23/06/2013 - Lectio della 12' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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XII Dom TO anno C: Lc 9,18-24
Luca 9,18-27 (NVB)

18 Un giorno Gesù si trovava in un luogo isolato a pregare. I discepoli erano con lui ed egli fece loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». 19 Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20 Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Allora ordinò loro di non dire niente a nessuno, 22 e aggiunse: «È necessario che il Figlio dell'uomo soffra molto, sia condannato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, sia messo a morte e risorga il terzo giorno». 23 Poi disse a tutti: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la propria croce ogni giorno e mi segua. 24 Poiché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà. 25 Che vantaggio può avere un uomo a guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? 26 Se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando ritornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi. 27 In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti che non moriranno prima di aver visto il regno di Dio».

9,18-27 Riconoscimento del Messia, primo annuncio della passione, sequela.
9,18-21 “Tu sei il Cristo di Dio”, che dovrà patire e morire e poi risorgere. Luca lega il riconoscimento da parte di Pietro al prodigio dei pani moltiplicati. In tal modo rende più attendibile la confessione stessa: in Gesù Messia, l’uomo totalmente al servizio dell’uomo. Un raffronto sinottico mette in luce una convergenza comune: “Tu sei il Messia”. La formula potrebbe appartenere al nucleo prepasquale della confessione di Pietro.
9,18 Gesù ama isolarsi per la preghiera: il bel quadro è proposto da Luca in 4,42; 5,16; 6,12; qui in 9,18; da ultimo in 22,32. Gli apostoli sono al suo fianco, perché sono uomini alla sequela, per osservare, ascoltare e apprendere. Nel silenzio del luogo isolato, ecco la domanda che attraversa i secoli: “Chi sono io secondo la gente?”. La domanda è in stile con il metodo rabbinico del tempo. Essa è tuttavia nuova: Gesù non chiede cosa pensino di lui i sommi sacerdoti e gli anziani del tempio, ma cosa pensa la gente che lo segue, quella comune, che da tempo va però avvertendo che in lui c’è qualcosa di nuovo.
Mc 8,27 localizza la scena “… verso i villaggi di Cesarea di Filippo”. Luca omette: vuole dare all’episodio un valore universale, farne un archetipo ai fini di ogni riconoscimento del Maestro.
9,19 Si tratta di capire se la folla è sulla strada giusta: Gesù è più di un profeta, non dunque un Battista o un Elia. Le risposte della gente che consultano il passato per valutare il presente, sono poco attendibili perché ripropongono modelli, validi, ma ormai andati, e non lanciano lo sguardo sull’avvenire di Dio. È proprio qui la loro fede claudicante, lenta e incerta.
9,20-21 Di qui la domanda agli apostoli: Pietro risponde quale portavoce della loro fede, e la sua risposta è di tutt’altra natura rispetto a quella delle folle: Gesù è il Messia-Unto di Dio”, come già Is 61,1-2 aveva vaticinato; unto come il re Davide, egli è anche il nuovo Davide atteso per la pienezza dei tempi (Mt 2,3; 21,5; Lc 23,2), ed è il nuovo Re che assomma in sé tutte le attese della Prima Alleanza.
9,22 Primo annuncio della passione … Ma sa Pietro che il Cristo di Dio dovrà patire e soffrire (Sal 32,20; Is 53,4), essere respinto (Sal 118,22) e messo a morte? Riesce lui ad intuire che egli risorgerà il terzo giorno, cioè in breve (semitismo), o a seguito di un intervento salvifico di Dio (Os 6,2)? Questa fede prepasquale sua e degli apostoli c’è, ma ha bisogno di due completamenti: un grande silenzio che eviti il chiacchericcio sull’argomento, così fecondo di sfasate interpretazioni, e consenta di capire che quell’Unto di Dio è il Figlio dell’Uomo, cioè il Figlio di Dio. Quel silenzio è d’attesa: inizierà a romperlo la trasfigurazione e definitivamente la sua risurrezione sulla morte.
9,23-27 “Diceva a tutti…”. Passione e risurrezione nella vita dei seguaci. Parenesi. Luca lascia da parte il doppio rimprovero di Pietro (Mc 8,32s) e lega direttamente cinque loghia sulla sequela all’annuncio della passione-morte-risurrezione (v.22). Alla comunità in situazione di persecuzione, Luca dice di avvicinarsi allo stile di vita del Maestro (v.23).
9,23-24 Indicata la strada, Gesù vi si incammina, ma non da solo. Egli non è il portatore di un eroico ideale stoico da vivere in uno splendido isolamento. La sua proposta è di abbracciare la croce, quella “di ogni giorno”, precisa Luca. Ispirata, sì, a quella del Golgota, la croce quotidiana non dispensa dalla grande persecuzione, spinge però e molto più alla liberazione da ogni forma di preoccupata autoconservazione, un rischio che espone alla perdita proprio di ciò che si vuole gelosamente custodire (v.24). L’antidoto è la fedeltà quotidiana per un tipo di croce che è il normale appannaggio per ogni Suo seguace.
Confessione di Pietro - Primo annuncio della Passione (9,18-22)

