05/10/2014 - Lectio della XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

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DOMENICA XXVII - A

O Spirito Santo fa vibrare
d’amore l’intimo mio sentire
nel cantico del mio Diletto.

Sii tu guida nei misteri del Regno,
velati nei simboli della creazione,
e contemplerò la vigna del Signore.

O vigna perché divenisti aspra
e voi contadini perché siete duri?
Perché non gioite dei suoi frutti?

Ecco addensarsi oscure tenebre:
dal cuore salgono cariche di follia,
avide d’odio e di dura ribellione.

O amore di Dio, che ti fai debole!
Ai tuoi nemici doni il Figlio unico!
In Lui anche tu muori annientato.

Per la tua vigna amata tutto tu fai.
Anche gli spiriti in cielo stupiscono
perché non ti stanchi di aspettare.

Anche tu sogni il nostro amore,
desideri la nostra carezza di figli,
protendi il volto al nostro bacio.

Il tuo cuore paterno, infinito e umile
si riversa nell’ingratitudine nostra
e aspetta il profumo dei nostri tralci.

PRIMA LETTURA Is 5,1-7

Dal libro del profeta Isaìa

1 Voglio cantare per il mio diletto
il mio cantico d’amore per la sua vigna
(lett.: il cantico del mio diletto per la sua vigna).

Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.

Voglio cantare, o voi che ascoltate lasciatemi cantare, come è scritto: Effonde il mio cuore liete parole, io canto al re il mio poema. La mia lingua è stilo di scriba veloce (Sal 44,2). Per il mio diletto, così egli chiama il Signore che lo ha costituito profeta e con il quale si è instaurato un rapporto d’amore molto forte, quello stesso che Israele dovrebbe avere per il suo Signore. Isaia infatti fa udire il cantico del mio diletto per la sua vigna La traduzione attuale toglie da un certo imbarazzo di traduzione, riducendo ad uno il soggetto: il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna, come è scritto nel Cantico dei cantici: Una vigna aveva Salomone in Baal-Hamòn; egli affidò la vigna ai custodi; ciascuno gli doveva portare come suo frutto mille sicli d'argento (8,11). Su questa vigna così particolare si concentra l’attenzione e la premura di Dio. Essa è posta sopra un fertile colle, cioè in un punto alto nella sella tra due monti e quindi ben soleggiata.
Lettura cristologica: Voglio cantare, nella forza dello Spirito della profezia, che è la testimonianza di Gesù (cfr. Ap 19,10), per il mio diletto il Cristo, il canto del mio amato per la sua vigna, il profeta penetra nell'intimo di Dio ascolta e testimonia questo cantico d'amore del Cristo per la vigna che la sua destra ha piantato (cfr. Sal 79,16). In questo canto vi è la voce del diletto che fa vedere tutto l'amore del suo cuore e l'ingratitudine della vigna.
Il mio diletto, questa è la voce paterna, possedeva una vigna in un corno, figlio d'olio. Espressione mistica che la lettera non rivela: in un corno, nella parte più sublime della Terra, là dove sorgeva il Tempio, figlio dell'olio perché ivi è l'olio dell'unzione che consacra i re, i sacerdoti e i profeti. Oggi la Chiesa è piantata nel corno «in quale corno? in Cristo Gesù del quale è scritto: ha suscitato un corno di salvezza nella casa di Davide suo servo (Lc 1,69)» (Origene in Lc om. 10).
Egli è il Figlio dell'olio dell'unzione santa, consacrato dallo Spirito Santo come è scritto: Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali (Sal 45,8).

2 Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva;
essa produsse, invece, acini acerbi.

Egli l’aveva dissodata, togliendone i sassi, per renderla in grado di accogliere viti pregiate. Il termine ebraico sorèq indica probabilmente un tipo di vite dai cui grappoli si estrae vino rosso (cfr. Hacam, o.c., p. 49). Egli in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato un tino. Essendo il luogo ricco di pietre egli edifica una torre per i custodi della vigna e nel terreno pietroso scava pure un tino perché si aspettava uva abbondante e pregiata. Ma quale fu la sua delusione quando invece produsse acini acerbi!
Lettura spirituale: Egli l'aveva vangata per mezzo dei Patriarchi cui aveva promesso la Terra e sgombrata dai sassi per messo dei profeti che hanno distrutto ogni scultura di pietra e vi piantò scelte viti quando disse: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,6); vi aveva costruito in mezzo una torre come è detto al profeta: «O Figlio dell'uomo, ti ho costituito sentinella per i figli d'Israele» (Ez 33,7); e vi aveva scavato anche un tino, luogo di morte e di risurrezione. Nella torre e nel tino sono misticamente annunciati la Croce e il Sepolcro del Signore partecipati alla sua Chiesa.
Egli aspettò che producesse uva, ma essa produsse, invece, acini acerbi. In questa prima stagione della storia, la vite non volle produrre frutto secondo la sua natura ma s’inselvatichì diventando pestilenziale a causa del commercio con gli idoli per cui la vite del Diletto ebbe origine dal ceppo di Sodoma, dalle piantagioni di Gomorra e la sua uva fu velenosa con grappoli amari (cfr. Dt 32,32).

