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09/02/2014 - Lectio della 5' Settimana del Tempo Ordinario - Anno A

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DOMENICA V - A

Le tenebre coprivano l’abisso.
Tutto era informe e vuoto.
La Parola! Ed ecco la Luce,
amabile visione del Verbo.

Tutto fu impregnato dalla luce,
muovendosi in danze ordinate,
armonia e delizia dell’universo.

Nell’estasi dell’amore, Dio
soffiò nella polvere la vita,
e fu l’uomo e fu vera luce.

Tenebre dense del peccato,
eclisse di ombra della morte!
Da Gesù brillò la vera luce.

«Non più tenebre! Seguitemi,
sono Io la luce del mondo,
con me anche voi siete luce.

Perché ve ne state nascosti?
Fate brillare le vostre opere,
nell’armonia delle creature.

Dall’intelletto, riflesso del Verbo,
sprizzi la luce del vostro amore,
benefico calore per tanti uomini».

PRIMA LETTURA Is 58,7-10

Is 58,7-10. Terzo Isaia: profezie pronunciate nel tempo immediatamente seguente all’esilio: Gerusalemme è mucchio di rovine, il Tempio è distrutto; il popolo oppresso particolarmente la parte ritornata. L’oracolo si inserisce in questa situazione. Il popolo implora la restaurazione con la preghiera e il digiuno (v. 5). Ma Dio sembra non ascoltare e vedere e risponde anzi a questi digiuni, risponde: niente da fare (2). Il popolo allora si lamenta: (v. 3). Dio non apprezza tutto questo (v. 6). Non ascolta e non apprezza perché non c’è un’intima e leale conversione (vv. 3-4); la pace e il benessere sono intesi come occasione per esercitare la loro prepotenza i loro soprusi.
Dio dice quali sono le condizioni per accogliere le suppliche: v. 7 raminghi sono coloro che vengono dall’esilio, senza casa, profughi. Il peccato dei ricchi è enorme. Il peccato dei ricchi è enorme per cui Dio fa dei poveri il suo popolo.
Il deserto è fiorito al ritorno del popolo, ma il suo cuore non si è convertito.
Allora se farà tutto questo, verrà improvvisa la guarigione. v. 8. "la tua luce" è il Signore (v. 10).
v. 9 "eccomi" sempre a tua disposizione: e il popolo sarà tutto avvolto dalla presenza del Signore: «camminerà davanti a te la giustizia che ti dà il Signore e ti farà da retroguardia la Gloria del Signore».
(d. UMBERTO NERI, Omelia, S. Antonio, 6.2.1972).

Il cap. 58 di Isaia è dedicato quasi interamente al digiuno. Il profeta è invitato a gridare «a squarciagola, a non avere riguardo» (Is 58,1) il peccato di Israele: essi digiunano come coloro che praticano la giustizia, ma lo fanno tra litigi e violenza. Essi si attengono ai gesti liturgici del digiuno, ma compiono l’ingiustizia.
Il Signore, tramite Isaia, vuole far sapere al suo popolo qual è il vero digiuno che gradisce: liberare chi è sottoposto al giogo dell’oppressione. Infatti il digiuno che vuole il Signore è la condivisione della vita con i poveri senza trascurare i parenti, quelli della propria famiglia, verso cui è il primo dovere di solidarietà.
Questo comportamento illumina il mondo e rimargina le ferite dell’animo di chi è oppresso. La giustizia diventa come una guida che indica la strada della vita nella storia e la gloria del Signore accompagnerà il giusto per sostenerlo nella sua decisione.
Questa pratica della giustizia, da cui sorge la preghiera al Signore, è ciò che attira l’attenzione di Dio, che si renderà presente per accompagnare l’uomo che vive la giustizia verso i fratelli.
La giustizia si realizza quando non c’è oppressione, c’è il giudizio con misericordia nei confronti dei peccatori e non c’è un parlare contro Dio. Essa si realizza quando si ha compassione dell’affamato condividendo con lui quel poco o tanto che si può, quando si consolano gli afflitti.
La giustizia praticata diventa così luce che illumina le tenebre dell’ingiustizia e dona speranza a tutti coloro che vedono all’opera uomini e donne che vivono secondo la giustizia di Dio.

Dal libro del profeta Isaìa

Così dice il Signore:
7 «Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Il digiuno che Dio gradisce consiste nello spezzare il pane all’affamato, nell’introdurre sotto il proprio tetto coloro che sono poveri privi di abitazione, nel dare un vestito a coloro che ne sono spogli. Senza trascurare i tuoi parenti (lett. non ti nascondere dalla tua carne) significa fare finta di non vedere e di pensare che non ti appartengano come fossero di un’altra razza, lingua e popolo. Vi è un rapporto equilibrato con tutti.
In queste tre opere la Parola ricorda tre necessità fondamentali dell’uomo: il cibo, la casa e il vestito (cfr. Es 21,10: Se egli ne prende un’altra [donna] per sé, non diminuirà alla prima il nutrimento, il vestiario, la coabitazione) e ci ricorda che ogni uomo ha in sé l’obbligo di provvedere al suo prossimo queste tre necessità fondamentali. Non solo è insufficiente dare la libertà all’uomo (come ci ricorda il verso precedente) ma è necessario aiutarlo perché possa provvedere a quanto gli è necessario, altrimenti egli è costretto a ridursi di nuovo in schiavitù.

8 Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.

