01/12/2013 - Lectio della 1' Domenica di Avvento - Anno A

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I DOMENICA DI AVVENTO ANNO A 2013

Entriamo nell’Avvento di ENZO BIANCHI, priore di Bose

Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Nella nostra professione di fede noi confessiamo: “Si è incarnato, patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò secondo le Scritture, verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.
La venuta del Signore fa parte integrante del mistero cristiano perché il giorno del Signore è stato annunciato da tutti i profeti e Gesù più volte ha parlato della sua venuta nella gloria quale Figlio dell’Uomo, per porre fine a questo mondo e inaugurare un cielo nuovo e una terra nuova. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): la venuta del Signore sarà l’esaudimento di questa supplica, di questa invocazione che a sua volta risponde alla promessa del Signore (“Io vengo presto!”: Ap 22,20) e che si unisce alla voce di quanti nella storia hanno subito ingiustizia e violenza, misconoscimento e oppressione, e sono vissuti da poveri, afflitti, pacifici, inermi, affamati. Nella consapevolezza del compimento dei tempi ormai avvenuto in Cristo, la chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! San Basilio ha potuto rispondere così alla domanda “Chi è il cristiano?”: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”.
Ma dobbiamo chiederci: oggi, i cristiani attendono ancora e con convinzione la venuta del Signore? È una domanda che la chiesa deve porsi perché essa è definita da ciò che attende e spera, e inoltre perché oggi in realtà c’è un complotto di silenzio su questo evento posto da Gesù davanti a noi come giudizio innanzitutto misericordioso, ma anche capace di rivelare la giustizia e la verità di ciascuno, come incontro con il Signore nella gloria, come Regno finalmente compiuto nell’eternità. Spesso si ha l’impressione che i cristiani leggano il tempo mondanamente, come un eternum continuum, come tempo omogeneo, privo di sorprese e di novità essenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta del Signore Gesù Cristo!
Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme?
Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile. Un tempo sprovvisto di direzione e di orientamento, che senso può avere e quali speranze può dischiudere?
L’Avvento è dunque per il cristiano un tempo forte perché in esso, ecclesialmente, cioè in un impegno comune, ci si esercita all’attesa del Signore, alla visione nella fede delle realtà invisibili (cf. 2Cor 4,18), al rinnovamento della speranza del Regno nella convinzione che oggi noi camminiamo per mezzo della fede e non della visione (cf. 2Cor 5,6-7) e che la salvezza non è ancora sperimentata come vita non più minacciata dalla morte, dalla malattia, dal pianto, dal peccato. C’è una salvezza portata da Cristo che noi conosciamo nella remissione dei peccati, ma la salvezza piena - nostra, di tutti gli uomini e di tutto l’universo – non è ancora venuta.
Anche per questo l’attesa del cristiano dovrebbe essere un modo di comunione con l’attesa degli ebrei che, come noi, credono nel “giorno del Signore”, nel “giorno della liberazione”, cioè nel “giorno del Messia”.
Davvero l’Avvento ci riporta al cuore del mistero cristiano: la venuta del Signore alla fine dei tempi non è altro, infatti, che l’estensione e la pienezza escatologica delle energie della resurrezione di Cristo.
In questi giorni di Avvento occorre dunque porsi delle domande: noi cristiani non ci comportiamo forse come se Dio fosse restato alle nostre spalle, come se trovassimo Dio solo nel bambino nato a Betlemme? Sappiamo cercare Dio nel nostro futuro avendo nel cuore l’urgenza della venuta di Cristo, come sentinelle impazienti dell’alba?
E dobbiamo lasciarci interpellare dal grido più che mai attuale di Teilhard de Chardin: “Cristiani, incaricati di tenere sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che cosa ne abbiamo fatto dell’attesa del Signore?”.

Prima lettura: Calamitati dal futuro di Dio (Is 2,1-5)

1 Parola che vide Isaia, figlio di Amoz, su Giuda e Gerusalemme.
2 Avverrà che nei tempi futuri il monte della casa del Signore
sarà stabilito in cima ai monti e si ergerà al di sopra dei colli.
Tutte le genti affluiranno ad esso,
3 e verranno molti popoli dicendo: «Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe, perché c’istruisca nelle sue vie
e camminiamo nei suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.
4 Egli sarà giudice tra le genti e arbitro di popoli numerosi.
Muteranno le loro spade in zappe e le loro lance in falci;
una nazione non alzerà la spada contro un’altra
e non praticheranno più la guerra.
5 Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore!