3 E ora, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.

Il Signore si sottopone al giudizio degli abitanti di Giuda e di Gerusalemme. Benché essi stessi siano questa vigna tuttavia è rimasta ancora in loro la capacità di discernere e quindi di giudicare. Essi possono con chiarezza comprendere bene quale incongruenza vi sia nel loro rapporto con il Signore.

4 Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha prodotto acini acerbi?

Il primo giudizio cui il Signore si sottopone è quello se il suo lavoro sia stato incompleto e quindi che la causa della produzione non dipenda da Lui. La domanda ha una chiara risposta negativa. È nella vigna stessa la causa di un simile prodotto: anziché uva la vigna ha prodotto acini acerbi.
Il popolo ha rifiutato di corrispondere alla sua elezione che l’aveva trasformato in una vigna adatta a produrre uva eccellente e si è lasciato afferrare dalla seduzione delle Genti per darsi agli idoli e quindi produrre frutti deludenti.

5 Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.

Il Signore è disgustato della sua vigna per cui la vuole distruggere. Prima di tutto le toglie la siepe di spine che la difende dalle bestie da pascolo. La vigna, essendo abbandonata diventa luogo dove mandriani e pastori portano armenti e greggi al pascolo. Poi il Signore demolisce il muro di cinta, che è una seconda difesa più solida contro le bestie selvatiche. come è scritto nel Salmo: La devasta il cinghiale del bosco e se ne pasce l'animale selvatico (79,14). «Qui il profeta ricorda due dei mezzi con cui le bestie recano danno: i denti e i piedi» (Hacam, o.c., p. 50).

6 La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.

La vigna avrà in sé i segni della terra desolata e devastata. Soggetta alla maledizione divina, essa non potrà essere potata e neppure vangata, ma sarà abbandonata al punto che cresceranno in essa rovi e pruni. Questo aspetto di desolazione e di maledizione è accentuato dall’estrema aridità causata dal fatto che su di essa non si riversa l’acqua dal cielo.

7 Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda
sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.

Ora il profeta spiega il canto ed indica quali siano i protagonisti. Il Signore degli eserciti è il diletto. «Forse ricorda qui l’attributo “eserciti” per rievocare l’uscita dall’Egitto di cui è detto: Farò uscire dal paese d'Egitto le mie schiere, il mio popolo degl’Israeliti (Es 7,4). Troviamo pure che il salmista paragona l’uscita dall’Egitto al trasferimento della vite dal suo luogo per essere trapiantata nella terra d’Israele: Hai divelto una vite dall'Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli (Sal 79,9)» (Hacam, o.c., p. 50).
Con la tribù di Giuda il Signore ha fatto un’alleanza particolare, quella fatta con Davide e la sua stirpe, per questo la chiama la sua piantagione preferita.
Da tutto il suo popolo Il Signore si aspettava come uva scelta (v. 2), la giustizia, invece ha visto fiorire la piaga di lebbra (tradotto con spargimento di sangue), cioè la corruzione nell’ordine pubblico. Invece di rendere giustizia ai poveri i grandi e i giudici hanno provocato le loro grida.

SALMO RESPONSORIALE Sal 79

Ecco un’altra lamentazione nazionale, come quella del Salmo 78, divenuta celebre per il simbolo centrale della vigna con cui si descrive Israele. Sulla vigna di Dio è passata la tempesta, e il lamento che il poeta eleva al Signore ha toni di profonda amarezza.
La prima parte del Salmo si appoggia alla celebre simbologia pastorale: YHWH aveva sempre guidato Israele dall’alto dell’arca, assiso sui cherubini. Ora invece egli sembra assopito, è divenuto freddo e indifferente. Al gregge che doveva nutrire egli offre ora un pane impastato di lacrime (v. 6). Israele vuole risentire su di sé il controllo della mano di Dio che guida il gregge, lo sazia, lo abbevera, di quella mano che prepara il terreno per trapiantare la vigna prediletta.
Il cuore del carme è caratterizzato dal simbolismo della vigna (vv. 9-17). Attraverso questo simbolo Israele ricostruisce un’autobiografia nella quale si evocano le radici stesse del popolo, la sua nascita nell’esperienza fondamentale dell’esodo e nell’ingresso della terra promessa.
La vite aveva raggiunto una crescita così poderosa con Salomone che l’intera mappa topografica della Palestina era invasa dal fogliame verdeggiante della vite d’Israele (vv. 11-12). Ma l’idillio di quella fioritura ora è spezzato. Dio si è buttato come un invasore sul muro di cinta di pietre secche e ha aperto la vigna all’orda dei saccheggiatori, raffigurati nel cinghiale, l’animale che per la sua affinità col porco era in Israele segno di impurità e quindi simbolo dei nemici pagani.
Ecco, allora, l’appello pressante: Dio degli eserciti ritorna (v. 15). Dio deve schierarsi di nuovo con Israele e allora la vigna sarà di nuovo vite, calore, fioritura, fecondità, pace.
Questo Salmo è un carme segnato dalla sofferenza, ma anche da un’incrollabile fiducia. Nelle tempeste della vita e nel realismo di un’esistenza devastata, la fiducia in Dio è un sostegno incrollabile!
R/. La vigna del Signore è la casa d’Israele.

