06/10/2013 - Lectio della 27' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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XXVII Dom TO anno C

Lo scandalo, il perdono, e la fede (17,1-10)

Nelle sue istruzioni ai discepoli e alle folle che lo seguono lungo la strada, Gesù ha ripetutamente parlato delle dure esigenze che comporta il seguirlo. Le possiamo riassumere in due affermazioni: “Chi non preferisce me al padre, alla madre, alla moglie e ai figli, ai fratelli e alle sorelle e perfino alla propria vita non può essere mio discepolo” (14,26); e poi l’altra: “Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (14,33).
Ora il discorso verte sulle condizioni che rendono possibile la sequela: la fede e l’umiltà. Non è più il discepolo sulla scena ma l’intera comunità.
Lo scandalo (17,1-3) nel vocabolario biblico non è semplicemente un cattivo esempio morale, ma un ostacolo al regno, un inciampo, qualsiasi cosa in grado di ostacolare la totale adesione a Gesù e al suo messaggio. La chiesa deve essere per tutti, soprattutto per i “piccoli” , un ambiente che faciliti la fede, non che la ostacoli. La severa condanna di Gesù è rivolta a quanti, all’interno o all’esterno, tentano di ostacolare la fede. Ma, soprattutto, è condannabile lo scandalo all’interno della comunità. Che la logica del mondo cerchi di ridurre la credibilità del vangelo è ovvio, ma cosa pensare quando lo scandalo viene da coloro che si vantano di essere testimoni di Cristo?
Il perdono (17,3b-4) è necessario alla vita della comunità, come è necessaria anche la correzione. Ma deve trattarsi di una correzione fatta con discrezione. Luca ama sottolineare che Gesù è colui che perdona: alla donna peccatrice (7,48) e a coloro che lo crocifissero (23,34). Il saper perdonare è – secondo Luca – il distintivo del cristiano, la vera differenza tra il cristiano e il pagano.
Dopo aver affermato la profonda verità del perdono, occorre onestamente ammettere che il problema non è così semplice, perché il perdono sembra spesso entrare in conflitto con altre esigenze non meno importanti, per esempio l’esigenza della giustizia, il ristabilimento della verità, la lotta per la conquista della libertà o per la difesa degli oppressi. Del resto lo stesso Gesù che ha insegnato e praticato il perdono, non ha esitato – in certe occasioni – a rimproverare e minacciare: “Razze di vipere… sepolcri imbiancati… guai a voi ricchi…”.
Dunque, il vangelo parla di perdono ma sa anche che la sua pratica non è senza problemi. Come conciliare il perdono con l’esigenza della verità e della giustizia? Come perdonare e insieme correggere? La risposta, ovviamente, va cercata nel concreto, caso per caso: un compito che impegna la coscienza e il discernimento di ciascuno. Ma almeno tre indicazioni sono evangelicamente chiare:

1) La prima è che la disponibilità al perdono deve essere la base di fondo, il quadro irrinunciabile entro cui collocare ogni altro atteggiamento, pur legittimo e doveroso. C’è chi cerca nell’odio la forza per lottare in favore della giustizia, dei diritti legittimi, degli oppressi e c’è chi, invece, la cerca nell’amore. Solo il secondo può dirsi cristiano.
2) La seconda indicazione è che si deve nutrire profonda avversione per l’errore e l’ingiustizia, ma non per gli uomini: un conto è l’errore, un conto l’uomo; un conto il peccato, un conto il peccatore.
3) La terza è che il perdono evangelico è amore, non un lasciar correre. Anzi il perdono è amore esigente. È donato per cambiare, per convertirsi, non per lasciare le cose come stanno. Tale è infatti il perdono di Dio: denuncia del male e nello stesso tempo offerta di una possibilità di cambiamento, esattamente come ha detto Gesù alla peccatrice: “Va” (ecco l’offerta di una nuova possibilità) e “non peccare più” (ecco un imperativo che è insieme denuncia e fiducia).

