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08/02/2015 - Lectio della 5' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

domeniche precedenti

 

V Domenica TO anno B

Perché soffrire? Perché il grido dell’innocente?
Senza ragione scendiamo nella sofferenza.
Non una risposta, ma solo un denso silenzio,
inferno di angoscia.

Demoni impuri straziano la misera carne,
Avvinghiano la psiche con ombre di paure,
avvolgono il nostro spirito di follia disperata,
tenebre di morte.

Vieni, dolce Signore, Redentore nostro,
nel vibrante grido di sfida e di supplica,
preghiera madida di sudore e di sangue,
speranza di vita nuova.

PRIMA LETTURA Gb 7,1-4.6-7

Dal libro di Giobbe

Premessa: questo breve testo fa parte della prima risposta di Giobbe, quella ad Elifaz, il più anziano e il più saggio dei tre amici. Questi ha voluto portare Giobbe con toni caldi e pieni di compassione a riconoscere i suoi peccati; essendo, infatti, uomo non può esserne esente.
Giobbe risponde in due capitoli (6-7) dichiarando che la sua situazione è pesante e che gli toglie talmente il gusto della vita da desiderare la morte. In più egli vede come anche i suoi amici non lo comprendano (c. 6). Seguono alcune considerazioni sulla sua condizione, iscritta all’interno di quella dell’uomo (1-6: una sofferenza senza sosta che tutto lo penetra). È questo il testo proposto all’annuncio in questa domenica. Dopo, Giobbe alza a Dio il suo grido: sta scendendo allo Sheol, non ha riposo neppure nel sonno. In tutto questo Dio è sempre presente senza dare tregua. Perché? (7,1-21). N.B. TM = testo ebraico masoretico in una versione assai letterale.

Giobbe parlò e disse:
1 «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?

TM: Forse non c’è un lavoro fissato per l’uomo sulla terra
e non sono come i giorni di un mercenario i suoi giorni?

Con queste parole Giobbe risponde alla visione che Elifaz ha avuto sull’uomo (cfr. 4,17-21). Sì, l’uomo è una creatura debole e in più, su questa terra è assoggettato a un duro lavoro a tempo determinato, infatti, i suoi giorni sono simili a quelli di un mercenario. È questa anche la visione del Qohelet (3,10): Dio ha dato agli uomini un’occupazione, perché si occupino in essa. Da qui si comprende che Giobbe non mette in discussione la visione di Elifaz, ma ne trae conclusioni diverse.

2 Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
3 così a me sono toccati mesi d’illusione
e notti di affanno mi sono state assegnate.

TM Come lo schiavo sospira l’ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
così io ho ereditato mesi inutili
e notti travagliate mi sono assegnate.

Infatti, lo schiavo sospira l’ombra del tramonto del sole per potersi riposare e il mercenario aspetta che giunga il momento in cui riceverà il salario per la sua fatica. Benché dura sia la condizione dell’uomo sulla terra, anche coloro che vivono nelle condizioni più umili hanno il momento in cui riposano o in cui godono del frutto della loro fatica.
Non così per Giobbe; egli è stato posto in una condizione ancor più pesante di quella dello schiavo e del mercenario. Infatti, sua eredità non è l’ombra e nemmeno il salario ma mesi inutili e notti travagliate gli sono assegnate. Quando è il momento del riposo, inizia per lui una dura fatica a causa dei tormenti e delle sofferenze per cui i mesi passano inutilmente e senza alcun vantaggio. A differenza del mercenario per lui non c’è alcun guadagno nella sua fatica e a differenza dello schiavo per lui non c’è alcun conforto nella sera. Per questo non trova pace nelle parole dell’amico e la visione che questi gli ha comunicato non è per lui motivo di speranza, ma di maggiore amarezza.

4 Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.

TM Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”.
Lunga è la sera e mi sazio d’insonnia fino al mattino.

