17/11/2013 - Lectio della 33' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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XXXIII Dom TO anno C

Ml 4,1-2; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19.

1. Introduzione

Il discorso sulle realtà ultime iniziato nella XXXII Dom. continua oggi e perviene a un suo sviluppo tematico con la questione sui segni escatologici. Insieme agli ascoltatori di Gesù nel tempio, spesso nella stessa Chiesa sorgono gli interrogativi sui segni che anticipano la fine (cf. Lc 21). Tali questioni assumono caratteri di ansie nelle stesse sette eterodosse ed eterocristiane (cf. la Chiesa degli Avventisti, il Settimo Giorno, i Testimoni di Geova).
La presente liturgia permette di fare luce su tali problematiche, da una prospettiva propriamente ecclesiale, come quella di Luca. La breve pericope di Malachia 4 anticipa soltanto la questione dell’escatologia; mentre ci sembra che sia necessario porre in continuità tematica Lc 21 e 2Ts 3,7-12. Sia Luca che Paolo infatti, indicano le modalità concrete per la Chiesa, affinché la propria attesa del Signore non assuma i connotati dell’escatologia imminente e, per inverso, non rappresenti un semplice modo di pensare o di dire. Forse è necessario precisare che la dimensione escatologica dell’essere cristiano costituisce lo stesso fondamento della propria speranza, pur senza cadere in utopismi infantili. Le nostre comunità quindi, sono invitate, in base a tale disposizione liturgica, a valutare le modalità attraverso le quali l’escatologia cristiana e la perseveranza nella testimonianza possono convivere nella vita dei singoli cristiani.

2. Escatologia e Chiesa (Lc 21,5-19)

Matteo, Marco e Luca fanno concludere la presenza di Gesù in Gerusalemme con il discorso escatologico (cf. Mt 24; Mc 13; Lc 21), anche se contestualizzano il relativo messaggio in situazioni e di fronte a destinatari diversi. In particolare, la presente pericope lucana (21,5-19) trova corrispondenza in Mt 24,1-14 e Mc 13,1-13, anche se, nei dettagli è riscontrabile una maggiore relazione con Mc 13.
Analizziamo soprattutto la prospettiva teologica di Lc. Tale pericope si compone globalmente di quattro parti:

vv. 5-7 La distruzione del tempio;
vv. 8-9 il tempo della fine;
vv. 10-12 sconvolgimenti e persecuzioni;
vv. 13-19 perseveranza nella testimonianza.

2.1. La distruzione del tempio (vv. 5-7)

Il discorso escatologico di Gesù viene introdotto dalla sua profezia sulla distruzione del tempio di Gerusalemme: a quanti ne esaltano lo splendore Gesù annuncia la catastrofe (v. 6). Tale profezia si pone in continuità con quella sulla distruzione della stessa Gerusalemme: “... Abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,44). La distruzione del tempio quindi, è strettamente relazionata alla caduta della stessa città santa. A causa della ricchezza di particolari si ritiene comunemente che si tratti di una profezia dopo l’evento storico: Luca scrive il suo vangelo quando Gerusalemme è stata già saccheggiata e il suo tempio distrutto (70 d.C.). Per questo la distruzione di Gerusalemme e del tempio non implicano di per sè “la fine” (meglio dire il fine) del mondo. Notiamo che dal punto di vista contestuale in Lc 21 questo discorso si svolge nel tempio stesso, e non di fronte, sul Monte degli Ulivi, come per Mt 24,3 e Mc 13,3. Tale prospettiva di superamento del tempio verrà sviluppata soprattutto dalla teologia giovannea: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19). Il vero tempio che non verrà mai distrutto, in quanto non costruito da mani d’uomo, è quello del corpo di Cristo (cf. Gv 2,21; Eb 9,11) e del cristiano (cf. 1Cor 6,19). La dimensione ecclesiologica del discorso viene introdotta inoltre, dagli stessi astanti: sono tutti i presenti che si rivolgono a Gesù e non soltanto alcuni degli apostoli (cf. Mt 24,3; Mc 13,3). Il discorso escatologico non riguarda soltanto una parte, ma tutta la Chiesa.
Questa sezione del discorso si chiude con la domanda dei segni: “Quando... e quali saranno i segni?”. Sarà la stessa domanda che gli apostoli rivolgeranno al Signore, prima dell’ascensione: “Signore è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?” (At 1,6). Ma come per gli Atti anche in Lc 21 la risposta di Gesù non risponde pienamente.

