24/11/2013 - Lectio della 34' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

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SOLENNITÀ DI CRISTO RE - C

Questa domenica conclusiva dell’anno liturgico celebra la regalità del Cristo.
La prima lettura crea un parallelo tra la consacrazione messianica di Davide e quella del Signore Gesù. Come Davide è riconosciuto re da tutto Israele per un’intelligenza della parola di Dio, che lo ha designato, così sta accadendo per il Signore: la sua regalità s’impone per verità di evidenza in forza dell’annuncio evangelico ed è destinata ad estendersi sia su Israele che su tutti i popoli.
Il salmo responsoriale evidenzia il rapporto tra la casa di Davide e Gerusalemme, la città del grande re (Mt 5,35).
La seconda lettura celebra il dominio regale del Cristo sul mondo intero perché Egli è il Figlio del suo amore. In noi, che abbiamo creduto in Cristo, si è attuata la regalità del Cristo,quindi il ritorno della creazione al Padre. La regalità di Cristo, come vittoria sul potere della tenebra segna il principio del ricapitolare tutte le cose in Cristo (Ef 1,10). Il regno quindi non è già nella sua pienezza ma nella sua realizzazione (cfr. 1 Cor 15,25: Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte). Noi stessi, pur appartenendo già al regno in cui per fede contempliamo la luce, tuttavia siamo ancora nella possibilità della scelta e ancora sentiamo le sollecitazioni dell’antico avversario che ci vuole portare in quelle tenebre in cui eravamo. La missione apostolica è strappare gli uomini da questo potere (cfr. At 26,18).
Nell’Evangelo «il dominante è “l’ironia di Dio”. Qui Gesù è il deriso, il disprezzato proprio in questa irrisione lui tace. E nel massimo dell’umiliazione rivela la sua signoria. Gesù è condotto come un malfattore, sta in mezzo però come un giudice. Padre perdona loro che non sanno quello che fanno. È il giudizio universale pronunziato da Gesù. Colui che non salva se stesso salva tutti.
Si realizzano le profezie messianiche sia Is 53 che Sal 21. Se tu sei il Re dei Giudei. Ma sta sopra di lui l’iscrizione: questo è il Re dei Giudei. Salvare gli altri invece che se stesso. Gesù salva se stesso realizzando la missione che gli è stata affidata. La sua grazia fluisce su quelli che lo deridono e su quelli che capiscono. La sua grazia scende su tutti»
(d. U. Neri, appunti di omelia, Montesole, 14.11.1996).

 

PRIMA LETTURA 2Sm 5,1-3

Dal secondo libro di Samuele

In quei giorni, 1 vennero tutte le tribù d’Israele da Davide in Ebron e gli dissero: «Ecco noi “ci consideriamo come” (lett.: “siamo”) tue ossa e tua carne.

In questo momento tutte le tribù, che riconoscono Israele come loro padre, dichiarano di essere uno con Davide: «siamo tue ossa e tua carne». La divisione tribale e territoriale tra le tribù del nord e quelle del sud è superata. Benché nella genealogia di Davide vi sia una moabita (Rut), tuttavia le tribù non ne tengono conto. Essendo uno in Davide cessa ora ogni inimicizia tra le varie tribù. In Davide è prefigurato il Cristo come principio di unità non solo d’Israele (vedi genealogia di Matteo) ma anche dell’intera umanità (vedi genealogia di Luca).

2 Gia prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele.

Anche sotto il regno di Saul il vero re era Davide. Caratteristica del re è fare entrare e uscire Israele. Il nostro testo traduce: condurre e ricondurre Israele. L’immagine che sottostà è quella del condottiero e del capo, come è detto di Davide in 1 Sm 18,16: Tutto Israele amava Davide perché egli entrava e usciva davanti a loro.
Allo stesso modo Mosè invoca da Dio un condottiero che abbia queste caratteristiche: Il Signore, il Dio della vita in ogni essere vivente, metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore (Nm 27,16-17). Vi è quindi anche l’immagine del pastore che guida il gregge a pascoli sicuri e lo tiene custodito nell’ovile. Sullo sfondo vi è la figura del Messia.

Il Signore ti ha detto: Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele».

La loro elezione di Davide si fonda sulla profezia. Essa si è diffusa tra il popolo, come ne dà testimonianza Abigail: «Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d’Israele, non sia di angoscia o di rimorso al tuo cuore questa cosa: l’aver versato invano il sangue e l’aver fatto giustizia con la tua mano, mio signore» (1 Sm 25,30); così pure Abner agli anziani d’Israele: «Ora mettetevi al lavoro, perché il Signore ha detto e confermato a Davide: Per mezzo di Davide mio servo libererò Israele mio popolo dalle mani dei Filistei e dalle mani di tutti i suoi nemici» (2 Sm 3,18). Anche in questo Davide è figura di Gesù perché i popoli e i singoli vedono in Lui il re Messia senza nessuna coercizione esterna.

3 Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re in Ebron e il re Davide fece alleanza con loro in Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re sopra Israele.

Forse questa è una seconda delegazione formata dagli anziani.
E il re Davide fece alleanza con loro. Il patto che il re fa con gli anziani denota che la nuova istituzione, la monarchia, non si pone al di sopra ma sta alla pari con le precedenti istituzioni impersonate dagli anziani. Il patto delimita l’autorità del re e non la rende dispotica. Lo statuto del re è espresso in Dt 17,15sg. Davanti al Signore facendo un sacrificio sull’altare del Signore che è in Ebron. Questa è la terza unzione in virtù della quale Davide diventa re su tutto Israele.

SALMO RESPONSORIALE Sal 121

Andremo con gioia alla casa del Signore.
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!

Andremo con gioia alla casa del Signore.
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.