Hai sradicato una vite dall’Egitto,
hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare,
arrivavano al fiume i suoi germogli. R/.

Perché hai aperto brecce nella sua cinta
e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco
e vi pascolano le bestie della campagna. R/.

Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte. R/.

Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo,
fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. R/.

SECONDA LETTURA Fil 4,6-9

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, 6 non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.

Non angustiatevi (oppure: non preoccupatevi) per nulla. La preoccupazione è quell'interna agitazione di fronte alle necessità e alle situazioni della vita che deve essere sostituita dal ringraziamento unito alla preghiera e alla supplica. Dice infatti: ma in ogni circostanza in cui vi trovate, fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche in rapporto a quello di cui avete necessità, unite ai ringraziamenti (lett.: rendimento di grazie ). «In due direzioni avviene la 'notificazione' della comunità: essa deve diventare nota agli uomini quale comunità unita nella bontà; inoltre essi devono notificare a Dio le proprie necessità» (Gnilka, o.c., p. 287).
In questo comando dell'Apostolo riprende l'ordine del Signore. Infatti una sola è la nostra preoccupazione: il Regno dei cieli (cfr. Mt 6,25-34).

7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

L'Apostolo conclude dando loro quella pace che ha già loro comunicato all'inizio della lettera (1,2). La pace di Dio, che ha Lui come artefice, supera ogni intelligenza non solo umana ma anche delle potenze spirituali perché è di Dio ed è propria dell'essere in Cristo quindi nella sua vita e nel suo essere: Essa custodirà i vostri cuori da ogni turbamento, preoccupazione e agitazione, come è scritto: il Signore e con me non temo. Cosa può farmi l'uomo? (Sal 117). Essa custodirà pure le vostre menti poiché sorpassa tutta la nostra mente, custodisce cioè quanto la mente produce - i pensieri - da ogni flessione e instabilità in Cristo Gesù, dove sono i tesori della scienza e dell'intelligenza e dove, essendo Lui la nostra pace, ci deliziamo di questa pace perenne.
Veramente solo questa pace, che supera ogni intelligenza, può spezzare le mormorazioni e i ragionamenti (cfr. 2,14) che sono in noi e quindi solo essa può custodire i cuori e le menti in Cristo Gesù, cioè tutto il nostro intimo.
Signore custodiscici sempre in questa pace. Senza di essa non possiamo vivere e non possiamo essere miti verso tutti gli uomini.

8 In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.

In conclusione (lett.: del resto), «Introduce sovente l'ultima parte o le battute conclusive (cfr 1Ts 4,1; Gal 6,17; 2Cor 13,11)» (Gnilka, o.c., p. 357) fratelli, è l'affetto dell'Apostolo e l'uguaglianza che sente con loro tutto quello che è vero, «cioè sincero e alieno dall'ipocrisia ... . Teofilatto: è vero ciò che è virtuoso e Crisostomo: ogni vizio è menzogna» (CAL p. 565); nobile (lett.:onesto), «moralmente buono» (Gnilka, o.c., p. 36); giusto, a quanto diamo l'intimo assenso della coscienza; puro e quindi non contaminato sia nell'ordine della verità che dell'etica; amabile; che attira l'affetto e genera amicizia, concordia e benevolenza; onorato (lett.: lodevole), genera e attira lode e fama.
Conclude questo elenco riferendosi a ogni virtù e lode che deve essere oggetto dei loro pensieri: questo sia oggetto dei vostri pensieri. La linea di demarcazione tra cristiani e gentili è data dalla virtù. Il mondo circostante non deve essere condannato in blocco come cattivo, ma l'Apostolo invita a discernere quello che è virtuoso, a pensare ad esso e a farne la base del "dialogo" con i gentili.
Questa apertura alla virtù, accolta in chi non è cristiano e seguita da chi lo è, è la norma del comportamento con i non credenti. Secondo una linea, seguita da Gnilka, questo elenco appartiene alla filosofia storica e quindi è familiare anche a chi non è credente.

9 Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

La norma suprema dell'agire resta l'Apostolo. Egli ha insegnato, consegnato l'Evangelo ed essi lo hanno ascoltato come fondamento della loro fede. Questa è la base di tutto anche della capacità di discernere tra le genti la virtù. La scuola apostolica e l'ascolto nella fede sono la realtà che generano il cristiano e lo rendono capace di quel dialogo con chi non è credente basato sulla virtù conosciuta e vissuta. Questo dialogo già predispone ad accogliere l'Evangelo.
Inoltre egli si presenta come modello; quello che avete veduto in me, modello coerente a quanto insegna e trasmette sia in rapporto all'Evangelo sia nelle virtù e in quanto egli vede di buono e di lodevole nei gentili. Questa linea di condotta, di vera apertura, senza confusione, di vero dialogo senza equivoco, è la forza missionaria della Chiesa tra le Genti. È in questa linea apostolica che si muove la storia seguente soprattutto l'Apologetica e la Scuola alessandrina. Esse tendono a mostrare come essere cristiani si realizzi anche con quanto di buono vi è nella cultura circostante e si operi un giudizio su quanto vi è di cattivo, il cui fondamento è l'idolatria. Queste sono le condizioni perché Dio, che è sorgente della pace, sia con noi; infatti la condotta esemplare cristiana è caratterizzata dalla pace.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO

Alleluia, alleluia.
Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me e io in lui,
porta molto frutto.
Alleluia.