L’oracolo che forma la prima lettura (Is 2,1-5) viene ascritto alla ‘parola contemplata’ di Isaia, il ‘grande profeta’ dell’Avvento, e si ritrova con lievi varianti in Mi 4,1-4; molto probabilmente, però, risale all’epoca esilica o post-esilica, riflettendo, tra sogno e speranza, l’urgenza di schiudere il futuro per un Israele che aveva visto frantumata la propria identità e la propria storia, disperso nell’esilio babilonese e nella diaspora egiziana.
La locuzione «alla fine (‘acharit) dei giorni» (v. 2) non indica un momento al di fuori del tempo storico, ma un ‘futuro’ che avverrà nel corso della storia, di un ‘allora’ connotato di certezza e di speranza. Al centro si erge, maestoso, il «monte del tempio del Signore», descritto come saldo ed il più alto dei monti. Ma è il profeta-poeta a trasfigurarlo, giacché in realtà il colle di Sion è più basso rispetto ad altre alture che lo attorniano: inoltre, l’afflusso di «tutte le genti» come fiumane (nahar) dal basso verso l’alto di questo monte, inverte il naturale movimento dell’acqua. Con tale rivoluzione orografica, il profeta prospetta il dinamismo ascendente della storia, incanalata verso il futuro; gli steccati saltano, in un pellegrinaggio in cui convivono le differenze, perché il monte diventa polo d’attrazione non solo per Israele (= «Casa di Giacobbe»), ma per tutto il mondo, messi in moto dalla ricerca appassionata dell’istruzione (Torah) e della ‘parola’ (dàbàr) di YWHW, che possono nascere solo in Sion. Va notato che questa ‘istruzione-parola’, espressione della volontà di YWHW di non nascondere, bensì di realizzare definitivamente la sua salvezza per tutti, sgorga direttamente da Lui e non dal tempio. II monte scelto da Dio resta incrollabile, mentre il tempio può essere distrutto - come di fatto avvenne nella conquista babilonese di Gerusalemme nel 587 a.C. Il senso profondo dell’esistenza come ‘cammino’, dunque, non è il frutto di costruzioni o espedienti umani, che spaziano dalla liturgia alla magia (cfr. Sal 50,12-14; Is 8,19-20), ma è una autentica rivelazione che è dono di Dio. In questo orizzonte, il profeta sottrae Gerusalemme alla sua identità storicamente limitata, per trasformarla in un faro di luce e fondamento di pace per il mondo
intero.
Il tema si prolunga nel salmo responsoriale, che gioca sulla paronomasia, amplificando il nome di Gerusalemme (Jerûshalaim), chiedendo pace (sha’al shalôm) per una città che ancor oggi resta dolorosamente lacerata. In tal senso Gerusalemme appare come l’anti-Babele (Gen 11,1-9): se in quest’ultima la ‘pace’ è il frutto di una omologazione globalizzante imposta a prescindere da Dio, nella Gerusalemme sognata da Dio c’è il rispetto per l’itinerario di tutte le nazioni accomunate dalla loro sete di pace. YWHW stesso, in quanto giudice ed arbitro della storia, li educherà non solo ad abbandonare le armi, ma a convertirle in strumenti di vita: le spade diventeranno vomeri e le lance cesoie di vignaioli (v. 4). Se si confronta questa trasformazione con quella contraria e rancorosamente esclusivista di Gl 4,17-19, qui esplode la speranza di un ecumenismo pacifico, di chi, pur conscio della propria elezione, non vuole sequestrare il suo Dio per paura o egoismo, ma desidera ardentemente che diventi il Dio di tutti i popoli e Gerusalemme la madre di tutte le nazioni (cfr. Sul 87). Per preparare questo riconoscimento universale di Dio, il profeta invita i suoi («Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore», v. 5) a muovere i primi passi di una testimonianza che potrà essere contagiosa per tutti.

Mt 24,37-44
32 «Dal fico comprendete la parabola: quando il suo ramo diventa tenero e produce le foglie, sapete che l’estate è prossima.
33 Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
34 In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose accadano.
35 Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
36 Quanto al giorno e all’ora nessuno lo sa, neppure gli angeli del cielo, ma solo il Padre».
37 «Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.
38 Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio la gente mangiava, beveva, si sposava e si maritava, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca,
39 e non vollero credere finché si abbatté il diluvio e spazzò via tutti, proprio così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.
40 Allora, se vi saranno due in campagna, uno sarà preso e l’altro lasciato;
41 se due donne staranno a macinare con la mola, una sarà presa e l’altra lasciata».
42 «Vigilate, dunque, poiché non sapete in che giorno viene il vostro Signore.
43 Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale vigilia della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.
44 Per questo anche voi tenetevi pronti, poiché nell’ora che non credete il Figlio dell’uomo viene».