 


SECONDA LETTURA Col 1,12-20

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi

Fratelli, 12 ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

L’apostolo invita ora i suoi fratelli alla gioia che trabocca nel ringraziare il Padre. La vera gioia investe il nostro sentire ma non ha qui la sua sorgente. Essa scaturisce dall’intima operazione dello Spirito Santo a livello del nostro essere. Questa operazione è conosciuta mediante la fede ed è esperimentata nella carità verso tutti i santi (cfr. 1,4) e nella capacità di sperare andando oltre le apparenze. La gioia quindi è il silenzio della disperazione e del suo grido d’invocazione per ottenere la salvezza e diventa in noi il ringraziamento al Padre.
In questo ringraziamento il nostro spirito si ritma sullo Spirito Santo, che dà testimonianza al nostro spirito che siamo figli di Dio (cfr. Rm 8,16) e si dirige al Padre con la stessa tenerezza e gratitudine dell’Unigenito Figlio. Il motivo del ringraziamento è il fatto che il Padre ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Prima non lo eravamo, ora noi siamo in grado di partecipare a questa sorte, a questa eredità.
L’eredità cui noi partecipiamo è quella dei santi nella luce. I santi, che sono nella luce e alla quale noi stessi partecipiamo, sono quelli che il Cristo ha illuminato con la sua redenzione quando con il suo sangue ha santificato il santuario celeste (cfr. Eb 9,22-23) e ivi ha fatto risplendere la conoscenza del Padre suo a tutti i suoi santi. Santi quindi sono i suoi angeli e tutti i suoi eletti, che Egli ha liberato dagli inferi e ha introdotto nelle dimore della casa del Padre suo illuminandoli con la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).
Nella luce. L’apostolo specifica che la sorte dei Santi è la luce. In tutta la lettera nomina solo qui la luce. Dalle tenebre del suo carcere Paolo vede la luce che è riserbata in sorte ai santi. La luce è il Regno del Figlio del suo amore. In queste parole dell'Apostolo si sente l'esperienza dell'Esodo: le tenebre invasero la terra d'Egitto (cfr. Sap 17) invece ai tuoi santi grandissima era la luce (18,1).

13 È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto,

Il potere della tenebra è quello che operò nella Passione e Morte di Gesù: «Questa è l'ora vostra e il potere della tenebra»(Lc 22,53); contro di esso è la nostra lotta (cfr. Ef 6,12).
Che significa che il Padre ci ha liberati dal potere della tenebra? La tenebra si contrappone alla luce dove dimorano i santi. Come spirituale è la luce così lo sono pure le tenebre. Esse perciò possono penetrare solo nelle creature dotate di spirito quali gli angeli e gli uomini. Le tenebre scaturiscono pertanto da colui che è il seduttore e il mentitore fin da principio (cfr. Gv 8,44). In questo modo, attraverso l’energia del peccato e della morte, egli oscura gli uomini impedendo che le loro facoltà spirituali vedano la luce ma, al contrario, immerse nelle sue tenebre, contemplino solo le rappresentazioni passionali delle creature. Per questo il Signore vuole che preghiamo il Padre: liberaci dal male (Mt 6,13). Da questo potere, che opera nei figli delle tenebre, ci ha liberati il Padre. Essere liberati significa non aver più un rapporto di dipendenza assoluta al punto tale da sentirla naturale e di avere in noi la forza di resistere a una simile seduzione (cfr. Rm 7,24: Chi mi libererà da questo corpo di morte?). Tutto questo il Padre lo ha operato nel battesimo rendendoci suoi figli nel Figlio che Egli ama.
Dal potere delle tenebre il Padre ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore. L’apostolo contrappone il potere al regno. Gesù ci ha insegnato che anche quello del satana è un regno (cfr. Lc 11,18). Paolo in questo momento contempla un potere dispotico e distruttivo quale quello della tenebra e un regno in cui domina l’amore del Padre per il Figlio suo. Noi siamo saziati e illuminati dall’amore del Padre per il Figlio. Infatti l’amore del Padre per il Figlio è tale che esso si riversa su di noi, come lo stesso Signore dice: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo» (Gv 10,17).

14 per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati.

Noi abbiamo la redenzione nel Figlio del suo amore. La nostra redenzione è nel Figlio amato dal Padre. Essa non si colloca in uomini santi (Abramo, Mosè ecc.) e neppure nelle sfere angeliche, ma nel Figlio in cui noi siamo amati. La redenzione quindi è la forza dell’amore con cui il Padre ci attrae al Figlio e in Lui ci redime donandoci la remissione dei peccati.
La redenzione è il rapporto che Gesù ha con noi e che noi abbiamo con Lui. Egli infatti è divenuto per noi sapienza da parte di Dio, giustificazione, santificazione e redenzione (1 Cor 1,30). Nel suo rapporto con noi Gesù diviene incessantemente da parte di Dio sapienza che ci ammaestra nell’intimo, giustificazione che adempie il rapporto con la Legge, santificazione che ci rende partecipi della vita divina, redenzione che distrugge in noi la forza del peccato.
Perché questo avvenisse il Figlio di Dio si è fatto Carne ed è avvenuto uno scambio doloroso per Lui vantaggioso per noi. Come insegna l’Apostolo, colui che non conosceva peccato per noi lo fece peccato, perché diventassimo giustizia di Dio in lui (2 Cor 5,21). Gesù, pur non conoscendo mai il peccato, è entrato nel profondo della nostra esistenza umana, là dove opera l’energia del peccato e della morte ed ha voluto assorbire su di sé tutta la forza distruttrice del peccato in tutte le sue forme più penetrate ed occulte del nostro corpo, della nostra psiche e del nostro spirito e le ha volute distruggere perché noi potessimo non essere più dominati da nessuna forza del peccato sia nel corpo,dominato dalla legge del peccato, sia nella psiche, afferrata dal piacere, come pure nello spirito attratto dalla conoscenza del bene e del male ma ripiegato costantemente su se stesso nella costante contemplazione e sublimazione del suo io. Egli ha compiuto la redenzione,distruggendo la forza del peccato, con la sua Croce, mediante il suo sangue (Ef 1,7). Qui è avvenuto il compimento della sua obbedienza che Lo aveva portato ad assumere una carne di peccato in vista del sacrificio per il peccato condannando in tal modo il peccato nella carne (cfr. Rm 8,3).