Le tenebre, in cui siamo immersi, si rischiarano solo con queste opere che nella nostra tradizione vengono chiamate «opere di misericordia». Sotto il termine «tenebre» il testo sacro include tutto quello che impedisce all’uomo il suo cammino spirituale, dalla cecità, provocata dalle passioni del suo cuore, alla tribolazione, che lo avvolge e gli toglie la speranza. È chiamata la tua luce cioè quella che rischiara il tuo cammino.
La tua ferita più che quella fisica è quella interiore provocata dalle sofferenze e dalle tribolazioni. La medicina che guarisce è quanto ha detto in precedenza.
La tua giustizia, Colui che è la tua giustizia, il tuo Dio, come è scritto: Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato (Sal 4,2). Egli cammina davanti ai suoi, come il pastore davanti al gregge per difenderli dagli avversari e procurare loro pascoli di vita eterna (cfr. Gv 10,4: «E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce» e altrove: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla (Sal 22,1). Allo stesso modo Egli con la manifestazione della sua gloria sta dietro per difendere i suoi da ogni pericolo.

9 Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.

La preghiera al Signore (invocazione e richiesta di aiuto) sarà prontamente esaudita come il Signore ascoltò il grido dei figli d’Israele nella loro oppressione, come è scritto: I figli d’Israele gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe (Es 2,23-24). Il popolo si era infatti lamentato di non essere esaudito (cfr. v. 3: Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?).

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
10 se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

L’oppressione (lett.: il giogo). Esso è simbolo di schiavitù (cfr. v. 6). Puntare il dito è un segno convenzionale nel contratto. Significa con le labbra dire una parola e a gesti far capire altre cose (cfr. Pr 6,12-13: Il perverso, uomo iniquo, va con la bocca distorta, ammicca con gli occhi, stropiccia i piedi e fa cenni con le dita). Nel parlare empio è pure inclusa la parola ingannevole.
Se aprirai il tuo cuore all’affamato (lett.: se offrirai la tua anima, cioè te stesso). Dare se stessi, il proprio amore e la propria attenzione è ben più che dare il pane.
Se sazierai l’afflitto di cuore lett.: se l’anima umiliata sazierai), se ti avvicinerai a lui e lo sfamerai in ciò che ha bisogno con volto buono (il povero infatti è molto sensibile al volto di chi gli dona). Nel termine ebraico «anima» sono compresi diversi significati: se stessi, le disposizioni interiori, vita e quanto serve per la nostra vita.
Ripete quanto ha precedentemente detto per confermare ogni incertezza sulla promessa divina. Il Signore conosce il nostro cuore sa che è pieno di ragionamenti e di paure per cui ripete per noi due volte per confermarci e rafforzarci nella sua Parola. Ma per la sua Parola non c’è necessità di ripetere, essa è immutabile.

SALMO RESPONSORIALE Sal 111

R/. Il giusto risplende come luce.

Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito,
amministra i suoi beni con giustizia. R/.

È felice l’uomo che è pietoso e dà in prestito, non chiude il cuore nell’avarizia e nella speculazione, ma, al contrario amministra i suoi beni con giustizia, essendo fedele e obbediente alla Legge del Signore: questa vieta di sfruttare i poveri ma al contrario comanda di averne cura.

Egli non vacillerà in eterno:
eterno sarà il ricordo del giusto.

L’uomo buono e giusto amministratore ottiene la benedizione divina: non vacillerà in eterno, se cade non sta in terra perché il Signore lo tiene per la mano (Sal 36,24).
Il giusto sarà una memoria eterna, mentre l’avaro viene dimenticato ed è simile all’aborto. Qo 6,6: Se uno vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, forse non dovranno andare tutti e due nel medesimo luogo?
L’avarizia porta alla durezza del cuore e a consumare la propria vita senza luce, ma nell’oscurità, e quindi non viene ricordato con gioia.

Cattive notizie non avrà da temere,
saldo è il suo cuore, confida nel Signore. R/.

Sicuro è il suo cuore, non teme,
egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre,
la sua fronte s’innalza nella gloria. R/.

Dona largamente ai poveri, cioè disperde quanto possiede nel grembo dei poveri. È simile al seminatore che getta con abbondanza il suo seme e attende un buon raccolto. Cfr. 2Cor 9,9: Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza con larghezza raccoglierà.
Questa giustizia, che lo fa essere misericordioso, resterà in eterno e gli fa alzare la fronte nello splendore della gloria del Cristo, che viene.


SECONDA LETTURA 1Cor 2,1-5

«1Cor 2,1-5. La scelta di Dio è gratuita perché si compiace di ciò che non è, che è ignobile, piccolo ecc. Essendo questa la volontà di Dio, l’annuncio deve essere conforme e adeguarsi a questa scelta in due sensi.
- nel modo: v. 4: è assurdo annunciare l’Evangelo secondo il gusto degli uomini poiché ha in sé una scelta assurda.
- nel contenuto: la scelta si realizza mediante la croce di Cristo. questo è il paradosso: Cristo crocifisso. v. 2: è soltanto così che l’annuncio si adegua alla realtà sua più profonda e alla scelta di Dio, perché così appare in ciò che l’annuncio realizza, come sia soltanto la potenza di Dio che opera e come Dio opera per puro amore. Solo allora, quando non c’è nessuna sapienza umana che camuffa e che riveste la Parola del Signore, l’annuncio avviene nella potenza dello Spirito»
(d. UMBERTO NERI, omelia, S. Antonio, 6.2.1972).

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

1 Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza.

La scelta divina si manifesta anche nell’Apostolo venuto, perché mandato da Dio, ad annunciare il mistero di Dio cioè l’Evangelo così chiamato, perché il suo contenuto è la conoscenza di Dio, rivelataci da Gesù, suo Figlio. Altri codici leggono: testimonianza perché l’Evangelo dà testimonianza a Dio di quanto ha operato attraverso la Croce di Cristo. L’Apostolo non ha fondato la testimonianza di Dio su sublimità di parola o di sapienza per non rendere vana la croce di Cristo (1,17)

2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.