2.2. Il tempo della/del fine (vv. 8-9)

La domanda dei presenti determina la seconda parte del discorso, in cui Gesù esorta soprattutto a non lasciarsi ingannare da falsi inviati e da situazioni di conflitto nel mondo: questo dovrà accadere, senza comunque costituire la fine della storia. Negli Atti Luca stesso ricorderà gli interventi fallimentari di Teuda e di Giuda il Galileo (cf. At 5,36-37); e in ogni epoca della storia sorgono falsi profeti della fine. Di fronte ai diversi messianismi escatologici, Gesù stesso dirà che nè Lui, nè i cristiani “conoscono i tempi e i momenti che il Padre ha riservato per la sua scelta” (cf. At 1,7).


2.3. Sconvolgimenti e persecuzioni (vv. 10-12)

La terza parte del discorso escatologico tratta degli sconvolgi-menti naturali e relazionali, che rendono visibile il tempo escatologico. Tali mutazioni riguardano prima la natura: terremoti, carestie e pestilenze (v. 11). La partecipazione della natura alla sorte dell’uomo costituisce una topologia propria dell’apocalittica (cf. Mt 27,51). Da questo punto di vista, la natura non soltanto anticipa, ma segue anche i mutamenti delle vicende umane. Paolo dirà che la stessa creazione “geme e soffre sino ad oggi nelle doglie del parto” (cf. Rm 8,22). Per questo gli sconvolgimenti naturali non sono che segni di quelli relazionali, tra i cristiani e l’uomo di ogni tempo: “... Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome” (v. 12). Con tali “vaticini” Lc sembra anticipare la storia della Chiesa raccontata negli Atti, soprattutto gli imprigionamenti di Pietro (cf. At 5,18) e di Paolo (cf. At 21,27).

