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01/02/2015 - Lectio della 4' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

domeniche precedenti

 

IV DOMENICA TO anno B

Rumori e urla, voci forti e suasive,
sussurro sibilante di antico Serpente:
falsa profezia che seduce gli uomini.

Voce senza vento, fuoco o terremoto,
voce silente, penetrante, voce di Dio:
voce d’amore, caldo come sangue.

Profezia di croce, scandalo e orrore,
la ragione fugge, il sogno s’infrange,
la fede attende nella notte il mattino.

PRIMA LETTURA Dt 18,15-20

Dal libro del Deuteronomio

CONTESTO DELLA PERICOPE

Il brano annunciato fa parte di una pericope più ampia (18,9-22) in cui vi è la contrapposizione tra gli indovini delle genti e i profeti.
18,9-13: I cananei sono cacciati dal Signore dalla loro terra a causa delle loro abominazioni, tenute in atto dagli indovini, i quali mettono a contatto con il mondo dei demoni. Le loro pratiche cultuali crudeli e torbide non sono vinte dalla razionalità perché non sono irragionevoli ma appartengono alla sfera delle potenze spirituali e perciò l’unica forza che si contrappone è la Parola di Dio. Da qui il comando: tu devi essere integro davanti al Signore tuo Dio (v. 13).
Per Israele vi è un aut/aut: servire Dio o i demoni delle genti.
18,14-22: al v. 14 inizia quella che oggi è proposta come lettura pubblica. Se appunto le genti, che stanno per essere cacciate di fronte a Israele, si rivolgono agli indovini non così deve fare Israele perché non questo gli ha dato il Signore, ma, attraverso un uomo come Mosè (umile, mite e semplice), il Signore continua a dargli la sua parola.
Certamente la divinazione può attrarre di più l’uomo per il senso di mistero che la circonda nelle sue pratiche, di quanto non faccia la Parola di Dio che si serve di uomini, che annunciano senza particolari manifestazioni medianiche. Infatti anche all’interno dei profeti ci saranno i falsi profeti, che si presenteranno in nome del Signore come portatori di una parola, che in realtà scaturisce dalla politica dei capi del popolo e non dalla volontà del Signore. Della forza seduttrice di questi falsi profeti farà amara esperienza Geremia. In ogni istituzione entra il falso e l’ingannevole.
La discriminante è data dall’intervento del Signore, che sigilla con l’attuazione storica la vera profezia. Essa è posta pertanto in un futuro e quindi nel presente non elimina il confronto, l’arroganza e l’insulto da parte dei falsi profeti.
«Vi è un aut/aut tra la sapienza demoniaca e la sapienza divina: chi non accetta la profezia cade nella divinazione. Il profeta è uno di tanti, soltanto che Dio lo sceglie.
Rapporto tra la profezia e l'Oreb: ogni profeta è come Mosè immerso nella nube a contatto con il trono; ogni profezia è manifestazione di Dio come all'Oreb. Ogni esperienza profetica è quella di Mosè sull'Oreb - Riguardo alla mediazione: essa mette a contatto con la parola di Dio» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 28.1.1973).

Mosè parlò al popolo dicendo:
15 «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto.

Il compito di Mosè non si esaurisce con la sua persona; esso continua nei profeti. In questo si nota l’inscindibile rapporto tra la legge e la profezia. Questa da una parte è finalizzata alla legge sia perché venga osservata e sia perché ne esplichi i misteri ivi contenuti.
Il profeta è colui nel quale la voce di Dio diventa la parola. È il passaggio dall’esperienza diretta di Dio, quale è quella di Mosè (cfr. Nm 12,8), a quella mediata.
Perciò il profeta, che il Signore suscita, scaturisce dal popolo, di mezzo a te, è della tua stessa stirpe e del tuo sangue. In lui vi è lo stesso carisma di Mosè, pari a me.
Questa uguaglianza denota la continuità anche quando il testo è riferito a Gesù nel NT. In Lui, infatti, la profezia giunge al suo compimento. In quello in cui Gesù è uguale ai suoi fratelli, vi è la continuità, in quello in cui è dissimile vi è il compimento. In quanto è della stirpe di Abramo, Gesù è in continuazione e in quanto è Figlio di Dio concepito dallo Spirito Santo Egli porta tutto a compimento, rivelando il senso definitivo della legge e della profezia.

16 Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”.

Il giorno dell’assemblea. Così è qualificato il giorno della rivelazione di Dio al popolo, quando esso udì la voce del Signore suo Dio e vide il grande fuoco.
Benché il popolo udisse la voce dall’involucro del fuoco, ebbe paura di morire. Non era la visione diretta di Dio ma una visione mediata da segni. Certamente gli elementi della mediazione, la voce e il fuoco, sono in rapporto con l’umanità che il Verbo in seguito avrebbe assunto. Quando venne in mezzo a noi come Parola del Padre, Egli attenuò talmente la forza della sua voce da non intimorire coloro che lo ascoltavano. Qui invece in un segno, che preannuncia la sua incarnazione, il Figlio spaventò grandemente il popolo.

