03/11/2013 - Lectio della 31' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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XXXI Dom C: Cristo Gesù cerca e salva chi ormai è già perduto

Prima lettura: Poiché tu ami tutte le cose esistenti
Sap 11,21-12,2


Prima lettura: Poiché tu ami tutte le cose esistenti
Sap 11,21-12,2

11,21 Dispiegare grande potenza è pur sempre a te possibile;
e chi potrà resistere alla forza del tuo braccio?
22 Il mondo intero di fronte a te è come un granello di polvere sul piatti di una bilancia e come un goccia di rugiada che cade al mattino sulla terra.
23 Tu hai misericordia di tutti, perché tutto puoi, e chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento.
24 Tu ami tutto ciò che esiste
e non provi disgusto alcuno per le cose che hai creato;
perché, se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti creata.
Come avrebbe potuto sussistere qualcosa, se a te non fosse piaciuto?
25 o come avrebbe potuto conservarsi qualcosa, se da te non fosse stata chiamata alla vita?
26 Ma tutte le creature tu risparmi, perché sono tue,
Signore che ami la vita.
12, 1 Perché il tuo spirito incorruttibile è in tutti.
2 Per questo Tu correggi poco per volta coloro che peccano
e ricordando quali sono i loro peccati, li ammonisci affinché liberatisi dalla cattiveria credano in te, Signore.

Il brano tratto dal libro della Sapienza (Sap 11,21-12,2) si incentra sull’atteggiamento di Dio verso i peccatori. È inserito nella terza parte del libro, in cui si riprendono gli avvenimenti dell’esodo, sottolineando l’opposizione al Signore e il peccato degli Egiziani, che rappresentano così tutti gli empi; per questo i termini ‘peccati’ (11,23 e 12,2) e ‘colpevoli’ (12,2) vanno intesi qui in senso forte: non si hanno in mente trasgressioni lievi, ma la negazione stessa della verità di Dio e della sua presenza in mezzo agli uomini.
Possiamo riconoscere tre argomentazioni in questi versetti:

1. dapprima si fa riferimento all’onnipotenza divina (11,22), che ri-salta dalla pochezza e piccolezza del mondo considerato davanti a Lui. Un granello di polvere non sposta il piatto della bilancia (cfr. Is 40,15) e la rugiada evapora subito al sorgere del sole (cfr. Os 6,4; 13,3). Se nell’esperienza umana la grandezza del potere è spesso associata all’uso della forza, che facilmente diventa vio-lenza ingiusta, nel caso di Dio, invece, la grandezza del potere si manifesta nella compassione. Implicitamente l’argomento fa leva sulla convinzione che l’uso della forza sia una manifestazione della debolezza del potere esercitato: si deve riaffermarlo perché è minacciato o messo in discussione. Poiché niente può in realtà intaccare l’autorità e l’onnipotenza divina, egli esercita il suo dominio nella compassione e nella misericordia, che non è indifferenza verso il male, ma appello alla conversione, come chiarisce il v. 23.
2. L’autore approfondisce poi la riflessione sull’amore di Dio (11,24-25), sottolineando la sua universalità (a questo proposito si noti la ripetizione insistente della parola ‘tutto’ nel brano). L’amore è collegato alla creazione in riferimento sia all’origine di tutte le cose, sia alla loro permanenza e sussistenza che sono anch’esse legate alla volontà divina. La vita e la natura sono quindi manifestazioni quotidiane dell’amore di Dio, ma ciò vale, evidentemente, anche per la vita del peccatore o del non credente. Si deve cogliere appieno il contenuto paradossale dell’argomento: proprio la tutela della vita del peccatore manifesta la bontà di Dio, il suo amore e la sua onnipotenza che, invece, il peccatore nega.
3. Questo amore creativo è il fondamento su cui si può avanzare il terzo argomento, quello dell’appartenenza al Signore di tutte le cose (11,26-12,1). Qui lo ‘spirito’ che viene da Dio è il principio vitale: ciò vale per l’uomo (cfr. Gen 2,7) e per tutti gli esseri animati (cfr. Sal 104,29-30). Per l’autore di Sapienza questo dono divino non solo permette l’esistenza, ma segnala anche lo stretto legame fra creatore e creatura.