2.4. Perseveranza nella testimonianza (vv. 13-19)

La pericope si chiude con l’esortazione alla perseveranza nella fede, che Luca sottolinea più dei paralleli di Mt 24 e Mc 13. Ora la tematica dell’escatologia si connota di vocabolario forense, mediante la testimonianza, la difesa e le false deposizioni. La testimonianza “del nome di Cristo”, cioè della sua “Signoria” (cf. Fil 2,11), costituisce il motivo centrale delle persecuzioni per il cristiano. Quindi non si tratta di persecuzioni dovute a propri interessi o situazioni diverse, bensì relazionate con la propria fede.
La propria apologia continua con la difesa, che il Signore chiede di non preparare: egli stesso darà lingua e sapienza davanti a tutti. Soprattutto nella teologia giovannea tale funzione viene svolta dallo Spirito del Cristo, denominato appunto come il “Paraclito”, cioè colui che esorta e consola (cf. Gv 16,7-15).
Infine, le false deposizioni verranno mosse non soltanto dai propri nemici, ma anche dagli amici, e persino dai genitori e dai fratelli (v. 16). Questa opposizione, che può giungere all’odio da parte dei propri parenti, richiama quella che Gesù aveva chiesto ai discepoli, lungo il viaggio verso Gerusalemme: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Naturalmente Gesù non si riferisce all’odio in quanto “avversione interiore”, bensì alle opposizioni che la “verità del vangelo” (cf. Gal 2,5.14) determina in ogni relazione del cristiano. Negli Atti tale odio o contrasto è relazionato soprattutto alla “parresia” della propria fede (cf. At 4,13); e davanti al sinedrio, Pietro e Giovanni diranno: “Non possiamo tacere...” (At 4,20). Anche l’odio dei propri parenti nasce dall’aver reso testimonianza alla “verità del vangelo”.
L’esortazione termina con i riferimenti alla fedeltà del Signore e alla perseveranza nella fede da parte degli stessi testimoni (vv. 18-19). Innanzitutto la fedeltà del Signore si rende visibile con la sua protezione: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà” (v. 18). In modo analogo, lungo in viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva esortato i discepoli alla perseveranza: “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Lc 12,7). Dunque, il Signore assicura la sua protezione al testimone che persevera. Per questo la pericope si chiude con la relazione tra salvezza e perseveranza. Tale esortazione sembra ricalcare soprattutto il linguaggio della perseveranza di Paolo di Tarso: “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce la perseveranza, la perseveranza una virtù provata, e la virtù provata la speranza” (Rm 5,3; cf. anche Rm 8,25; 15,4). Pertanto, da tale perseveranza deriva la stessa salvezza della propria esistenza.
Paolo stesso, con la pericope autobiografica, richiamata dalla liturgia della Parola, presenta se stesso come modello di perseveranza cristiana, nel tempo della Chiesa (2Ts 3,7-12). La dimensione escatologica dell’essere cristiano non implica una testimonianza di-sincarnata, o ancor peggio, una vita oziosa, perché tanto il Signore viene. Al contrario, è necessario tenersi pronti all’incontro con il Signore, con “i fianchi cinti e le lucerne accese” (cf. Lc 12,35). Per questo la beatitudine del cristiano che persevera consiste nel non cadere nell’oziosità e nell’edonismo del mondo, bensì nello stare svegli, attendendo il padrone che viene.