17 Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene.

Al Signore è piaciuto quello che il popolo ha chiesto. Dio, infatti, non vuole comunicare con noi attraverso segni della natura, che incutano spavento, ma mediante uomini suscitati di mezzo ai loro fratelli. Attraverso loro il Signore li vuole abituare alla sua presenza in modo che ascoltandolo nella voce umana dei profeti, lo accolgano nella sua stessa voce di Dio divenuto uomo.
La manifestazione del Sinai aveva immesso nel popolo il timore perché tutti avevano recepito la grandezza di Dio e il limite di se stessi, ancor più reso fragile dalla presenza del peccato.
Dopo questa esperienza diretta vi è la mediazione profetica, che si colloca tra Dio e Israele per renderlo fedele al Dio del Sinai e aiutarlo a vincere l’inganno degli idoli.

18 Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò.

Caratteristica del profeta è quella di essere la legge vivente. La legge data al Sinai con i suoi precetti, risuona viva nella parola che il Signore pone sulle labbra del profeta (cfr. Gr 1,9: «Ecco io ho posto le mie parole sulla tua bocca»). Egli è l’organo di cui il Signore si serve come fosse la sua stessa bocca, per cui è proprio del profeta essere fedele.
Nella parola profetica, come oggi in quella evangelica, il Signore rimane nascosto, come nel sacramento, ma non per questo è meno presente. Il modo cambia, la qualità è la stessa (cfr. 2Cor 4,3-4: E se il nostro vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo che è immagine di Dio).
19 Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.

Il Signore chiede conto sia a chi ascolta come al profeta: a chi ascolta se si è ribellato alla sua parola e al profeta se l’ha pronunciata così come Egli ha parlato.
Tutto deve avvenire con estremo rigore e con la misura stabilita da Dio.

20 Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Grave è la situazione del profeta che osa dire quello che il Signore non gli ha comandato o di dichiarare una parola in nome di altri dei. Egli è assoggettato alla morte: morte sono le sue parole ed egli dovrà morire.
Questa pena di morte non è stata abolita; il profeta, che parla di sua iniziativa o in nome di potenze spirituali, che non appartengono a Dio, entra sotto il dominio delle forze della morte. Egli si consegna ad essa e consegna quanti lo ascoltano.
Il falso profeta, cioè chi non annuncia la Parola di Dio ma annuncia parole umane, impedisce, infatti, l’incontro con Dio. Non facendosi sacramento della Parola di Dio, si pone pietra d’inciampo all’incontro con il Signore.
La fedeltà di chi annuncia consiste quindi nel lasciare trasparire in sé la divina Scrittura, in cui avviene l’incontro puro e umile con il Signore che parla.
Fuori della Scrittura, accolta nella vivente Tradizione della Chiesa, vi è la falsa profezia e quindi la divinazione e l’idolatria.

SALMO RESPONSORIALE Sal 94

L'uomo è sempre in cammino; un cammino in avanti; e senza ritorni. Adamo è terra che sale, che ascende: creazione che arriva allo stato di coscienza. Terra che sa di cantare, quando canta; terra che si prostra e adora; oppure bestemmia.
Ed è insieme coscienza di tutta la storia: di questa nostra storia di bene e di male. Uomo per cui Dio fa festa, quando appare quale sintesi vivente del creato. Per il quale si adira e si indigna; e perfino si pente di avere creato, quando, a causa del suo cuore errante, per le sue vie non cammina: allora è certo che «non entrerà nel suo riposo».
Le battute iniziali «Venite, esultiamo al Signore, acclamiamo... alla Presenza (divina) andiamo cantando» hanno reso questo inno liturgico il tradizionale «Invitatorio» alla preghiera, posto in apertura al culto giudaico e cristiano. Ed effettivamente questo inno è di origine liturgica: dopo due professioni di fede nell'azione creatrice di Dio (vv. 3-5) e in quella dispiegata nella storia della salvezza (v. 7), il canto si trasforma in un oracolo profetico che coinvolge l'assemblea in un duro esame di coscienza (vv. 8-11). Si evoca, infatti, l'evento centrale della fede biblica, la nascita di Israele nel deserto dopo la liberazione offerta da Dio nell'esodo dall'Egitto. Ebbene, in quegli inizi Israele ha sfoderato tutta la gamma delle sue ribellioni: il poeta cita in particolare l'episodio di Massa e Meriba narrato in Esodo 17,1-7 e in Numeri 20,2-13. Dio, allora, fu nauseato di quel popolo che pure aveva amato e la sua minaccia «Non entreranno nel mio riposo», cioè nella terra promessa, fu attuata per quella generazione ed è sospesa come nuovo giudizio per la generazione presente. Si legga la meditazione che su questo sa1mo ha intessuto l'autore della Lettera agli Ebrei (cc. 3-4).
P. DAVIDE MARIA TUROLDO