15 Egli è immagine del Dio invisibile, “generato prima di ogni creatura” (lett.: “primogenito di ogni creazione”);

Il quale è immagine del Dio invisibile. Immagine cfr. 2 Cor 4,4: qui la definizione di Cristo, immagine di Dio è legata allo splendore dell'Evangelo della gloria di Cristo. Potremmo dire che, poiché il Cristo è immagine di Dio, il suo Evangelo è di gloria, cioè risplende in esso la stessa gloria che è in Cristo, immagine di Dio. Tutto in Cristo è immagine del Dio invisibile; nella sua natura divina in quanto è della stessa sostanza del Padre, nella sua natura umana in quanto unita alla natura divina nell'unica persona del Figlio e nell’Evangelo, che è la sua Parola, che resta visibile nella sua Chiesa e nella quale noi contempliamo la sua immagine gloriosa.
Egli è immagine perché in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9). Corporalmente perché l'immagine invisibile di Dio diventa visibile in Lui, fatto per poco tempo inferiore agli angeli e glorificato alla destra di Dio (cfr. Eb 2,7-9). L'immagine del Dio invisibile diviene visibile senza subire alterazione e diminuzione perché tutta la pienezza della divinità inabita corporalmente in Lui.
Primogenito di ogni creazione. Primogenito indica il rapporto che il Figlio del suo amore ha con ogni creazione celeste, terrena e quella degli inferi. Egli è diventato primogenito nel momento in cui prese la nostra carne: Maria partorì il Figlio suo, il Primogenito (Lc 2,7). Non solo diventò nostro primogenito come è detto: primogenito di molti fratelli (Rm 8,29), ma è diventato primogenito di ogni creazione perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piega delle realtà celesti e terrestri (Fil 2,10) e infatti quando introduce il Primogenito nel mondo lo adorano tutti gli angeli di Dio (Eb 1,6).
Primogenito pertanto è un termine di relazione con la creazione, come Unigenito lo è con il Padre. Ogni creatura, di qualsiasi natura essa sia, ha in Cristo la sua ragione di origine e di essere e il suo fine. Egli, generato prima di ogni creatura, è la ragion d’essere (il logos) di ciascuna di esse e di tutta la creazione nel suo insieme. In quanto primogenito, ciascun ordine della creazione porta la sua impronta e a Lui tende.

16 poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.

Essendo Gesù l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creazione, Egli è pure il luogo nel quale tutte le creature hanno origine dalla volontà creatrice del Padre. La sua natura umana, in forza della quale il Figlio è il Cristo, è l’archetipo in virtù del quale tutto è creato. Ogni creatura deve il principio del suo essere e del suo esistere al Padre attraverso il Cristo e in questi ha la sua ragion d’essere, cioè il suo logos, come c’insegna s. Massimo il Confessore.
Nessuna creatura, in qualsiasi ordine della creazione, sfugge a questo rapporto. Gesù quindi è il centro compaginante tutta la creazione nel suo insieme ed è il principio dell’armonia e dell’unità di tutte le cose. I vari ordini della creazione si armonizzano tra loro e si servono vicendevolmente per l’intrinseco rapporto che hanno con il Cristo, il Primogenito di ogni creazione, proprio perché Gesù è da sempre l’immagine del Dio invisibile. Per l’intrinseco rapporto che Egli ha con il Padre suo, di cui è l’immagine unica, tutte le creature nel loro essere fanno a Lui riferimento come alla causa della loro origine. Così infatti ha voluto Dio che il Figlio del suo amore, il suo Unigenito, nel suo disegno divenisse il principio di tutta la creazione, nella sua varietà in Lui ricapitolata e assoggettata alla sua signoria per essere il luogo della regalità del Padre, come c’insegna l’apostolo in 1 Cor 15,24: poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza.
Perché non si pensi che vi sia qualche creatura che sfugga, nell’atto creativo, al rapporto con il Cristo, l’apostolo precisa: tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili. I due ambiti della creazione, i cieli nei quali vi sono le creature invisibili e la terra abitata da quelle visibili sono in relazione al Cristo. Nessuno può trascendere la sua natura umana ed appellarsi eventualmente al solo suo essere Dio. L’elenco, che segue, enumera alcune potenze spirituali, che esercitano il loro dominio sulla creazione: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Benché simili potenze possano avere il titolo divino (cfr. 1 Cor 8,5) tuttavia esse non sono Dio come invece lo è il Cristo, dal quale dipendono e che ne distruggerà il potere (cfr. 1 Cor 15,24). Egli infatti è a loro superiore (cfr. Ef 1,21) In esse vi è pure un tentativo di separarci da Cristo (cfr. Rm 8,38).
Anche tra loro vi è stata la ribellione o l’accettazione del Cristo. Le potenze, che Lo hanno accolto e riconosciuto Signore, Lo servono nel mistero della sua Chiesa, nella quale conoscono la multiforme sapienza di Dio (Ef 3,10); quelle invece che Lo hanno rifiutato ci sono avverse e quindi contro di esse si è instaurata una lotta (cfr. Ef 6,12). Noi la vinciamo in forza della nostra sottomissione a Cristo, come al Signore nostro e di tutti. Come in Lui la creazione ha la sua origine dal Padre, quindi per mezzo di Lui, così essa è a Lui finalizzata. Egli ne è lo scopo e ne è quindi il principio che la compagina e la finalizza a sé come al suo ordine, alla sua armonia e alla sua beatitudine.