Nell’altra pericope escatologica, che anticipa questo discorso, Gesù stabilisce questa dipendenza tra attesa escatologica ed operosità nella testimonianza: “... E se giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!” (Lc 12,38). Per questo nel banchetto escatologico, che viene anticipato in ogni celebrazione euca-ristica, il padrone stesso “si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37).

IN SINTESI: DISCORSO SULLA CADUTA DI GERUSALEMME (21,5-38)

Il lungo discorso che si legge in Luca 21 appartiene al genere apocalittico: vengono descritti gli ultimi tempi come tempi di guerre e di divisioni, di terremoti e di carestie, di catastrofi cosmiche. Questo linguaggio ampiamente presente nel discorso di Gesù, non è il messaggio, ma semplicemente il mezzo espressivo che tenta di comunicarlo. Nessuna di queste frasi deve essere presa alla lettera.
Il discorso apocalittico nasce dalla convinzione che la storia cammina sotto la guida di Dio verso una salvezza piena e definitiva. Le delusioni e le continue contraddizioni della storia non riusciranno mai a demolire tale speranza, anzi serviranno a purificarla e a insegnare che la salvezza è, al di là dell’esistenza presente, opera di Dio e non solo dell’uomo.
Il discorso apocalittico invita i credenti - che ora sono i cristiani coinvolti nelle persecuzioni e amareggiati dall’odio del mondo - a rinnovare la loro fiducia nella promessa di Dio e a perseverare nelle scelte di fede e a non cadere in compromessi: “neppure un capello del vostro capo perirà”.
Il discorso di Gesù in Luca 21 è un intreccio di notizie e di avvertimenti.
Le notizie: falsi profeti pretenderanno parlare in suo nome e assicurare che la fine è vicina: ci saranno guerre e rivoluzioni, popolo contro popolo e regno contro regno. Questi avvenimenti - eresie, guerre e persecuzioni - non esauriscono il panorama della storia e delle sue contraddizioni, ma Gesù li considera come situazioni tipiche e ricorrenti, situazioni che il discepolo deve essere pronto ad affrontare.
Gli avvertimenti sono pochi e semplici: non lasciatevi ingannare, non vi terrorizzate, non preparate la vostra difesa. Il vero discepolo rimane ancorato alle parole del suo Maestro e non ha bisogno d’altro. Le novità non lo attirano, né cede alle previsioni di chi pretende conoscere il futuro. Per orientarsi gli bastano le parole del Signore.
Di fronte alle guerre e alle paure che così spesso angosciano gli uomini, il vero discepolo non si fa illusioni e non cade in facili ottimismi, tuttavia rimane fondamentalmente sereno e fiducioso.
La persecuzione, le divisioni, l’odio del mondo non sono i segnali di un’immediata fine del mondo, ma un’occasione di testimonianza e di perseveranza. Si attende il Signore testimoniando e perseverando, non fantasticando sulla vicinanza della fine del mondo.
Luca, conforme a tutta la tradizione evangelica, ripete che la liberazione è vicina (21,28). Questo non significa che il ritorno del Figlio dell’uomo sia oggi o domani, perché i segni premonitori (guerre e persecuzioni) sono i fenomeni presenti in ogni momento della storia.
In altre parole Luca vuol dirci che il tempo presente è ricco di occasioni salvifiche che Dio stesso ci offre. Vigilare quindi, significa non avere il cuore “appesantito”. Il ritorno del Figlio dell’Uomo non sarà preceduto da segni premonitori prevedibili e rassicuranti: giungerà all’improvviso. Ciò che conta, dunque, è stare attenti a non lasciarsi sorprendere.