- Tipico per l’evangelista Luca ritrarre Gesù in preghiera (Lc 6,12; 9,28; 11,1), in un luogo appartato, in compagnia solo dei suoi discepoli o di alcuni di loro (Lc 22,40). Gesù si dirige decisamente verso Gerusalemme e sa che nella città santa porterà a compimento la sua missione di salvezza. I discepoli lo seguono, hanno sperimentato la gloria del successo della loro prima missione (Lc 9,10) e, stupefatti, assistono alle grandi opere del Maestro che dona pane in abbondanza (Lc 9,16-17). Egli li mette alla prova, chiedendo cosa la gente dice di Lui. La gente, riferiscono i discepoli, lo assimila alle più grandi figure del popolo di Israele, antiche e contemporanee (Elia e Giovanni il Battista), ma è lontana dal cogliere la sua vera identità.
- Gesù non commenta né rettifica l’opinione della gente, ma volge l’attenzione sui discepoli, coloro che più di tutti vivono in comunione con Lui. Luca fa precedere la domanda di Gesù da un’avversativa “ma voi chi dite che io sia?”, che presuppone l’attesa di una risposta diversa da parte dei discepoli. Essi, loquaci nel riferire l’opinione della gente, tacciono improvvisamente sentendosi chiamare direttamente in causa. Lasciano la parola a Pietro che, sotto l’azione dello Spirito Santo, proclama la sua fede in Gesù “Cristo Figlio di Dio”, scelto e unto per portare la salvezza. Pietro non ha pienamente consapevolezza di quanto lo Spirito gli ha rivelato, per questo Gesù sente l’esigenza di rendere partecipi i suoi di quanto lo attende a Gerusalemme. Gesù annuncia la sua sofferenza e la sua Morte: eventi tragici e necessari che precederanno la gloria della Risurrezione. Si proclama Messia, Figlio dell’Uomo, sulla linea del profeta Daniele (Dn 7,13) e del Servo Sofferente di Isaia. Gesù si attribuisce questo titolo messianico per allontanare ogni equivoco di regalità, intesa in senso politico. L’unica regalità di cui Egli si potrà vantare sarà quella del servizio e l’unica autorità che rivendicherà sarà quella che viene dall’alto e scaturisce dal suo essere Unigenito Figlio di Dio. Una regalità e un’autorità che Egli non custodisce per sé, ma che è venuto a donare gratuitamente, perché tutti possano partecipare della gloria di Dio.
Le opinioni della gente su Gesù già le conosciamo (9,7-9). Qui vengono semplicemente ribadite. L’errore della gente è di pretendere, di capire Gesù confrontandolo con figure del passato già conosciute. Questa è una strada inadeguata. La strada giusta è di sforzarsi di capire Gesù partendo da Lui stesso, da quanto egli dice e fa.
Interrogato, il discepolo dice che Gesù è il Messia, e questo è giusto. Tuttavia c’è modo e modo di intendere il Messia: quale Messia? Anche la risposta dei discepoli è perciò incompleta e può essere fraintesa. Per questo Gesù “ordinò severamente di non riferirlo a nessuno” (9,21).
Per togliere ogni possibile fraintendimento, Gesù stesso interviene, affermando di essere il Figlio dell’uomo che dovrà soffrire molto, essere rifiutato, ucciso e il terzo giorno risuscitare.
A differenza di Marco 8,26 ss. (“Via da me satana perché, non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”) e Matteo 16,13 ss. (“Beato sei tu Simone perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato”), nel racconto di Luca, non c’è nulla di tutto questo, Pietro non è oggetto né di beatitudine né di rimprovero. Il racconto lucano è dunque meno drammatico, ha però il pregio di concentrare tutta l’attenzione sulla Parola di Gesù, una Parola che coinvolge sia il Maestro che i discepoli sulla medesima via della Croce: “Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire… Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso…”.
Luca non precisa che l’episodio accade nei dintorni di Cesarea di Filippo, ce lo dicono Marco e Matteo. Più importante è ricostruire le circostanze in cui Egli parlò per la prima volta con tanta chiarezza della sua croce. Siamo sul finire dell’attività pubblica di Gesù in Galilea. L’incomprensione delle folle e, soprattutto, l’opposizione sempre più violenta delle autorità, inducono Gesù a evitare le masse, per concentrare i suoi sforzi sulla formazione del piccolo gruppo dei discepoli (ma anche questi sono lenti a capire). La strada che gli resta è quella della solitudine e del martirio. Ed è proprio qui che si manifesta tutta la sorprendente novità della scelta di Gesù. In circostanze analoghe (di rifiuto e incomprensione) altri si sono ritirati, isolandosi dagli altri. Non così Gesù, Egli non si separa dal popolo, ma al contrario resta in seno al popolo che lo rifiuta, trasformando il rifiuto che subisce in atto d’amore, segno vivente di quell’incrollabile fedeltà di Dio che mai abbandona l’uomo. E tutto questo è molto significativo proprio per comprendere la Croce di cui Gesù sta parlando.
La via della Croce non è semplicemente il coraggio della solitudine e del martirio, ma è il coraggio di trasformare la solitudine e il martirio, di cui si è vittima, in un gesto di amore. Il popolo è “contro” Gesù, ma Gesù è “per” il popolo. L’essenza della via della Croce sta in questo contro e in questo per. La Croce, però, non sarebbe la via di Dio (la Croce è una precisa volontà di Dio: il Figlio dell’uomo “deve” soffrire) se non si concludesse con la risurrezione. La via messianica non è semplicemente il martirio (cioè l’amore rifiutato eppure ostinato), ma la risurrezione (cioè l’amore vittorioso). È proprio accettando fino alle estreme conseguenze la debolezza dell’amore (Croce) che si permette ad esso di manifestarsi in tutta la sua potenza vittoriosa (risurrezione).