Per questo l’apostolo ha fatto una scelta ben precisa: io ritenni di non saper altro e quindi di rinunciare a tutto quanto sapeva in precedenza e che gli poteva essere utile (cfr. Fil 3,7-9) e sul quale fondano il loro vanto i falsi apostoli (cfr. 2Cor 11,21-23), se non Gesù Cristo, e questi crocifisso.

3Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione.

L’annuncio di Gesù Cristo Crocifisso è impresso nell’Apostolo la cui venuta tra i corinzi è avvenuta in debolezza e con molto timore e trepidazione.
Debolezza. In 15,43 è detto del nostro corpo che seminato nella debolezza risorge nella potenza. In Paolo questa debolezza si manifesta nel modo dimesso di presentarsi, infatti di lui a Corinto si dice: Le lettere sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa (2Cor 10,10). Questa debolezza fa parte del modo in cui Dio ha voluto salvare il mondo: Cristo si è manifestato debole, infatti fu crocifisso per la sua debolezza (2Cor 13,4) e in Lui partecipiamo della stessa debolezza (ivi). Quindi la debolezza diviene motivo di vanto (2Cor 11,30; 12,5.9) e di gioia (2Cor 12,10; 13,9) (cfr. GLNT, STAHLIN).
«La debolezza è l’essere sprovveduto di qualsiasi strumento umano. Egli è sprovveduto di mezzi umani, quindi è inferiore» (sr Cecilia, appunti di omelia, Monteveglio, 10.5.1977).
Timore. Nella lettera solo qui. cfr. At 18,9-11
Trepidazione. Usato da Paolo sempre unito a timore (1Cor 2,3; 2Cor 7,15; Ef 6,5; Fil 2,12). Questo uso viene a Paolo dai LXX

4 La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza,

Se da una parte l’Apostolo appare debole perché partecipe del Cristo Crocifisso e pertanto la sua parola non può fondarsi su persuasivi discorsi di sapienza, dall’altra la sua parola e il suo messaggio si basano sulla manifestazione dello Spirito cioè hanno come argomento e prova inconfutabile lo Spirito Santo che, attraverso la parola della Croce, annunciata dagli apostoli, manifesta la sua potenza.

5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Questo perché non accada che la fede di chi ascolta si fondi sulla sapienza degli uomini ma sulla potenza di Dio. Se la fede si fondasse sulla sapienza non sarebbe più fede. Infatti la fede ha come unico ha come unico fondamento la potenza di Dio a noi rivelata dalla debolezza di Cristo crocifisso e dalla stoltezza della predicazione.

CANTO AL VANGELO Cf Gv 8, 12

R/. Alleluia, alleluia.

Io sono la luce del mondo, dice il Signore;
chi segue me, avrà la luce della vita.

R/. Alleluia.