XXXIII domenica del tempo Ordinario Anno C Lc 21,5-19
ENZO BIANCHI

Siamo alla fine dell’anno liturgico, e la chiesa ci fa ascoltare la prima parte del discorso escatologico di Gesù. Nell’imminenza della sua passione Gesù pronuncia una parola autorevole sulla fine dei tempi e sull’evento che ricapitolerà la storia: la venuta nella gloria del Figlio dell’uomo (cf. Lc 21,27), preceduta da alcuni segni che i discepoli devono saper leggere con intelligenza.
Colpisce la diversità dello sguardo che Gesù da una parte e «alcuni» dall’altra posano sul tempio. Mentre questi ultimi ne ammirano «le belle pietre e i doni votivi», Gesù ne vede con sguardo lucido e profetico la fine ormai vicina. Come il tempio e tutto il suo sistema cultuale, così anche le costruzioni e realizzazioni più «sante» dell’uomo sono destinate a finire: non sono esse a dover trattenere la nostra attenzione, ma il Signore che viene, di cui queste realtà sono soltanto un segno.
Interrogato poi dai discepoli sui tempi e i segni della fine, Gesù li esorta a esercitarsi al discernimento, in primo luogo come opposizione all’inganno: «Molti verranno nel mio nome dicendo: “Io Sono” – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – e: “Il tempo è vicino”». Sì, la scena della storia, e in essa anche lo spazio religioso ed ecclesiale, ospita la comparsa di «falsi Messia e falsi profeti» (Mc 13,22) sempre pronti ad arrogarsi titoli che non spettano loro. Vi è soprattutto un indizio che li smaschera: essi non hanno «i modi di Gesù Cristo», Messia venuto per servire e non per essere servito, ma vogliono il potere per dominare sugli altri a proprio arbitrio (cf. Lc 22,24-27). Ebbene, il cristiano è chiamato a resistere alle lusinghe di questi impostori, pronunciando con decisione il proprio «no» e ricordando che il comando di Gesù: «Non seguiteli!» è tanto netto quanto il suo: «Seguitemi!»…