Condizioni per seguire Gesù (9,23-27)

La passione non è soltanto il destino di Gesù, ma anche del discepolo, al quale viene detto senza mezzi termini di “rinnegare se stesso”. Il rinnegamento di sé è l’atteggiamento del discepolo che, come Cristo, non è più rivolto ai propri interessi ma a quelli degli altri. È una scelta che coinvolge tutta la persona e tutta l’esistenza.
“Prendere la Croce” significa avere il coraggio, come Gesù, di trasformare un eventuale rifiuto in gesto d’amore. È quanto viene affermato esplicitamente nelle parole di Gesù: “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà…” (9,34). Parole che non devono essere lette come un abbandono delle cose materiali a vantaggio delle realtà spirituali, né come un abbandono della vita presente per possedere quella futura. Vanno lette in modo più globale e unitario: tutta la propria esistenza (materiale e spirituale, presente e futura) deve essere impegnata sulla via dell’amore. L’uomo pensa di salvarsi l’esistenza chiudendosi in se stesso e conservandosi, Gesù, invece, propone al discepolo un progetto contrario: la vita si salva aprendosi e donandosi. Nessun dualismo, dunque, nel pensiero evangelico, né fra materia e spirito, né fra presente e futuro. È in gioco la vita nella sua interezza.
Ma l’originalità di Luca sta in due piccole annotazioni, che non devono passare inosservate.

1) Luca precisa che Gesù si rivolge a tutti. Il progetto della Croce è per tutti e non soltanto per gruppi particolari o per vocazioni scelte.
2) Al “prendere la Croce” aggiunge ogni giorno. La Croce deve diventare un fatto quotidiano. Né riservato a persone eccezionali né semplicemente da vivere in circostanze straordinarie. Deve, invece, essere vissuto nelle condizioni normali e quotidiane della vita. È qui che si misura l’identità di ciascun cristiano: nella sua capacità di calare la visione evangelica dell’esistenza nel vivere di ogni giorno: in casa, nella professione, negli impegni sociali, nei rapporti umani.

Le parole di Gesù rivolte ai discepoli si concludono con due detti (9,26-27) che sembrano mutare la prospettiva del discorso. Luca li ha trovati nella tradizione di Marco (8,38-9,1) e li ha riportati con sostanziale fedeltà.
Queste parole mostrano tutta la serietà della scelta che ora si compie: il comportamento che si assume di fronte a Gesù (cioè l’accettazione della Croce) condiziona il futuro.