Descrive ora quello che sta soffrendo. Nel riposo non ha quiete; infatti, dice: Quando mi alzerò? Nel riposo della notte sospira il giorno. Si allungano le ombre e quindi lunghissima, senza fine, è la notte. E sono stanco di rigirarmi fino all'alba (lett.: E mi sazio d’insonnia fino al mattino) e non di riposo. La sofferenza interiore e fisica è tale che gli toglie ogni possibilità di dormire. Perché l’uomo deve giungere fino a questo punto? Già di per sé fragile e povero, abita in una casa di creta, perché questa gli viene inesorabilmente distrutta, come subito dice?

Aggiungiamo il versetto che è tolto nella lettura pubblica perché parte integrante del discorso:

5 TM Rivestita è la mia carne di vermi e di sporgenze polverose, la mia pelle è raggrinzita e si scioglie.

Anziché delle splendide vesti della sua precedente condizione, ora la sua carne è rivestita di vermi, ha già l’aspetto sepolcrale senza che egli possa morire, e di sporgenze polverose, sta ritornando alla polvere da cui fu tratta; la sua pelle è tutta raggrinzita e solcata da rughe e fenditure e si scioglie. Giobbe si vede già nel sepolcro senza poterne godere il riposo. Vive la sua stessa morte, è questa l’esperienza più amara e dolorosa. Come può Dio condurre l’uomo a questa situazione così di morte solo per farlo ravvedere? È, infatti, messo in crisi proprio questo rapporto di Dio con l’uomo e viceversa. Dio sta rischiando, sembra, senza necessità, appunto, senza ragione.

6 I miei giorni scorrono più veloci d’una spola,
svaniscono senza un filo di speranza.

TM I miei giorni sono più veloci d’una spola,
sono finiti senza speranza.

Conclude questa sua riflessione, prima di rivolgersi a Dio, con una considerazione. A causa della sofferenza e delle prove i giorni e le notti sono lunghi, ma nello stesso tempo scorrono veloci, più veloci di una spola e, poiché l’uomo è un soffio che va e più non ritorna (Sal 78,39), sono ormai finiti, senza speranza. Da una parte Giobbe desidera la pace del sepolcro, dall’altra vede la vita sfuggire veloce senza speranza e ne soffre. Piuttosto che vivere così preferisce morire, ma, nello stesso tempo, desidera vivere. Ecco la sofferenza che intimamente lo prova: anelito alla morte come riposo e amarezza di vivere inutilmente. Chi può togliere all’uomo questa convinzione?

7 Ricòrdati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene».

TM Ricorda che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non vedrà più il bene.

Ricorda che un soffio è la mia vita, come è scritto: Si ricordò che sono carne, un soffio che va e più non ritorna (Sal 78,39). Ricordati come tu hai plasmato l’uomo rendendo la sua vita leggera e inconsistente come il soffio. Qui il termine soffio si avvicina all’altro vanità, usato dal Qohelet. Non indica tanto la costituzione dell’uomo, (in questo senso soffio equivale a spirito), quanto piuttosto la sua situazione esistenziale di creatura dominata dalla morte, per cui dice: Il mio occhio non rivedrà più il bene; questa espressione è pure cara al Qohelet. «Vedere il bene» è poter gustare la vita nella benedizione divina. È talmente assorbito dalla polvere di morte in un viaggio senza ritorno che, per vedere il bene, dovrebbe come risalire dai morti.