II brano liturgico (Mt 24,37-44) è desunto dalla seconda parte del cosiddetto ‘discorso escatologico’ (Mt 24-25), l’ultimo dei cinque grandi discorsi su cui Matteo impernia la sua ‘buona notizia’. Và notata la scelta liturgica di attingere ai testi salienti di questo discorso escatologico per aprire e chiudere il ciclo delle letture dell’Anno A, per cui il brano odierno segna l’ouverture non solo del tempo forte di Avvento, ma di tutto l’anno liturgico, ponendo ogni credente nell’orizzonte dell’avvenimento del Figlio dell’Uomo nella propria esistenza. La pericope va capita alla luce della domanda dei discepoli preoccupati di sapere il momento della ‘venuta finale’ di Gesù, che coincide con il fine del mondo, e di individuarne il segno incontrovertibile (Mt 24,3); tale coincidenza, assente in Mc e Lc, viene evidenziata da Matteo per racchiudere la storia universale tra l’Alfa e l’Omega di Cristo.
In una prima parte (Mt 24,4-31), con una fraseologia tipicamente ‘apocalittica’, intarsiata di immagini catastrofiche comunemente usate per esprimere un totale rinnovamento della storia, Gesù assicura il suo ineludibile ritorno finale (in greco parusía, in latino adventus); questo termine ricorre nei vangeli solo in Mt, e rinvia gli ascoltatori alla visita trionfale di un alto dignitario o sovrano, di solito preceduta da annunci e celebrata con giubilo e sfarzo, come pure all’intervento salvifico di un dio nei culti misterici dell’epoca.
Gesù mette in guardia da altri ‘avventi’ di falsi messia usurpatori, avverte i credenti delle varie prove interne ed esterne che li attendono nella vita di fede - in particolare la persecuzione ed il raffreddamento dell’amore scambievole -, incoraggiandoli alla perseveranza e al discernimento; è chiaro che ‘il fine’ (to télos) della storia umana non dipende da variabili cosmiche, né dalle persecuzioni, ma dalla conclusione dell’evangelizzazione di tutte le nazioni. L’unico segno del compimento escatologico sarà lo stesso ritorno di Gesù come ‘Figlio dell’Uomo’, un titolo con cui Matteo designa in modo esclusivo Gesù, e che va oltre la sua incarnazione tra i ‘figli di Adamo’, per assumere, secondo la visione del libro di Daniele (Dn 7,13), la connotazione escatologica di sovrano e giudice dell’universo.
Questa prima parte introduce la seconda (Mt 24,32-51), imperniata sull’ineluttabilità ed imprevedibilità di questa venuta finale. Qui Matteo insiste in modo peculiare sul discernimento; l’aspetto decisivo è che Gesù sposta la questione dei discepoli dal quando a quella più cruciale del come preparare e prepararsi a questo suo ritorno, che sarà riconoscibile dal mondo intero e sancirà un giudizio di salvezza e di condanna.
La nostra pericope si trova al centro di questa seconda parte, preceduta da due parabole, che però il Lezionario omette (e la scelta è discutibile soprattutto per la seconda). La prima è quella delle foglie del fico (vv. 32-33), un chiaro invito sapienziale a saper leggere i segni dei tempi, seguita da un detto con cui Gesù dice di ignorare egli stesso l’ora del suo ritorno (vv. 34-36), che serve ad evidenziare la sua segretezza, la sovranità suprema del Padre nel guidare la storia, al quale nessuna creatura umana può imporre o richiedere scadenze, ma soprattutto a dissuadere i credenti dal fare pronostici sulla fine. La parabola finale è quella del confronto tra due tipi di maggiordomo (vv. 45-51), dove ci si congratula con chi sa restare fedele e prudente nell’attesa a tutte le ore, anziché lasciarsi andare ad una irresponsabilità o dissipatezze morali per il ritardo; insieme a questa, le successive parabole del cap. 25 preciseranno concretamente l’invito alla vigilanza che, nei due perentori imperativi «vegliate» (v. 42) e «state pronti» (v. 44), costituisce la posta in gioco del nostro brano.

• Un arrivo certo, ma imprevedibile.
Gesù comincia con un primo paragone, attinto al Primo Testamento, vale a dire i «giorni di Noè» prima del cataclisma del diluvio (Gen 6,6-12), equiparandoli al tempo che prelude al suo ritorno. La citazione (che Lc 17,26-36 amplia aggiungendo i ‘giorni’ di Lot ed il castigo di Sodoma) non mira primariamente a evidenziare l’immoralità della gente perita - anche se può sottintenderla -, bensì la distrazione, la noncuranza e la superficialità che impedirono di intravedere l’arrivo del diluvio («non si accorsero di nulla», v. 40). Le frasi «mangiavano e bevevano», «prendevano moglie e marito», indicano la tranquilla e scontata routine della vita di uomini e donne nelle azioni più ordinarie, senza lasciarsi inquietare dall’evento che stava maturando; la disattenzione che li ha assorbiti è coincisa con il loro annegamento.

• Un giudizio ancipite.
Segue poi il doppio fotogramma dei due uomini (v. 40) e delle due donne (v. 41) presentati nei rispettivi luoghi di lavoro - il campo e la macina -; in entrambi i casi, si reitera una distinzione che sancisce in modo idiomatico un netto giudizio di ‘assunzione e licenziamento’ nel Regno: colui che «sarà preso» è colui che sarà salvato e vi entrerà, mentre colui che «sarà lasciato» ne resterà fuori. La pazienza divina che tollera la convivenza di grano buono e zizzania, pesci buoni e cattivi (Mt 13), con il Figlio dell’Uomo procederà ad un’inevitabile e definitiva scrematura.