Il terzo evangelista anche nella tematica della sequela mostra la sua tendenza al radicalismo. Luca non ama i compromessi. Per andare dietro a Gesù bisogna spogliarsi di tutto e portare ogni giorno la propria croce, condividendo il destino del Cristo sino in fondo, sino al Calvario.
L’attualità di questo messaggio non sfugge a nessuno. L’urgenza della sequela radicale di Gesù, anche per la chiesa dei nostri tempi è particolarmente sentita oggi, perché più vivo è il desiderio della sincerità, dell’autenticità, della schiettezza e si rifugge dalle mezze misure e ancor più perché i nostri tempi hanno bisogno di una testimonianza chiara di radicalità evangelica.
A) LA SEQUELA NELL’OPERA LUCANA
«Seguire» o «andare dietro» a Gesù caratterizza la figura del discepolo nella comune tradizione evangelica. La sequela è la risposta generosa e attiva di chi ha accolto la chiamata di Gesù, accettando di condividere il suo destino personale di annunciatore e inauguratore del regno di Dio. Dalla frequenza eccezionale del lessico della sequela nella tradizione sinottica - 56 volte ricorre il verbo «seguire», su un totale di 80 volte nel NT - si può ritenere che questo modo di parlare si riferisca particolarmente al rapporto storico Gesù-discepolo. Questo fatto non esclude che quel modello di relazione storica venga trascritto dagli evangelisti in funzione dei problemi della comunità alla quale è rivolto l’evangelo.
1. CONDIVIDERE IL DESTINO DI GESÙ
Luca non si differenzia dagli altri due evangelisti nell’uso del vocabolario della sequela, anche se predilige l’immagine della «strada» o via, percorsa da Gesù, e sulla quale lo seguono i discepoli e le folle (Lc 9,57; 10,38; 13,22; 14,25). È la strada che lo porta a Gerusalemme, il simbolo e la concentrazione di tutta la storia della salvezza, dove si consumerà anche il suo destino di «servo» fedele e «profeta» rifiutato e perseguitato (Lc 9,51; 13,31-34). Perciò «seguire» Gesù significa condividere il destino di uno che è perseguitato, che non ha un posto sicuro, né accoglienze facili (Lc 9,57-58); significa rompere con legami parentali e con ogni forma di nostalgia regressiva gratificante (9,59-62).
Questa presentazione lucana del «discepolato» come sequela perseverante e coraggiosa di Gesù, che ha decisamente intrapreso il cammino della croce, si ritrova nel secondo volume della sua opera, negli Atti degli Apostoli. I discepoli sono quelli che hanno accolto la Parola o Vangelo e perseverano in uno stile di vita corrispondente, nonostante le prove e difficoltà che devono affrontare. I missionari, Paolo e Barnaba, che hanno dato origine con la loro predicazione e testimonianza ai primi gruppi cristiani nelle città dell’altopiano anatolico ripassano per le varie località «rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede, poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio» (At 14,22). Questo motivo della «perseveranza» ritorna regolarmente ad ogni nuovo inizio di comunità e caratterizza il lavoro pastorale dei primi missionari itineranti (At 2,42; 11,23-24; 13,43; 15,32; 16,40; 18,23; 20,1-2.26.31). Tenendo conto del ruolo esemplare che ha la presentazione della chiesa di Gerusalemme negli Atti, si capisce che la minaccia alla «perseveranza» cristiana avviene su due fronti:
* all’interno della comunità, dall’attaccamento al denaro (episodio di Anania e Saffira, At 5,1-11);
* all’esterno, dal conflitto con l’ambiente e le istituzioni ostili: repressioni, persecuzioni dell’autorità giudaica. Su questo sfondo diventa perfettamente comprensibile il progetto ideale del discepolo tracciato al centro dell’evangelo: colui che segue Gesù rinnegando se stesso e prendendo ogni giorno la propria croce (Lc 9,23).
2. CONTESTO DEL DISCORSO SULLA SEQUELA
La piccola istruzione lucana sulla sequela si trova al centro del capitolo 9, incastonata tra due manifestazioni gloriose di Gesù: la moltiplicazione dei pani (9,10-17) e la trasfigurazione sul monte (9,28-36), seguita dalla guarigione del fanciullo epilettico (9,37-43). A sua volta il gesto prodigioso del pane moltiplicato e distribuito alla folla è preceduto dalla istruzione ai discepoli circa la missione (9,1-6), a cui corrisponde l’ultima istruzione, ancora rivolta ai discepoli, sui rapporti all’interno della comunità e sull’atteggiamento da tenere verso quelli di fuori (9,46-48.49-50). Un piccolo flash sull’opinione pubblica che circola sull’identità di Gesù separa la partenza dei dodici per la missione dal loro ritorno e prepara il confronto che Gesù avrà con i discepoli dopo la moltiplicazione dei pani (9,18-20). Analogamente, subito dopo la guarigione del fanciullo epilettico, si ha un secondo annuncio-istruzione sul destino doloroso del figlio dell’uomo, che fa eco a quello connesso con il dialogo Gesù-discepoli circa la sua vera identità (9,43-45).
a) Struttura di Lc 9,1-50
Tenendo conto di queste corrispondenze, anticipazioni e riprese tematiche, si ha questa struttura globale del capitolo 9, al cui centro si trova l’istruzione sulla sequela
A) Istruzioni (9,1-6)
B) Identità di Gesù:
a) opinione pubblica (9,7-9)
b) moltiplicazione dei pani (9,10-17)
a’) confronto con i discepoli (9,18-22)
C) Istruzioni sulla sequela (9,23-27)
B’) Identità di Gesù:
a) rivelazione sul m’onte (9,28-36)
b) guarigione prodigiosa (9,37-43a)
a’) rivelazione ai discepoli (9,43b-45)
A’) Istruzioni (9,46-50)