Tutti questi argomenti convergono nel versetto conclusivo, dove si illustrano le modalità e soprattutto lo scopo dell’agire divino nei confronti dei peccatori: ottenere la loro conversione. Conversione qui significa, dato il contesto, riconoscere l’onnipotenza di Dio, il suo amore per ogni uomo e il proprio legame con Lui. Non a caso il brano si conclude con un’invocazione («Signore») che racchiude ed esprime l’atteggiamento di fede a cui tutti sono chiamati.

Seconda lettura: Sia glorificato il nome del Signore
2Ts 1,11-2,2

2Ts 1,11 (Fratelli) noi preghiamo sempre per voi, perché il nostro Dio vi faccia degni della vocazione e con la sua potenza dia buon esito a tutta la vostra volontà di bene e a tutta l'opera della vostra fede,
2Ts 1,12 affinché sia glorificato in voi il nome del Signore nostro Gesù e voi in lui, per la grazia del nostro Dio e Signore Gesù Cristo.
2Ts 2,1 Vi preghiamo, fratelli, quanto alla venuta del Signore nostro Gesù e la nostra riunione con lui,
2Ts 2,2 a non lasciarvi agitare così facilmente nel vostro animo né spaventare da oracoli dello Spirito, da parola o da lettera come spedita da noi, quasi che il giorno del Signore sia presente.

La liturgia combina la parte conclusiva del ringraziamento (2Ts 1,11-12), che si trova nelle lettere di Paolo dopo l’intestazione (con mittente e destinatari) e i saluti, con l’inizio dell’esortazione centrale nella seconda lettera ai Tessalonicesi (2 Ts 2,1-2).
Assicurando ai Tessalonicesi la sua preghiera, Paolo fa riferimento alla loro ‘chiamata’ (1,11): questo termine viene interpretato da alcuni esegeti in senso escatologico (i cristiani sono chiamati a godere della pienezza della gloria di Cristo nel giorno della sua manifestazione definitiva), da altri in riferimento al battesimo. La prima interpretazione si appoggia sul contesto precedente (cfr. v. 10), la seconda sul senso più frequente del termine nell’epistolario paolino. Forse entrambi gli aspetti si possono tenere presenti; in ogni caso in questo v. 11 si vuole sottolineare l’aspetto etico che tale chiamata comporta, facendo riferimento alla ‘volontà di bene’ dei credenti, che scaturisce dalla loro fede (si parla, infatti, di «opere della fede»), ma è sostenuta e resa più ‘piena’ dall’azione di Dio.
Il riferimento alla glorificazione nel v. 12 va inteso come piena manifestazione della realtà divina di Gesù Cristo e della sua potenza. Poiché, però, al v. 10 si faceva riferimento alla venuta del Signore Gesù per «essere glorificato nei suoi santi» alla fine dei tempi, si può intendere il v. 12 pensando alla vita di fede e di operosa carità come un’anticipazione e una realizzazione, già nel presente, di quella realtà di salvezza piena e definitiva che si attuerà negli ultimi giorni. Così si capisce bene anche perché l’autore della lettera insista sull’azione divina che sostiene la vita cristiana, perché, senza nulla togliere all’impegno dei credenti, è soltanto da Lui che viene la salvezza. La reciprocità della glorificazione («sia glorificato... in voi e voi in lui»), che può essere paragonata a quanto si dice in Gv 13,11 a proposito del Figlio e del Padre, contribuisce a sottolineare l’importanza dell’interazione e della corrispondenza fra l’agire divino e l’agire dei credenti.
Se la vita cristiana può quindi essere considerata un’anticipazione del paradiso (per esprimerci con i termini tradizionali della predicazione cristiana), deve altresì essere chiara la differenza fra la condizione attuale e quella futura. Infatti, l’ultima parola del v. 2 e˙ne÷sthken da e˙ni÷sthmi, essere presente, andrebbe meglio tradotta con ‘presente’ (così la nuova versione CEI del 1997, non ancora ufficiale per l’uso liturgico) piuttosto che con ‘imminente’: «il giorno del Signore» non è ancora giunto e rimane collocato nel futuro; quindi non ci si deve agitare né spaventare. Tale atteggiamento è contrario a quello richiesto al credente, che è di «rimanere fermo e saldo» nella fede.
Il riferimento ad altre parole o scritti, di autorità profetica o apostolica (o presunta tale), contrarie a quanto qui affermato, o a interpretazioni errate dell’insegnamento di Paolo, fa capire la delicatezza della questione affrontata e l’importanza di conservare fedelmente e correttamente il messaggio evangelico; ciò vale, a maggior ragione, per coloro che hanno un ministero importante nella comunità.