NOTA
Queste riflessioni di Giobbe, che scaturiscono dalla sua situazione, sono rivolte alla morte e al rapido correre della vita umana verso di essa.
Tutto questo è assurdo. L’uomo, però, non può farci nulla; egli non può fermare questa corsa né imprimere un movimento di ritorno. È un inutile sogno degli uomini pensare di fermare l’espandersi del dolore e della sofferenza entro la stirpe umana.
Scindere la sofferenza dalla radice stessa dell’esistenza dell’uomo e ridurla a un fenomeno fisico e psichico è semplificare il discorso per illudersi della soluzione.
La sofferenza si radica nella situazione di peccato, che opprime l’esistenza umana. Anche se non si può creare una causalità diretta tra la sofferenza e il peccato nel singolo, tuttavia questo non elimina il rapporto tra peccato e sofferenza.
Il tentativo di creare una causalità nel singolo crea quelle tremende distorsioni del discorso che portano alle persecuzioni, all’eliminazione ecc.; il tentativo di eliminare in modo totale il rapporto porta a un esasperato tentativo di circoscrivere le cause nell’aspetto esterno e registrabile della natura umana.
Giobbe grida a Dio nella sua sofferenza, che lo sta distruggendo.
Il processo può essere solo bloccato dalla redenzione, che ha il suo vertice nella pasqua del Signore, nella sua morte e risurrezione. Qui ognuno - e tutta l’umanità - inizia il cammino del ritorno dal dominio della morte verso la pienezza della vita.

DON GIUSEPPE DOSSETTI:
Giobbe. Dice delle cose che non crede del tutto; spera che non sia così anche se non sa come non è così, non sa per quali vie Dio lo salverà. Capisce che non può essere così, sarebbe troppo assurdo: non sa quale ma sa che Dio la soluzione ce là per dare un senso a tutto questo.
Ha ragione Giobbe o ha torto? Oggi c’è tanta gente che dice che ha torto: l’uomo arriverà a dominare i mali della vita. Così dice la rivista “Servizio della parola” che tutti i preti leggono per preparare l’Omelia. La sofferenza non sarebbe legata al peccato, sarebbe solo uno stadio arretrato del genere umano. Bisogna rispondere alla sofferenza operando perché il processo di sviluppo dell’umanità si acceleri e si possono eliminare le cause della sofferenza-
Il rapporto tra sofferenza e peccato sarebbe una dottrina primitiva eliminata dal Vangelo. Ma questa gente non conosce in realtà la Bibbia; il Vangelo non fa che parlarci il rapporto fra sofferenza e peccato, anche se c’è un momento di ricerca nel V.T. sul problema della restituzione individuale a Cristo dice che è sbagliata una certa dottrina- per questo risponde (in Giovanni) “Non ha peccato né lui né sua madre, ma perché sia manifestata la gloria di Dio”. Ma ciò non nega tutta la dottrina globale del rapporto tra sofferenza e peccato in tutta l’umanità. Sennò Cristo cosa sarebbe venuto a fare? Redenzione è redenzione dal peccato e dalle sue conseguenze. Eppure noi ricorrendo al mistero del peccato diamo in fondo una spiegazione più plausibile che non quella che si dà fuori delle sofferenze chiarendo solo alcuni nessi causali. La soluzione poi cosa sarebbe? Lo stoicismo o gli anestetici?
Io e la mia generazione siamo ancora vittime di una serie di dolori che non riusciamo a eliminare. Quindi, la mia speranza è solo come quella delle api che muoiono dopo aver lasciato l’alveare. Visione in cui la persona non ha più posto, c’è solo la specie. Questa dottrina anche se non lo si sa ha sotto una visione marxista, è l’essenza pura del marxismo.
Quando io sono colpito da un dolore totale che mi paralizza di fronte a ogni possibilità di vita di relazione di contributo sacrale ecc. cosa posso fare! È pura negatività, perché sono nato nel 1970 e non del 2400.
Problema della morte: la morte è fine e buona notte, a meno che io non includa nelle prospettive del progresso anche il superamento della morte. Non posso porre solo il problema, per cui si può supporre al limite che il superamento delle cause biologiche e sociologiche mi portino al termine. Ma resta il problema della morte, e allora non è più ammissibile che questo discorso non è fattibile nemmeno nell’ambito della Risurrezione. Cristo è finito, il Cristo pasquale non c’è. Se i morti non risorgono, nemmeno Cristo è risorto. La risurrezione presuppone distruzione e nuove creazioni, non sviluppo all’infinito di un germe.
Queste sono cose molto divulgate, ma un livello molto mediocre di scienza. Lo scienziato di punta si rende conto che l’intelletto umano perde sempre più il controllo delle stesse scoperte da lui fatte.
Oratorio di sant’Antonio, appunti di omelia.