b) Concentrazione cristologica di Lc 9,1-50

Questo capitolo lucano si pone a conclusione dell’attività di Gesù in Galilea, prima della sua decisione di incamminarsi verso Gerusalemme, che verrà descritta con una frase solenne in Lc 9,51: «Mentre stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, diresse decisamente verso Gerusalemme...». Un motivo che è stato anticipato nel dialogo di Gesù sul monte con Mosè ed Elia, apparsi nella «gloria»: «Parlavano della sua partenza che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (9,31). A sua volta questo annuncio profetico dell’esodo di Gesù verso Gerusalemme è chiaramente connesso con il duplice annuncio fatto ai discepoli circa il destino doloroso e mortale del figlio dell’uomo, che «deve soffrire molto, essere riprovato... essere messo a morte» (9,22) «sta per essere consegnato in mano agli uomini» (9,44).
Questa intonazione cristologica della sezione lucana è rimarcata anche dalla ripresa degli interrogativi sulla identità di Gesù: Erode sente parlare dei gesti di Gesù e non sa che cosa pensare, perché circolano diverse opinioni popolari sul suo conto (9,7-9). Poi Gesù esplicitamente pone ai discepoli questa domanda: «Chi dice la gente che io sia?» I discepoli riportano le tre interpretazioni che si danno di Gesù: «è Giovanni il Battista, Elia o uno degli antichi profeti». Alla sua domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?», risponde Pietro: «Il Cristo di Dio». Di fronte a questa chiara professione cristologica Gesù intima severamente ai discepoli di non dirlo a nessuno (9,l8-21).
Questo confronto tra Gesu e i discepoli ha una corrispondenza con la scena della trasfigurazione sul monte, connessa da Luca con il dialogo-istruzione messianica: «Otto giorni dopo questi discorsi...» (9,28). Anche la rivelazione sul monte avviene in un contesto di preghiera, come il primo dialogo cristologico con i discepoli (9,18//9,28b-29a). Alla reazione di Pietro, che propone di costruire tre tende, una per Gesù e le altre per i due personaggi gloriosi apparsi, si fa sentire una voce dalla nube che li ricopre: «Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo». Dopo di che Gesù rimane solo. I tre discepoli - nota l’evangelista - non riferirono immediatamente a nessuno dell’esperienza avuta (9,33-36). È lo stesso motivo del silenzio che chiude la dichiarazione di Pietro (9,21).
Questa concentrazione cristologica del cap. 9 di Luca risalta ancora con più evidenza, se confrontato con la sezione parallela di Marco 6,6-9,41, della quale il terzo evangelista ha omesso più della metà: 90 versetti circa su 166. Nella composizione lucana il sommario delle varie opinioni su Gesù (9,7-9) precede di poco il confronto Gesù-discepoli, nel quale queste vengono riprese e contrapposte all’esplicita professione messianica di Pietro (9,18-20).

c) I protagonisti sulla scena

In tal modo risultano ben definiti anche i protagonisti e le loro relazioni reciproche nelle varie sequenze:

* Gesù-discepoli, nella missione (9,1-6);
* nel confronto messianico (9,18-22);
* nella rivelazione sul monte (9,28-36);
* nel secondo annuncio e istruzione (9,43b-50);

* Gesù-discepoli-folla nella moltiplicazione dei pani (9,10-17);
* nella guarigioni del fanciullo epilettico (9,27-43a).

Se si escludono l’intermezzo su Erode e le varie opinioni della gente (9,7-9), la sezione in cui Gesù si trova in rapporto con «tutti» è il piccolo brano dell’istruzione sulla sequela (Lc 9,23-26). Evidentemente questo «tutti» (9,23a) è posto in risalto rispetto al gruppo dei discepoli, ai quali è stato fatto l’annuncio sul destino del figlio dell’uomo (9,l8-22), così come il gruppo dei discepoli sarà distinto dai «tutti» nell’introduzione al secondo annuncio (9,43b).
Dunque le caratteristiche letterarie e tematiche del contesto in cui è inserita l’istruzione sulla sequela si possono sintetizzare così:

si tratta di un’unità letteraria ben definita dalle corrispondenze tematiche, concentrate attorno al problema cristologico - chi è Gesù - e più precisamente attorno al suo destino doloroso come «figlio dell’uomo». In rapporto alla sua persona e missione definiscono anche i ruoli e identità degli altri protagonisti: i discepoli, la folla, «tutti».

B) STRUTTURA LETTERARIA E TEMATICA DI Lc 9,23-26

La piccola sezione sulla sequela nel capitolo 9 di Luca riunisce quattro sentenze di Gesù, introdotte dalla formula: «Poi, a tutti, diceva...» (9,23a). La prima sentenza presenta la condizione generale per seguire Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me...». Mediante tre imperativi sono poi formulate le richieste:

«Rinneghi se stesso,
prenda la sua croce ogni giorno
e mi segua».

Il terzo imperativo «mi segua» riprende il tema iniziale espresso in termini condizionali: «se qualcuno vuol venire dietro a me...». Ma solo se si sono adempiute le due condizioni centrali, la sequela può diventare effettiva.
Le tre sentenze successive sono aggiunte come sviluppo e motivazione del principio della sequela posto all’inizio. Due di esse, la seconda e la quarta, sono formulate in termini generali sullo stile delle regole casistiche: «chi vorrà salvare la propria vita... chi perderà la propria vita...» (9,24); «chi si vergognerà di me e delle mie parole...» (9,26). La terza, che occupa una posizione centrale rispetto alle altre due, ha la forma di un’interrogativa retorica: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero...?» (9,25). Infine si può notare che le due sentenze esterne (9,24.26) risultano simmetriche e distinte rispetto a quella centrale (9,25) anche per le forme verbali al futuro.
Nonostante queste variazioni formali la seconda e la terza nell’ordine di successione di fatto risultano ben articolate tra loro con una ripresa tematica e lessicale, in forma incrociata o chiastica:

9,24: «Chi vorrà salvare la propria vita,
la perderà;
ma chi perderà la propria vita per me,
la salverà.
9,25: Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero
se poi perde o rovina se stesso?».