La fede (17,5-6) è, quindi, necessaria per mettere in pratica le esigenze di Gesù. Non è certamente questo l’unico passo in cui si parla della fede. Luca ne parla con una certa frequenza, specialmente nei racconti di miracoli. Nella guarigione del paralitico (5,20), alla peccatrice in casa di Simone (7,50), all’emorroissa (8,48), al lebbroso straniero (17,19), al cieco di Gerico (18,42).
Gli interventi salvifici di Gesù sono sempre legati alla fede. E che tipo di fede bisogna avere? Anche se Gesù dice: “La tua fede ti ha salvato”, è chiaro che non è la fede dell’uomo che salva, ma la potenza di Dio. La fede però ne è la condizione, senza la fede anche la potenza di Dio si annulla. Perché? Perché aver fede significa riconoscere la nostra impotenza e, nello stesso tempo porre tutta la fiducia nella potenza del Signore. La fede è il rifiuto di contare su di sé per contare unicamente sul Signore. È questo lo spazio interiore necessario che il Signore vuole per donarci la salvezza e il coraggio di seguirlo. Ma se la fede è tutto questo, allora è anche chiaro che non è qualcosa che possiamo ricavare da noi o costruire da soli: anche la fede è, a sua volta, un dono. E non resta perciò che chiederla, come hanno fatto i discepoli: “Signore aumenta la nostra fede”. Lo ha fatto Gesù stesso nei confronti di Pietro: “Simone, ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno” (22,32).
All’insegnamento sulla fede segue ora una parabola (17,7-10), esclusiva di Luca. Indirizzata agli apostoli (v.5), questa parabola avverte i capi della Chiesa che essi non possono mai fermarsi e riposarsi nella convinzione di avere già lavorato abbastanza. Questa piccola parabola, non intende descriverci il comportamento di Dio verso l’uomo, ma indicarci come deve essere il comportamento dell’uomo verso Dio: totale disponibilità, senza calcoli, senza pretese, senza contratti. Non si entra nello spirito del vangelo con lo spirito del salariato: tanto di lavoro e tanto di paga, nulla di più e nulla di meno. Dopo una giornata piena di lavoro, non dire “ho finito” e non accampare diritti. Non vantartene e non fare confronti con gli altri, ma dì semplicemente: ho fatto il mio dovere, sono soltanto un servo.


XXVII Domenica “Per annum”

Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10.


1. Introduzione

La XXVII e la XXVIII domenica per annum dell’anno C costituiscono una sorta di dittico tematico: entrambe affrontano le questioni fondamentali della fede. Il termine unificante di tale disposizione liturgica è rappresentato dalla fede. È importante valutare l’origine, il contenuto e le implicazioni della fede. La prima lettura e la pagina evangelica trattano della fiducia che il credente è chiamato a con-servare soprattutto di fronte alle situazioni più complesse. Tuttavia anche la pericope, tratta da 2Tm 1, spiega che la fede è relazionata a Cristo: abbiamo la “fede in Lui” (2Tm 1,13). Forse, dal punto di vista pastorale, tale dittico liturgico permette di soffermarsi, con maggior frutto, sulle motivazioni e sulle diverse fenomenologie della fede nel cristiano contemporaneo, colto spesso in situazioni di conflitto tra fideismo e razionalismo.