CANTO AL VANGELO Cf Gv 15, 16

R/. Alleluia, alleluia.

Io ho scelto voi, dice il Signore,
perché andiate e portiate frutto
e il vostro frutto rimanga.

R/. Alleluia.

VANGELO Mt 21,33-43 [+44.45]

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
33 «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno (lett.: padrone di casa) e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Ascoltate, parla ancora ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Le due parabole, accomunate dal tema della vigna, colgono due aspetti diversi: la prima mette in luce la risposta personale alla Legge del Signore, la seconda la responsabilità dei capi in rapporto al popolo di Dio chiamato vigna.
Padrone di casa, cfr. 20,1 (10,25; 13,27.52; 21,33; 24,43: piace al Signore questa figura). Il padrone di casa possiede oltre che la casa, un campo e una vigna: in questi luoghi si svolgono i misteri del Regno.
Qui sono descritte le operazioni che egli compie per la sua vigna. Il Signore richiama “il cantico della vigna” (Is 5,1-7).
Perché mai viene descritta con cosi grande cura la vigna e perché questo esplicito riferimento al cantico della vigna? Coloro che ascoltano possono comprendere con chiarezza di quale vigna Egli stia parlando (cfr. Is 5,7: Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita).
Questa è la vigna nella quale il Signore condensa le sue fatiche per gustare da essa le delizie. Essa è il capolavoro della sua creazione, il vertice delle sue opere per vivere in essa le delizie del sabato. In essa si riflette la grazia della Sapienza che dice di sé: «Io come una vite ho prodotto germogli graziosi e i miei fiori, frutti di gloria e ricchezza» (Sir 24,17; cfr. Ct 8,11-12) A differenza del cantico qui la vigna produce i suoi frutti a suo tempo. L’attenzione è posta sui vignaioli. Essi appaiono solo in questa parabola. In Gv 15,1 è un titolo del Padre. Essi hanno quindi una funzione importante.
Se ne andò lontano: a cosa corrisponde l’andarsene del padrone di casa? Può essere che la vigna sia lontana dalla sua casa. Egli è sceso per piantarla quando ha liberato il suo popolo e gli ha dato la Legge al monte Sinai e, dopo aver affidato la vigna ai vignaioli, se ne è tornato alla sua dimora celeste.

34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto.

Il tempo di raccogliere i frutti (lett.: Il tempo dei frutti): quale mistero racchiude questa espressione? Cfr. 3,8: «Fate dunque un frutto degno di conversione». Vi è un tempo in cui la vigna dà i suoi frutti di cui il padrone di casa ha diritto. Essi sono quelli che ciascuno produce come tralci di questa vite. Ora i vignaioli vogliono tenere per sé questi frutti e non dare nulla al padrone.
Mandò i suoi servi, coloro che stanno alla sua presenza e obbediscono alla sua Parola. Questi sono coloro che vengono inviati dal padrone di casa e riportano a Lui il frutto della vigna, che i vignaioli hanno custodito e coltivato. Servi del Signore sono i giusti che veramente lo amano e cercano di portare al Signore non solo i loro frutti ma anche quelli degli altri tralci della vite.

35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.

La sorte dei servi riempie di stupore perché essi sono colpiti senza ragione.
I vignaioli li odiano perché non vogliono dare loro il frutto della vigna e cosi riconoscere che non è loro.
Bastonarono, cfr. Mc 13,9: detto dei discepoli; Gv 18,23: detto di Gesù.
Lapidarono, cfr. 2Cr 24,20-22; Gv 10,31-33; At 7,59; 14,18.

36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Di nuovo: di fronte alla durezza dei vignaioli, il padrone abbonda nell’inviare i suoi servi. Fa sovrabbondare i giusti là dove abbonda l’iniquità. Non si lascia vincere dalla durezza del peccato.

37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”.

Da ultimo: il Figlio è inviato per ultimo; il padrone di casa fa di tutto perché siano riconosciuti i suoi diritti sulla vigna.
Avranno rispetto (cfr. Eb 12,9; Sal 2,12: «Baciate il Figlio»). Il mistero del Figlio! Perché mai questo padrone, che è Dio, non ha avuto paura per la sorte del Figlio, ma Lo ha consegnato a uomini che potevano ucciderlo?
Talmente è l’amore per la sua vigna e il desiderio di averne i frutti che rischia nel Figlio la sua stessa vita. Come Abramo per amore di Dio rischiò la vita di suo figlio, così ora Dio per amore del suo popolo consegna la vita del Figlio suo unigenito.