Si può facilmente rilevare nelle prime due proposizioni para¬dossali la duplice contrapposizione dei verbi «perdere/salvare», a cui corrisponde nell’interrogativa retorica quella tra « guadagnare/perdere» (rovinare). In ambedue i casi è in gioco da una parte la propria esi¬stenza o persona (se stesso) e dall’altra la scelta del «per me» o il gua¬dagno del «mondo intero».
L’ultima sentenza è costruita sulla base di un parallelismo tra le due parti:

9,26: Chi si vergognerà di me e delle mie parole,
di lui si vergognerà il Figlio dell’Uomo,
quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi.

Il pronome «me» e il possessivo «mie» danno un tono fortemente personalizzato alla sentenza, mentre il titolo «figlio dell’uomo», posto al centro, rimarca la sua solennità e autorevolezza. Queste sono confermate dalla proposizione temporale che attira l’attenzione sull’espressione la sua gloria, cui fanno eco i genitivi «del Padre» e «degli angeli santi».
Dunque sotto il profilo letterario tematico questa costruzione lucana rivela una indubbia unità e compattezza che servono a sottolineare la serietà dell’appello di Gesù sulla sequela. Un’attenzione a questi aspetti formali del testo consente di cogliere tutta l’ampiezza e le risonanze del messaggio in esso contenuto.

C) IL SIGNIFICATO TEOLOGICO-SPIRITUALE DI Lc 9,23-26

Il significato globale del testo lucano sulla sequela è determinato non solo dall’articolazione letteraria e tematica delle singole sentenze raccolte a forma di catena, ma dalla loro collocazione nel contesto più sopra esaminato da particolari sottolineature fatte dall’autore. Non può essere casuale l’improvviso cambiamento di destinatari nell’istruzione di Gesù. I «tutti», che si distinguono dai discepoli immediati, quelli del dialogo storico con Gesù, includono i destinatari del vangelo per i quali Luca fa ora risuonare l’appello urgente alla sequela. Il verbo greco akolouthèō, tradotto con «seguire», significa «fare insieme la stessa strada» e più precisamente «andare dietro», come dice l’espressione parallela del testo. Queste due immagini della «strada» richiamano nell’ambiente giudaico il rapporto tra maestro e discepolo, in cui la comunanza di percorso presuppone la consonanza spirituale tra le persone.

La sequela comporta una solidarietà di destino.

 

1. SEGUIRE GESÙ UMILIATO E PERSEGUITATO

Ora colui che propone la sequela in questo caso è Gesù, che si è appena autopresentato come il «figlio dell’uomo» che «deve soffrire molto, essere riprovato... essere messo a morte...» (9,22). Attraverso questo destino umiliato e doloroso del figlio dell’uomo egli rivela e realizza paradossalmente lo statuto del Cristo di Dio.

a) Una scelta radicale

Seguire questo maestro-messia, che percorre la via del profeta perseguitato e del martire ucciso, comporta una scelta radicale: la rinuncia a se stessi (aspetto negativo) e l’accettazione coraggiosa della morte violenta (aspetto positivo). La rinuncia a se stessi è l’atteggiamento diametralmente opposto a quello di chi per paura rinnega il maestro e messia, come Pietro la sera dell’arresto (Lc 22,54-62). Suppone dunque la scelta coraggiosa e perseverante di condividere il destino di un maestro umiliato e di un messia fallimentare sul piano umano. Questo aspetto è rimarcato con evidenza nell’immagine di «prender sù la propria croce», cioè il patibolo riservato ai ribelli e traditori, tra i quali figura il «messia» riprovato e messo morte.

b) Disponibilità al martirio quotidiano nella fedeltà perseverante

Sembra, dunque, che le due espressioni richiedano come con¬dizione base per seguire Gesù la disponibilità al martirio. Ma la novità del testo lucano, rispetto agli altri due sinottici, sta in quella connota¬zione temporale «ogni giorno», che rivela una preoccupazione pasto¬rale tipica del terzo evangelista. Si tratta di prender su «ogni giorno» la propria croce e quindi di portarla al seguito di Gesù sull’esempio di quel Simone di Cirene che, anche se costretto, porta la croce «dietro Gesù» (Lc 23,36). Per mezzo di questa notazione, che rimarca la quo-tidianità e ferialità della «croce», Luca attualizza per tutti i cristiani la proposta della sequela. La croce da portare «ogni giorno» allude alla serietà del martirio, senza però i suoi rivestimenti eroici e mitici. È l’attuazione di quella perseveranza e fedeltà cristiane che stanno tanto a cuore al terzo evangelista .