R/. Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R/.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R/.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». R/.
SECONDA LETTURA 1Cor 7,32-35

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 32 io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33 chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

Vorrei, indica il desiderio intenso dell'Apostolo.
senza preoccupazioni, si riferisce alle cose del mondo.
L'Apostolo, attraverso la legge del parallelismo, procede con ordine; prima contrappone chi non è sposato a chi è sposato, poi la donna non sposata e la vergine alla sposata.
Le cose del Signore è contrapposto alle cose del mondo.
Le cose del Signore hanno come fondamento la parola della Croce; le cose del mondo invece si fondano sulla sapienza della carne.
Chi vuol piacere al Signore si preoccupa di quanto lo riguarda, cioè fatica nella sua vita spirituale. «L'esercizio per piacere a Dio, che è secondo il Vangelo di Cristo, si attua per noi con l'allontanarci dalle cose mondane e con l'estraniarsi assolutamente dalle distrazioni affannose» (Basilio, Regole ampie 5) N.B. distrazioni affannose , cfr Lc 10,39 e 1Cor 7,35.
L'Apostolo contrappone «piacere al Signore» e «piacere alla moglie». Lo scopo per cui l'uomo sposato si preoccupa delle cose del mondo è di piacere alla moglie. Quindi per lei si affanna nelle cose e sollecitudini di questo mondo ed è diviso tra il piacere al Signore e il piacere alla moglie. Per questo ha detto precedentemente: quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero.

34 Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.

l’apostolo vede ora le cose da parte della donna. Pone una distinzione tra la donna non sposata e la vergine.
Forse nelle donne non sposate si deve porre le vedove. Vedi Anna che nel Tempio serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
perché sia santa nel corpo e nello spirito. Santa nel corpo mediante la castità. Nello spirito mediante l'unione con Cristo, divenendo un solo spirito con Lui, attraverso digiuni e preghiere.
Da quello che traspare nello scritto apostolico non è tanto l’uomo o la donna in sé, che appartengono alla dimensione cosmica, ma è il loro rapporto. Pur essendo santificato, il vincolo coniugale comporta una preoccupazione per le cose mondane, che distrae dal Signore.
È forse questo un deprezzamento del rapporto coniugale? No di certo! Ma è un’indicazione preziosa ai coniugi di diminuire sempre più le pretese mondane nel vincolo matrimoniale per giungere a quella sobrietà e santità, alimentata dal rapporto, che, anziché distrarre dal Signore, diventa sollecitudine vicendevole a servirlo con tutto se stessi. Ed è quanto dice immediatamente.

35 Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

Non per gettarvi un laccio, creando tensioni nel vostro rapporto vicendevole. Infatti su tutto vale l’amore. Se il coniuge si preoccupa dell’altro per piacergli e lo fa con quell’amore, che ci ha dato il Signore, allora le realtà cosmiche diventano spirituali.
Degnamente, il termine greco «ha il significato di condotta rispettabile» e cioè che dia una buona impressione (GLNT).
Tutto il discorso di Paolo ha come scopo questo: la condotta decorosa nei riguardi soprattutto di quelli di fuori e lo stare assiduamente con il Signore senza deviazioni anche quando si deve trattare delle realtà mondane per piacersi a vicenda.

CANTO AL VANGELO Mt 4, 16
R/. Alleluia, alleluia.
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
R/. Alleluia.
VANGELO Mc 1,21-28

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, 21 Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava.

La prima attività di Gesù nella sinagoga è quella dell’insegnamento. L’imperfetto nel greco (insegnava) denota un’attività continua, alla quale Gesù si sente obbligato. Egli deve esplicitare il suo rapporto con la legge, di cui è il Maestro e ne è pure la pienezza.

22 Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

Il suo insegnamento manifesta la sua autorità, certamente in rapporto alla Legge e ai Profeti. Egli si rapporta alla divina Scrittura in modo completamente diverso da quello degli scribi. In questi si manifesta la tradizione, in Lui la sorgente.
«La contrapposizione è data da un'inconfrontabilità. Ciò che fa la differenza è l'exousìa (che noi traduciamo con potere), termine raro nell'A.T.: non si dice dei profeti che hanno exousìa, è detto in Dn del Figlio dell'Uomo. L'exousìa trascende la stessa missione profetica ed è propria del Figlio. Il Cristo ce l'ha ma gli è data Mt 9,6; 21,23; 28,18; Gv 5,22; 10,18; 17,2» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico 23.1.1973).
Un simile insegnamento desta stupore, uno spavento estatico, che è tipico della rivelazione divina.