17 Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.

Nel rapporto con la creazione (tutte le cose) il Cristo non è ad essa contemporaneo, ma è prima. Prima indica una relazione, impossibile ad esprimersi con le nostre parole, tra il tempo, in cui tutto è posto, e l’eternità, in cui Egli è. Il prima quindi non è in ordine temporale ma riguarda l’essere. L’essere del Cristo è quello stesso del Figlio del suo amore e nell’atto in cui l’essere divino si determina come il Padre e il Figlio non perde la sua intrinseca unità e non suppone nessuna successione temporale. Al contrario il tutto, che si esprime nel molteplice di tutte le cose, ha nel Cristo il luogo della sua origine dal Padre senza essere coeterno a Dio.
«Dicendo che Egli è prima di tutte le cose, mostrò che Egli è sempre, la creazione invece è divenuta» (Basilio, adv. Eunom. 4, MPG 29,701). Il confine tra l’eternità e il tempo è l’umanità di Gesù, posta come principio ontologico di tutte le creature invisibili e visibili e originata dallo Spirito Santo nel grembo verginale di Maria, la Donna, nella pienezza dei tempi (Gal 4,4).
Nel Cristo pertanto tutte le cose sussistono, in Lui hanno la loro armonia, la loro unità e compattezza e in Lui sempre più sono unificate e ricapitolate.
Nella sua umanità Gesù è la sintesi benefica della natura divina con quella umana, del mondo visibile con quello invisibile, del tempo e dell’eternità. Tutto nel suo ordine proprio in Lui s’incontra e si armonizza in quell’unità meravigliosa e beatificante che fa in modo che Dio sia tutto in tutte le realtà (cfr. 1 Cor 15,28). Egli opera tutto questo con la potenza della sua parola (Eb 1,3). «La creazione sta salda in virtù della sua sapienza e della sua potenza» (Teodoreto, Biblia, o.c., p. 32).

18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.

«Osservazioni sulla struttura: nella seconda parte dell'inno prende ancora più evidenza l'uomo Gesù. Lui solo di cui i vv 18 e seg. tracciano la storia: sono una biografia. Nell'atto stesso in cui lo definisce capo della creazione ne fa anche la storia v. 20: è il crocifisso e al 22 nel corpo della sua carne. Osservazione particolare: contrapposizione (principio) v. 18, principati v. 16: Egli è il “principio dei principi”. Ammessa l'esistenza dei vari ordini creati, Lui è il principio dei principi, Gesù l'uomo morto in croce» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, s. Antonio, 1.2.1972).
Ed Egli è il capo del corpo, la Chiesa. La Chiesa è chiamata il Corpo di cui il Cristo è il capo. Quindi il rapporto tra la Chiesa e Cristo è di tale natura che il Cristo non può essere senza la Chiesa come la Chiesa senza Cristo. Nella lettera agli Efesini appare che Cristo è capo come termine ultimo della sua glorificazione e della sua signoria su tutte le cose (1,22) e lo diede capo su tutte le cose alla Chiesa, che è il suo corpo, la pienezza di Colui che riempie tutte le cose in tutti.
Quindi la Chiesa è con Cristo all'apice di tutta la sua glorificazione e diventa quindi con Lui pleroma cioè pienezza. «Il Cristo non è soltanto il capo di tutta la creazione, ma del Corpo, della Chiesa: la grandezza di Cristo, fa la grandezza della Chiesa. C’è tra Cristo e la creazione un rapporto di necessità, ma c’è un rapporto ancor più di necessità fra Cristo e la Chiesa; rapporto di bellezza e pienezza: Cristo fa la bellezza della Chiesa e la Chiesa fa la pienezza del Cristo. Questo avviene attraverso un’operazione di riscatto dal peccato» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerusalemme, 12.5.80). Egli è il Principio. In Ap 3,14 Egli dichiara di se stesso: il Principio della creazione di Dio; qui invece il Cristo è dichiarato in modo assoluto il Principio. In Gv 1,1 si proclama: In principio era il Verbo, qui apprendiamo che Egli stesso è il Principio. L’uso assoluto non nega la sua generazione dal Padre. Ma poiché il Padre ha voluto che in Lui tutto avesse il suo inizio per questo l’apostolo lo proclama il Principio di fronte al quale nulla è principio. In Prov 8,22 la Sapienza dichiara di se stessa: Il Signore mi ha avuta principio della sua via. La via del Signore è la sua stessa azione. All’inizio di essa vi è la Sapienza.
Primogenito dai morti. In 1 Cor 15,20 si dice che il Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che si sono addormentati. Egli quindi, passando attraverso la morte, è diventato la primizia dei morti. Ora se la primizia è viva, tutti coloro che in Lui si sono addormentati già vivono in Lui.

19 Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza

La sovrabbondanza dei titoli elencati precedentemente, che rilevano il primato del Cristo in rapporto a tutto, ha qui la sua motivazione. L’elezione divina, espressa nel piacque, è il motivo che ha posto il Cristo come il principio e il primo di tutto. Al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza. Nel Cristo, veramente uomo, il Padre ha fatto abitare tutta la pienezza. In Lui uomo non è avvenuta nessuna diminuzione benché Egli abbia svuotato se stesso nell’assumere la forma dello schiavo (Fil 2,7) e si sia umiliato fino alla morte e alla morte di croce (ivi,8). Entrando nel mondo, il Figlio non ha subito nessuna diminuzione anche se nell’economia della redenzione Gesù è apparso spogliato di quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (cfr. Gv 17,5).
L’apostolo vuole che professiamo tutta la sua pienezza perché non ci lasciamo ingannare dall’apparenza visibile dell’umiltà del suo essere uomo e Lo consideriamo perciò diminuito quanto alla pienezza della sua divinità che in lui abita corporalmente (2,9). Il suo svuotarsi non è in rapporto al suo essere ma al tempo della sua dimora tra noi. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2,9).
Egli è da sempre e per sempre consustanziale al Padre e nel suo essere uomo Gesù non ha perso la sua consustanzialità al Padre perché al Padre è piaciuto far abitare in lui tutta la pienezza. La divinità non abitò in Lui solo per partecipazione come accade per noi (cfr. 2 Pt 1,4) ma pienamente.