2. La fiducia nel Signore (Ab 1,2-3; 2,2-4)

Una delle citazioni più importanti dell’Antico Testamento riportate nel Nuovo Testamento è rappresentata da Ab 2,4: “Il giusto mediante la (sua oppure mia) fede vivrà”. Tale citazione è fondamentale nell’epistolario paolino (cf. Rm 1,17; Gal 3,11) e nella Lettera agli Ebrei (cf. Eb 10,37-38). Ma lo stesso Giudaismo, parallelo al Nuovo Testamento, dedica particolare attenzione a tale citazione. Non a caso presso la Comunità di Qumran è stato rinvenuto un commento ad Abacuc (cf. 1QpAb).
Notiamo tuttavia che, mentre nel Testo Masoretico si parla della “fede” o fiducia del credente, nella versione della LXX è riscontrabile il riferimento alla stessa fedeltà del Signore: “... La mia fede”. Forse una tale indecisione testuale permetterà a Paolo di lasciare libero il riferimento della fede, applicandolo alla fede in Cristo: “Ora, invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede di Gesù Cristo” (Rm 3,22; Gal 2,16). La CEI traduce in Gesù Cristo.
È un problema di traduzione molto importante che richiede un po’ di attenzione filologica: la pistis Cristou, la fede di Cristo. Che cosa significa? Possiamo avere diverse traduzioni, a partire da questo genitivo (di Cristo); i grammatici distinguono almeno due tipi di genitivo, uno oggettivo e l’altro soggettivo. Cerco di spiegarmi con un esempio. Se io dico: “l’amore di Dio è il primo comandamento”, intendo dire che l’uomo ama Dio, Dio è l’oggetto dell’amore; se invece uso la stessa espressione, ma in una frase del genere: “l’amore di Dio mi spinge ad amare a mia volta gli altri”, intendo dire: Dio ama l’uomo e quindi il suo amore, il fatto che egli ama, egli è soggetto, mi spinge a mia volta ad amare. La stessa espressione: “amore di Dio” può indicare che Dio è l’oggetto dell’amore, oppure il soggetto. Lo stesso vale per l’espressione “fede di Cristo”.
Cristo è il soggetto o l’oggetto?
1. L’interpretazione più semplice è quella che vede in Gesù l’oggetto della nostra fede, tanto è vero che la traduzione dice: la fede in Gesù Cristo. Per non complicare la vita al lettore la traduzione CEI è una interpretazione che però taglia via le altre possibili interpretazioni. È valida e corretta, ma rischia di sottolineare la mia azione. La giustizia di Dio si manifesta per mezzo del mio credere in Gesù? Se io credo, Dio mi giustifica; allora io mi salvo con la mia fede? È la mia fede a rendermi giusto/giustificato/salvato? Rischio di cadere in una affermazione equivoca, perché diventa una giustificazione “fai da te”: si arriva all’auto-giustificazione. Non è questo ciò che intende Paolo: non è la mia fede che mi rende giusto, ma è Dio che mi rende giusto sulla base della mia accoglienza di Gesù Cristo. Detta così funziona, però è meglio provare anche le altre interpretazioni.
2. Proviamo a vedere la frase “fede di Cristo” tenendo Gesù come il soggetto. Gesù ebbe fede. Se noi per fede intendiamo una conoscenza velata di Dio, secondo la teologia classica e scolastica non si può dire che Gesù abbia fede in Dio, perché essendo Dio egli stesso, non ha fede in un altro, non ha una conoscenza velata di Dio, ne ha la conoscenza piena. Ma il concetto di “pistis”, di fede, significa per Paolo l’atteggiamento di fiducia, di affidamento e in questo senso possiamo tranquillamente dire che Gesù si è fidato di Dio. In quanto uomo, Gesù ha affidato interamente la sua vita al Padre; dall’inizio alla fine Gesù si è consegnato nelle mani del Padre, si è affidato a lui, si è fidato di lui, quindi è stata questa la fede di Gesù. Potremmo addirittura dire che Gesù è l’unico uomo che si è fidato veramente di Dio, perché tutti gli altri, sotto il segno di Adamo, non si fidano di Dio, sono diffidenti ed è questa la natura segnata dal peccato. Gesù invece è l’uomo che si fida di Dio. Allora la giustizia di Dio, l’opera della salvezza, con cui egli trasforma la mia persona, si manifesta per mezzo dell’atteggiamento di Gesù Cristo; per mezzo della sua fede, del suo comportamento, della sua fiducia piena in Dio, del fatto che egli si è perfettamente fidato di Dio, siamo salvi.
3. La soluzione migliore è questa terza proposta, nella quale diamo valore al significato di fede secondo la tradizione biblica ebraica, dove per “fede” si intende “il fondamento”, )emûnāh in ebraico, che viene tradotta abitualmente con “fedeltà”, nel senso di fondatezza, di solidità. In ebraico c’è un verbo solo, coniugato in due forme diverse per indicare l’essere fondato e per indicare l’atto di credere. C’è un versetto famoso di Isaia (7,9) con cui il profeta dice al popolo: «Se non crederete, non avrete stabilità» (´im lö´ ta´ámîºnû Kî lö´ të´ämëºnû); è lo stesso verbo della radice “amen”, che appartiene a questa radice di fede, di fiducia, di fondamento e significa “è solido”. Se non credete, se non ritenete che Dio sia fondato, voi non avete fondamento. Questo è il concetto di fede, per l’uomo biblico: la fede è la roccia (Gesù dirà a Simone di essere la roccia, il fondamento, su cui il Cristo può costruire la Chiesa). La pistis Cristou vuol dire allora che Cristo è il fondamento della relazione con Dio, della nostra nuova relazione buona con Dio. La giustizia di Dio si manifesta per mezzo di Gesù Cristo, che è il fondamento, perché si è fidato di Dio. Con l’atto di fede in lui lo accogliamo come nostro fondamento. In questo modo non si escludono le altre due interpretazioni, ma tutte e tre sono presenti in questo significato così denso.

