10/11/2013 - Lectio della 32' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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XXXII Domenica TO anno C: Il Dio vivente, Dio dei viventi.

2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,15-3,5; Lc 20,27-38.

GERUSALEMME E LA FINE DEI TEMPI (Lc 19,28-21,38)
Dopo che Luca ha ribadito in modo quasi martellante che la meta del cammino è la città santa (9,51; 13,22; 17,11; 19,28), finalmente Gesù raggiunge Gerusalemme ed entra nel tempio (19,45). Maestro e discepoli non abbandoneranno più la città, rimanendovi sino alla fine del racconto evangelico (24,53). Questi capitoli (19,45-24,53) sono dunque dominati dall’unità di luogo, dato indubbiamente non secondario e caratterizzante il finale del terzo Vangelo e il principio degli Atti degli Apostoli.
Quasi tutti i commentatori riconoscono tre sezioni:
• la prima sezione è dedicata all’insegnamento nel tempio (19,45-21,38);
• la seconda è la Passione e la Morte di Gesù (22,1-23,56);
• la terza sono i racconti pasquali (24,1-53).

La prima sezione (19,45-21,38) raccoglie gli insegnamenti di Gesù nel tempio. È lo stesso narratore a qualificare in questo modo il ricco materiale di questi capitoli per mezzo di una significativa inclusione; in apertura: «Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo» (19,47-48); poi alla fine: «Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo» (21,37-38).
Il terzo evangelista fondamentalmente segue la traccia del racconto di Marco e tuttavia vi sono alcune e importanti differenze. In primo luogo gli avversari con cui Gesù tesse la discussione sono gli scribi e i capi dei sacerdoti; mancano i farisei. Il tono della polemica è aspro: i capi dei sacerdoti cercano di eliminare Gesù a motivo del suo insegnamento; di fatto sfidano la sua autorità, una sfida che Gesù impugna riferendosi all’autorità di Giovanni il Battista. La parabola dei vignaioli omicidi (20,9-19) si rivela essere una forte critica proprio ai suoi interlocutori. Gli interrogativi posti a Gesù paiono essere reiterati tentativi per tendergli trappole, minando così la sua autorità. Per tutta risposta Gesù evita abilmente la questione del tributo a Cesare (20,20-26) e ottiene l’approvazione degli scribi (20,39-40) a proposito della domanda sulla Risurrezione posta dai sadducei (20,27-38).
L’intermezzo a proposito delle vedove (20,45-21,4) ha invece come destinatari i discepoli. Benché la pericope dipenda da Marco nel terzo Vangelo ha un’eco differente, a motivo dell’insistenza di Luca sul tema della ricchezza e della povertà: si tratta di un forte monito ai discepoli teso ad escludere ricchezze, onori, avidità.
Dal momento in cui Gesù entra in Gerusalemme crescono notevolmente le attestazioni del termine laós (popolo - cfr. 19,48; 20,1.45; 21,38). Una tale insistenza (che continuerà anche durante la Passione) non depone solo a proposito della stima di cui godeva Gesù; più in profondità il terzo evangelista intende coinvolgere l’intero Israele, che ora ascolta la predicazione di Gesù nel tempio.
Il discorso escatologico (21,5-38) dipende sostanzialmente da Marco ma, a differenza del più antico Vangelo (cfr. Mc 13,1 e pure Mt 24,1), non è pronunciato sul Monte del Ulivi, di fronte al tempio, ma nel tempio stesso. Inoltre il discorso non è una risposta ai discepoli (Mc 13,2; Mt 24,1), ma ha carattere pubblico, è rivolto a tutto il popolo, anche se il suo contenuto riguarda particolarmente i discepoli. Il tono, rispetto ai paralleli sinottici, è più positivo. Nei vv. 13-15 Gesù promette il dono di una sapienza che non potrà essere contraddetta e permetterà di offrire testimonianza. Inoltre infonde una straordinaria fiducia nei discepoli proprio nel momento della persecuzione (v. 18). Si profila cioè un orizzonte dove prevale il registro della speranza.

