con quella di Mc 14,3 = Mt 26,6-7 (a mensa in casa di Simone il lebbroso: forse il fariseo di Luca, già lebbroso, poi guarito da Gesù?; oppure con Maria Maddalena di Lc 8,2 di cui nei racconti di risurrezione di Mc 16,1 e Gv 20,1? Per il Metodo Storico Critico, sulla sola base documentaria, si tratta di personaggi diversi l’uno dall’altro). Un accostamento al loro profilo interiore, consente di notare che le rispettive situazioni sono piuttosto convergenti. “… di quella città” (v. 37): Nain? Certamente no. Il racconto di Nain è un inserto improvviso. Dunque Cafarnao? Attendibile. Forse anche Magdala: le due città di Cafarnao e Migdal intrattengono un buon commercio del pesce. Ne è buona riprova il mosaico di Migdal esposto a Cafarnao: I sec.  al tempo di Giuseppe Flavio (Guerra 2,21,4), vi sono 4000 abitanti e una flottiglia di 230 legni. Gesù conosce una Maria di Magdala; a Magdala vi è “un’aula piccola ed elegante, che potrebbe essere stata una sinagoga” del I sec., giudeo-cristiana. Simone il fariseo di Lc 7,40 ne potrebbe essere membro qualificato. Nel rientro da Nain a Cafarnao, Magdala si trova lungo il percorso e molto prima di Cafarnao. Dati per una eventuale ipotesi. Invito a pranzo da parte di un fariseo: ben venga, anche se fino ad ora il rapporto con essi è piuttosto conflittuale. Cf. appena sopra, 7,30-35. Una occasione per chiarire la propria posizione? Comunque disponibilità al dialogo con chiunque, anche con i contrari. Un fatto insolito dà alla situazione un tutt’altro decorso, ben diverso da quello previsto dal fariseo, interessato forse a saperne di più su di lui (v. 40). A simili pranzi era consentita la presenza di osservatori. Ma che si presenti una donna, ritenuta pubblicamente peccatrice, che si accosti a Gesù, l’invitato per eccellenza e avvii con lui un intenso rapporto interpersonale, tutto questo è inaccettabile. Eppure lei è alla ricerca di lui da tempo: “ora” lei sa bene dove egli si trova (v. 37). Adesso o mai più: quell’uomo è in grado di dare alla sua vita un nuovo decollo. Dal movimento della scena si può arguire che la donna era entrata con il gruppo che seguiva Gesù, sicché non poté essere allontanata dal fariseo. Appena Gesù prende posto, reclinato con i piedi all’indietro, secondo il costume ebraico, lei dà libero sfogo ai suoi sentimenti, prendendo tutti alla sprovvista. La favoriscono le omissioni di ospitalità che il fariseo si sentirà rinfacciare. Tra l’altro, il fariseo omette bacio di accoglienza (v. 45). Si dava sulle guance o sulla mani. Questo secondo era segno di grande rispetto e sottolineava meglio del primo, più confidenziale, l’omaggio deferente dei due che si salutavano. Nel caso del v. 45b la donna innominata bacia i suoi piedi. Oltre ogni usanza, lei è spinta dalla piena dei suoi sentimenti. In quella città tutti sanno chi è quella donna: “una peccatrice” (v. 37a), non necessariamente una prostituta, piuttosto una donna che non si attiene alle norme religiose dei farisei. Gesù sembra ignorare del tutto la sua situazione. In verità le cose stanno diversamente: quella donna ha sentito parlare di lui e ha avvertito subito di appartenergli; lui, poi, in occasione di quel pranzo, avverte che in lei gli si offre l’occasione di dare di se stesso un profilo più preciso. Quella donna, qualunque sia la sua situazione, gli appartiene: essa cioè sta per entrare nel regno di Dio. Il sapiente Simone, l’esperto nella Legge, vale molto meno di lei. Nessuna parola, solo gesti espressivi permettono di capire la piena dei suoi pensieri e sentimenti. A capirlo è solo Gesù, che ne racconta a Simone il vero senso: “Vedi questa donna?” (da notare che Gesù guarda la donna, ma parla a Simone: vuole indicargli il confronto). E stabilisce il parallelo: lei-tu. Che Simone il fariseo abbia accolto quel parallelo, depone a favore della sua disponibilità ad apprendere e migliorare. Il risultato non è: “lei ha fatto ciò che tu non hai fatto”; piuttosto: “lei ha fatto molto di più di quello che tu non hai fatto; ed anche se lo avessi fatto, saresti stato comunque al di sotto della sua misura. Perché ciò che lei ha fatto, è stato mosso da un amore (agapê) immenso verso di me: è il senso centrale del v. 47. Se tu lo avessi fatto, ti avrebbe spinto a ciò solo la legge dell’ospitalità che sei tenuto a rispettare: un puro dovere, privo d’amore. Eppure, anche quello sterile dovere non sei stato in grado di adempiere. Come a dire: tutto da rifare. E tutto deve ripartire non dalla Legge, ma dall’uomo, dalla persona, dalla sua situazione; non dal dovere (è troppo poco ed è spesso solo un’alibi), ma dall’amore che non chiede ‘cosa’ tu hai fatto, ma ‘chi’ tu sei chiamato a essere nel progetto di Dio, nel suo regno. La parabola dei due creditori ai quali viene condonato, serve a introdurre il detto esplosivo: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, perché hai molto amato. A chi ama poco, è perdonato poco. E a chi agisce solo a norma di legge? Simone il fariseo guarda, osserva, medita; i commensali si interrogano: anche a loro sono proposte fede e pace. Paradossale: quella donna ha annunciato loro questi doni.

IN SINTESI

Gesù è ospite di un ricco fariseo. Egli frequenta sia la compagnia dei poveri e dei peccatori, sia le case degli osservanti e dei ricchi. Nessuna meraviglia che una donna, non invitata, entri nella sala del banchetto. Quando in casa si dava una festa, i vicini entravano a vedere e a curiosare. Ma una donna, conosciuta da tutti come una peccatrice, non si accontenta di curiosare, ma si siede ai piedi di Gesù, li cosparge di profumo e versa lacrime di pentimento per i suoi peccati. Qui vengono posti a confronto due modi di guardare. Di fronte alla stessa donna e allo stesso gesto, il fariseo vede in lei la peccatrice e basta, Gesù invece scorge in lei il pentimento, la riconoscenza e l’amore. Il fariseo pensa che un vero uomo di Dio non debba contaminarsi coi peccatori, ma al contrario debba evitarli, distinguendo bene tra giusti e peccatori, credenti e pagani. Gesù invece è di parere opposto: egli sa che Dio è un padre che ama tutti i suoi figli, buoni e cattivi e non allontana i peccatori ma li cerca. Il fariseo si lascia condizionare dal fatto dal fatto che quella donna è una peccatrice e dà un giudizio precostituito al suo gesto. Egli identifica la donna con la sua condizione: è una peccatrice, non è capace di fare altro, tutte le sue azioni devono essere guardate con sospetto! Gesù invece, libero da schemi e pregiudizi, prende in considerazione la possibilità del perdono di Dio. Gesù cerca di far cambiare il suo punto di vista al fariseo raccontandogli una breve parabola: il condono dei cinquanta e dei cinquecento denari. I segni d’amore di questa donna verso Gesù sono la prova che le è stato perdonato molto, perché ha amato molto. L’amore perfetto ha il potere di perdonare i peccati.