38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”.

Lo vedono e lo riconoscono. Gesù è stato rivelato a Israele. Il rifiuto non si fonda quindi sull’incapacità di dire chi è Gesù. Egli dice infatti, citando, «mi hanno odiato senza ragione» (Gv 15,25). Essi quindi sanno chi è Gesù: è l’erede, Eb 1,1s: erede di tutte le cose (cfr. Gv 1,11; Rm 8,17).
Perché essi vogliono entrare in possesso dell’eredità? Altrove è detto: per invidia (27,18). Si ripete, sotto certi aspetti, la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. Uccidendolo pensano di smentire quello che è. Condotti dalla forza travolgente del potere, che esercitano sul popolo, i capi non hanno voluto riconoscere Gesù e si sono induriti in stolti ragionamenti (cfr. 1Re 21,17-22).

39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Gesù viene ucciso fuori dalla vigna, cioè fuori dalla sua eredità; è infatti consegnato alle Genti (cfr. Eb 13,12-14; Mt 27,32).

40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

La parabola termina con un dialogo tra Gesù e i suoi avversari.
Il signore della vigna è il Padre.

41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

Se la vigna è Israele, qui si afferma che non viene abbandonato ma viene consegnato ad altri vignaioli (cfr. Lc 19,27; At 13,46-47; 18,6; 28,28) che daranno frutto a suo tempo al padrone della vigna (Mt 8,11-12). Penso che qui si parli della missione degli apostoli in rapporto a Israele quale la vediamo negli Atti e nelle lettere dell’apostolo Paolo. Probabilmente Israele è affidato a coloro nei quali continua la missione apostolica perché coltivino questa vigna. Guai a coloro che la devastano! Israele è consegnato agli apostoli e la Chiesa è presente in Israele con un Resto di elezione (cfr. Rm 9,11). Bisogna mettersi in ascolto d’Israele non solo là dove egli è indurito in rapporto al Signore Gesù ma anche là dove lo Spirito lo fermenta nella sua fede facendogli desiderare ardentemente il Messia.

42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Ora Gesù porta la prova scritturistica nella quale Egli appare con una nuova immagine, la pietra. Gesù è la pietra disprezzata dai costruttori (cfr. At 4,10-12).
Hanno scartato (lett.: disprezzarono) (At 4,11: quella disprezzata; cfr. Mc 12,10; Lc 20,17; Mc 8,31: profezia della Passione; Lc 9,22; 1Pt 2,6-8 v. 4).
Il Sal 118,22 è un testo fondamentale per comprendere o meglio accogliere il perché Gesù sia stato rifiutato dai capi, dai costruttori. La Scrittura dice che così doveva avvenire e Gesù non fa nulla per evitare questo disprezzo. Entra in esso e continua anche oggi ad essere disprezzato da coloro che gli sono fratelli nella carne e da coloro che non credono. In realtà Egli è diventato Capo d’angolo (cfr. Ef 2,14-16; 2,20: posta all’angolo esterno.)
Una meraviglia (cfr. Gv 9,30; 1Pt 2,9: alla sua ammirabile luce; Ap 15,1.3: grandi e meravigliose le tue opere).

43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Gesù paragona la vigna al Regno dei cieli. Penso che vi sia una lettura molto importante. L’elezione d’Israele consiste nel renderlo partecipe della regalità divina (vedi regno di sacerdoti); poiché coloro che dovevano coltivare in Israele questa conoscenza perché facesse frutto di gloria in onore di Dio, hanno impedito la glorificazione del Nome e lo hanno profanato a tal punto da uccidere i giusti, i profeti e lo stesso Figlio, allora il regno dei cieli sarà tolto a voi.
Viene tolto quando non si porta frutto. Il Regno dei cieli è il Cristo nel quale è la pienezza della divinità e quindi in Lui risplende tutta la gloria del Padre; ora il Cristo era stato dato a Israele perché in Lui portasse frutto mediante la fede. Avendo rifiutato di credere in Lui, è tolto a Israele non per sempre e totalmente ma temporaneamente e viene dato a un popolo che ne produca i frutti. Questa nazione è il popolo che proviene da tutte le Genti e che porta il suo Nome. In virtù della fede in Lui produrrà i suoi frutti, come i tralci uniti alla vera vite (cfr. Gv 15,1s).
Tolto il Cristo, è tolta la regalità a Israele e gli sarà solo donata quando dirà a Lui: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Lc 19,38).
Tuttavia un riflesso della gloria rimane ancora in Israele perché l’elezione è senza pentimento. Questo crea in lui un’incessante tensione alla pienezza della conoscenza.
Il Regno è infatti trasferito non solo per adempiere le profezie riguardanti la salvezza delle Genti ma anche per suscitare la gelosia di Israele e muoverlo alla conversione (cfr. Rm 11,11).

[44 Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».