Ab 2,2-4 riporta la risposta di Dio che si rivela: “...Certo verrà e non tarderà” (v. 3). In tal modo, il popolo viene invitato a porre, ancora una volta, la propria fiducia nel Signore. Per questo, il Signore stesso esorta a restare saldi nella fede, a non soccombere come coloro che “non hanno l’animo retto”. La fede del giusto pertanto, consiste nel continuare a porre la propria fiducia nel Signore, nonostante tutto.
Lo stesso Sal 94, con il quale la comunità liturgica risponde all’oracolo di Abacuc, adduce la fondamentale motivazione per cui è ne-cessario con¬tinuare a porre la propria fiducia nel Signore: egli ha com-piuto prodigi nella storia di ogni uomo e del suo popolo. Il Salmista ri-chiama come mo¬delli di interventi da parte del Signore, gli eventi eso¬dali di Massa ed Meriba (cf. Es 17,1-7).

3. Fiducia e servizio (Lc 17,5-10)

Anche nella pericope evangelica vengono affrontate le questioni principali della fede. Tuttavia, sia a causa del contesto immediato che di quello remoto, tale tematica viene relazionata a quella del servizio per il Regno del Signore. Per questo Luca pone soprattutto in risalto la fiducia ed il servizio del discepolo che “segue il Signore” nell’itinerario del viaggio verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,46).
Questa pericope è soltanto in Lc: la metafora del servo non trova corrispondenti in Mt e Mc. Invece, il “detto” sulla dimensione della fede si trova anche in Mt 17,20 e Mc 9,28-29, pur se in contesti differenti. Infatti, in Mt e Mc tale “detto” segue l’episodio riguardante l’indemoniato, che i discepoli non hanno saputo guarire. In Lc invece, questo brano viene preceduto dalla disponibilità che il discepolo deve avere nel perdonare sempre il proprio fratello (cf. Lc 17,3-4). Per questo, a causa della consapevolezza che una tale richiesta rappresenta, nell’itinerario del proprio discepolato, gli apostoli non possono che chiedere: “Aumenta (pròsthes) la nostra fede!” (v. 6).
La risposta del Signore procede in modo iperbolico, per dimo-strare che tutto è possibile a chi pone la propria fiducia in Lui: “...Potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe” (v. 6). L’iperbole diventa più marcata nel parallelo matteano: “Se avreste fede pari a un granellino di senapa, potreste dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà” (Mt 17,19). Realmente la fede è capace di “spostare le montagne”, e non soltanto un gelso.
Ogni discepolo pertanto, è chiamato a fidarsi del Signore: questi realizzerà comunque il proprio progetto nella sua esistenza. Quindi, la metafora del “servizio” spiega ulteriormente la dimensione della fiducia nel Signore: ogni discepolo è come un servo disposto a lavorare per il proprio padrone. Ma qual è l’atteggiamento evangelico che tale servo deve assumere di fronte a quest’esigenza di fiducia?

3.1. La negazione di appropriazioni indebite

Circa la relazione tra servizio e discepolato per il Regno, Luca pone innanzitutto in guardia il cristiano da una tentazione diffusa: quella di voler appropriarsi di quanto gli è stato dato in consegna. Per questo, la parabola dei vignaioli omicidi, raccontata poco innanzi, rende in modo plastico il senso e il pericolo di tali ingerenze (cf. Lc 20,15-16). Al contrario, è necessario riconoscere la propria condizione di servi, e non di padroni: si ha a che fare con cose e persone che non ci appartengono, per quanto ci sentiamo ad essi legati, e per essi impegnati.