SALMO RESPONSORIALE Sal 146

Questo Salmo tutto intero nella liturgia ebraica (147), è divino in due dalla versione dei Settanta e dalla Vulgata (146 e 147). Nella nostra liturgia delle Ore noi seguiamo la versione dei Settanta.
Il Salmo è un inno di ringraziamento rivolto al Signore della creazione e della storia, della natura e di Israele. Il carme, da ricondurre all’epoca postesilica, esalta l’amore misericordioso di Dio, che si svela non solo nelle meraviglie cosmiche ma anche nella storia della salvezza del popolo ebraico. Sui due temi, quello cosmico e quello storico, si sviluppano tre movimenti del carme, tutti scanditi da un invito alla lode. Il terzo movimento è inserito nel Salmo successivo: il 147.
• Il primo (vv. 1-6) si apre con l’acclamazione: “Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio” (v. 1). A essere celebrata è innanzitutto l’azione storica del Signore “che ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi di Israele” (v. 2). Con tenerezza egli si china sui suoi figli dal cuore affranto e dal corpo ferito (v. 3). Eppure egli è il sovrano dell’universo: appare, così, la dimensione cosmica della regalità divina, la sua irraggiungibile trascendenza (vv. 4- 5) che, però non gli impedisce di stare accanto ai poveri, vendicandoli dei soprusi degli empi prepotenti (v. 6). 

• Un altro invitatorio apre il secondo movimento del Salmo: “Cantate al Signore un canto di grazie” (vv. 7-11). Prevale qui la dimensione cosmica dell’azione divina che sa unire da un lato l’intervento per coordinare i maestosi regimi climatici e i dinamismi naturali ma, d’altro lato, non esita a porsi al servizio del bestiame affamato e dei “piccoli del corvo che gridano a lui”. Una tenerezza che va soprattutto agli umili della terra; ignora la potenza del cavallo o l’agilità dell’uomo, ma si rivolge a chi ha come unica speranza la grazia del Signore. 

R/. Risanaci, Signore, Dio della vita.

È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele. R/.

Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome. R/.

Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri,
ma abbassa fino a terra i malvagi. R/.

NOTE
Il Signore costruisce Gerusalemme, che è luogo di convergenza e di raduno dei dispersi d’Israele, che hanno il cuore affranto, cioè gli umili.
Gli empi, saldi nella loro forte città, sono abbassati fino a terra.
Contrapposizione delle due città: Gerusalemme, la città degli umili e Babilonia, la città degli empi.
Le due stirpi: gli umili, i poveri del Signore, e gli empi.
Le stelle sono anche quelle citate nella promessa fatta ad Abramo. Gn 15,5-6: lui solo le conta e le conosce così è della stirpe di Abramo.
Per questo bello e dolce è il canto, che è lodarlo come a lui conviene.
Oggetto della lode: v. 5: Grande è il Signore, onnipotente, la sua sapienza non ha confini.
Considerazioni:
 visione del piano di Dio: adempimento della sua promessa.
 lode al Signore per i suoi imperscrutabili disegni

 

 

SECONDA LETTURA 1Cor 9,16-19.22-23

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi

Fratelli, 16 annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!

Il vanto è fondato su una libera scelta dell'Apostolo che qui è annunciare gratuitamente il Vangelo, invece evangelizzare è una necessità.
Il termine necessità mette in luce da una parte il grave dovere impostogli da Dio e al quale non può venir meno sotto grave punizione, dall’altra che l’annuncio è necessario per la redenzione di tutti gli uomini.
Lo stesso era per i profeti (cfr. Gr 20,9: Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo).
Questa necessità deriva pure dalla situazione in cui ci si trova: la scena di questo mondo sta passando, è urgente annunciare a tutti l’evangelo. Corrisponde al detto del Signore: La messe è molta ma gli operai sono pochi (Mt 9,37).