• Vigilanza costante.
L’imperativo presente ‘vegliate’ (gregoréite) è conseguente a quanto detto ed introduce la similitudine successiva. Il verbo esprime un restare svegli, quasi in agguato, in una costante presenza di spirito, che si fa spia e desiderio del futuro di Dio, spazzando via stanchezza, noia e diversivi (cfr. Mt 25,13!); altrove nel NT viene espressa con i sinonimi di ‘lucidità’ o ‘sobrietà’ (1Ts 5,6-8; 1Pt 1,13: 5,8). In greco il verbo deriva da ‘risvegliarsi’ (eghéirein), usato per l’alzarsi in piedi che è la risurrezione; dunque, non adagiarsi, ma restare ‘risorti’, prima del ‘giorno’ che segnerà l’abbraccio del Risorto.

• Un’ora sorprendente e da sorprendere.
Con la parabola del ladro scassinatore si passa dal giorno imprevedibile all’ora insospettata e segreta (cfr. v. 36). L’immagine è comune nella catechesi cristiana per dipingere la parusía finale e Matteo segna un passaggio tra la venuta del “giorno del Signore” (1Ts 5,2; 2Pt 3,10) ed il suo arrivo in persona (Ap 3,3; 16,15). La vigilanza non è solo quella di non lasciarsi sorprendere da un Dio che ‘sbuca’ all’improvviso, ma anche di sorprenderlo nella storia.

• Una preparazione da costruire.
L’ultimo imperativo, letteralmente «diventate pronti» (ghinesthe étoimoi) esprime sollecitudine, disponibilità e risolutezza che vanno alimentate. Si tratta, come dirà la seconda Lettera di Pietro, tutta pervasa dall’attesa dell’Avvento di Dio, di ‘affrettarlo’ con un comportamento degno di persone che vivono orientate dalla presenza di Dio, prima dell’ingresso nel giorno senza fine del suo Regno (2 Pt 3,11-15). Questo è ciò che caratterizza il credente: «Che cos’è lo specifico cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora, sapendo che nell’ora in cui non pensiamo, il Signore viene» (S. Basilio di Cesarea).


SCHEDA
NESSUNO CONOSCE L’ORA (24,37-44)

Secondo l’esperienza comune sono gli uomini e le forze naturali o ciò che rientra nelle possibili normalità che determinano il corso delle singole sorti umane e dell’intera storia umana. E ciò dà l’impressione che sempre continuerà così, a meno che non si verifichi una catastrofe totale. Al contrario, Gesù ha annunciato la vicinanza del regno dei cieli, cioè la definitiva decisione di Dio di far valere la sua signoria regale (4,17). Questo si attuerà per mezzo della venuta del Figlio dell’uomo con la potenza e la gloria di Dio (24,30). Quando egli si rivelerà definitivamente e universalmente nel suo potere divino davanti a tutto il mondo, ogni esistenza umana si manifesterà davanti a lui nel suo vero senso e valora raggiunto. Con la venuta definitiva di Gesù, anche ogni uomo verrà alla luce nella sua intima essenza. Ogni uomo è profondamente collegato a questa venuta, e perciò dovrebbe condurre la propria intera vita in vista di essa.
Con la stessa forza con cui annuncia la sua venuta, Gesù afferma che il suo giorno e la sua ora sono sconosciuti (24,36.42.44). Nessuna creatura li conosce e nessuno può calcolarli. Poiché è decisivo essere preparati a questa venuta, occorre tener conto della sua indeterminatezza, non conoscibilità e imprevedibilità, per evitare ogni cieco comportamento. Non è ragionevole vivere alla giornata, in modo spensierato (24,37-39), vedere soltanto la somigliante apparenza delle situazioni terrene (24,40s), regolarsi su un vegliare calcolabile e limitato (24,43). E’ necessaria la vigilanza insistente e la preparazione continua alla venuta del Signore (24,42.44).
I contemporanei di Noè sono completamente assorbiti dalla loro vita terrena. Pensano solo a mangiare, bere, sposarsi, a tutti gli avvenimenti e aspetti esteriori della vita immediatamente presente e sperimentabile. A ciò è fisso il loro sguardo, e al di là di ciò non li interessa nulla. Sono completamente preoccupati di trarre vantaggio e godimento da questa vita. Non vogliono saperne di nient’altro e chiudono gli occhi davanti a tutto il resto. Il diluvio in effetti è solamente annunciato, ma non è ancora presente. Così anche la venuta del Signore è annunciata, ma non è ancora presente. La concretezza delle cose terrene e l’esperienza attuale sembrano essere incomparabilmente più reali del Signore annunciato. Questa situazione, in cui il Signore è solo annunciato ma non viene sperimentato, induce a essere assorbiti dal presente e a lasciare completamente da parte il Signore e la responsabilità di fronte a lui.
Improvvisa e sorprendente sarà la sua venuta.
Con un esempio tratto dalla vita quotidiana dell’uomo e della donna Gesù mostra che le circostanze di vita terrena sono uguali per tutti. Gli uomini lavorano nei campi e le donne macinano alla mola, per ottenere la farina e il pane quotidiano. Questa uguaglianza nella situazione esterna non può indurre alla conclusione sbagliata che sarà sempre lo stesso per tutti. Con la venuta del Signore si verificherà una radicale separazione: quelli che sono preparati alla sua venuta, vengono accolti nella sua comunione; gli altri ne restano esclusi. Non possiamo lasciarci ingannare dall’uguaglianza esteriore. Dobbiamo regolarci sul fatto che il destino finale completamente diverso dipende dal comportamento verso il Signore. Dall’impressione che lavoro e fatica, felicità e infelicità, sofferenze e gioie, vita e morte toccano in uguale misura tutti gli uomini, può nascere l’illusione che l’obbedienza o la disobbedienza verso Dio, la rettitudine o l’ingiustizia non abbiano alcuna importanza; che tutto ciò sia indifferente e senza significato, poiché appunto tutto si concluderà ugualmente per tutti. Gesù corregge questa falsa idea. La radicale separazione sopraggiungerà tanto improvvisa come la venuta del
Signore.
Se conoscessimo il giorno e l’ora della sua venuta, potremmo limitare a quel giorno e a quell’ora la nostra attesa e preparazione. Ma il Signore viene come un ladro nella notte: inatteso, sorprendente, imprevedibile. Perciò in ogni ora dobbiamo essere preparati. In ogni momento dobbiamo condurre una vita che corrisponda alla sua volontà e di cui possiamo essere responsabili davanti a lui. La nostra totale dipendenza dal Signore si esprime anche nel fatto che egli non lascia scoprire le proprie intenzioni; che l’ora della sua venuta e del nostro rendiconto rimane completamente nella sua sovrana determinazione. Non c’è nessun ambito e nessun momento in cui siamo padroni di noi stessi, «sicuri» davanti a Dio e indipendenti da lui. Il fatto che egli ora sia così nascosto e così «tranquillo» non deve ingannarci. Rimaniamo sempre dipendenti da lui e siamo sempre responsabili davanti a lui. La sua venuta sarà l’ora della verità, poiché sarà l’ora del rendiconto e della chiara rivelazione.
Come in altre occasioni, Gesù vuole aprirci gli occhi. La situazione attuale, in cui si può essere assorbiti completamente dalla vita terrena, e in cui apparentemente tutto va verso lo stesso destino, non può trarci in inganno. Il Signore uscirà dal suo nascondimento.
Allora dovremo rendere conto a lui e allora si manifesterà il nostro destino. A questo dobbiamo essere pronti oggi e sempre.