VANGELO Mt 5,13-16

Dal vangelo secondo Matteo

Mt 5,13-16. voi siete: non è un comando, ma una proclamazione che fa dei discepoli ciò che dice. Non dice dovete ma siete. Non dice «dovete essere», ma siete e nell’atto in cui lo dice crea. È la proclamazione di un fatto, l’annuncio di un dono, qualcosa che si è già compiuto, che Dio ha compiuto, perché questa Parola di Gesù opera quello che dice. Non dice nemmeno «voi avete», ma voi siete.
Il sale, elemento di purificazione e di preservazione (Lv 2): con questo sale il mondo può essere offerto a Dio.
La luce: Dio, i santi, Israele, la Parola di Dio (la Legge), il Tempio, Gerusalemme: tutte queste cose possono dirsi del popolo della nuova alleanza, in cui Dio inabita, che è un popolo di santi. S. Paolo si rivolgeva ai santi, che è il vero, il nuovo Israele, che è il popolo in cui la Parola di Dio, la Parola della vita abita e risuona, è il nuovo tempio, è la vera Gerusalemme.
Città sul monte: Gerusalemme, meglio ancora il Tempio, perché se Gerusalemme è circondata di monti, in Gerusalemme, elevato su Gerusalemme è il tempio. Ad esso accederanno tutti i popoli (cfr Is 2). Il nuovo popolo di Dio è il nuovo tempio.
Lucerna: la lucerna è la Parola di Dio, è il segno della presenza della gloria di Dio nel Tempio.
Tutte queste cose si dicono del Cristo: nuovo Tempio, lucerna che si pone per i nostri passi.
È bello, pensate, vedere come tutte queste cose si dicono in modo più o meno diretto, ma chiaramente riconoscibili sempre nel Nuovo Testamento, del Cristo! Del Cristo che è la Vita, del Cristo che è l’“Anastasis”, la Risurrezione; cioè è rimanendo in Lui che non si muore, è Lui che è l’incorruzione: chi è in Lui non vedrà la corruzione! È il Cristo che dice di sé: «Io sono la luce del mondo». È il Cristo il nuovo Tempio: il Cristo crocifisso e il luogo dove era stato crocifisso era vicino alla città e molti videro quella scritta...; è il Cristo che, quando è elevato, attira tutti a Sé. Il Cristo elevato che attira tutti a sé, è il nuovo Tempio di cui parla la profezia di Isaia chiaramente, secondo il Vangelo di Giovanni: «Io quando sarò elevato da terra, tutti trarrò a me stesso». Riecheggia il capitolo secondo di Isaia che abbiamo meditato nel tempo dell’Avvento, proprio questo anno. Ed è il Cristo la lucerna. Infatti dice il Cristo: «Chi mi segue - l’abbiamo cantato proprio prima della proclamazione dell’Evangelo - non cammina nelle tenebre». Ecco, allora, il Cristo è la lucerna che si pone per i nostri passi, per il nostro sentiero».
Tutto questo è detto anche dei discepoli. Dio, che non cede ad altri la sua gloria, fa dei discepoli del Cristo strumenti della sua gloria. È in questa prospettiva che ci sono gli ammonimenti.
Se il sale perde il sapore: Gesù afferma che il sale non può perdere il sapore, né la città sul monte essere nascosta. L’essenziale è restare per manifestare.
Le opere sono dono di Dio e la rivelazione di questo dono che manifesta la bontà di Dio: Dio ci dà le opere dobbiamo custodirle perché in questo modo la Gloria di Dio irraggi.
E tutto questo è detto anche dei discepoli nei confronti di tutto il mondo. È una realtà, che ha anche una funzione: il mondo ha luce, il mondo può orientarsi, il mondo è preservato dalla corruzione, soltanto in virtù di loro. «Voi siete la luce del mondo...».
Ed è in ordine alla Gloria di Dio; Dio cioè è glorificato nei suoi discepoli. Infatti dice: «così risplenda affinché vedano le vostre opere buone, e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli».
Dio che non cede ad altri la sua Gloria, fa strumento della sua Gloria discepoli del Cristo! È nei discepoli che Dio si glorifica: è attraverso di loro!
A questa luce che è il discorso diretto vanno intesi poi tutti gli altri ammonimenti che ci sono, contenuti in questo testo.
Dice: Se il sale perde il sapore, con che cosa gli si restituisce.
Lo sapete che questo è un testo che è stato irriso nella tradizione ebraica, nel Talmud. È uno dei pochissimi testi che hanno nel Talmud un riscontro negativo. È preso in giro! Dicono: «Il sale può forse perdere il sapore? Non può perdere il sapore!». Una cosa molto volgare quella con cui irridono a questa sentenza; dicono: «Se il sale perde il sapore con che cosa si sala? Risponde un maestro: «Sarà con la placenta di mula!». La mula è chiaro, non ha la placenta, e quindi e chiaro che mostra l’inconsistenza della sentenza.
Infatti Gesù dice che il sale non può perdere il sapore: e questa è una cosa importante! La prima cosa che dice è che non può perdere il sapore non soltanto che non deve, ma che non può perdere il sapore! Come la città posta sul monte, non può nascondersi! Come la lucerna fa luce, prima di tutto, per natura sua, e poi evidentemente non deve … deve cioè conservarsi nella realtà in cui è stata posta, deve restare.
È un discorso che è analogo a quello che fa continuamente il Vangelo di Giovanni: «restate in me». Noi siamo nel Cristo, dobbiamo rimanere nel Cristo; noi siamo risorti, dobbiamo vivere da risorti: il solito grande tema di tutto il Nuovo Testamento: siamo, una realtà che ci è donata e nella quale dobbiamo rimanere! Tutto è dato, e tutto è da realizzarsi, quello che è dato, nel nostro conservare il dono, puro dono di Dio! Restare. E restare per manifestarsi: restando ci si manifesta; ci si manifesta per tutto il mondo; si manifesta la Gloria di Dio in noi, adempiendo in questo modo alla nostra missione salvifica.
Questo è il valore delle opere mi pare nel Nuovo Testamento chiaramente: dono di Dio, sono date da Dio la vostra luce, voi siete la luce non potete non risplendere sono date da Dio, e sono la rivelazione di questo dono, perché Dio sia glorificato, perché si mostri quanto Dio è buono, quanto è glorioso, quanto è potente, e perché gli uomini, il mondo, siano santificati attraverso di esse.
Non sono più come in Isaia ma adesso qui rischiamo di fare la sintesi presentate come una condizione previa richiesta: Dio ci chiede le opere per ... no! Dio ci dà le opere, le ha già create per noi, dobbiamo custodirle, perché in questo modo, la Gloria di Dio irraggi!
d. UMBERTO NERI, Omelia, S. Antonio, 6.2.1972

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
13 «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete il sale della terra. È scritto: Dovrai salare ogni tua offerta di oblazione (Lv 2,13). I discepoli, in quanto sale della terra, rendono l’umanità un sacrificio a Dio gradito come dice l’Apostolo Paolo: Mi è stata concessa la grazia da parte di Dio di essere un ministro di Gesù Cristo tra le Genti, esercitando l’ufficio sacro dell’Evangelo di Dio perché le genti divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo (Rm 15,15-17). Se i discepoli, in quanto sale divengono stolti, non hanno più nessuna forza per la santificazione degli uomini. Essi divengono stolti quando in loro non c’è più l’Evangelo di Dio e non possono più dire con l’Apostolo: In tutto ho forza in colui che mi rafforza (Fil 4,13). Se essi perdono questa energia e in loro non si percepisce più il sapore evangelico vengono gettati fuori dal Regno, dalla sala nuziale, dall’intimità del loro Signore, nelle tenebre esteriori per essere calpestati dagli uomini. Nella divina Scrittura l’essere calpestati è segno di massimo disprezzo. Nel Sal 56,1 si prega: Pietà di me, o Dio, perché l’uomo mi calpesta e in Is 63,18: Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario?. Così avviene del discepolo che ha perso il sapore evangelico.