17 Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato.

L'Apostolo lega al fare spontaneamente (di mia iniziativa) la ricompensa. Questo sottolinea un rapporto libero tra chi dà il lavoro e chi lo compie e si basa sul patto. Cfr. Mt 20,2: si accorda per un danaro al giorno.
Ma poiché egli è schiavo di Gesù Cristo, agisce costretto in quanto gli è affidato l’incarico di dispensare i misteri di Dio (cfr. 4,1s).

18 Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.

Qual è dunque la mia ricompensa? Emerge in questa domanda tutta la forza della grazia e quindi della gratuità del dono ricevuto e dato. Perché questa gratuità appaia tale, egli evangelizza gratuitamente rinunciando al suo potere di usufruire di esso.
«È da conservare il discorso positivo del Signore che non va frainteso. Deve essere tenuto presente il compito di vivere dell'Evangelo, cioè di avere in esso la ragione dell'esistenza. Questo riguarda tutti, infatti, ogni cristiano è inviato anche se in modo diverso dagli apostoli. Il proprio lavoro non può diventare la ragione dell'esistenza del cristiano. Questo ha delle applicazioni importanti per la nostra vita: in momenti in cui si è tentati, si può cercare altrove un appoggio, mentre noi dobbiamo vivere dell'Evangelo» (d. UMBERTO NERI, appunti di omelia, eremo s. Salvatore, 8.6.1977).
«Quello che Umberto dice è confermato dal lessico: v. 13 mangiano, sono partecipi, al v. 14 dice: vivono che non è tradotto mangiano, ma ha un significato completo. In tal modo resta il precetto del Signore. Infatti, l'Evangelo deve essere tutta la loro vita e il mezzo per cui procurarsi da mangiare. Questo investe tutti: vescovo, preti, diaconi e il semplice cristiano. Essendo eletti e predestinati non possono più vivere se non del mistero di Cristo ed è ovvio che abbiano diritto di mangiare. Cfr. Lc 10,7: vivi la giornata, dove annunzi mangia ciò che ti è dato. Tu hai mangiato ieri? Se hai mangiato è per l'Evangelo, se non hai fatto niente hai mangiato il pane a tradimento. Dobbiamo vedere anche nell'atto primo della lode un annuncio. Se non è, infatti, annuncio non è lode e quindi ho mangiato il pane a tradimento. Quale consapevolezza di annuncio? Sono chiuso in cella ma che annunzio do?» (d. G. DOSSETTI, appunti di omelia, eremo s. Salvatore, 8.6.1977).

19 Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero.

L'apostolo riprende a parlare della sua libertà (9,1) e afferma: mi sono fatto servo di tutti, a imitazione di Cristo e secondo il suo comando (cfr. Mt 20,26-27). Non solo quindi si fa schiavo di Cristo ma si fa schiavo di tutti a causa dell'Evangelo per guadagnare qualcuno cioè per salvarli.
Paolo non presenta qui nessun graduale contatto: prima il rapporto umano e poi l’annuncio. Egli si sente obbligato ad annunciare l’Evangelo a tutti gli uomini in qualsiasi situazione essi si trovino. È talmente legato al Vangelo da sentirsi nella stessa condizione del Cristo, quella cioè di essere schiavo.
«Infatti essendo libero, proprio perché è libero. Qui vi è lo stesso schema di Fil 2,5. Finché uno non è liberato dallo Spirito Santo ed è sotto alla Legge non può sottoporsi alla Legge; finché non è morto agli elementi del mondo non può sottoporsi agli elementi del mondo per guadagnare gli altri. Paolo rimanendo libero si fa schiavo: il senso essenziale di libertà rimane perché è il fine della vita cristiana» (d. U. NERI, appunti di omelia; Eremo s. Salvatore, 10,6.1977).