Vangelo: Venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto
Lc 19,1-10

191Ed entrato, attraversava Gerico.
2Ed ecco, un uomo chiamato col nome (di) Zaccheo, ed egli era capo dei pubblicani ed egli era ricco.
3E cercava di vedere chi fosse Gesù; e non (lo) poteva a causa della folla (poiché era lontano dalla folla), infatti era piccolo di statura.
4E, correndo avanti, salì su un sicomoro per vederlo, poiché doveva passare di lì (stava passando di là).
5Quando giunse sul luogo, Gesù, alzando gli occhi, gli disse: «Zaccheo, affrettati, scendi, perché oggi devo restare a casa tua».
6E affrettandosi, scese e lo accolse gioiendo.
7E vedendo (ciò), tutti borbottavano dicendo: «È entrato ad alloggiare (a trovare ospitalità/a riconciliarsi) da un peccatore!».
8Ma Zaccheo, ritto in piedi, disse al Signore: «Ecco, Signore, do ai poveri la metà dei miei beni; e da momento che ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
9Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è venuta in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo!
10Infatti, il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quello che era (ormai già) perduto».

Dopo la notazione introduttiva (v. 1) il racconto evangelico (Lc 19,1-10) si sofferma dapprima su Zaccheo (vv. 2-4), per poi descrivere il suo incontro con Gesù (vv. 5-6). La terza parte si riferisce alla ripercussione ‘pubblica’ di questo incontro, con l’obiezione della folla e la risposta ad essa (vv. 7-10).
• L’introduzione (v. 1). Il versetto con la menzione di Gerico (che può risalire anche a ricordi storici che collocavano proprio qui un convertito di nome Zaccheo) collega il brano a quello precedente, la guarigione del cieco (Lc 18,35-43). Questo permette di riflettere sul legame fra i due episodi, evidenziando alcuni punti comuni: anzitutto si nota che in entrambi il Cristo appare come colui che dona la salvezza già nel presente. Inoltre, l’atteggiamento di Gesù, interessato a guarire e convertire, è nei due racconti in contrasto con quello della folla (cfr. Lc 18,39; 19,7), che non capisce il senso della sua missione. Invece i due protagonisti si aprono all’incontro con il Signore non solo esteriore, ma anche interiore, lasciando che Egli cambi la loro vita: sono quindi un esempio della fede che è richiesta anche ai cristiani, chiamati ad aprirsi all’amore di Dio in Cristo, senza fermarsi alle proprie convinzioni e convenzioni tradizionali (come fa la folla).