23 Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo:

Questa autorità tocca il mondo delle potenze spirituali, quelle che soggiogano, ingannando, noi uomini. Lo spirito immondo è costretto a gridare.
«L'immondo nella sinagoga, forse nessuno lo sapeva ed è la Parola di Gesù che lo rivela. Anche gli scribi avevano autorità ma non avevano forza di far manifestare questa impurità profonda dello spirito. Lo spirito impuro è ignorato fino a che la parola di Gesù lo rivela» (sr. Cecilia, appunti di omelia, Gerico, 1.2.1976).

24 «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

Egli dichiara la netta separazione di Gesù Nazareno da loro. Essi ne sentono il potere e la forza di distruzione del loro dominio, perché è il Santo di Dio.
Notiamo come nel V.T. Aronne è chiamato «Santo di Dio» perché è l'unico che entra in contatto, come sacerdote, con Dio. Gesù è colui che parla venendo direttamente da Dio e i demoni lo sanno e tremano alla sola sua presenza.

25 E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!».

Il Signore manifesta con immediatezza, senza riti esorcizzanti, il suo potere cui i demoni sono soggetti.
26 E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.

Lo spirito immondo lascia la sua preda con un ultimo tentativo, straziandolo. Egli esce gridando forte la sua sconfitta.

27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».

Allo stupore per il suo insegnamento succede ora l’essere presi da timore, quello che avviene di fronte al manifestarsi della potenza divina, della sua gloria.
La dottrina è nuova tocca ambiti che la legge non raggiungeva, quello cioè di sottomettere gli spiriti immondi. La legge salvaguardava dal potere degli spiriti immondi cercando d’isolare Israele dalle Genti, soggette ai demoni. Gesù avanza in queste regioni demoniache, presenti anche in Israele, e strappa gli uomini a esse soggette.

28 La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Lo stupore e il tremore davanti alla manifestazione di Dio in Gesù portano al diffondersi della sua fama dovunque nei dintorni della Galilea.

Nota
La parola dell’uomo può risvegliare queste potenze di morte ma non può dominarle, ma si assoggetta sempre più a esse.
Come in Dt 18,9-22 vi è la contrapposizione tra le parole d’indovini e fattucchieri e la Parola di Dio sia nel modo come nel contenuto in rapporto agli uomini e alla storia, così ora, nella continuità e nello stesso tempo nella novità, la parola evangelica tocca il fondo dell’esistenza umana e condanna gli spiriti immondi sradicandone il potere dall’uomo. Questo potere si era infatti ben radicato nell’uomo, restando saldo di fronte a ogni logica umana, inquinata dalla conoscenza del bene e del male e quindi non soggetta alla conoscenza di Dio.
Pensare di creare con la forza del pensiero umano delle premesse, che preparino l’accoglienza evangelica, è uno sforzo condannato al nulla, perché solo l’annuncio può metter in luce queste forze paralizzanti dello spirito dell’uomo e annientarle.
Tuttavia resta sempre a ogni uomo la libertà di scelta. Qui sta la debolezza evangelica; essa non costringe perché è proprio dell’atto di fede essere fondato sulla libertà massima, senza condizioni. La fede non contiene nessuna «seduzione», neppure intellettuale o sensibile perché l’uomo sia posto davanti a Dio e al suo Cristo in quel giusto rapporto, che non ne annulla la libertà del suo sì o anche del suo no. Come fu rifiutata la parola dei profeti così può essere rifiutata la parola evangelica.

PREGHIERA DEI FEDELI

C.: Al Padre, che ci rivela nel suo Figlio le opere meravigliose del suo amore, si elevi ora la nostra umile preghiera.
Ascoltaci o Signore a gloria del tuo nome.

 Perché tutta la Chiesa annunci con coraggio evangelico la Parola di Dio per distruggere il potere di satana, preghiamo.

 Perché l’anelito alla redenzione di tutti gli uomini s’incontri con l’Evangelo di Gesù e in Lui, mite e umile di cuore, trovi il suo riposo, preghiamo.

 Perché i piccoli, i deboli, i diseredati siano rafforzati dal dono dello Spirito Santo e siano liberati da ogni forma di schiavitù e di sfruttamento, preghiamo.

 Per noi qui presenti perché accogliamo la dottrina nuova, che è la Croce del Cristo, come principio che capovolge le nostre scelte, preghiamo.

 Perché tutti coloro che sono chiamati a servire il Cristo si donino a Lui con generosità sempre rinnovata, preghiamo.

O Padre, che c’inebri con il vino buono delle realtà celesti, accogli la nostra umile preghiera perché non deviamo mai verso la parola menzognera ma restiamo sempre saldi nella verità, a noi rivelata dal tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna nei secoli dei secoli.
Amen.

 

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