20 e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Come in Cristo il Padre tutto ha creato così a Dio è piaciuto per mezzo di lui riconciliare a lui tutte le cose. Non solo Gesù ha il primato su tutto per il fatto che in Lui abita tutta la pienezza ma anche Egli è il Redentore mediante il quale il Padre riconcilia tutto finalizzandolo al suo Figlio (a lui).
La riconciliazione, espressa come la rappacificazione di tutte le creature sia terrene che celesti, avviene nel sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui. L’apostolo pone l’attenzione nel sangue perché è in esso che è sancita l’alleanza che dà pace a tutte le creature sia sulla terra che nei cieli. Mediante il sangue di Gesù, versato sulla croce, avviene la redenzione in tutti gli spazi sia sulla terra che nel santuario di Dio (Ap 11,19).
Tutte le creature si riconciliano tra di loro e con Dio rapportandosi al sangue redentore della sua croce. Il suo è l’unico e perfetto sacrificio che si fa presente in ogni rapporto come forza che distrugge ogni inimicizia e crea pace con Dio e con tutte le realtà terrene e celesti.
Dal momento che in Lui abita tutta la pienezza della divinità corporalmente (2,9) Egli si fa presente a tutto e a ciascuno come il Redentore. Solo Lui può rendersi presente anche come uomo a tutto e a tutti come Colui che fa pace togliendo l’inimicizia. Il principio di unità e di pace non è in noi ma è solo in Cristo.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.

Benedetto colui che viene nel nome del Signore:
benedetto il suo regno che viene.

Alleluia.

SCHEDA INTRODUTTIVA
Davanti a Gesù morente 23,35-43
Questa seconda unità narrativa risulta ben articolata. Quattro sono le categorie degli spettatori: il popolo, i capi, i soldati e i due malfattori crocifissi con Gesù e diverse le loro posizioni. “Il popolo stava a osservare” (v. 35), l’uso di questo verbo non lascia capire se questo è preludio al sentimento che sarà più avanti descritto: “se ne tornavano percuotendosi il petto” (v. 48). Certo è l’atteggiamento dei capi e dei soldati che è quello di scherno e quello del primo dei due crocifissi che è di insulto. In tutti e tre i casi si fa riferimento però all’invito, in forma sarcastica, affinché Gesù “salvi se stesso” (23,35b.37.39). Ricordiamo come è importante e caro all’evangelista il tema della “salvezza”; dei titoli cristologici Luca preferisce quello di “Salvatore”, ed è proprio sul calvario che Gesù si rivela come tale.
La Morte non è presentata come la sconfitta del Messia bensì come il suo passaggio alla gloria. Questo è confermato dalla richiesta del secondo crocifisso e dalla risposta di Gesù (vv. 42-43): «“Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”», dove “Regno” dice il riconoscimento della regalità di Cristo da un lato e la signoria di Gesù su di esso dall’altro. A tal proposito è chiarificatore il commento fatto da Cirillo di Alessandria.
La figura del buon ladrone, divenuta presto cara alla tradizione cristiana, è centrale nell’intera opera lucana poiché incarna in sé le numerose caratteristiche che devono essere del vero discepolo: il riconoscimento del Messia innocente (v. 41b) e del proprio peccato (v. 41a), l’affidamento totale a Lui nel momento della morte e il riconoscimento della sua regalità sulla morte (v. 42), tanto che in questo senso il buon ladrone viene ad essere presentato come il “primo credente del Messia di Dio” ad essere salvato.
Questa salvezza è “oggi” stesso, quell’oggi che nel Vangelo di Luca è spesso presentato (1,11; 4,21; 5,28; 19,9) come l’incontro personale con il Salvatore, e che qui raggiunge l’apice e il senso più vero.

VANGELO Lc 23,35-43

Dal vangelo secondo Luca

35 In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto».

Il popolo stava a vedere. Nei salmi l’azione del vedere è unita a quella di schernire (Sal 22,7), di sfuggire (Sal 31,12), di scuotere il capo (Sal 109,25). Nell’Evangelo le due azioni sono scisse: il popolo stava a vedere, testimone muto e inerte di fronte al suo Signore, i capi invece lo schernivano, si facevano beffe di Lui. Essi hanno davanti a sé, nella crocifissione, la prova evidente che Gesù non è il Messia e quindi possono prendere in giro le sue pretese di essere il Salvatore del popolo. Il loro accecamento è giunto a questo punto e in tal modo le Scritture sono realizzate. La sorte toccata ai messaggeri di Dio e ai suoi profeti è giunta a compimento nel Cristo come è detto in 2 Cr 36,16: Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.

36 Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».

Anche le Genti, rappresentate nei soldati, lo scherniscono. In greco il verbo non è lo stesso che il precedente anche se ha un significato simile: vuol dire farsi gioco di qualcuno, deridere, irridere, e quindi: schernire, farsi beffe (GLNT, Bertram). I soldati lo prendono in giro porgendogli dell’aceto adempiendo così la parola del Salmo che dice: quando avevo sete mi hanno dato aceto (Sal 69,22), essi sembrano imitare il rito di colui che porge la coppa al re dicono infatti: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Come esecutori del potere di Cesare hanno inchiodato questo re sulla Croce e lo hanno reso impotente. Nel rifiuto di Gesù tutti si sono uniti.

