02/11/2014 - Lectio della Commemorazione di tutti i fedeli defunti - Anno A

domeniche precedenti

 

La memoria dei morti

...al tramonto della festa di tutti i santi i cristiani non solo ricordano i morti, ma si recano al cimitero per visitarli, come a incontrarli e a farsi ascoltare da loro attraverso pochi gesti, una preghiera, un mazzo di fiori, l’accensione di un lume: sono semplici manifestazioni di un amore che la morte non può sopraffare...

Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale.
[...] Eros e Thanatos, Amore e Morte: ecco il duello vero e definitivo, un duello che per i cristiani è già avvenuto perché ormai sulla morte regna l’amore, ma un duello cui possiamo partecipare ancora oggi. Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale, mentre essere immemori dei morti e sgomenti di fronte alla propria morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive. L’amore ci fa sentire nemica la morte, ma l’amore per chi è morto ci può parlare della vita [...]

Il culto dei morti, la memoria rituale di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita è uno dei dati antropologici più antichi e universali. Nella nostra cultura occidentale europea sono stati i celti a collocare in questa stagione la memoria dei morti: culto che la chiesa ha “cristianizzato” e che è divenuto ben presto una delle ricorrenze più vissute e partecipate. Ancora oggi, nelle campagne come nelle città, anche in una cultura dominante che pur tende a rimuovere la morte dal proprio orizzonte, questa celebrazione rimane solidamente presente. E’ vero che la tendenza della nostra società a sfruttare ogni festività religiosa per scopi mercantili ha reintrodotto elementi pagani infestandoci con maschere, spiritelli e zucche varie, ma la dimensione cristiana di questa ricorrenza non è ancora scomparsa dal cuore e dalla mente dei più.
Ciò è dovuto al fatto che la chiesa, nell’accogliere questo tentativo di risposta umana alla “grande domanda” posta a ogni essere umano, ha saputo proiettarla nella luce della fede pasquale che canta la risurrezione di Gesù Cristo da morte e l’ha fatta precedere dalla festa di tutti i santi, quasi a indicare che i santi trascinano con sé i morti, li prendono per mano per ricordare a noi tutti che non ci si salva da soli e che tutti viviamo avvolti in un’unica grande comunione d’amore. Così, è al tramonto della festa di tutti i santi che i cristiani non solo ricordano i morti, ma si recano al cimitero per visitarli, come a incontrarli e a farsi ascoltare da loro attraverso pochi gesti, una preghiera, un mazzo di fiori, l’accensione di un lume: sono semplici manifestazioni di un amore che la morte non può sopraffare, un affetto che in questa occasione è capace di assumere anche il male che ha attraversato la vita dei propri cari e di avvolgerlo in una grande compassione abitata dal perdono dato e ricevuto.
Sì, porre i propri morti e se stessi davanti a Dio nella preghiera è un esercizio di comunione, un rinnovamento dell’amore: certo, con parole, linguaggi, gesti diversi, ma vissuti negli affetti e nel desiderio di dare e ricevere vita. La memoria dei nostri morti è allora decisiva per vivere il nostro presente e sperare il nostro futuro, ed è sorgente di sapienza per coglierci nella catena di generazioni che abitano questa terra, ciascuna delle quali è tenuta a essere solidale e responsabile nei confronti della successiva. Ciascuno di noi, poi, sa che molto di quanto lo abita in profondità e gli fornisce un’identità deriva proprio da chi lo ha generato, da quanti lo hanno amato e sono stati da lui amati, dalle persone con cui ha vissuto e dalle quali ha ricevuto il senso stesso della vita.
Sì, come recita Qohelet, tutti gli uomini portano nel cuore il senso dell’eternità, anche quelli che non sanno da dove vengono e dove vanno, anche quelli che non sanno leggere l’azione di un Dio Creatore. La morte resta un enigma perché stronca le nostre relazioni, i nostri amori, le nostre comuni speranze, ma questo enigma chiede di essere assunto affinché lo viviamo nella verità del ricordo e nella consapevolezza che per noi poveri esseri mortali solo l’amore è più forte della morte, più tenace degli inferi. E per i credenti l’enigma diventa mistero, cioè rivelazione del destino degli uomini attraverso la fede in Gesù Cristo risorto da morte e vivente per sempre.
Non dimenticherò mai che la mia generazione fu ancora cristianamente educata in una memoria intensa e puntuale della propria morte e nell’esercizio di amore verso i morti: allora la visita al cimitero era d’obbligo alla domenica dopo i vespri, e ritornando a casa si sgranava la corona del rosario ripetendo: “Gesù Cristo è la vita eterna”. Esercizi di fede nella vita più forte della morte!

ENZO BIANCHI

 

 

 


Ogni anno ritornano «i morti», giorno in cui si ricordano «quelli che se ne sono andati e non sono più qui». Fin dalla preistoria, da quando l’uomo è uomo, la morte è un enigma, un’ingiustizia vissuta dall’uomo come destino ma mai accolta con semplice naturalezza. Per chi muore, la morte è un evento sconosciuto: è la fine di tutto o l’apertura a un altro mondo? Per questo la paura della morte è innestata in ogni vita umana e di fatto è, come dice Giobbe, «la regina delle paure», la radice di tutte le paure. Per questo l’autore della Lettera agli Ebrei ha un’affermazione poco ricordata e meno ancora esplorata, ma di importanza decisiva per lo svelamento che contiene: «a causa della paura della morte, (gli esseri umani) sono soggetti ad alienazione per tutta la vita» (Ebrei 2,15).