Domande
1. Quale reale significato ha per me il Signore nascosto? Dove
sono in pericolo di essere assorbito dalle cose terrene?
2. Che conseguenza ha il fatto che non si conosca l’ora della sua
venuta e non possa essere calcolata?
3. Come ci prepariamo alla venuta del Signore?

Seconda lettura: Indossare la luce del «giorno che viene»

Romani 13,11-14
10 L’amore, infatti, non procura delmale al prossimo: quindi la pienezza della legge è l’amore.
11 E fate questo, rendendovi conto del tempo nel quale viviamo: è tempo ormai per voi di svegliarvi dal sonno; adesso infatti la nostra salvezza è più vicina che non quando demmo l’assenso della fede.
12 La notte è avanzata nel suo corso, il giorno è imminente. Perciò mettiamo da parte le opere proprie delle tenebre e rivestiamoci delle armi della luce.
13 Comportiamoci con la dignità che conviene a chi agisce di giorno: non gozzoviglie od orge, non lussurie o impudicizie, non litigi o gelosie.
14 Ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non indulgete alla carne, seguendo i suoi impulsi sfrenati.

L’apostolo Paolo dimostra qui (Rm 13,11-14) di conoscere, ancor prima della stesura scritta del vangelo, l’antica catechesi cristiana sulla imprevedibilità del ‘giorno’ e dell’ora della parusía del Signore, che anch’egli presenta altrove sotto la metafora di un ladro inaspettato (1Ts 5,2). Rispetto a Matteo, però, l’imminenza di questo avvento è meno cronologica, bensì più morale ed esistenziale, ponendo l’accento sulla sua preparazione attiva da parte dei credenti: l’essenziale consiste nel vivere nella conformità al Cristo. Se Matteo lascia indeterminato il contenuto della vigilanza cristiana, Paolo va direttamente al sodo, richiamando con appassionata urgenza al controllo di se stessi e all’armonia fraterna con gli altri.
Il nostro testo elimina la frase iniziale del v. 11, in cui Paolo invita i credenti a rendersi conto del particolare «momento favorevole » (kairós) che stanno vivendo, per evidenziare la maggiore vicinanza nel tempo della salvezza definitiva, rispetto all’iniziale assenso di fede avvenuto nel battesimo di ognuno («di quando diventammo credenti»). Se volessimo ricorrere all’immagine di una clessidra o di un count-down, per Paolo i secondi che mancano al compimento del tempo operativo sono molto meno di quanto già è stato realizzato; forte è la certezza di una svolta decisiva. Per esprimerla, Paolo insiste sull’urgenza dell’adesso, ricorrendo alle note antitesi ‘notte-giorno’, ‘sonno-sveglia’, in cui la notte è il simbolo del male, abbinata al sonno della coscienza, mentre la luce è la dimensione stessa di Dio, con un risveglio che è «lasciarsi risuscitare» (egherthénai) e corrisponde al ‘vigilare’ visto in Matteo.
Attingendo alla metafora dell’abbigliamento militare, Paolo invita a «svestirsi delle opere delle tenebre», per «indossare le armi della luce» (v. 12). Quest’ultima espressione coincide con il «rivestirsi del Signore Gesù Cristo» (v. 14), che indica non solo una semplice imitazione, ma una profonda assimilazione (cfr. Gal 3,27). Ciò significa sbarazzarsi di abitudini dettate dalla ‘carne’, che nel linguaggio paolino esprime una esistenza egoistica, equivalente all’uomo vecchio di altri passi, per far posto invece all’uomo nuovo, che lo Spirito di Dio plasma in un continuo divenire sul modello del Cristo (Col 3,9; Ef 4,24). Non si tratta di un’operazione indolore, ma di una lotta condotta con lucidità, senza lassismi, compromessi o peggiori ritorni alle false compensazioni delle tenebre (Ef 6,11). Va ricordato che S. Agostino si convertì leggendo in particolare proprio gli ultimi due versetti del nostro brano, iniziando il suo pellegrinaggio di luce verso la Luce Vera, nella rispettosa scrutatio dei passi di Dio nella sua vita (Timeo Dominum transeuntem).