1. Introduzione

Mentre ci avviciniamo alla conclusione dell’anno liturgico, come di ogni fase cronologica dell’esistenza, emergono le questioni fondamentali del tempo e della vita umana. Per questo la XXXII e la XXXIII domenica costituiscono un nuovo dittico tematico, incentrato sulle questioni basilari dell’escatologia. La prima di queste due domenica affronta in particolare la questione della risurrezione e le sue implicazioni nella vita del credente. Tale problematica viene spiegata a partire dal martirio dei sette fratelli, in epoca Maccabaica (cf. 2Mac 7) e dalla disputa di Gesù con i sadducei (cf. Lc 20). Da una prospettiva inversa, del giusto perseguitato, il Sal 16 rappresenta l’invocazione di aiuto verso il Signore: “Proteggimi all’ombra delle tue ali”. Infine, la pericope epistolare di 2Ts 2 si configura come esortazione ecclesiale a perseverare nella testimonianza, perché il Signore è fedele alle sue promesse.
A causa della dimensione escatologica della vita cristiana, forse è necessario soffermarsi sulla relazione tra la propria fede e la risurrezione. Paolo dimostrerà in 1Cor 15 la connessione necessaria tra fede e risurrezione: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,16). Di fatto, spesso dobbiamo constatare che non la morte e risurrezione di Cristo rappresentano il fondamento della nostra fede, bensì forme periferiche di religiosità.

2. Il martirio per la Legge (2Mac 7,1-2.9-14)

All’interno della teologia dei Libri dei Maccabei, la sezione di 2Mac 6,12-7,42 assume una funzione esemplare, significativa non soltanto per l’ebraismo, ma per lo stesso cristianesimo. L’esempio di Eleazaro (cf. 2 Mac 6,18-31) e quello della madre, con i suoi sette figli, costituiscono infatti, un modello di martirio per gli stessi padri della Chiesa, soprattutto in contesti di persecuzione.
La funzione pedagogica di questo “martirologio” ebraico viene precisata dallo stesso narratore che, nell’introdurre il racconto asserisce: “Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di considerare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo” (2Mac 6,12). Inoltre, concludendo la narrazione del martirio di Eleazaro, lo stesso autore pone in risalto la funzione pedagogica del martirio, soprattutto per i giovani (cf. 2Mac 6,31).
Ma con il martirio della madre, con i suoi sette figli, di fronte allo stesso re Seleuco IV, vengono maggiormente esplicitate le motivazioni che inducono i fedeli giudei a preferire la morte piuttosto che l’apostasia. La pericope liturgica compie una cesura nella narrazione, omettendo i particolari delle torture inflitte al primo figlio (vv. 3-9) e fermandosi alla testimonianza del terzo figlio (v. 14). Comunque il modello dei singoli quadri narrativi risulta lo stesso: invito all’apostasia, rifiuto, testimonianza e uccisione. In riferimento alla tematica generale dell’escatologica, ci soffermiamo sulla “testimonianza” verbale dei fratelli, che, in certo senso, rappresenta il vertice dei singoli quadri narrativi. Infatti è riscontrabile, dall’analisi dei tre episodi, una progressione di messaggio che procede dalla fedeltà alla Legge, per giungere alla fede nella risurrezione del proprio corpo.
Così la prima testimonianza è condensata nella fermezza del giovane: “Siamo pronti a morire, piuttosto che a trasgredire le patrie Leggi” (v. 2). L’amore per la Torah rappresenta il carattere distintivo della religione ebraica: nulla e nessuna persona le può essere preferito. Per questo è “beato l’uomo che si compiace della Legge del Signore e la medita giorno e notte” (cf. Sal 1,2).
Con la seconda testimonianza viene chiarita la relazione tra la Legge e la vita che il Signore dona a quanti si sottomettono alla sua volontà: “...Ma il Re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna” (v. 9). Tale risposta sottende l’opposizione tra diversi re e differenti vite. Così al re Seleuco IV il giovane oppone il Re del mondo, Dio stesso. Nella concezione classica imperiale, soprattutto greco-romana, si pensava che lo stesso imperatore avesse autorità di dare o togliere la vita all’uomo. Con il giudaismo invece, e soprattutto con la diffusione del cristianesimo in ambito occidentale, viene demitizzata proprio questa natura divinizzante del re. Gesù riprenderà tale polemica con Pilato, dimostrando la sua stessa natura regale: “... Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. Rispose Gesù: “Tu non avresti nessun potere se non ti fosse dato dall’alto...” (Gv 19,10-11). Pertanto, sul riconoscimento della regalità divina si fonda la fiducia che Dio stesso donerà vita “nuova” ed “eterna” a quanti osservano le sue Leggi.
La terza testimonianza approfondisce il tipo di risurrezione promessa: “Da Dio ho queste membra e, per le sue Leggi, le disprezzo, ma da lui spero di riaverle di nuovo” (v. 11). La speranza di questo giovane assume i caratteri sapienziali di Giobbe che, con fiducia sostiene: “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore” (Gb 1,21). La consapevolezza che tutto è dono del Signore rende questo giovane sicuro della fedeltà del Signore. Inoltre, rispetto alla stessa concezione della risurrezione dei corpi, tale risposta pone in evidenza che “tutto l’uomo”, non una sua parte, è chiamato alla vita nuova. Infatti, la concezione giudaica della risurrezione non distingue tra “anima e corpo”, per cui una risorge, mentre l’altra si corrompe. Al contrario, è tutto l’uomo chiamato a una trasformazione della sua persona. Lo stesso Paolo, mutuando tale concezione, e distinguendo tra “corpo” e “carne”, sosterrà: “Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso” (1Cor 15,42-43). L’argomentazione paolina è fondata sulla trasformazione della persona umana, come il chicco di grano in terra.
Pertanto, l’affermazione del giovane maccabeo non è fondata tanto sulla riappropriazione di quanto gli viene amputato durante il martirio, bensì sulla trasformazione in vita nuova che tutta la sua persona riceverà. Riprendendo la dimostrazione paolina, è necessario riconoscere che “questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità” (cf. 1Cor 15,53). Con la testimonianza dei tre fratelli quindi, viene affermata la regalità divina del Signore che, a quanti si sottomettono alla sua Legge, dona “una vita nuova ed eterna”.