Poi Gesù ammonisce a leggere guerre e catastrofi naturali senza cedere alla paura: si tratta di eventi storici che riguardano l’umanità di ogni tempo e che egli menziona non per allarmare, ma per rivelare «le doglie del parto» (Rm 8,22) che travagliano la creazione, la quale va verso un fine datole da Dio, verso la terra e i cieli nuovi del Regno. «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno a causa del mio nome»: ecco il grande segno annunciato da Gesù, la persecuzione dei suoi discepoli, addirittura da parte dei parenti e degli amici. D’altronde Gesù lo aveva detto: «Un discepolo non è da più del maestro … Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi». È normale che i cristiani siano osteggiati dal mondo, e questa ostilità costituisce la prova della loro fedeltà al Signore: se egli, il Giusto, è stato ingiustamente perseguitato, perché dovrebbe avvenire diversamente ai suoi discepoli?
Anzi, la persecuzione diviene per i credenti «occasione di martyría, di testimonianza», nella certezza che lo Spirito santo, inviato dal Signore Gesù, li assisterà nell’ora della prova (cf. Lc 12,11-12). Essi devono solo preoccuparsi di vivere la virtù cristiana per eccellenza, la perseveranza, cui Gesù lega una promessa straordinaria: «con la vostra perseveranza salverete le vostre vite». La vita cristiana non è questione di una stagione, ma richiede perseveranza fino alla fine: il cristiano è colui persevera nell’amore, continuando a compiere il bene tra gli uomini, anche a costo della propria vita. E la persecuzione altro non è che un’occasione per vivere la comunione con le sofferenze del Signore Gesù e mostrare la carità fino al limite estremo da lui insegnato e vissuto: l’amore per i nemici (cf. Lc 6,27-28; 23,34).
Davvero questo vangelo non tratta della fine del mondo, ma del nostro oggi: la nostra vita quotidiana è il tempo della faticosa eppure beata (cf. Gc 5,11) e salvifica perseveranza.

SCHEDA DI APPROFONDIMENTO:
GERUSALEMME E LA FINE DEI TEMPI
(Lc 19,28-21,38)
1. La sezione
Dopo che Luca ha ribadito in modo quasi martellante che la meta del cammino è la città santa (9,51; 13,22; 17,11; 19,28), finalmente Gesù raggiunge Gerusalemme ed entra nel tempio (19,45). Maestro e discepoli non abbandoneranno più la città, rimanendovi sino alla fine del racconto evangelico (24,53). Questi capitoli (19,45-24,53) sono dunque dominati dall’unità di luogo, dato indubbiamente non secondario e caratterizzante il finale del terzo Vangelo e il principio degli Atti degli Apostoli.
Quasi tutti i commentatori riconoscono tre sezioni: la prima sezione è dedicata all’insegnamento nel tempio (19,45-21,38); la seconda è la Passione e la Morte di Gesù (22,1-23,56); la terza sono i racconti pasquali (24,1-53).
La prima sezione (19,45-21,38) raccoglie gli insegnamenti di Gesù nel tempio. È lo stesso narratore a qualificare in questo modo il ricco materiale di questi capitoli per mezzo di una significativa inclusione; in apertura: «Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo» (19,47-48); poi alla fine: «Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo» (21,37-38). Il terzo evangelista fondamentalmente segue la traccia del racconto di Marco e tuttavia vi sono alcune e importanti differenze. In primo luogo gli avversari con cui Gesù tesse la discussione sono gli scribi e i capi dei sacerdoti; mancano i farisei. Il tono della polemica è aspro: i capi dei sacerdoti cercano di eliminare Gesù a motivo del suo insegnamento; di fatto sfidano la sua autorità, una sfida che Gesù impugna riferendosi all’autorità di Giovanni il Battista. La parabola dei vignaioli omicidi (20,9-19) si rivela essere una forte critica proprio ai suoi interlocutori. Gli interrogativi posti a Gesù paiono essere reiterati tentativi per tendergli trappole, minando così la sua autorità. Per tutta risposta Gesù evita abilmente la questione del tributo a Cesare (20,20-26) e ottiene l’approvazione degli scribi (20,39-40) a proposito della domanda sulla Risurrezione posta dai sadducei (20,27-38).
L’intermezzo a proposito delle vedove (20,45-21,4) ha invece come destinatari i discepoli. Benché la pericope dipenda da Marco nel terzo Vangelo ha un’eco differente, a motivo dell’insistenza di Luca sul tema della ricchezza e della povertà: si tratta di un forte monito ai discepoli teso ad escludere ricchezze, onori, avidità.
Lohfink ha notato che dal momento in cui Gesù entra in Gerusalemme crescono notevolmente le attestazioni del termine laós (popolo - cfr. 19,48; 20,1.45; 21,38) . Una tale insistenza (che continuerà anche durante la Passione) non depone solo a proposito della stima di cui godeva Gesù; più in profondità il terzo evangelista intende coinvolgere l’intero Israele che ora ascolta la predicazione di Gesù nel tempio.
Il discorso escatologico (21,5-38) dipende sostanzialmente da Marco ma, a differenza del più antico Vangelo (cfr. Mc 13,1 e pure Mt 24,1), non è pronunciato sul Monte del Ulivi, di fronte al tempio, ma nel tempio stesso. Inoltre il discorso non è una risposta ai discepoli (Mc 13,2; Mt 24,1) ma ha carattere pubblico, è rivolto a tutto il popolo, anche se il suo contenuto riguarda particolarmente i discepoli. Il tono, rispetto ai paralleli sinottici, è più positivo. Nei vv. 13-15 Gesù promette il dono di una sapienza che non potrà essere contraddetta e permetterà di offrire testimonianza. Inoltre infonde una straordinaria fiducia nei discepoli proprio nel momento della persecuzione (v. 18). Si profila cioè un orizzonte dove prevale il registro della speranza.