2. PROSPETTIVA SALVIFICA DELLA SEQUELA

Sullo sfondo dell’estrema serietà della sequela, evocata dal rischio e dalla possibilità reale del martirio, si sviluppano le tre sentenze successive a forma di commento e applicazione. Le prime due (9,24-25) riprendono e concretizzano per la comunità cristiana di Luca la scelta radicale di fedeltà al maestro-messia fino al martirio. «Rinnegare se stesso» in concreto significa gettare la propria vita — perderla — «per me», per l’adesione irreversibile alla persona di Gesù, in forza della condivisione del suo destino. Ma questa scelta di perdere la propria vita paradossalmente è anche l’unico modo per «salvarla». Non esiste una via di mezzo, ma solo l’alternativa opposta negativa, espressa nel primo membro dell’antitesi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà». Invece lo sbocco salvifico è promesso per chi sceglie la fedeltà nella sequela fino al martirio.
In questa prospettiva salvifica c’è un progresso rispetto alla prima sentenza generale che invitava all’autorinuncia e alla croce, ma senza un’esplicita prospettiva positiva. In tal modo si completa la solidarietà di destino del discepolo perseverante con il Maestro messia che è il figlio dell’uomo, umiliato e ucciso, ma che risorge al terzo giorno (9,22b).

3. LA RINUNCIA ALLE REALTÀ MONDANE PER TROVARE LA SALVEZZA.

La sentenza intermedia, di stile sapienziale, pone a confronto due valori alternativi: il mondo e la vita, il guadagno della ricchezza e la perdita della propria esistenza. Nell’edizione lucana di questa sentenza l’accento è posto sulla irriducibilità dei due termini della scelta, il mondo e la vita: non si tratta del rischio di compromettere la propria integrità morale o spirituale, ma della perdita o rovina totale e definitiva. La sequela di Gesù in concreto impone un aut-aut di fronte alle realtà mondane che promettono prestigio e sicurezza e si propongono come via salvifica alternativa.

a) Per seguire Gesù non si può confidare nei beni terreni

Non si può non ricordare in questo contesto la parola di Gesù riguardo al possesso, riferita solo da Luca: «Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15). A commento di questa sentenza segue la parabola del ricco che si considera al sicuro perché ha molti beni, che gli basteranno per molti anni. Ma l’intervento di Dio gli rivela la precarietà della sua esistenza: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?» (Lc 12,16-20). Si comprende allora che la condizione per la sequela di Gesù è una scelta radicale che include l’abbandono di quel falso fondamento dell’esistenza che è possesso o l’accumulo dei beni. Le due parabole lucane sulla decisione estrema, quella della costruzione e quella della guerra, alla fine sono commentate e attualizzate per i lettori cristiani con questa sentenza: «Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33; cf. 5,11).

b) La salvezza o la rovina nel giorno del giudizio

Infine la terza sentenza applicativa del principio della sequela ritorna alla forma verbale del futuro, richiamando il contesto della persecuzione, in cui si deve professare coraggiosamente la propria adesione e appartenenza al destino del figlio dell’uomo (9,26). Questa sentenza, simmetrica nella forma alla prima delle tre, dopo il principio generale (9,23), in realtà sviluppa il tema precisando il contesto e le modalità della sua attuazione. Nella situazione conflittuale chi cerca di «salvarsi» lo fa perché ha paura di solidarizzare con il messia, il figlio dell’uomo umiliato e ucciso; perché si vergogna del suo destino e del suo progetto (parole). In questo caso la rovina-perdita definitiva per chi non persevera, viene annunciata in termini di giudizio escatologico, quello nel quale è protagonista il figlio dell’uomo glorioso e autorizzato da Dio, circondato dalla corte celeste, gli angeli santi. In questa ripresa del titolo «figlio dell’uomo», con una velata allusione al suo statuto di «figlio» unico, «gloria del Padre» (cf. 9,35), è evidente la connessione della sentenza sulla sequela con l’annuncio precedente della passione, umiliazione e morte, di cui è protagonista lo stesso figlio dell’uomo.

4. SEGUIRE IL CRISTO SOFFERENTE PER GIUNGERE ALLA GLORIA

In breve il discorso lucano sulla sequela, pur accentuando il tema della croce, della serietà e radicalità della scelta e del rischio cristiano, non perde di vista lo sbocco salvifico finale. In altre parole la via del discepolo, come quella del Maestro, passa attraverso le due tappe del mistero pasquale, la croce e la gloria, la morte e la vita. Una conferma di questa ottica di speranza si ha nella sentenza aggiunta al piccolo discorso sulla sequela, nella quale Gesù solennemente promette per «alcuni» dei presenti — distinti dai «tutti» del discorso precedente — un’esperienza anticipata e prefigurativa del regno di Dio (Lc 9,27).

D) LA SEQUELA NELLA VITA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA

L’istruzione ed esortazione sulla sequela, collocate in un contesto privilegiato, tra il primo e il secondo annuncio della passione e prima del grande viaggio verso Gerusnlemme, trova degli echi in altre sezioni del terzo vangelo, che ne dilatano il messaggio e lo attualizzano in funzione delle esigenze della comunità.