38 C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Dal basso saliamo verso l’alto, dalla folla, dai capi, e dai soldati guardiamo ora sul capo di Gesù: c’era anche una scritta (parecchi codici aggiungono: in lettere greche, latine ed ebraiche), sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. La Parola consegnata nelle Scritture d’Israele è salita sul suo capo come diadema regale e annuncia a tutti i popoli chi è Gesù, essendo il re dei Giudei è il Messia. In questo modo e in questo momento Gesù è rivelato il re Messia. Solo contemplandolo sulla Croce lo si comprende come Messia. Ogni forma di regalità che lo rinchiuda entro le categorie umane di dominio e di potenza crea grandi equivochi e pericolose conclusioni.

39 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».

Uno dei malfattori appesi (alla croce) lo insultava unendosi ai nemici di Gesù (22,65); lett: lo bestemmiava, derideva infatti la regalità messianica del Signore che si manifestava attraverso quell’infamante supplizio, dicendo: Non sei tu il Cristo? È la stessa tentazione del Satana che vuole il segno (4,1-12), degli scribi e dei farisei che per metterlo alla prova chiedono un segno dal cielo (11,16), così anche il malfattore si associa ai capi (35) e ai soldati (36) e dice: Salva te stesso e anche noi!

40 Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? 41 Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male».

Ma l’altro lo rimproverava. È proprio di colui che comprende e obbedisce al disegno di Dio rimproverare chi si ribella e fa violenza tentando Dio. Di fronte al silenzio di Gesù egli parla difendendolo e diventando così partecipe del popolo degli umili che attendono la salvezza e il Regno di Dio. Neanche tu hai timore di Dio? È scritto: il timore del Signore è principio della sapienza (Sal 111,10) quindi è l’inizio della conversione, e sei dannato alla stessa pena, hai ricevuto la stessa sentenza di condanna del Cristo. Il ladro riconosce il loro peccato, che ora riceve degna punizione, e ad esso contrappone l’innocenza di Gesù e lo invoca come Re. Per lui la scritta è vera.
Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per la nostre azioni, si riconosce malfattore e peccatore assieme all’altro e vede che il regno del Messia non viene attraverso la violenza e l’odio, infatti afferma: egli invece non ha fatto nulla di male, è innocente, timorato di Dio perciò, anche se condannato dagli uomini, Egli è esaudito da Dio che adempie in Lui la promessa fatta a Israele. Attraverso la conversione il ladro pentito entra nella santa Scrittura e ne percepisce il senso: disprezzato e reietto dagli uomini... si è caricato delle nostre sofferenze... lo giudicavano castigato... per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,3-5).

42 E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

E diceva: «Gesù ricordati di me quando verrai nel tuo regno». Egli ora prega, fiorisce sulle sue labbra il salterio, con il quale Gesù sta pregando. Dice infatti il Salmo: Ricordati di noi, Signore, per amore del tuo popolo, visitaci con la tua salvezza (106,4).
Egli prega Gesù come il Signore e attende da Lui la salvezza quando verrà nella sua gloria regale. Crede che Gesù tornerà come re nel giorno del giudizio e quindi lo prega con la preghiera trasmessa dalle Scritture. Attraverso la preghiera attinge alla fede e in Gesù sofferente come lui e per lui vede già il Messia glorioso.

Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Gli rispose: In verità ti dico, è una parola confermata da un giuramento, oggi perché proprio ora è iniziato il tempo ultimo e da questo legno Gesù regna, sarai con me nel paradiso, in quel paradiso dal quale l’uomo era stato escluso e verso il quale è tutta la sua brama, tu sarai con me, condividerai la mia stessa gioia, la mia regalità e il legno della maledizione sul quale sei appeso con me diventerà l’albero della vita.
Per te infatti ho abbandonato il paradiso di delizie e sono stato con te inchiodato su quell’albero che fu la tua condanna, ora la maledizione è tolta, entra con me nel giardino di delizie e gusta del frutto della vita perché è iniziato il mio regno. Il vecchio Adamo parla attraverso la bocca di questo suo figlio e viene strappato dalle catene della morte assieme ai giusti che hanno atteso e attendevano la sua redenzione.

NOTE

Il cartello scritto è collocato sopra la croce, non sotto, perché, il principato è sopra le sue spalle (Is 9,5). Che cosa è questo principato se non l’eterna sua potestà e divinità. Per questo quando gli chiedono: Chi sei?, egli risponde: Il principio, che vi parlo (Gv 8,25).
Leggiamo questa iscrizione. Essa dice: Gesù Nazareno, re dei Giudei (Gv 19,19).
È giusto che l’iscrizione sia posta sopra la croce, perché non del suo corpo, ma della potestà divina è il regno che Cristo possiede. È giusto che l’iscrizione sia sopra la croce, perché se il Signore Gesù è sulla croce, egli risplende al di sopra di essa per la sua maestà reale
(s. Ambrogio).

Ho sentito molto che questo è il primo nuovo discepolo, è il primo che entra nella giustizia per la fede. Non dalle opere certo; non ne aveva. L’unica opera è credere che lui giustamente era condannato, ha creduto che il Cristo è giusto e ha invocato il nome di Gesù e fidandosi di Lui.
Chi mi vuole servire mi segua e dove sono io là sarà il mio servo (Gv 12). È il primo discepolo dopo che tutti gli altri erano fuggiti e qui inizia il nuovo discepolato per grazia. Questa è la dinamica unica del regno cioè la fede nel Cristo
(sr. Agnese M., omelia, Montesole, 15.11.1996).