• La descrizione di Zaccheo (vv. 2-4). Zaccheo viene definito «capo dei pubblicani», con il termine greco architelónes che non è attestato in nessun altro documento o scritto dell’epoca. Forse è stato coniato dall’evangelista, con l’intento di sottolineare il successo professionale di quest’uomo, oppure per conferire alla sua figura un carattere paradigmatico.
Il verbo ‘cercare’ usato per Zaccheo al v. 3 ritorna al v. 10 con il Figlio dell’Uomo come soggetto. Ciò suggerisce che la ‘ricerca’ di cui si parla qui può certamente avere a che fare, nel suo movimento iniziale, con la curiosità, ma esprime anche un desiderio più profondo, quella ricerca della vita, della salvezza o del Regno che appare altre volte nel vangelo e che deve contraddistinguere il credente (cfr. Lc 11,9-10; 12,31; 13,24; 15,8; 17,33; 24,5). In questo senso può essere interessante il confronto con un altro personaggio che «cercava di vedere» Gesù: il tetrarca Erode (9,9). Quando però il suo desiderio si compie, al momento della passione, egli non si apre alla salvezza perché era interessato soltanto all’aspetto prodigioso esteriore del ministero di Cristo (Lc 23,8).
La positività e la profondità della ricerca di Zaccheo è espressa anche dall’oggetto: voleva vedere «chi era Gesù». La frase può certamente essere intesa in relazione all’aspetto esteriore dell’uomo di Nazaret, ma si può anche riferire alla sua realtà più profonda (cfr. Lc 9,18-19). In tal senso il brano ci fa sapere che Zaccheo ha trovato la sua risposta nel v. 8, quando egli è ormai in grado di rivolgersi al suo ospite chiamandolo ‘Signore’.

• L’incontro (vv. 5-6). A questo punto il lettore si attende di sapere che cosa succede quando Zaccheo (finalmente!) può vedere Gesù. L’evangelista, però, non ci dice nulla di questa visione, ma ci riferisce piuttosto che è Gesù a ‘guardare’ il pubblicano, cambiando quindi il punto di vista del racconto. L’attenzione non è più sul desiderio e l’impegno umano per ‘vedere’, ma sullo sguardo del Figlio dell’Uomo che cerca il peccatore. Anche il passaggio dai verbi di movimento del v. 4, che sottolineano l’attività di Zaccheo, al ‘fermarsi’ del v. 5 (cf. 18,40: Gesù si fermò davanti al grido del cieco), indica il mutamento di situazione e di prospettiva: come se la frenesia della ricerca umana dovesse ora acquietarsi, lasciandosi riempire dalla presenza del Cristo.
Il verbo ‘devo’ (greco déi) viene usato nel Nuovo Testamento per ciò che porta a compimento del disegno divino di salvezza: così ‘fermarsi’ presso un peccatore non è una semplice decisione di Gesù, ma fa parte della missione che egli compie in obbedienza al Padre. La ‘fretta’ di Zaccheo nel v. 6 indica la sua percezione di essere davanti a un particolare intervento di Dio nella sua vita (occasione che egli non si lascia sfuggire!): è infatti lo stesso atteggiamento di Maria, che dopo la visita dell’angelo raggiunge «in fretta» la città di Giuda dove abita Elisabetta, e dei pastori, che dopo l’apparizione celeste si recano «senza indugio» a Betlemme. Anche la ‘gioia’ evoca l’atmosfera dei racconti della nascita di Gesù ed è la reazione di chi si trova a vivere l’‘oggi’ della salvezza.
Inoltre, la gioia del ricco Zaccheo che ‘accoglie’ Gesù si con-trappone, nel terzo vangelo, alla reazione del notabile che chiede spiegazioni su come ottenere la vita eterna, ma alla fine, davanti alle parole del Cristo, «divenne assai triste, perché era molto ricco». Il capo dei pubblicani di Gerico è quindi anche un esempio positivo di come coloro che hanno molti beni possano comunque incontrare il Signore, aderire al vangelo e cambiare la loro vita.