1. ROMPERE I LEGAMI CHE COMPROMETTONO LA SEQUELA

La prima sentenza programmatica è riprodotta al centro del capitolo 14, all’interno del grande viaggio verso Gerusalemme, dove Gesù precisa le condizioni per chi vuole fare la strada con lui. Egli propone la piena libertà nei confronti dei legami parentali — padre e madre, moglie e figli, fratelli e sorelle — e anche la rinuncia alla «propria vita» per poter essere suoi discepoli. E aggiunge: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (14,25-27). Questo brano sembra essere un commento e un’applicazione comunitaria del discorso sulla sequela. In questo testo è stabilita una reale equivalenza tra andare con Gesù, seguirLo, portare la croce ed essere suoi discepoli. Viene anche precisato in che cosa consiste il «portare la croce» nella vita quotidiana, nelle realtà feriali: prima di fare la scelta estrema — dare la propria vita nella forma del martirio — si è chiamati a rompere con quei legami che rischiano compromettere la perseveranza e la fedeltà nell’adesione cristiana .

2. NON SI PUÒ SEGUIRE GESÙ, ANCORANDOSI A STRUTTURE SOCIALI E A SICUREZZE TERRENE

Una conferma della serietà e necessità di queste scelte feriali di libertà nei confronti dei legami e strutture familiari e sociali, viene dai tre esempi di chiamata, riferiti da Luca all’inizio del viaggio verso Gerusalemme (Lc 9,57-62). Non si può seguire Gesù conservando la nostalgia per un passato rassicurante o gratificante e per un insediamento sicuro nelle strutture sociali. Tutto quello che rimanda l’impegno attuale e urgente per il regno di Dio è un alibi che rende inadatti o compromette la sequela del Cristo.
Ancora nel contesto del grande viaggio ricompare il tema della scelta di campo a favore o contro il figlio dell’uomo. Si tratta di un’istruzione rivolta particolarmente ai discepoli, sullo sfondo di una massa di gente che si accalca attorno a Gesù (12,1). Prima di tutto egli li mette in guardia contro l’ipocrisia e la paura. Quest’ultima evoca chiaramente il contesto della persecuzione che può minacciare la vita fisica (12,4-7). A sostegno della perseveranza in tempo di persecuzione si porta la parola profetiea di Gesù:

«Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio» (12,8-9).

Il vocabolario «confessare/rinnegare» e il contesto precedente e successivo (l2,10-12) presuppongono una situazione conflittuale di persecuzione in cui i cristiani devono prendere posizione pubblicamente pro o contro il Cristo. Rispetto alla sentenza analoga contenuta nel discorso di sequela, qui si aggiunge, accanto alla minaccia, la promessa positiva: «Il figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio».
Dunque è rimarcato l’aspetto incoraggiante a sostegno dei cristiani che sono posti in crisi da una situazione conflittuale con l’ambiente a causa della loro scelta di fede. Questo stato di cose infatti può compromettere la perseveranza di chi è condizionato dal ricatto sociale e psicologico dell’ambiente.

CONCLUSIONE:
SIGNIFICATO E ATTUALITÀ DELLA SEQUELA DI CRISTO

Il tema della sequela in Luca è sviluppato sulla base di una duplice attenzione e fedeltà: al Cristo e alla comunità cristiana. Dalla tradizione storica comune Luca riceve questo prezioso patrimonio di insegnamenti ed esortazioni sulla sequela del Cristo, il figlio dell’uomo umiliato, ucciso dagli uomini, ma glorificato e riconosciuto come figlio unico di Dio. Egli rilegge tutto questo con lo sguardo rivolto ai suoi cristiani che rischiano di venire meno alla scelta cristiana per la paura del prezzo che essa comporta: rottura con i legami familiari, danni materiali, boicottaggio sociale.

1. CONDIVIDERE IL DESTINO DI GESÙ

La sequela è prima di tutto una scelta di condivisione del destino personale di Gesù, il messia umiliato e ucciso. Perciò è una scelta di disponibilità totale anche con prospettiva del martirio. Ma di fatto il martirio si realizza nella ferialità della perseveranza cristiana che vuol dire libertà dai legami, dai condizionamenti materiali, dai ricatti sociali ed economici. Questa è la croce da portare ogni giorno, il prezzo effettivo della sequela del Cristo.

 

2. ATTUALITÀ DEL MESSAGGIO LUCANO SULLA SEQUELA

La proposta lucana sulla sequela può essere ancora attuale. Il prohlema della perseveranza cristiana è ancora urgente nel nostro tempo, nel quale vanno restringendosi gli spazi e gli ambiti di una presenza cristiana che incoraggiavano e sostenevano tradizionalmente i credenti impegnati e attivi. I criteri della perseveranza cristiana, proposti da Luca con il discorso sulla sequela, sono ancora validi: la scelta personale e cosciente del destino di Cristo, messia umiliato, sofferente e crocifisso; il prezzo della fedeltà, espresso in termini di libertà nei confronti di un ambiente che pone il possesso e il consumo dei beni al di sopra della vita e baratta il successo e il prestigio con la qualità della vita. Ma contro ogni riduzione moralistica autopunitiva della sequela cristiana, va affermata la sua dimensione di speranza, proprio perché è la cosciente responsabile partecipazione al destino personale e al progetto di vita di Gesù.

 

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