Oggi accettiamo con difficoltà ancora maggiore di guardare alla morte, perché la nostra società assomiglia al palazzo che il padre di Gothama Buddha aveva costruito per il figlio: un luogo da cui era stato bandito ogni segno di malattia, di vecchiaia e di morte. Nonostante i media siano pieni di morte - morti spettacolari, vittime di guerra, di calamità naturali, di delitti e di incidenti stradali - oggi la morte è sistematicamente ritenuta oscena e rimossa. Ma questa è la morte degli altri, la morte che «fa notizia», tanto più spettacolare quanto meno è la mia morte. Così, il risultato di questo eccesso di rappresentazione provoca l’espulsione della morte dal nostro quotidiano e la rende lontana, improbabile per noi.

Sì, però i nostri morti? Prima o poi, infatti, muore anche qualcuno vicino a noi. E, a meno che non si tratti di un evento improvviso, anche per loro è in atto un processo che ce li rende sempre più estranei: il periodo finale della loro vita è tenuto lontano dal nostro quotidiano, in ospedale, in luoghi dedicati a malati «terminali», appunto. Altri sono deputati ad accompagnare chi muore e, quando la morte sopraggiunge, tutto è approntato affinché il morto non torni neppure a casa ma, pur con tutti gli onori del funerale, raggiunga presto il cimitero dove, anche lì, c’è sempre meno spazio e tempo per i morti. Dopodiché ci si affretta a insegnare vie per «elaborare il lutto», perché si pensa che il dolore per la perdita di chi abbiamo amato e amiamo debba essere addolcito e fatto sparire il più in fretta possibile: occorre dimenticare, e l’oblio va accelerato...

Questo tentativo di occultare la morte e dimenticare i morti lo ritroviamo presente anche nella macabra carnevalata celebrata come Halloween - festa estranea alla tradizione culturale italiana, ma impostasi per i suoi risvolti smaccatamente commerciali, all’insegna del principio che «tutto si può vendere e con tutto ci si può divertire» - in cui i bambini sono indotti a divertirsi parodiando la morte: è un tentativo disperato e antropologicamente falso di esorcizzare la morte.

Distogliere lo sguardo da questo evento ineluttabile è impossibile, perché la morte è solo la forma più decisiva e definitiva della sofferenza che accompagna tutta la vita, e il dolore non può essere eliminato. Sicché la morte che si vorrebbe ignorare diventa oppressione, incubo, fantasma e noi restiamo inconsapevoli di cosa ci attende, alienati dalla paura della morte.
Perché si è giunti oggi a questa parodia di un giorno che era umanissimo, un giorno di memoria che gli esseri umani - e solo loro - di tutte le culture hanno creato e vissuto con riti diversi, ma sempre tesi a ricordare quanti li hanno preceduti nel cammino della vita e della morte, e a esercitarsi a vivere per loro segni di attenzione? Sembra impossibile questa spaventosa perdita di memoria. Ancora la mia generazione ha conosciuto questo bisogno della visita alle tombe delle persone amate: rito a volte addirittura settimanale, ma sentito come dovere assoluto in questa stagione autunnale, quando tutta la natura ci parla di una fine, una morte, un sonno e un riposo. Non c’entrava essere credenti o meno: c’era nel cuore una relazione d’amore vissuta, e questa abbisognava di essere ricordata e in qualche misura rivissuta.

D’altronde, tra tutti gli animali, solo l’essere umano ha sentito da sempre il bisogno di dare sepoltura a chi moriva e di porre un segno visibile e tangibile dove il corpo aveva raggiunto la terra e si era unito a essa per sempre. Ecco allora la necessità umanissima di recarsi alla tomba, specie in occasione di ricorrenze personali - come l’anniversario della morte o della nascita - o di commemorazioni collettive, come il «giorno dei morti» o quello dei «caduti». Ripulire la tomba, lavare la pietra che reca impresso il ricordo, ornarla di fiori, illuminarla di un lume sono tutti gesti tesi a celebrare il morto e a ravvivare la comunione vitale con lui.

Culto di morte? Piuttosto, in un certo senso, culto dei morti: in questi gesti non c’è venerazione per dei cadaveri né tanto meno evocazione di spiriti, bensì il desiderio di accendere un rapporto impossibile nel presente, ma che nel passato è stato autentico, significativo, vitale. Bisogno di raccoglimento, di un momento di sobria tristezza e di contenuta nostalgia per storie umane, difficili e faticose, ma nelle quali si è trovato un senso che non può essere scomparso con la morte.

Ma ora che la Chiesa «permette» la cremazione, cioè di ridurre subito il corpo in poca cenere, sorgono nuovi problemi: dove deporre le urne se non sono previsti appositi luoghi che le raccolgano consentendo che svolgano la loro funzione di memoriale, di «sito» di un corpo morto ma del quale sentiamo il bisogno di una localizzazione? Saranno custoditi in casa in un’ottica feticistica che vuole eliminare la distanza posta dalla morte? Saranno disperse nei fiumi o in mare o al vento, in una ideologia new age che dissolve la persona, la storia e il rapporto personale di comunione con Dio? E per i cristiani la sacramentalità della morte di Gesù, sepolto nella terra, come potrà essere mantenuta e restare esemplare? Nella celebrazione della «festa di Ognissanti» i cristiani affermano infatti di «leggere» i morti nella speranza di una grande comunione in cui la morte è stata vinta, vinta dall’amore umano vissuto fino all’estremo da Gesù di Nazaret.

Eros e Thanatos, Amore e Morte: ecco il duello vero e definitivo, un duello che per i cristiani è già avvenuto perché ormai sulla morte regna l’amore, ma un duello cui possiamo partecipare ancora oggi. Quando rinnoviamo l’amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale, mentre essere immemori dei morti e sgomenti di fronte alla propria morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive. L’amore ci fa sentire nemica la morte, ma l’amore per chi è morto ci può parlare della vita.

ENZO BIANCHI

 

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