IN SINTESI

La crocifissione (23,33-43)

Il Crocifisso di Luca non sta in silenzio, ma parla: alle folle, al Padre, al ladrone pentito. La prima parola di Gesù è stata per le donne, invitandole alla conversione. La seconda parola è per i suoi crocifissori: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (23,34). Gesù non solo perdona, ma scusa. Non muore minacciando il giudizio di Dio, ma perdonando e scusando. Il perdono non è certo solo rivolto ai romani, ma anche agli ebrei, a tutti. Questa misericordia di Gesù non sorprenda il lettore. Tutta la passione secondo Luca è infatti attraversata dalla misericordia: il gesto di Gesù che guarisce l’orecchio del servo del sommo sacerdote, lo sguardo a Pietro che lo rinnega, la parola del perdono ai crocifissori.
Morire perdonando è un tratto del martire cristiano. Luca lo ricorderà negli Atti degli Apostoli, raccontando il martirio si Stefano (7,60). Gesù sulla croce, però, non è solo la figura del martire che perdona, ma la figura dell’amore di Dio per l’uomo, non semplicemente dell’amore dell’uomo per Dio.
Ai piedi della croce ci sono il popolo, i capi dei giudei e i soldati. Ma l’attenzione non è mai distolta dal Crocifisso: a lui si guarda e di lui si parla, in questione è sempre la sua identità. Il popolo sta immobile a guardare, un guardare interessato, partecipe (theorein), non semplicemente curioso o indifferente. I capi e i soldati lo schernivano ripetutamente. I verbi usati sono di derisione per la sua pretesa messianica e il suo considerarsi amato da Dio con amore di predilezione (l’eletto). I soldati, invece, canzonano per la sua pretesa regalità. Collocato in questo punto preciso, anche il cartello con l’iscrizione della condanna sembra enfatizzare lo scherno.
Così sulla croce Gesù è raggiunto per l’ultima volta dalla tentazione, che però non è più Satana, ma dei capi, dei soldati, e subito dopo anche del malfattore crocifisso con lui: se sei l’eletto di Dio, perché non ti aiuta? Il suo silenzio non è la prova del tuo errore? Il fallimento della strada dell’amore che hai percorso non è il segno che la via di Dio è un’altra? Ma a queste domande il Crocifisso non risponde. Il silenzio di Dio è il segno di un altro modo di farsi presente e di parlare.
Luca prosegue raccontando una dopo l’altra le reazioni dei due malfattori “appesi” con lui. Le due figure sono radicalmente contrapposte. Il primo malfattore è probabilmente un indomabile zelota, che anche nella morte resta fedele alla sua scelta di ribellarsi al dominio straniero per instaurare il regno di Dio. Per lui un Messia che muore in croce e non salva se stesso, né quelli che hanno lottato per la sua causa, rappresenta uno sconfitto. Diversamente dal primo, il secondo malfattore confessa senza attenuanti la propria colpa, riconosce l’innocenza di Gesù e si affida a lui. Accogliendolo prontamente, Gesù compie nella sua morte ciò che ha fatto lungo tutta la vita: accogliere i peccatori (15,2). E mostra, al tempo stesso, che la sua salvezza è diversa da quella sognata dai capi, dai soldati e dal malfattore ostinato.
Si noti la solennità della promessa di Gesù (“in verità”) e la sua sicurezza (“ti dico”). Qui Gesù non prega, non chiede a Dio, ma garantisce una vita di comunione con lui (“sarai con me”) e subito (“oggi”).

Gesù Cristo re dell’universo domenica
anno C Lc 23,35-43
Enzo Bianchi

Nell’ultima domenica dell’anno liturgico celebriamo la festa di Gesù Cristo re dell’universo: ma qual è la vera regalità di Gesù? Quella di chi ama, perdona, cerca la comunione con gli uomini suoi fratelli fino alla fine. È la regalità di un Messia che «regna dal legno», come amavano dire i padri della chiesa: solo sulla croce, infatti, viene posta sul suo capo l’iscrizione: «Questi è il re dei Giudei».
Gesù è appena stato ingiustamente crocifisso: lui, il Giusto (cf. Lc 23,47) – «colpevole» di aver narrato con la sua vita il volto di un Dio che è il Padre prodigo d’amore verso i peccatori (cf. Lc 15,11-32) e di aver reso Dio buona notizia per tutti gli uomini – è appeso a una croce in mezzo a due malfattori. Eppure, in questa situazione così ignominiosa Gesù non minaccia, non risponde con l’odio all’odio che gli viene scaricato addosso, ma ha la forza di pronunciare una parola inaudita: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»…
Ma nemmeno questo suo gesto estremo e unilaterale, nemmeno questo suo modo scandaloso di mostrare come Dio regna su di lui vengono compresi. Se è vero che il popolo «contempla» Gesù in croce – questa è infatti l’unica autentica contemplazione cristiana (cf. Lc 23,48)! –, «lo scandalo della croce» (Gal 5,11) suscita però ulteriore derisione e disprezzo: i capi religiosi di Israele e i romani scherniscono Gesù. Di più, essi lo provocano, mettendo in discussione la sua stessa vocazione: «Se tu sei il re dei Giudei, il Messia di Dio, salva te stesso scendendo dalla croce!». Gesù è tentato come lo era stato all’inizio del suo ministero pubblico per opera di Satana: «Se tu sei il Figlio di Dio…» (Lc 4,3.9).
Ma ancora una volta Gesù rinuncia a vivere per se stesso, a chiedere a Dio di intervenire con il miracolo straordinario che costringerebbe gli uomini a seguirlo come un potente di questo mondo. Egli accetta di perdere la propria vita, sceglie di compiere fedelmente la volontà di Dio, continuando a comportarsi fino alla morte in obbedienza a Dio: non che il Padre volesse vederlo patire sulla croce, ma Gesù comprende che l’obbedienza alla volontà di Dio, volontà che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, esige una vita di giustizia e di amore anche a costo della morte violenta. Sì, Gesù rinuncia a salvare se stesso, ed è solo grazie a questo suo comportamento che egli ha l’autorevolezza per affermare: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me, la salverà» (Lc 9,24)…
Anche uno dei due malfattori insulta Gesù, vedendo frustrate le proprie pretese: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». L’altro invece, il cosiddetto «buon ladrone», mostra di aver compreso quale sia la signoria di Gesù: opera la correzione fraterna, rimproverando l’altro condannato; ammette il male che ha commesso e ne accetta le conseguenze; riconosce l’innocenza di Gesù e si rivolge a lui con la preghiera, confessandone la regalità escatologica: «Gesù, ricordati di me, quando verrai nel tuo Regno». Egli è l’immagine dei credenti e della chiesa che, nella storia, sono chiamati a testimoniare la regalità di Cristo condividendo le sofferenze del Crocifisso, invocando la venuta del Regno, e attendendo il Veniente nella gloria.
A lui Gesù rivolge la parola che tutti noi vorremmo sentire nel nostro ultimo giorno: «Oggi sarai con me nel paradiso». Sì, questa è una promessa riservata a tutta l’umanità, anche ai malvagi e ai peccatori: dipende da ciascuno di noi accoglierla, accettando di perdere la nostra vita per Gesù Cristo, il Messia che regna dalla croce, cioè di amare lui al di sopra di ogni nostro amore e di spendere la nostra vita per i fratelli nella giustizia e nell’amore.