14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15 né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

Gesù è la luce del mondo, come Egli stesso afferma: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). I discepoli, in quanto membra del suo corpo, vengono da Lui illuminati e divengono essi stessi luce del mondo. Infatti nel momento stesso che accolgono in sé l’Evangelo con la fede, essi divengono luce che s’irradia nella carità, come insegna l’Apostolo: La fede opera nella carità (Gal 5,6). Immediatamente il Signore parla della città posta in cima a un monte che non può restare nascosta. Questo passaggio è giustificato dal fatto che i discepoli, in quanto cittadini della città posta sul mondo, sono luce del mondo. Questa città richiama Gerusalemme e quindi la Chiesa e la sua realizzazione finale che è la Gerusalemme dall’alto. Nella profezia di Ezechiele si contempla questa città posta sul monte là dove dice: Mi collocò sopra un monte alto assai, sul quale vi era come costruita una città, dal lato di mezzogiorno (40,2). Lo stesso accade nell’Apocalisse: E mi condusse in spirito su un monte grande e alto e mi mostrò Gerusalemme (21,10). La Chiesa non può rimanere nascosta, infatti «non è più adombrata nell’annunzio della Legge, ma mediante l’insegnamento evangelico. è resa ben visibile da un’esplicita predicazione» (Cromazio). I figli di questa città sono la luce del mondo e il sale della terra.
Prima ha parlato della città e ora parla della casa; sotto differenti immagini parla dello stesso mistero, la Chiesa. Essa, in quanto città, è visibile a tutti e irradia la luce dell’Evangelo mediante i suoi discepoli e in quanto casa è illuminata dalla lucerna posta sul lucerniere. In questa similitudine è rivelato il Cristo che illumina tutti coloro che sono nella casa (in queste parole si allude a Israele) mentre in Luca si dice: «Perché quelli che entrano vedano la luce» (8,16) (alludendo alle Genti). Il Cristo è l’unica luce che illumina sia coloro che già sono chiamati che quelli che vengono man mano chiamati. Infatti la Legge e i Profeti hanno adombrato i misteri, il Cristo li ha rivelati. Quanti erano già sotto la Legge erano nella casa come nel buio di un carcere; venuto il Cristo, hanno visto la luce. E da questa luce sono attratte anche le Genti per entrare nella casa. Che il Cristo sia la lucerna è detto anche nell’Apocalisse: E la città non ha bisogno di sole e di luna che la illuminino; infatti la gloria di Dio l’ha illuminata e la sua lucerna è l’Agnello (21,23). L’Agnello, l’Immolato e l’Innalzato, è la lucerna che illumina la Chiesa che così non ha bisogno di nessuna luce che derivi dalla conoscenza naturale. Anzi questa è illuminata dall’Evangelo nel quale il Cristo risplende come lucerna.

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Il Signore ha chiamato precedentemente i discepoli la luce del mondo e ha paragonato se stesso alla lucerna che illumina la Chiesa, «secondo il mistero del corpo da lui assunto» (Cromazio), ora trae una conseguenza: così risplenda la vostra luce. Questa è la luce con la quale veniamo illuminati dalla lucerna e che, riferendosi al mistero dell’Incarnazione, possiamo definire anche la luce della fede. Ora questa luce risplende davanti agli uomini nelle nostre opere buone che Dio ha predisposto perché camminassimo in esse (Ef 2,10). L’obbedienza della fede è infatti visibile in queste opere predisposte da Dio e nelle quali si manifesta la luce dell’Evangelo. In essa gli uomini possono conoscere il Padre e quindi glorificarlo. Questa è la via, che il Signore indica, per giungere alla conoscenza del Padre celeste. La via passa attraverso le opere buone dei suoi discepoli, nelle quali risplende la luce del Cristo, innalzato sul lucerniere, che illumina e attrae a sé tutti.

PREGHIERA DEI FEDELI

C. Illuminati dalla Parola di Dio, posta come lucerna sul nostro cammino, eleviamo ora la nostra comune preghiera al Padre ricco di misericordia verso quanti lo invocano con cuore sincero.
R/ Ascolta, o Padre, la nostra supplica.

 Perché la santa Chiesa, posta sul monte viva perfettamente la sua adesione al Cristo per attirare a Lui tutti i popoli, preghiamo.

 Perché ogni uomo sia illuminato dalla luce evangelica e la faccia risplendere nelle sue opere buone, preghiamo.

 Perché i popoli non seguano le passioni ingannevoli dell’odio, dell’orgoglio e della vendetta generando guerre, distruzione e morte ma amino la giustizia e la pace, preghiamo.

 Perché coloro che governano cerchino il bene dei popoli loro affidati in modo cha a ognuno sia garantita la casa, il cibo e il vestito, preghiamo.

 Perché lo Spirito del Signore sia sostegno e salute per gli infermi, consolazione per gli afflitti, speranza per i morenti e riposo eterno per i defunti in attesa della beata risurrezione, preghiamo.

C. O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Scheda su Mt 5, 1-12a

NB: Mt 5,13-16 è una specie di embolismo delle beatitudini. Avendo saltato il testo a motivo della Candelora, è preferibile almeno farvi un cenno, seppure veloce.

Dal vangelo secondo Matteo

Mt 5,1-12a: esso non presenta un ideale soggettivo di santità e perfezione, ma indica tutti gli stati e le categorie del popolo di Dio: questo è fatto di gente che volontariamente e nello Spirito rinuncia alle ricchezze, alla gioia di questo mondo, che si lascia guidare dalla brama della giustizia di Dio, che purifica il suo cuore per vedere Dio in tutte le creature e in tutto l’essere, e così via. Ecco come sono fatti gli strati del popolo di Dio: di questa tribù in marcia del popolo di Dio
(d. G. DOSSETTI, Appunti di omelia, s. Antonio, 30.1.1972).