L’ATTESA DEL GIORNO SENZA TRAMONTO (Rm 13,11-14)
11 E questo voi farete, consapevoli del momento; è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.
12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.
14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne.

LECTIO
Rm 13,11-10 è il noto passo che ha suscitato la “conversione” di Agostino d’Ippona:

“...Tornai concitato al luogo dove stava Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: Non nelle crapule e nell’ebbrezze... ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo... Non volli leggere oltre né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce quasi di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono” (Confessioni 8,12,29).

Il paragrafo tagliente e incisivo di Rm 13,11-14 si colloca al culmine della prima parte (Rm 12,1-13,10 della sezione paracletica (Rm 12,1-15,13), come dimostra l’introduttivo “E questo voi farete” (v. 11). Sembra che Paolo intenda raccogliere tutte le esortazioni precedenti, compresa quella sulla sottomissione alle autorità civili (Rm 13,1-7) e quella sull’amore come pienezza della Legge (Rm 13,8-10), nell’orizzonte nuovo della vigilanza cristiana, nell’attesa del giorno finale della storia. In tale prospettiva possiamo riconoscere un ulteriore contesto dell’etica paolina, da collocare in continuità con quello dell’amore e con quello teologico dell’azione di Cristo e dello Spirito. Attraverso le proprie scelte radicali, il credente attesta la propria vigilanza, in vista dell’incontro finale con il Signore. Tuttavia, a riguardo è bene precisare che la prospettiva escatologica si fonda, per Paolo, su quella apocalittica della relazione con la morte e risurrezione di Cristo. Con il linguaggio di Rm 13,11-14 dobbiamo evidenziare che poiché i credenti “hanno cominciato a credere in Cristo” (v. 11= dimensione apocalittica), la loro salvezza definitiva è prossima a realizzarsi (dimensione escatologica). Pertanto non è l’escatologia a fondare la relazione con Cristo, ma l’apocalittica che riscontra l’inizio e il centro nella relazione passata e presente con Cristo.
Per illustrare la relazione dinamica tra l’essere in Cristo e l’essere con lui, Paolo ricorre al contrasto tra la notte e il giorno, il sonno e la vigilanza, le opere delle tenebre e le armi della luce. I credenti hanno già attraversato la notte delle tenebre e del sonno; si trovano all’alba, quando i primi bagliori lasciano intravedere la luce del giorno.
Tuttavia, con il loro modo di agire e con le scelte fondamentali, rispetto ai desideri della carne, essi sono chiamati come ad anticipare il giorno senza tramonto:
“Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno...” La notte, con le sue tenebre, può ammaliare ancora i credenti, lasciandoli piombare nella carne e nei suoi desideri (v. 14). Per questo è necessaria la vigilanza della fede, senza cedere alle sirene della notte: i credenti si sono già rivestiti di Cristo, mediante la fede e l’adesione battesimale (cf. Gal 3,27). Nondimeno, bisogna ogni giorno rivestirsi di lui, indossare l’abito dell’uomo nuovo, abbandonando definitivamente quello dell’uomo vecchio (cf. Col 3,9- 10; Ef 4,22-24).