• Obiezione della folla e risposta (vv. 7-10). Il v. 7 mostra il collegamento tematico fra l’episodio di Zaccheo, la vocazione di Levi (Lc 5, 27-32) e il cap. 15: la comunanza di mensa con i peccatori da parte di Gesù scandalizza coloro che si ritengono giusti (cfr. Lc 18,9) perché ritenuta incompatibile con la volontà di Dio. La formulazione iperbolica del v. 7 («tutti mormoravano») può essere intesa come allusione al rifiuto del popolo d’Israele nei confronti del Cristo, che trova il suo culmine nella passione: proprio la misericordia verso i peccatori ne sarebbe, secondo Luca, la causa. Va però anche notato che con questa formulazione l’evangelista non distingue tra la folla e i discepoli: il lettore deve immaginare anche questi ultimi coinvolti nella mormorazione? In tal caso l’evangelista farebbe riferimento a un atteggiamento presente anche nella comunità cristiana, che non è immune da sentimenti di superiorità e ostilità nei confronti dei ‘peccatori’.
Poiché la contestazione dei presenti riguarda il comportamento di Gesù che entra in comunione con i peccatori, la risposta ad essa si trova nei vv. 9-10: anche se il v. 9 è presentato, nel testo attuale, come una risposta a Zaccheo, la formulazione in terza persona rende chiaro che è in realtà una risposta alla folla (per questo è probabile che il v. 8 sia un’aggiunta al racconto originario, fatta da Luca o già dalla sua fonte).
L’argomento è duplice:

- anzitutto si ricorda che anche Zaccheo è un «figlio di Abramo», cioè un membro del popolo ebraico, del popolo eletto chiamato a vivere nell’alleanza con Dio. I peccati commessi, per quanto gravi, non cancellano tale sua identità ed è sempre possibile per lui ristabilire la relazione di comunione con il Signore.
- In secondo luogo si fa riferimento al valore salvifico della presenza del Figlio dell’Uomo (è lui che è entrato ‘oggi’ nella casa), che ha appunto il compito e la capacità di «salvare ciò che era perduto».

Tutto questo non significa mettere in secondo piano la respon-sabilità umana ed è per questo che si trova anche la dichiarazione del v. 8. Essa mostra che Zaccheo, come figlio di Abramo, è capace di fare «frutti di conversione», proprio come chiedeva Giovanni Battista nella sua predicazione (Lc 3,8). In questo suo gesto, che corrisponde all’ideale comunitario di Luca come si ritrova negli Atti degli Apostoli, trovano compimento tutto il movimento e il desiderio descritti nella prima parte, che si manifestano così come autentici e veri. L’incontro con Gesù, quindi, rende l’uomo capace di vivere in modo autentico secondo la volontà di Dio e proprio in ciò sta la salvezza: per questo la dichiarazione sull’‘oggi’ salvifico si trova ora nel brano dopo la parola di Zaccheo. La sua generosità verso i poveri manifesta, senza ombra di dubbio, che ha veramente ‘accolto’ il Signore, che l’incontro non è stato superficiale e banale come per il tetrarca Erode. Così egli è il paradigma del credente e il lettore cristiano del vangelo è chiamato a confrontarsi con lui: possiamo dire di sperimentare ‘oggi’ la salvezza?


XXXI domenica del tempo Ordinario Anno C Lc 19,1-10
ENZO BIANCHI, priore di Bose

Gesù Cristo è «il Figlio dell’uomo, venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»: questa è la buona notizia del vangelo odierno, un annuncio di grande consolazione per i poveri peccatori che noi siamo.

Un giorno Gesù, in cammino verso Gerusalemme, deve attraversare Gerico: qui abita Zaccheo, un uomo che si è arricchito in modo disonesto grazie al suo mestiere di capo dei pubblicani, di ingiusto esattore delle tasse. Questo peccatore pubblico ha nel cuore un profondo desiderio di conoscere il profeta e maestro Gesù, come mostra il suo comportamento: prima gli corre incontro poi, data la sua bassa statura, sale su un albero di sicomoro per poter superare l’ostacolo della folla e scorgerlo mentre passa. Zaccheo non si vergogna di compiere un gesto sconveniente, di rendersi ridicolo agli occhi altrui: il desiderio che lo abita è più forte di ogni sentimento e scaccia ogni esitazione.