5,1 In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Vedute le folle salì verso il monte e, sedutosi gli si avvicinarono i suoi discepoli;

Le folle, che vengono a Lui da tutte le parti della terra santa, formano la Chiesa, il popolo da Lui sanato.
Egli, vedutele, sale verso il monte a indicare che la città è posta sul monte secondo quanto dice dopo: «Non può essere nascosta una città posta su un monte» (v. 14).
La Chiesa, formata dalle Genti e da Israele, sale sul monte dov’è il Cristo. Si realizza così la profezia di Isaia al cap. 2,1-4: Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti … c’insegnerà le sue vie e potremo camminare per i suoi sentieri.
Per insegnare, il Signore si siede e intorno a Lui si forma l’assemblea dei santi; infatti gli si avvicinano i suoi discepoli come è scritto: Certo egli ama i popoli; tutti i suoi santi sono nelle tue mani, mentre essi, accampati ai tuoi piedi, ricevono le tue parole (Dt 33,3).

2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
e avendo aperto la sua bocca, li ammaestrava, dicendo:

Egli ora apre la sua bocca «Lui che nella Legge antica era solito aprire quella dei profeti» (Agostino), come accadde al profeta Isaia la cui bocca fu toccata dal carbone ardente (Is 6,6-7). Infatti Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Eb 1,1-2). Dalla sua bocca esce la grazia dell’insegnamento, infatti la bocca parla dalla pienezza del cuore (Mt 12,34) e il suo pensiero è più vasto del mare e il suo consiglio più del grande abisso (Sir 24,27).

3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.

Gesù colloca la povertà nello spirito. Qui essa diviene beatitudine perché rende partecipi del regno dei cieli.
Lo spirito è il principio della vita, che fa essere individuo. Senza di esso vi è la morte. Lo spirito appartiene a Dio come Egli stesso dice: «Non dimorerà il mio spirito in questi uomini in eterno» (Gn 6,3). Il saggio dice: Chi sa che lo spirito dell’uomo è quello che sale in alto? (Qo 3,21) e come risposta dice più avanti: Ritorna la polvere alla terra, com’era prima e lo spirito torna a Dio che lo ha dato (12,7). Alla sorgente dell’essere e dell’esistere Gesù colloca la povertà, come realtà che abbraccia tutto l’uomo e ne determina tutta la sua esperienza. È chiaro che essere povero significa pertanto un passaggio spirituale dall’essere in Adamo, come creatura vecchia, ammalata, soggetta al peccato, all’essere in Cristo nella sua povertà, cioè nel suo annientamento che è sorgente di ricchezza per noi; infatti Colui che è povero ci ha arricchiti con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). L’essere poveri nello spirito implica pertanto delle scelte radicali sia nell’intimo che nella vita. In queste scelte si rivela l’appartenenza al Regno.
I Padri dicono che la povertà nello spirito è l’umiltà, come dice Agostino: «Giustamente qui sono chiamati “poveri nello spirito” gli umili e quanti temono Dio, cioè che non hanno uno spirito che si gonfia».

4 Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati quelli che si affliggono perché essi saranno consolati.

Il Signore cita il profeta Isaia (61,2). È il testo che definisce la sua missione: Lo Spirito del Signore è su di me … per consolare tutti coloro che si affliggono. Il Signore annuncia in questa beatitudine la sua missione. Tuttavia pone un futuro: saranno consolati. Questo mette in luce che ora la partecipazione al Regno dei cieli non genera consolazione ma è ancora caratterizzata dall’afflizione. Infatti ora vi sono di quelli che si affliggono a causa dei loro peccati antichi e soffrono per il rimorso di quelle colpe di cui si sono macchiati (cfr. Ilario). Altri giungono a un tale grado di amore per i fratelli che ne piangono le colpe come fa l’Apostolo con quelli di Corinto (2Cor 12,21) e come rimprovera loro di non aver fatto (1Cor 5,2). Vi è chi piange e si affligge per la Chiesa nella sua attuale situazione e per Israele che è indurito. Ad essi si rivolge il profeta: Gioite con essa con gioia voi tutti che vi affliggete per essa perché succhierete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni (Is 66,10-11). Anche i discepoli, che hanno fatto lutto e hanno pianto per il Signore morto (Mc 16,10), sono consolati dalla sua risurrezione. Ma a questa consolazione non è estranea anche ogni altra afflizione per l’amore del Signore. Ma è beata solo l’afflizione che è vissuta nella fede e nell’incrollabile speranza nella promessa. Infatti la beatitudine non è causata dall’afflizione ma dall’interiore certezza della fedeltà di Dio alla sua Parola. La beatitudine è quindi spirituale e sostiene lo stato di afflizione perché non degeneri nella tristezza senza speranza dell’angoscia. L’afflizione, quando è tutta nella fede, genera un’intima consolazione.

5 Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.

Anche qui il Signore cita le divine Scritture e precisamente il Sal 37,11: E i poveri (LXX: i miti) erediteranno la terra. Il Signore stesso si definisce mite e umile di cuore (Mt 11,29) e in questo si rivela come Messia come è detto in Zac 9,9 citato in Mt 21,5: Ecco il tuo re viene a te mite. Lo stesso Apostolo mette in luce la mitezza del Signore in 2Cor 10,1: Vi esorto per la mitezza e la mansuetudine di Cristo. Nell’Antico Testamento Mosè è definito molto più mite di ogni uomo che è sulla terra (Nm 12,3). L’esperienza di Dio toglie dal cuore la violenza e rende miti. Infatti il popolo, che segue il Cristo, è un popolo mite e umile (Sof 3,12). Ai miti è data in eredità la terra. Non questa, ma la terra dei viventi (cfr. Sal 26,3; 141,6). Infatti l’eredità è riposta nei cieli come è detto di Abramo: Aspettava la città dalle salde fondamenta il cui architetto e costruttore è Dio stesso (Eb 11,10). Questa terra, dice Ilario, «è il corpo che il Signore stesso ha assunto come dimora. Poiché il Cristo abiterà in noi grazie alla mansuetudine del nostro spirito, noi pure saremo rivestiti della gloria del suo corpo glorificato».
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.