INTERPRETAZIONE
- L’esortazione alla vigilanza inizia con un verbo che richiama l’inizio della fede in Cristo (v. 11): episteusamen è un aoristo che non si riferisce soltanto al passato dell’adesione a Cristo ma assume valore “ingressivo”. Dovremmo tradurlo non semplicemente con “diventammo credenti” (così anche la nuova versione della CEI), bensì con un più dinamico “cominciammo a credere”, giacché la relazione con Cristo non si limita al passato, chiuso in se stesso, ma perdura nel presente e si apre al futuro dell’unione con lui.
- Per calcare il contrasto tra le tenebre e la luce, Paolo ricorre alla metafora militare delle armi: la cosiddetta “panoplia” (v. 12). Già nella sezione kerygmatica, aveva esortato i credenti a “non porre le proprie membra come strumenti per l’ingiustizia bensì per la giustizia” (cf. Rm 6,13). Accenni analoghi alla panoplia si riscontrano anche in 2Cor 6,7 (“Con le armi della giustizia a destra e a sinistra”); sarà soprattutto nella tradizione paolina di Ef 6,13-17 che si svilupperà, in dettaglio, la coniugazione tra le virtù cristiane e le singole parti dell’armatura: “Prendete dunque l’armatura di Dio... attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia, i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”.
Anche se i credenti si trovano all’aurora del giorno, sono chiamati ancora a sostenere la lotta con le opere delle tenebre (orge, ubriachezze, lussurie, impurità, litigi e gelosie), per non essere risucchiati dal fascino della notte e dalla tentazione letale del sonno.
- Il linguaggio dello “spogliarsi” e “rivestirsi” (vv. 12-14) ha bisogno di essere chiarito in quanto, a prima vista, sembra poco adatto alla condizione nuova dei credenti: in fondo, un vestito non cambia la sostanza della persona che lo indossa! Tale vocabolario è di marca anticotestamentaria e giudaica: nell’AT “sono rivestiti” dello Spirito del Signore personaggi come Gedeone (cf. Gdc 6,34) e Amisai (cf. 1Cr 12,19). In questi casi si tratta di una vera e propria investitura che denota un cambiamento radicale nelle persone raggiunte dallo Spirito.
In modo analogo, per esprimere il cambiamento interiore ed esteriore, Paolo dirà in Gal 3,27 che “quanti sono stati battezzati in Cristo si sono rivestiti di Cristo”; e il cambiamento totale è riconoscibile nella negazione di qualsiasi differenza fra i credenti, al livello della fede: “Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù” (Gal 3,28; cf. anche la tensione tra rivestimento e spoliazione nella prospettiva escatologica di 2Cor 5,1-11).
- La lista dei vizi, riportata al v. 13, non è esaustiva ma esemplificativa: ha la funzione di rendere visibile la condotta disordinata di chi non si lascia guidare dall’azione dello Spirito.
Cataloghi simili e più ampi si riscontrano in Rm 1,18-32; e circa il contrasto tra la lista dei vizi e quella delle virtù cf. Gal 5,19-26.

ATTUALIZZAZIONE
L’etica cristiana non si limita all’amore per il prossimo, quale riflesso dell’amore per Dio, ma sperimenta una tensione in atto tra il passato-presente dell’adesione a Cristo, e il futuro dell’essere con lui, dell’andargli incontro rivestiti di lui. In genere non ci si riveste di una persona: l’espressione paolina è audace, poiché pone in risalto la manifestazione esterna del cambiamento radicale realizzatosi, con l’adesione a Cristo, nell’uomo interiore.
Anche se forse Paolo non si riferisce ancora al rituale del battesimo cristiano, durante il quale ci si spoglia per indossare la veste bianca della fede, in quanto non abbiamo attestazioni prima del ’70 d.C., il gesto rende visibile la novità profonda della vita cristiana. Non a caso, i percorsi di “nuova evangelizzazione” proposti nella Chiesa contemporanea ripropongono un ritorno al battesimo, come inizio dell’uomo nuovo rispetto al vecchio. Qual è l’importanza del battesimo nella nostra condotta etica? Tornare al battesimo! Tale imperativo comporta scelte radicali e definitive, con le quali il credente prende le distanze dalla propria vita “secondo la carne” per lasciarsi, ogni giorno condurre dallo Spirito.
L’istanza retta sull’opposizione tra passato e presente, tenebre e luce, sonno e vigilanza non è proposta da Paolo in modo irrealistico ma con la modulazione della progressione: si è come all’alba del nuovo giorno; la notte è avanzata e non si appartiene ancora al giorno definitivo, il terzo giorno della Pasqua cristiana. Per questo, la guerra con il peccato e con la morte è stata già vinta da Cristo, “nostra pasqua”: rimangono le lotte quotidiane che ogni credente è tenuto a sostenere con le “armi della luce”.
Allo scoraggiamento, dovuto al procrastinarsi del giorno, può aggiungersi la superficialità di chi, poiché “lo sposo tarda a venire”, si dedica a una condotta indegna dell’abito che s’indossa. Tra l’una e l’altra tentazione si trova la lotta di chi anticipa, con le proprie scelte, la partecipazione del giorno senza tramonto: sono le scelte evangeliche del discepolato che si materializzano nel distacco dalle ricchezze, nella fiducia per la Provvidenza, nella povertà per il regno dei cieli, in scelte di celibato o di castità matrimoniale e, in definitiva, nell’amore senza sconti o contratti verso tutti, amici e nemici. In tal modo, le lancette del tempo corrono veloci; e si è come in “pieno giorno”.
Quali scelte evangeliche rendono presente, nell’oggi del nostro tempo, la sequela di Cristo sino all’incontro con lui? Come testimoniare, per quanti non hanno speranza, che siamo di passaggio in questo mondo? E che siamo nell’attesa dell’incontro con lui? Sarebbe terribile se l’arrivo improvviso dello Sposo, simile a quello di un ladro nel mezzo della notte, ci cogliesse senza vigilanza, parcheggiati nelle nostre modalità di pensare e di agire. Saremmo paragonabili alle cinque vergini stolte della parabola evangelica; di fronte alla loro invocazione “Signore, signore, aprici”, lo sposo risponderebbe: “Non vi conosco” (Mt 25,11-12).
Forse la più antica professione di fede delle prime comunità cristiane è tutta raccolta nell’invocazione, riportata da Paolo, nella conclusione della 1Corinzi, “Maranà tha” (1Cor 16,23), con il duplice significato indicativo e vocativo: “Il Signore viene” e “Vieni Signore”.
Rassicurante, per quanti perseverano nella lotta, è l’epilogo dell’Apocalisse di Giovanni; lo riprendiamo per farlo nostro: “Colui che attesta queste cose dice: Si, vengo presto! Amen. Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20).