3. “Il Dio dei vivi e non dei morti” (Lc 20,27-38)

La tematica liturgica dell’escatologia ci fa passare bruscamente dalla sezione del viaggio verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,46) a quella del “tempio” (Lc 19,47-21,38). Il vangelo di Luca con tale sezione torna a condividere gran parte del suo materiale con gli altri vangeli sinottici. Tutta questa sezione si svolge nel tempio di Gerusalemme, definito da Gesù, durante l’ingresso, come “sua casa” (cf. Lc 19,46). Nella stessa cornice narrativa Luca annota la presenza permanente di Gesù nel Tempio (cf. Lc 19,47; 21,37-38): in esso si svolgono anche le principali dispute di Gesù con i farisei e i sadducei, i sacerdoti e gli scribi. Ed è in tale contesto che viene affrontata la questione della risurrezione con i sadducei (cf. Lc 20,27-28). Luca stesso racconterà nella sua seconda opera, gli Atti, una polemica violenta sulla risurrezione, tra scribi e sadducei (cf. At 23,6-11). Questo permetterà a Paolo di acquistarsi il favore dei farisei, contro i sadducei. Pertanto, i sadducei non credevano che vi fosse una risurrezione: per questo, su tale tematica entrano in discussione con il Signore.
Essi fondano la loro argomentazione sulla Legge del Levirato, prescritta nell’Antico Testamento, secondo la quale, se un uomo muore, senza lasciare discendenza, spetta al suo parente più prossimo assicurargli una discendenza con la vedova (cf. Dt 25, 5-10; cf. anche Gn 38; Rut 4). I sadducei, fondandosi su questa Legge, inscenano una parodia della risurrezione, raccontando una storia “eccessiva”: sette fratelli sono stati costretti a sposare la stessa moglie, perché sono morti, uno dopo l’altro, senza lasciare discendenza. Da ciò emerge l’argomentazione “ad hominem”: ammesso che ci sia una risurrezione dei morti, questa donna di chi sarà sposa?
Gesù risponde affrontando, in modo inverso, prima la questione parentale (vv. 34-36) e quindi quella diretta della risurrezione (vv. 37-38). La prima questione viene risolta con l’opposizione tra il “mondo presente” e “l’altro mondo” (v. 34). Gesù sembra confermare la concezione emersa in 2Mac 7 e 1Cor 15: i figli di Dio sono destinati a trasformarsi, vale a dire, a diventare come “angeli”. Per questo, ogni relazione umana o terrena è chiamata a mutarsi, come lo stesso corpo dell’uomo. Dunque, è inutile proiettare nella risurrezione quanto di terreno, oppure di storico, viviamo. La risposta di Gesù pone così in discussione le nostre stesse proiezioni circa la risurrezione oppure la vita ultraterrena. Certamente l’uomo contemporaneo, come in tutti i tempi, ha bisogno di immaginarsi le prospettive e le modalità della risurrezione. Tuttavia, ogni descrizione non può che essere riconosciuta come simbolica o metaforica. Sarebbe come voler definire Dio stesso: ogni definizione risulterà inadeguata! E poiché la risurrezione appartiene all’eternità di Dio, è bene parlarne senza proiezioni antropologiche o terrene.
La seconda questione che Gesù affronta riguarda più specificamente la risurrezione (vv. 37-38). Tale problematica viene risolta con la stessa Torah, che avevano scelto i sadducei come base della propria dimostrazione. Gesù rievoca la teofania del roveto (cf. Es 3,6) per sostenere l’eternità del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. A tale eternità è relazionata quella dell’uomo che crede in Lui: “... Tutti vivono per Lui” (v. 38). Questa conclusione della disputa è propriamente lucana, mentre la restante pericope si trova anche in Mc 12,18-27 e Mt 22,23-33. Luca intende così sottolineare la relazione tra l’eternità di Dio e quella dell’uomo, chiamato a vivere non per ciò che si corrompe, ma per Lui. In altri termini, l’eternità del Signore, che si manifesta storicamente soprattutto mediante la morte e risurrezione del Cristo, costituisce il fondamento della propria trasformazione o risurrezione.