Ed ecco che Gesù, sempre attento a ciò che accade intorno a sé e capace di cogliere ciò che brucia nel cuore degli uomini a partire dalle loro azioni (cf. Gv 2,25), precede Zaccheo: posa il suo sguardo su di lui e lo chiama: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». L’altro, meravigliato e stupito che Gesù possa incontrare lui, un pubblico peccatore, un uomo disprezzato in Israele, scende in fretta e lo ospita pieno di gioia. Qui potrebbe finire il racconto, con Gesù che resta a casa di questo pubblicano, risvegliando in lui il desiderio di vita piena, di comunione, di salvezza. Invece, come spesso è accaduto a Gesù, i benpensanti non sopportano la sua libertà e non tollerano che egli si rivolga di preferenza ai peccatori manifesti, narrando così il desiderio di Dio di «salvare tutti gli uomini» (cf. 1Tm 2,4), a partire proprio da quelli additati come «perduti» (cf. Lc 15). Più volte nel vangelo secondo Luca Gesù è disprezzato dagli uomini religiosi, che mormorano per il suo sedere a tavola con i peccatori (cf. Lc 5,30; 15,2), che lo definiscono «un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori» (Lc 7,34). Qui l’evangelista registra addirittura una condanna generalizzata: «Tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”»…
La prima reazione a tale giudizio è quella di Zaccheo, che esclama con risolutezza: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Zaccheo mostra che l’incontro con Gesù ha causato in lui la conversione, un cambiamento radicale, ed ecco lo dice: si impegna a compiere un gesto concretissimo che riguarda proprio le sue ricchezze, per le quali si era smarrito nel peccato! È interessante che egli pronunci queste parole rivolgendosi al Signore Gesù: coloro che sono così ciechi da non riconoscersi peccatori continuino pure a disprezzarlo, ma egli non si cura di loro, perché ha ormai deciso di rispondere all’appello del Signore e di far discendere le sue azioni dalla comunione con lui. Lo sguardo amante del Signore spinge Zaccheo a mutare il suo stesso sguardo, a vedere negli altri uomini non un occasione di guadagno, ma persone vittime della sua ingiustizia, alle quali egli deve restituire il maltolto; non solo, ma egli vuole condividere i suoi beni con i poveri…

Udite queste parole, Gesù le commenta con un’affermazione straordinaria, indirizzata a tutti i presenti: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo». Egli sa vedere un uomo e un figlio di Abramo dove gli altri vedono solo un peccatore, e a quest’uomo offre la salvezza. Ora, se è vero che la massima esperienza di salvezza che possiamo fare qui sulla terra consiste nella remissione dei peccati, come la chiesa canta ogni mattina nel Benedictus (cf. Lc 1,77), lo è altrettanto che lungo tutta la sua esistenza Gesù ha donato la salvezza di Dio alle persone che incontrava mediante la com-passione del loro preciso peccato, del bisogno particolare che le segnava: in questo modo Gesù ha manifestato che la storia di salvezza, quel grande disegno di Dio compiuto attraverso la sua vita, morte e resurrezione, passa attraverso la salvezza delle storie personali e relazionali di ogni singolo essere umano.

Come è entrata quel giorno nella casa di Zaccheo, così la salvezza portata dal Signore Gesù può entrare ogni giorno nelle nostre case. Il Signore ci chiede solo di aprire gli occhi e gli orecchi del nostro cuore all’annuncio che ha la forza di convertire le nostre vite: egli «è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». Davvero ciascuno di noi dovrebbe confessare insieme a Paolo: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (1Tm 1,15)!

 

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