In Sintesi
L’evento finale e decisivo della storia di salvezza profetizzato da Isaia e annunciato dal vangelo come “venuta del Figlio dell’Uomo” viene colto nelle letture odierne nella sua portata giudiziale: esso giudica le violenze e le guerre che gli uomini scatenano (I lettura); le immoralità in cui si perdono (II lettura); l’incoscienza e l’ignoranza colpevoli con cui si anestetizzano (vangelo). L’annuncio escatologico non è un messaggio spiritualistico, ma ha un impatto forte sulla storia dei popoli (I lettura), sulla quotidianità delle esistenze dei credenti (vangelo) e sul loro comportamento (II lettura).
La simbolica della polarità notte – giorno, tenebre – luce, attraversa le tre letture e consegna un messaggio che intende svegliare il credente e guidarlo a conversione. È la tenebra delle genti che non conoscono il cammino da percorrere e che vengono illuminate dalla Parola di Dio (“camminiamo nella luce del Signore”: Is 2,5); è la tenebra della generazione di Noè che non capisce nulla, non discerne il tempo e i suoi segni e così perisce; è la notte che chiede al padrone di casa di vegliare per impedire al ladro di svaligiargli la casa (vangelo); è la notte simbolo del peccato, da cui il credente è chiamato a risvegliarsi gettando via le opere delle tenebre e indossando le armi della luce (II lettura).

La prima domenica di Avvento, che segna l’inizio di un nuovo anno liturgico, contiene un invito a ricominciare: si tratta di ricominciare il cammino di fede ascoltando di nuovo la Parola di Dio (I lettura); facendo memoria degli inizi della fede, dunque del battesimo (II lettura); assumendo la storia quotidiana come luogo di vigilanza e discernimento (vangelo). In questa prospettiva di inizio o re-inizio, è significativo che il passo di Paolo sia stato decisivo per la conversione di Agostino (Confessioni VIII,12,29).
Ascoltata la voce che dice “Prendi e leggi”, Agostino apre la Scrittura e trova il passo che dice: “Non nelle gozzoviglie e nelle ubriachezze, non nelle orge e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non assecondate la carne nella sue concupiscenze”. Afferma Agostino: “Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Infatti, appena terminata la lettura di questa frase, una luce, quasi di certezza, penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono”. Anche Agostino vive il suo risveglio, il suo passaggio dalle tenebre alla luce.
Il vangelo, istituendo un parallelo tra il diluvio, che sconvolse la quotidianità ripetitiva della vita della generazione di Noè, e la venuta del Figlio dell’Uomo, ammonisce a non annegare nella banalità dei giorni. La generazione di Noè non è dipinta da Gesù come malvagia o empia, ma semplicemente come incosciente: “Non si accorsero di nulla” (Mt 24,39).
La generazione di Noè perì per mancanza di discernimento. E così perì due volte: nel diluvio e senza sapere perché. Noè, invece, seppe discernere e così salvò se stesso e il futuro: il discernimento dell’oggi salva il futuro. E questa è la responsabilità. La colpa, se di colpa si deve parlare, intravista nel nostro testo, è dunque l’irresponsabilità, l’assenza di discernimento.
Vigilare significa esercitare l’intelligenza, la riflessione, il pensiero sui tempi che si vivono, per non essere sorpresi dalle catastrofi che si preparano nascostamente nell’oggi nella storia, nella chiesa, nelle relazioni famigliari e personali. Il credente è chiamato a pensare e conoscere l’oggi a partire dalla venuta del Signore e dalle sue dimensioni di impensato e di ignoto (cf. Mt 24,36.44).
La venuta del Signore non impegna solo a vigilare sui tempi, ma anche sulla verità del proprio cuore. Il riferimento alle due persone impegnate nello stesso lavoro, che nulla sembra distinguere, e di cui però una viene presa e l’altra lasciata, indica che ciò che nella quotidianità dei giorni può rimanere nascosto, sarà manifestato alla venuta del Signore. La differenza si gioca nell’invisibile interiorità. “In interiore homine habitat veritas” (Agostino); “Il cammino della conoscenza porta verso l’interiorità” (Novalis).

 

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