IN SINTESI

La risurrezione dei morti (20,27-40)
Gesù, come sempre, nelle polemiche con scribi e farisei risponde a modo suo. Lo scopo della domanda dei sadducei è di mettere in imbarazzo Gesù. Con un esempio concreto (Dt 25,3 ss.) cercano di dimostrare che l’idea di risurrezione è ridicola. Nella risposta di Gesù si scorge anzitutto un metodo originale, diverso da quello rabbinico e sadduceo di leggere le Scritture. In altri termini, Gesù non cerca testi che parlano della risurrezione, prestandosi in tal modo alle contestazioni dei sadducei, riducendo la risurrezione a una questione esegetica e a una disputa di scuola. Egli cita sorprendentemente Esodo 3,6, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione. Ma sta proprio in questo l’originalità di Gesù: egli si rifà al centro delle Scritture, cioè alla rivelazione del Dio vivente e riconduce il dibattito sulla risurrezione all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo, non può abbandonarlo in potere della morte.
Fin qui la risposta di Gesù è contro i sadducei, che respingevano la fede nella risurrezione: la loro dottrina fa morire le anime con i corpi, nega la sopravvivenza dell’anima come anche i castighi e i premi nel regno dei morti e sostenevano la loro dottrina citando Genesi 3,19: “Sei polvere e in polvere ritornerai”. Ma la polemica è diretta anche contro i farisei, che concepivano la risurrezione in termini materiali: i defunti risorgeranno con i loro vestiti, con le stesse infermità, sordi, ciechi, zoppi, in modo da poterli riconoscere. Nella sua replica, Gesù afferma che la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente: è una vita diversa perché divina, eterna: verrebbe da rassomigliarla a quella degli angeli (20,36).
Luca però, ha voluto adattare la risposta di Gesù a un ambiente ellenistico, il quale non accettava la risurrezione del corpo: il corpo (soma), dicevano, è la prigione (sema) dell’anima e la salvezza consiste nel liberarsene. Il pensiero greco è fondamentalmente dualista e parla volentieri di immortalità, ma non di risurrezione. Questo rappresenta una prima e sostanziale differenza dal pensiero giudaico.
Inoltre la riflessione greca cerca la ragione dell’immortalità nell’uomo stesso: nell’uomo c’è una componente spirituale, incorruttibile, per sua natura capace di sopravvivere al corpo corruttibile. Questo costituisce una seconda differenza dal pensiero giudaico, che ama invece, come si è visto, cercare la ragione della vita nelle fedeltà di Dio.
Di fronte alla mentalità greca, che rischiava di tradire nel profondo l’insegnamento di Gesù e la speranza da lui portata, Luca si preoccupa, anzitutto, di togliere un possibile equivoco: la “risurrezione” non significa in alcun modo un prolungamento dell’esistenza presente. La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere, è invece, un salto qualitativo. Ecco perché egli distingue con cura “questo” mondo e “l’altro” mondo (20,34). Dunque si deve parlare di una nuova esistenza, di un altro mondo. Ma in questa nuova esistenza è tutto l’uomo che entra, non solo lo spirito. Luca parla di “risurrezione”, non di immortalità. Alla cultura dei greci egli preferisce la solidità delle parole di Gesù. La promessa di Dio ci assicura che tutta la realtà della persona entra in una vita nuova e proprio perché entra in una nuova vita, tale realtà viene trasformata. È questo che Luca tenta di dire.