Si sfracellerà (cfr. Is 8,14-15; 1Pt 2,8).
In che modo si cade su questa pietra? Percependola come «pietra di scandalo» non credendo e disprezzandola (Lc 2,34; Rm 11,9-12; 9,33).
Verrà stritolato (cfr. Dn 2,34s.44s). In che modo la Pietra cade su qualcuno? Col giudizio di condanna (cfr. Am 9,8).

45 Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. 46 Cercavano di catturarlo; ma ebbero paura della folla, perché che lo considerava un profeta.

Capirono ma non si convertirono, non vollero credere. Essi si scagliano perciò contro la Pietra per impossessarsene, ma sono trattenuti dalla folla che lo ritiene profeta (cfr. 21,11; 14,5).
Catturarlo, cfr. 22,6.
Tutto è detto da Gesù e tutto si avvera. Il loro scagliarsi contro la Pietra si tramuta in uno sfracellarsi e in un essere da lui stritolati. Il rapporto con Gesù non lascia indifferenti. Esso afferra in profondità e porta alla fede o alla ribellione.

Appunti di omelia di D. GIUSEPPE DOSSETTI:

Sottolineo un punto solo supponendo che i singoli testi siano presenti al nostro spirito. Un'analisi del testo fa vedere che le immagini non si possono ridurre a unità, si sommano. Dovremmo fare commenti secondo tanti successivi [elementi].
In Is 5,1-7 le traduzioni dicono: canterò per il mio diletto il canto del mio diletto per la sua vigna. Chi canta? È il profeta che è eco del Diletto, è un puro riecheggiare del canto di Dio in modo tale che quella vigna diventa sua; il popolo si identifica con Dio e lo echeggia e quindi la vigna diventa sua. Questa rappresenta una chiave generale per la nostra vita: lo Spirito Santo ci porta a riecheggiare il sentimento e il canto di Dio e la sua vigna diventa nostra cioè i suoi interessi per la vigna. Il regno di Dio diventa talmente oggetto dei nostri pensieri che diventa il nostro regno. Solo così ha senso la vita. C'è indicata una chiave generale di interpretazione che fa capire qual è il senso della nostra vita: è vivere in profondità con il pensiero e il sentire di Dio. Il resto del canto dice tutto l'amore gelosia e cura di Dio. E questo è ripreso nell'immagine iniziale del Vangelo.
Mt 21,33sg - I vignaioli riconoscono il Figlio ed è per questo che fanno quello che fanno. C'è quindi intuizione del Figlio e della sua signoria: egli è l'erede.
Nella punta della parabola (che però ha più punte, ora ne vediamo una sola) i vignaioli che compiono l'uccisione sono una categoria teologica permanente non solo storica. Sono i capi ma sono anche tutto il popolo. Sono quelli che stanno davanti al Signore.
Questa categoria teologica si rinnova nel tempo intermedio e quindi ci siamo dentro tutti perché nell'ultimo strato la vigna diventa il Regno di Dio - Dio colloca nel Regno, ma nessuno può dire con sicurezza il Regno di Dio è collocato in noi, nel senso che non sappiamo se siamo coloro dai quali si aspetta molto frutto e non lo vogliamo dare e allora si apre il discorso della traslazione del Regno.
Quindi da un lato una grande gratitudine per quello che Dio ha fatto e dall'altro un senso più grande del timore santo di fronte alla nostra sterilità e non corrispondenza.
Se noi non sappiamo echeggiare questo cantico non vivremmo la nostra vita, d'altro lato la nostra vita è segnata da un'appropriazione del dono che sterilizza tutto. Per noi il rischio ha una percentuale più alta che per altri. Per altri si può dire che commettono errori più grossolani però ci sono dei ricuperi nella loro vita che non dà loro pace; per noi ben circondati dal muro ecc, con tutto ben custodito o costruito, i rischi sono sotto un certo aspetto minori ma più gravi: si può sbagliare tutto quando tutto in apparenza va bene o perfettamente bene. Ad esempio sulle paginette delle norme a Monteveglio, voi avete attribuito un peso che io non ho dato. È proprio quando si cerca di rinnovare che i rischi sono maggiori; questo va fatto ma in proporzione di una crescita di lucidità e umiltà per le immense e incolmabili lacune della nostra risposta. È rivolto a far vedere la consapevolezza del nostro peccato non tanto a mettere in risalto un perfezionismo. Le due cose devono procedere insieme altrimenti non hanno significato.
Si precipita di nuovo nel giudaismo e ci si mette in quella strada sicura sulla quale il Signore ci toglie il Regno.
Certo il mondo ci fa assistere a uno spettacolo che sembra più tragico ma questo non può portarci a restaurare un certo giudaismo in noi. La parabola di stamani viene ad ammonirci. Ogni tentativo che si faccia per custodire e rafforzare, tutto è animato da una supplica al Signore che ci difenda da ogni tentativo di ripiegamento giudaizzante. Tutto serve per mettere in luce la nostra miseria e solo così speriamo che in noi nella famiglia e nella Chiesa la presenza del suo Regno santo. Tutto deve avvenire con un controllo dell'intimo sentimento con cui agiamo e con la consapevolezza che in noi non c'è nulla se non il peccato. E in questo il Signore ci esaudisce facendoci vedere il nostro male in un modo umile, mite, paziente. Il silenzio e il raccoglimento ha senso se ci sentiamo più peccatori e a confessarlo per la sua gloria: e allora il Regno, [al quale] per puro dono suo ci siamo consacrati, non ci viene tolto
(Gerusalemme, 1 ottobre 1978)


PREGHIERA DEI FEDELI

Grati per il dono di esser uniti alla vera vite, il Signore nostro Gesù Cristo, eleviamo al Padre la nostra supplica per la santa Chiesa e per tutti i popoli della terra.
Ascolta, o Padre, per la gloria del tuo nome.