Avere fame e sete è un’esigenza primaria dell’uomo. Quando uno ha fame e sete desidera solo questo e lo ricerca con tutto se stesso. Nella Scrittura per esprimere un desiderio intenso si parla di avere fame e sete. Vedi ad esempio Sal 42,3: È assetata la mia anima del Dio vivente e Sal 63,2: O Dio, Dio mio, per te veglio all’alba; è assetata di te la mia anima. L’essere affamati e assetati della giustizia deriva da una particolare situazione spirituale: Chi geme sotto il peso, chi se ne va curvo e spossato, chi ha gli occhi languenti, chi è affamato, questi ti rendono gloria e giustizia, Signore (Bar 2,18).
L’Evangelo parla di aver fame e sete della giustizia. L’Evangelo di Matteo concentra l’uso del termine «giustizia» in questo discorso della montagna. In 5,20 Gesù contrappone la giustizia dei suoi discepoli a quella degli scribi e dei farisei e la vuole superiore nell’esatta osservanza della Legge. Infatti subito dopo Egli interpreta con autorità i comandamenti mostrando in che cosa consiste questa superiorità. In 6,1 definisce «giustizia» l’elemosina, la preghiera e il digiuno e anche qui mostra in che cosa consiste la differenza tra i suoi discepoli e gli ipocriti e i pagani. In 6,33 abbina la giustizia di Dio e il regno. Qui vi è una contrapposizione con i beni primari come nella prima tentazione. Gesù caccia il diavolo, che lo tenta di usare la Parola di Dio per i beni primari e non per santificare l’uomo. Di questa fame e sete è segnato il Signore Gesù come nella prima tentazione: «Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4) e sulla croce grida: «Ho sete» (Gv 19,28). Il primo beato è Lui che ha fame e sete. Vedi Sir 24,20: Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti si abbeverano di me avranno ancora sete. Questa giustizia consiste nell’avere fame e sete di quella interiore santificazione che è il manto della giustizia (Is 61,10). Questa è solo data dal Cristo e la si ottiene mediante la fede.

7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i misericordiosi perché essi otterranno misericordia.

Misericordioso è un titolo divino che esige imitazione come è detto in Lc 6,36: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste». L’usare compassione diventa la misura del giudizio, come è detto in 18,33: «Non dovevi anche tu avere misericordia del tuo conservo come io ho avuto misericordia di te?» e in Gc 2,13: Il giudizio sarà senza misericordia contro colui che non avrà usato misericordia. Le beatitudini diventano ora attive. Infatti il Signore rende i suoi poveri (afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia) partecipi della sua vita divina facendoli essere misericordiosi, puri di cuore e operatori di pace. L’imitazione di Dio consiste nell’essere misericordiosi. (vedi Ef 4,32-5,1). Essi otterranno la misericordia del Regno che non è data per merito ma per grazia.

8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.

Nel Sal 24,4 è detto: Il puro di cuore, che non ha ricevuto invano l’anima sua, salirà il monte del Signore. È puro di cuore perché non ha ricevuto invano la sua anima contaminandola con il peccato e le vanità del mondo come dice Agostino. Tuttavia la purezza del cuore è un atto creativo divino per cui ciascuno così prega: Un cuore puro crea in me, o Dio (Sal 51,12). La supplica a Dio è esaudita in Cristo nel quale si ha l’uguaglianza tra Israele e le Genti come dice l’Apostolo Pietro: «Dio che conosce i cuori ha reso testimonianza in loro favore concedendo lo Spirito Santo anche a loro come a noi e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro purificandone i cuori con la fede» (At 15,8-9). Quindi la fede in Cristo rende puri i cuori. Purezza equivale a semplicità, come insegna Agostino che cita Sap 1,1: Nella semplicità del cuore cercatelo. Infatti l’intimo è purificato, in virtù della fede, dal torbido delle passioni, i cui pensieri sono complessi e distorti, ed è reso semplice. La semplicità è adesione alla Parola di Dio, i cui comandi sono limpidi e danno luce agli occhi (cfr. Sal 19,9). Dal cuore reso puro nasce l’invocazione al Signore (cfr. 2Tm 2,22). L’amore deriva dal cuore puro, da una buona coscienza e dalla fede sincera (cfr. 1Tm 1,5). Più il cuore diviene puro più intima e vera diviene la visione di Dio; ora di riflesso e in modo enigmatico, allora faccia a faccia (1Cor 13,12). Infatti la purezza di cuore è la progressiva trasformazione dello stato dell’Adamo terreno in quello celeste per la partecipazione alla natura divina. Questa diviene in noi principio dinamico di trasformazione come dice l’apostolo Giovanni: Sappiamo che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo così come è (1Gv 3,2). La visione nella fede è l’inizio di questo processo trasformante. Infatti nel salmo è scritto: Io nella giustizia vedrò il tuo volto, mi sazierò al risveglio della tua immagine (Sal 17,15) ed è quanto è detto nell’Apocalisse: E i suoi servi lo serviranno e vedranno il suo volto (Ap 22,3-4).