3.2. La negazione di negligenza

Lo stesso Luca sembra porre in guardia anche dalla tentazione in-versa della precedente: quella di non prendersi cura della “vigna” oppure del “gregge” affidato ai servi. Per questo, verso la conclusione del viaggio in direzione di Gerusalemme, Gesù racconta la parabola delle “mine” (cf. Lc 19,11-27). Ogni discepolo riceve delle dotazioni che, nel periodo del proprio servizio, è invitato a fruttificare. Tale parabola sottolinea soprattutto la relazione negativa del servo “ingrato” che, per timore, ha nascosto la propria mina in un fazzoletto (v. 20). Ma anche di fronte a tale comportamento, il Padrone si rivela quanto mai esigente: “Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci” (v. 24).
Nel proprio servizio per il regno non c’è tempo per comportamenti oziosi, determinati soprattutto dalla coscienza che tanto la vigna non ci appartiene. Al contrario, è necessario operare proprio con tale consapevolezza: si ha a che fare con un padrone esigente, che sempre invita a collaborare per il suo regno.

3.3. La consapevolezza del servizio

Di fronte alle due opposte tentazioni che ogni discepolo incontra nel proprio servizio per il regno, Gesù sembra delineare la “magna carta” del discepolo esemplare. Per questo, dopo il “detto” sulla fiducia (Lc 17,5-6), Lc aggiunge quello sul servizio: “Chi di voi che ha un servo...” (vv. 7-10). Le domande retoriche sull’esemplificazione del servo si concludono con l’affermazione centrale: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (v. 10). Il retto servo del regno non cerca mai di valicare la propria dipendenza dal Padrone, a causa della fiducia di fondo che lo guida. Per questo, tale fiducia si produce nella consapevolezza della propria relatività. Possiamo affermare che, nel servizio per il regno, nessuno può accampare dei diritti o dei meriti. Al contrario, ognuno deve conservare la coscienza della propria “inutilità”. In tale prospettiva si comprende che un servizio ecclesiale può esserci donato, ma anche tolto, senza per questo lasciarci sopraffare dalla disperazione o dall’angoscia. L’inutilità di cui parla il Signore in tale esortazione non significa affatto che siamo “inutili” come creature, ma siamo invitati al servizio, coscienti che tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile. Tutto viene da Dio e a lui deve essere riportato.
Anche per questo, in precedenza, Gesù sceglie, come modello del servizio, l’amministratore che viene licenziato (Lc 16,1-8). Prima o poi, quanto ci è stato affidato ci viene chiesto in conto: “Rendi conto della tua amministrazione” (Lc 16,2).
Il vero servitore è chiamato a collaborare per il regno non sui propri meriti o demeriti, bensì sulla consapevolezza della propria funzione. Un tale modello risulta fondamentale per ogni servizio ecclesiale che si è invitati a offrire. Paolo non esiterà a presentarsi alle diverse comunità cristiane come “servo di Cristo Gesù” (cf. Rm 1,1; Fil 1,1): non si è mai proprietari delle coscienze sia dei singoli cristiani che delle comu¬nità. Lo stesso Paolo, scrivendo alla Comunità di Corinto, non ha ti¬more di riconoscere: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere... Siamo infatti collabotori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio” (1Cor 3,9).

Signore, aumenta la mia fede!


Liberami dall’arroganza di ritenermi necessario,

dalla vanità di vedermi riconosciuto.
Fammi servo libero e inutile come i gigli del campo,
servo libero e inutile come gli uccelli dell’aria.
Il fiore nel folto del bosco fiorisce anche se nessuno lo vedrà mai.
L’uccello canta tutta la notte anche se nessuno si fermerà ad ascoltarlo.
Una madre ha amato con tutto il cuore
e suo figlio non è guarito,
suo marito non è tornato.
Il monaco ha pregato fino all’alba
e nessuno lo saprà mai.
Anche a me, Signore, basti aver amato te
e aver lavorato per te.
Anche se nessuno se ne è accorto.

Anche se nessun albero è fiorito nel mare.

Ho bisogno però della tua pazienza

che tanto ha seminato in me per tirar su quasi niente.

E mi basteranno grandi campi da arare e un granello di fede,

e gli occhi di un profeta per vedere ancora il sogno di Dio

come una goccia di luce impigliata
nel cuore vivo di tutte le cose.

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