 Perché tutti i membri della Chiesa diventino discepoli del Cristo e portino frutti abbondanti per la gloria del Padre, preghiamo.

 Perché i popoli della terra si trasformino nella vigna di Dio e non siano più devastati dalle guerre, dalla brama del potere e dall’avidità delle ricchezze, preghiamo.

 Perché quanti lavorano nella vigna del Signore non cerchino il loro profitto e la loro gloria ma siano divorati dallo zelo per il Signore, preghiamo.

 Perché il popolo d’Israele benedica presto l’Inviato dal Signore e s’inebri alla coppa della salvezza, preghiamo.

Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Mt 21,33-43

Siamo sempre nel tempio di Gerusalemme, dove Gesù rivolge ai sommi sacerdoti e gli anziani del popolo una seconda parabola, dopo quella dei due figli, ascoltata domenica scorsa.
Un padrone di casa «pianta una vigna, la circonda con una siepe, vi scava un frantoio e vi costruisce una torre» (cf. Is 5,2). Sono parole tratte dal «cantico della vigna» del profeta Isaia, ben conosciuto dagli ascoltatori di Gesù: questa pagina esprime in modo mirabile la storia dell’amore di Dio per la sua vigna, ossia il popolo di Israele (cf. Is 5,7; Sal 80), ma anche la chiesa e l’umanità tutta. È il Signore che crea, custodisce e colma di doni la sua vigna, instaura con lei quella relazione che è fonte di fecondità: occorre però che gli uomini accolgano tale amore, perché Dio ha bisogno di partners che credano al suo amore e vi rispondano con un amore capace di portare frutti abbondanti.
Dopo aver iniziato l’opera, il proprietario affida la vigna a degli agricoltori e parte in viaggio. Al momento del raccolto egli invia alcuni servi a ritirare l’uva, ma ecco accadere l’impensabile: «i vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono»; e lo stesso avviene una seconda volta, quando il padrone manda servi più numerosi dei precedenti. Più egli si prende cura della sua vigna, più cresce l’ostilità di coloro che dovrebbero semplicemente collaborare con lui alla raccolta dei frutti. Eppure il padrone non si scoraggia ma continua a perseverare in una logica di folle gratuità, fino a inviare addirittura il proprio figlio, dicendo: «Avranno rispetto almeno di mio figlio!». Alla vista di quest’ultimo l’odio dei vignaioli giunge al culmine. Essi prima tramano contro di lui certi che, una volta eliminato l’erede, l’eredità passerà a loro. Poi passano all’azione: «Presolo, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero». Questa affermazione è fondamentale per decodificare la parabola e, di conseguenza, fare luce sull’autocoscienza di Gesù: è lui il Figlio che sarà crocifisso fuori dalle mura di Gerusalemme (cf. Mt 27,31-33); è lui che «patì fuori della porta della città» (Eb 13,12). E allora appare chiaro che i servi inviati in precedenza sono i profeti, donati con premura da Dio eppure sempre osteggiati dal popolo, in particolare dalle sue guide religiose: si pensi solo alle persecuzioni subite da Geremia ad opera dei sacerdoti del tempio.
Gesù ha di fronte a sé proprio alcuni capi religiosi, ma significativamente non emette alcun giudizio; si limita a porre una domanda, lasciando che siano loro stessi a prendere coscienza della propria situazione: «Quando verrà il padrone che farà a quei vignaioli?». Essi rispondono senza esitare: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri che gli consegneranno i frutti a suo tempo»; pensano probabilmente che il duro verdetto non li tocchi direttamente ma riguardi altri... Ecco perché Gesù li rimanda ancora una volta all’autorità delle Scritture: «Ma non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile ai nostri occhi” (Sal 118,22-23)?». Certo, essi avevano letto il Salmo, così come conoscevano il passo di Isaia, ma non avevano compreso in profondità la Parola contenuta nelle Scritture: non potevano accettare la logica paradossale di Dio, il suo operare meraviglie attraverso ciò che è disprezzato dagli uomini (cf. 1Cor 1,28), il suo salvare il mondo attraverso lo scandalo di un Messia impotente e crocifisso (cf. 1Cor 1,17-25)! A questo punto, finalmente, gli interlocutori di Gesù capiscono che egli sta parlando di loro e cercano di catturarlo (cf. Mt 21,45-46): questa volta non ci riescono, ma per Gesù la fine si avvicina...
Prima di concludere questo difficile dialogo Gesù afferma: «Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a chi lo farà fruttificare». Queste parole non riguardano solo i suoi interlocutori storici ma sono rivolte anche a noi, sempre tentati di pensare che il giudizio non ci tocchi, né personalmente né come chiesa. Esse sollecitano la nostra responsabilità a lasciare che Dio regni su di noi. Come? Facendo di Gesù la Roccia su cui fondare la nostra vita (cf. 1Pt 2,4-5), non «una pietra d’inciampo, di scandalo» (cf. 1Pt 2,8). Confidando cioè sulla sua promessa: «Beato chi non si scandalizza di me» (Mt 11,6).
ENZO BIANCHI