9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.

Operatore di pace è il Cristo, il Figlio di Dio, come è detto in Col 1,20: Rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. Quest’azione del Cristo, che fa la pace, ha come effetto, di creare in se stesso, dei due (= Israele e le Genti), un solo uomo nuovo (Ef 2,15). In virtù di questa pace, operata dal Cristo, i suoi discepoli possono operare la pace. Infatti Egli ci lascia la sua pace e ce la dona e noi possiamo, a nostra volta, donarla. La pace è già in mezzo a noi perché Cristo è la nostra pace (Ef 2,14) e quindi è possibile operare nella pace. Infatti, dice l’Apostolo Giacomo: Un frutto di giustizia è seminato nella pace per coloro che fanno la pace (Gc 3,18). Queste operazioni di pace, tipicamente divine, sono all’interno di noi stessi come dice il Signore stesso: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9,50). Il sale è segno dell’interiore sapienza per cui operatori di pace sono «coloro che calmano tutti i movimenti del loro animo e li sottomettono alla ragione, cioè alla mente e allo spirito» (Agostino). La pace dall’intimo si estende all’esterno per cui chi riprende con franchezza è operatore di pace (Pr 10,10 LXX). Il discepolo pertanto si caratterizza per questa ricerca della pace con tutti come insegna l’Apostolo: Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore (Eb 12,14). Il fatto che fin d’ora siamo figli di Dio si vede attraverso le operazioni di pace. La rigenerazione divina diviene visibile nel cercare la pace e perseguirla (cfr. Sal 34,15). Chi fa questo sarà chiamato figlio di Dio quando si rivelerà ciò che noi saremo (cfr. 1Gv 3,2).

10 Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Qui il Signore fa coincidere «giustizia» con se stesso. Dice a causa della giustizia e a causa mia. Infatti, dice l’Apostolo: Cristo è divenuto sapienza per noi da parte di Dio, giustizia, santificazione e redenzione (1Cor 1,30). Essendo la giustizia, Egli è colui nel quale si rivela la giustizia. Egli è perseguitato come è detto in Gv 5,16: Per questo i giudei perseguitavano Gesù perché faceva queste cose nel sabato. Nel sabato Egli rivela l’opera del Padre e quindi la sua giustizia, ma i giudei non lo hanno accolto e pertanto, racchiusi nel loro modo di interpretare il sabato, hanno perseguitato Gesù. I discepoli condividono la sorte del Maestro come Lui stesso dice: «Non c’è schiavo maggiore del suo padrone; se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola osserveranno anche la vostra» (Gv 15,20).
La persecuzione verte sul suo Nome come dice subito dopo: «Ma tutte queste cose faranno verso di voi a causa del mio nome» (ivi, 21) e come altrove dice: «E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (10,22). Nel rivelarsi del Nome si rivela la pienezza della giustizia di Dio e questa diviene giudizio che suscita in coloro che rifiutano persecuzione al Nome e in coloro che accettano benedizione. È infatti sulla Croce che si ha la rivelazione del Nome, che è sopra ogni altro nome, ed è qui, nel suo annientamento, che Egli è disprezzato come è detto degli stessi che erano crocifissi con Lui: E quelli che erano crocifissi con lui lo disprezzavano (Mc 15,32). Anche coloro che sono nella sua sequela partecipano a questo annientamento che porta a essere disprezzati e perseguitati ed essere oggetto di ignominia a causa della menzogna che è nell’uomo o che è l’uomo stesso come dice il Salmo 116,11 Ho detto con sgomento: Ogni uomo è ingannatore.
Il rivelarsi della giustizia in Cristo è il rivelarsi pure della verità. I discepoli che sono dalla verità ascoltano la sua voce (Gv 18,37) e quindi vengono disprezzati, perseguitati e si dice di loro ogni male

12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Gioite ed esultate perché la vostra ricompensa è molta nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti, quelli prima di voi.

L’essere nell’annientamento del Cristo e nella sua umiliazione non genera nei discepoli amarezza ma gioia ed esultanza come è testimoniato degli apostoli che se ne andavano gioiosi dalla presenza del sinedrio, perché erano stati ritenuti degni di essere disonorati per il Nome (At 5,41). Forti di questa esperienza l’Apostolo Pietro così dice: Se siete disprezzati nel nome di Cristo, beati, perché lo Spirito della gloria e di Dio su di voi riposa (1Pt 4,14). Questa gioia sovrabbondante e visibile scaturisce dalla molta ricompensa riposta nei cieli. Questa deriva da una certezza fondata sulla promessa e sulla visione profetica degli ultimi tempi, come è detto in Ap 11,17-18: … il tempo di giudicare i morti e di dare la ricompensa ai tuoi servi, ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo nome piccoli e grandi. Colui che è annientato sulla Croce e nei suoi discepoli e in loro continua a essere disprezzato come dice il Cristo a Saulo (cfr. At 9,4), rivela la sua ira e opera il giudizio. La gioia scaturisce nell’essere all’interno di questa lotta vittoriosa del Cristo che ora è legata all’umiliazione dei suoi servi, profeti e santi, e che si manifesterà nella loro glorificazione. Questa è stata anche la situazione dei profeti. Essi hanno annunciato profeticamente il Cristo e la sua giustizia e per questo sono stati perseguitati. Infatti la profezia ha come sorgente lo Spirito di Cristo e quindi gli rende testimonianza. Il Profeta è totalmente coinvolto nella profezia non solo nelle parole che dice ma anche nelle azioni che deve compiere. Questa è la sorte stessa dei discepoli nei quali è l’Evangelo, compimento e rivelazione della profezia.

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