Anno C
2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20; Lc 23,35-43
Lorenzo Monaco, Antifonario (Cod. Cor. 1, folio 102), 1396.
Le letture di questa domenica finale dell’anno liturgico, che celebra Cristo quale Signore e re dell’universo, presentano la regalità nella sua dimensione comunionale, corporativa. Nella prima lettura le tribù di Israele riconoscono David come re e mostrano di sentire il Messia come figura corporativa. Esse si affidano a lui quasi incorporandosi simbolicamente a lui: “Noi ci consideriamo come tue ossa e tua carne” (1Sam 5,1). Nel vangelo siamo di fronte a Gesù quale Messia debole, inerme, che, sulla croce, mentre si affida radicalmente a Dio (cf. Lc 23,46), vede affidarsi a lui un malfattore crocifisso accanto a lui. E Gesù promette comunione a costui, incorpora a sé quest’uomo promettendogli comunione: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23,43).
La seconda lettura esprime la fede ormai sviluppata della chiesa che celebra l’incorporazione cosmica nel Cristo Risorto: tutto è stato creato in Cristo, per mezzo di lui, ma anche in vista di lui, per essere ricapitolato in lui. Per tre volte Gesù viene deriso come Messia e per tre volte i suoi avversari gli rivolgono l’invito a salvare se stesso, quasi che proprio la capacità di sottrarsi alla croce, di salvare la propria vita sia per loro il sigillo dell’autenticità della messianicità (cf. Lc 23,35.37.39).
Invece, è esattamente l’auto-salvezza ciò che è impossibile nello spazio cristiano, ciò che contraddice radicalmente la salvezza cristiana. Gesù aveva annunciato: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9,24). Ma prima di annunciare che chi perderà la vita a causa sua, la salverà, egli stesso è passato attraverso l’esperienza del perdere la propria vita, del perdere se stesso. Mettere in salvo la propria vita è la grande tentazione, a cui Gesù si è opposto già durante le tentazioni inaugurali del suo ministero (cf. Lc 4,1-13). Ed è la tentazione perenne del cristiano e della chiesa. Infatti, vale anche per la chiesa il detto di Gesù per cui chi cerca se stesso, chi vuole salvare se stesso, ovvero chi fa di se stesso un fine, il proprio fine, perde se stesso.
La regalità di Gesù è derisa (vv. 35-37) o insultata (v. 39); di essa ci si fa beffe (vv. 35-37) o si cerca di sfruttarla a proprio vantaggio (v. 39). Gesù abita lo scandalo del Messia perduto che può così raggiungere chiunque si trovi in situazioni di perdizione. Del resto, noi sappiamo che condizione indispensabile per incontrare e aiutare l’altro nella sua sofferenza, è condividere qualcosa della sua impotenza e debolezza. Scrive Dietrich Bonhoeffer: “Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza e della sua sofferenza … La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare”. La regalità di Gesù capovolge dunque la logica di potenza e forza che regge le regalità umane.
Gesù mostra la sua signoria manifestando la sua capacità di giudizio e di divisione: egli è segno di contraddizione e di fronte a lui ci si divide, si manifestano i pensieri dei cuori. Dei due crocifissi con lui uno lo insulta, l’altro lo prega. In particolare, il cosiddetto “buon ladrone” appare tipo del discepolo cristiano.
Egli innanzitutto opera la correzione fraterna “rimproverando” (v. 40) l’altro condannato che insulta Gesù, e mettendo così in atto la parola di Gesù: “Se tuo fratello pecca, rimproveralo” (Lc 17,9); inoltre egli appare simbolo della responsabilità: riconosce il male che ha commesso e ne accetta le conseguenze (v. 41a); quindi esprime una confessione di fede riconoscendo l’innocenza di Gesù (v. 41b); infine si rivolge a Gesù con la preghiera, la supplica, e riconoscendone la regalità escatologica: “Gesù, ricordati di me, quando verrai (non “entrerai”, come traduce la Bibbia CEI) nel tuo Regno” (v. 42). Immagine dei credenti e della chiesa che, nella storia, sono chiamati a testimoniare la regalità di Cristo condividendo le sofferenze del Crocifisso, invocando la venuta del Regno, e attendendo il Veniente nella gloria.
Riflessioni sulle letture di LUCIANO MANICARDI

 

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