XXXII domenica del tempo Ordinario C Lc 20,27-38
ENZO BIANCHI

Dopo il suo ingresso messianico a Gerusalemme, Gesù si reca al tempio, il cuore della vita di alleanza tra Dio e il suo popolo. Qui i rappresentanti dei vari gruppi religiosi di Israele, sempre più irritati dalla sua autorevolezza e «decisi a farlo perire» (cf. Lc 19,47), lo interpellano su varie questioni per coglierlo in fallo. Oggi ascoltiamo la controversia che oppone Gesù ai sadducei, i potenti della nobiltà sacerdotale, che lo interrogano sulla resurrezione dei morti.
I sadducei, che sulla base di un’interpretazione letteralistica della Legge di Dio, la Torah, «negano che vi sia la resurrezione», pongono a Gesù un quesito volto a mettere in ridicolo la posizione di quanti credono alla resurrezione. Rifacendosi in modo capzioso alle Scritture, citano la cosiddetta «legge del levirato» (cf. Dt 25,5-6): quando un uomo muore senza aver lasciato discendenza, la vedova deve sposarne il fratello, in modo da dargli un figlio che prenda il nome del fratello morto e non lasci estinguere il suo nome in Israele. Stravolgendo questa norma finalizzata alla vita, i sadducei creano ad arte il caso grottesco di sette fratelli che muoiono senza lasciare figli, dopo aver sposato in successione la stessa donna: nella resurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie?
Gesù non si lascia tentare dallo spirito polemico, ma risponde invitando i suoi interlocutori ad andare in profondità. Egli afferma innanzitutto che la sessualità, sulla quale pure riposa la benedizione creazionale di Dio (cf. Gen 1,28), è transitoria in quanto appartiene alla condizione terrestre degli esseri umani ed è figura di una realtà che la trascende: la fedeltà, l’alleanza nuziale di Dio con il suo popolo, con tutti gli uomini (cf. Os 2,18-22; Ef 5,31-32)! Non la procreazione garantisce la vita eterna, ma la potenza di Dio: questo significa che gli uomini saranno «uguali agli angeli e figli della resurrezione», in una comunione finalmente piena con Dio nel Regno…

Poi Gesù scende sul terreno dell’interpretazione delle Scritture: egli non scruta la Legge nel tentativo di piegare Dio alle voglie umane, ma sa risalire alla volontà di Dio, il Legislatore. E così trova testimoniata la resurrezione al cuore della Torah, là dove Dio, rivelandosi a Mosè nel roveto ardente, gli dice: «Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe» (Es 3,6). Gesù intende dire che, se Dio è stato il custode e il liberatore dei patriarchi, non lo è stato per un tempo passeggero, restando poi vinto dalla potenza della morte, ma lo è stato soprattutto di fronte alla morte, strappando ad essa i padri nella fede. E conclude: «Dio non è Dio dei morti ma dei vivi, perché tutti vivono per lui», già oggi e poi oltre la morte. Sì, l’alleanza che Dio stringe è eterna e non può trovare ostacoli nella morte: Dio ama l’uomo di un amore più forte della morte, e l’uomo che vive per lui quale Signore vive eternamente, risuscitato dalla potenza di Dio!
Il vero problema non è dunque quello di porsi domande oziose sul «come» della resurrezione e della vita futura nel Regno. Occorre piuttosto chiedersi: per chi e per che cosa vivo qui e ora? Ovvero: sono capace di amare e accetto di essere amato? A queste domande ha saputo rispondere Gesù, lui che ha creduto a tal punto all’amore di Dio su di sé da amare Dio e gli uomini fino all’estremo. È in questo esercizio quotidiano che egli è giunto a credere e ad annunciare la resurrezione; anzi, potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte che si è manifestato vincitore attraverso la resurrezione. Sì, credere la resurrezione è una questione d’amore, è “credere all’amore”, l’amore vissuto da Gesù, l’amore che porterà noi tutti a risorgere con lui per la vita eterna.

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