2. Il discorso escatologico
Nel Vangelo di Luca vi sono due discorsi escatologici. Il primo (17,22-36) è posto durante il cammino verso Gerusalemme ed è rivolto ai discepoli. Il secondo discorso (21,5-38) è all’interno del tempio di Gerusalemme e si presenta come un insegnamento pubblico, destinato a tutto il popolo. Queste due caratteristiche (luoghi e persone) differenziano il discorso di Lc 21 e Lc 17.
Se Mc 13,3 e Mt 24,3 precisavano che il luogo dove avveniva il discorso era il Monte degli Ulivi, in Luca Gesù parla nel tempio. Sul monte Gesù aveva pianto sulla città (19,41-44), anticipando le predizioni del cap. 21. Il discorso appare come un lungo monologo (vv. 8-36) in risposta alla domanda di alcuni sconosciuti (vv. 5-7). Al termine del discorso Gesù esce dal tempio (21,37) nel quale era entrato precedentemente (19,47-48).
I destinatari del discorso sono “alcuni” (vv. 5.7): un gruppo di sconosciuti distinti dai discepoli; questi lo chiamano “maestro” (titolo tipico dei non-discepoli: 7,40; 9,38; 10,25; 11,45; 12,13; 18,18; 19,39; 20,21.28.39). Questi tali pongono una domanda a proposito di “queste cose”: di che si tratta? Dal contesto (v. 6) pare che l’espressione “queste cose” si riferisca alla distruzione del tempio. Ma la risposta di Gesù supera questo punto di vista puramente storico e si allarga all’intero problema escatologico. Il discorso è composto da piccole unità che devono essere considerate nella loro singolarità.
L’avvertimento preliminare (vv. 8-9) riprende quanto diceva Mc 13,5-7 ma con alcune particolarità. Il terzo evangelista anzitutto sottolinea che “il tempo è prossimo” (espressione che Marco non utilizza): Luca appare meno preoccupato dei falsi messia e più attento a chi annuncia l’escatologia prossima. Seconda particolarità: proprio per contrastare queste voci, Luca precisa che “non sarà subito la fine”. Terza osservazione: il v. 28 parla della “liberazione” e il v. 31 del “Regno di Dio”: c’è dunque uno svolgimento provvidenziale degli avvenimenti. Sembra quasi che Luca rielabori qui il sommario di Mc 1,15: gli impostori, che ingannano i credenti affermando che la fine è prossima (v. 9) e che il Regno di Dio è vicino (v. 31), non fanno altro che generare illusioni e delusioni nei credenti. La risposta di Gesù appare deludente in riferimento alla questione posta. In realtà v’è la dissociazione fra la distruzione del tempio e la fine del mondo.
Con una ripresa (v. 10) Gesù introduce il discorso circa gli sconvolgimenti cosmici della fine: si tratta di fenomeni terrestri e fenomeni celesti (vv. 10-11). Vi sarà una ripresa delle stesse immagini nei vv. 25-26. Per Luca (a differenza di Marco) i segni celesti sono fenomeni premonitori della fine.
Se dunque i segni preannunciano la fine, prima vi sarà la persecuzione (vv. 12-19). Questa sezione del discorso è molto compatta e interamente dominata dall’avverbio “prima”. Ne consegue che l’evangelizzazione dei popoli è la condizione preliminare della venuta della fine. Per questa ragione le parole di Gesù sono improntate sull’incoraggiamento e la fiducia. Luca insiste sulla testimonianza: si intravede qui la figura di Stefano (At 6,10). I cristiani, cioè, nonostante le persecuzioni, sono più forti dei loro avversari e non devono temere nulla perché nemmeno un capello andrà perduto (v. 18; cfr. At 27,34). Luca intende dare fiducia ai cristiani perseguitati. Insieme però li invita alla costanza: essa è la forma che la perseveranza deve assumere in mezzo alle prove che caratterizzano la vita corrente del cristiano (cfr. 8,13.15).
La sezione dei vv. 20-24 si riferisce alla caduta di Gerusalemme. L’indicazione del v. 24 mostra che un periodo di durata imprecisata separa la caduta di Gerusalemme dai segni premonitori della fine. Circa la distruzione della città santa Luca aveva già inserito il pianto di Gesù (19,41-44) nel quale quella distruzione era causata dal rifiuto della visita di Dio. Ne viene che la sventura non è effetto di una cieca fatalità ma di un giudizio di Dio.
I vv. 25-28 sono costituiti da tre fasi. La prima (ampia) riguarda segni cosmici (vv. 25-26); la seconda fase (v. 27) riguarda la venuta del Figlio dell’uomo; la terza (v. 28) riguarda i cristiani. Luca non offre nessuna indicazione cronologica proprio perché non intende stabilire alcun legame cronologico fra la distruzione di Gerusalemme e la fine del mondo. Inoltre in Luca il vertice non è (come in Marco e Matteo) la venuta del Figlio dell’uomo. L’attenzione del terzo evangelista è tutta per i segni premonitori della fine, segni che riprendono quanto si diceva nei vv. 11-12. Ad essere raccomandate sono la speranza e la confidenza nella sollecitudine di Dio. Se Luca rifiuta per i cristiani una sicurezza illusoria riguardo alla venuta della fine, non rifiuta loro una sicurezza fondata sulla sollecitudine di Dio, sempre vicino. Non respinge nemmeno la certezza che la venuta del Regno sia vicina.
La parabola del fico (vv. 29-31) intende precisare che gli sconvolgimenti della terra e del cielo per i credenti avranno un altro significato: essi infatti annunciano la prossimità del Regno di Dio e la liberazione dei credenti stessi. Senza soluzione di continuità si pone il logion a proposito della parola (vv. 32-33): ormai sul finale Luca ribadisce l’importanza della vigilanza.
L’avvertimento finale (vv. 34-36) riprende immagini apocalittiche dei profeti (cfr. Is 24,17). L’immagine del cuore appesantito richiama passi tipicamente lucani: il ricco stolto (12,19), il ricco epulone (16,19), il seme fra le spine (8,14). La vigilanza cui Luca esorta è quella della preghiera, un tema tipicamente lucano (cfr. 18,1.7). Questo atteggiamento ha un duplice risultato: rende capaci di sfuggire a quanto deve accadere; permette di riconoscere in quei disordini i segni premonitori della loro liberazione. A prevalere è una nota incoraggiante.

 

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