Anno A
Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Isaia e Matteo sottolineano il tema del fare: c’è un fare di Dio che attende un fare umano come risposta; in particolare, attende da parte della vigna-Israele un fare frutti adeguati. La prassi del credenti è un fare frutto: si tratta di entrare in una relazione che dona fecondità. L’agire cristiano, pastorale in specie, rischia spesso la cecità dell’attivismo, la pigrizia della forza d’inerzia, l’insipienza di chi ha “freddo il senso e perduto il motivo dell’azione” (Thomas Stearns Eliot). Il raffreddarsi della carità (cf. Mt 24,12) si può accompagnare a un fare dissennato, indiscreto e senza discernimento. La fede nel fare di Dio per l’uomo, dunque nel suo amore, è il fondamento dell’agire del credente.
Il fare di Dio per la sua vigna è un lavorare (cf. Is 5,2) che ne esprime l’amore (cf. Is 5,1). L’amore è un lavoro, una fatica: la “fatica dell’amore” (1Ts 1,3). Anche per l’uomo, lungi dall’essere un’attività facile e immediata, l’amore è un lavoro che esige un’ascesi. La maturità umana trova nella capacità di lavorare efficacemente e di amare in modo adulto due elementi qualificanti decisivi.
L’amore divino nutre un’attesa nei confronti dell’amato: non attende amore di ritorno, ma giustizia (cf. Is 5,7). La giustizia umana onora l’amore di Dio. L’amore che attende qualcosa dall’amato esercita una dolce violenza, ma un amore che non attenda nulla dall’amato è semplicemente irreale.
Prima lettura e vangelo sono brani di teologia della storia, di rilettura della storia alla luce della fede. Isaia parla dell’agire di Dio verso il suo popolo e la parabola evangelica rilegge la storia degli invii dei profeti e del loro rigetto da parte del popolo, fino all’invio del Figlio. Emerge la difficoltà di discernere il servo di Dio, il profeta. L’alterità insostenibile di Dio diviene l’alterità del profeta che si traduce nella sua presenza scomoda, imprevedibile, non racchiudibile in etichette del tipo “progressista” o “conservatore”. Uomo del pathos di Dio, le reazioni del profeta agli eventi storici ed ecclesiali sfidano il buon senso comune e il comune sentire religioso e appaiono di volta in volta eccessive, non allineate, sproporzionate, difficilmente comprensibili, trascurabili, ininfluenti. Ed egli stesso viene sentito spesso come insopportabile o deriso come sognatore o considerato come presenza di cui si può tranquillamente non tener conto alcuno.
L’atteggiamento dei contadini a cui è affidata la vigna (cf. Mt 21,33-39) denuncia un pericolo perenne nella comunità cristiana: l’occupazione dello spazio ecclesiale da parte di chi vi esercita una leadership (cf. Mt 21,38). Questo avviene quando un gruppo di persone che rivestono ruoli dirigenti nella chiesa assolutizza la propria visione e cerca di far divenire norma generale le proprie opzioni.
La parabola pone di fronte all’enigma della violenza che può scandalosamente farsi presente in uno spazio religioso. Nell’alveo ecclesiale la violenza non riveste normalmente forme clamorose come la violenza fisica, ma più sottili come il non ascolto, il rifiuto, l’emarginazione, il disprezzo, la non accoglienza, il disinteresse, la pressione e l’abuso psicologico.
Avviene così che l’agire di Dio, che fa dello scarto umano il fondamento della storia di salvezza (cf. Mt 21,42), sia contraddetto dall’agire ecclesiale che crea scarti e produce emarginati. Questo l’agire di Dio: “Dio sceglie ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato” (1Cor 1,28). Questo lo scandaloso agire messianico, e questo è chiamato a essere l’agire dei messianici, i “cristiani”.
Lo stupore e lo scandalo che suscita in noi l’agire del padrone della vigna che, dopo avere visto tanti suoi servi subire una sorte violenta, infine invia il figlio, quasi sottovalutando il rischio, è indice della nostra distanza dal pensare di Dio, dalla radicalità del suo amore, dalla follia della sua gratuità.
Il passaggio della vigna a un popolo che la farà fruttificare non è un giudizio sulla vigna-Israele, ma sui suoi capi, ed è anche invito e ammonimento agli “eredi” a essere fecondi. Nessun sostituzionismo (i vignaioli non si sostituiscono alla vigna!): nessuna idea di chiesa come nuovo o vero Israele scaturisce dal testo.
LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose

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