20 mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge.

Affronta le due categorie fondamentali: I Giudei cioè coloro che sono sotto la Legge e le Genti cioè quelli senza Legge. Riguardo ai Giudei, egli che è tale dice tuttavia di non essere sotto la Legge è infatti libero, ma si dichiara schiavo dei Giudei come sotto la Legge per guadagnarli a Cristo. Così ha fatto il Signore Gesù nato da donna, nato sotto la Legge ecc (Gal 4,4) e così fa Paolo quando fa circoncidere Timoteo (cfr. At 16,3) e quando compie la liturgia sacrificale nel Tempio (cfr. At 21,20-26).

21 Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge.

I senza-Legge sono le Genti: Paolo si definisce nella Legge di Cristo e quindi a Lui sottomesso e in Lui soggetto alla Legge di Dio. In tal modo è sottolineata l'uguaglianza tra Dio, il Padre e Cristo.
«Non è farsi giudeo con i giudei per prendere qualcosa di furtivo da loro. Qui Paolo sottolinea gli elementi negativi: i giudei sono sotto la Legge: i greci sono fuori legge. L'assimilazione è l'assunzione della debolezza degli uni e degli altri. Quando avviene così, avviene senza detrimento perché Paolo né diventa sotto la Legge e fuori Legge. È l'assunzione reale di debolezza e peccato che non toglie la libertà» (d. U. Neri, appunti di omelia; Eremo s. Salvatore, 10,6.1977).
«Non solo vuole assumere gli altri negli elementi negativi, ma è una negatività negli opposti: il giudeo e il pagano sono colti proprio nel punto in cui sono all'opposto di Paolo. Eppure Paolo assoggettandosi a questo in che modo lo fa? Il mistero di Cristo gli fa assoggettare tutto ciò che è rinunziabile, non la realtà suprema irrinunciabile. Tanto più questa è assoluta, tanto più quello che di Paolo c'è in Paolo è assoggettato a questo posto» (d. G. DOSSETTI, appunti di omelia; Eremo s. Salvatore, 10,6.1977).

22 Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23 Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.

«Al v. 22 è postulato: io sono forte. Che cos'è tutte le cose del v. 23? Mi pare che non voglia dire faccio tante cose, ma faccio persino queste cose cioè giudeo con i Giudei ecc. Non sono le cose realizzate all'esterno, ma vuol dire arrivo a questo punto sottoponendo me a ciò. Non fa molto chi molto opera, ma chi molto si trasforma e si assoggetta: costui fa tutto. In una parola farsi tutto è farsi schiavo di tutti. È la confutazione di un certo modo farsi tutto a tutti che si ferma solo a livello sociologico e resta esterno» (d. G. Dossetti, appunti di omelia; Eremo s. Salvatore, 10,6.1977).

NOTA
«Ritorniamo alle prime parole: ero libero. La decisione è un atto della mia libertà che compio non semplicemente per una rinuncia negativa, ma positiva perché libera questa rinuncia e mi immerge sempre più nel mistero di Cristo. La mia scelta è perché ho capito questo grande principio generale che è la follia del Cristo e la partecipazione al suo mistero di gloria; perché ho capito questo, assoggetto la mia libertà e devo giungere allo svuotamento della mia libertà umana e accetto questa strada con tutti i suoi aspetti disumanizzanti a prima vista per giungere a questa libertà. Così è del Cristo: Lui libero della libertà di Dio si è reso schiavo degli uomini, Lui immerso nella visione si è fatto condannare dagli altri e crocifiggere da chi era senza Dio e così via» (d. G. Dossetti, appunti di omelia; Eremo s. Salvatore, 10,6.1977).

D. UMBERTO NERI:
1Corinzi: La cosa più urgente è annunciare Gesù e questo Crocifisso. Il progresso non deve fare dimenticare al cristiano che la cosa più importante è la evangelizzazione. Anche su questo non si è d’accordo. Si dice che bisognerebbe fare una specie di pausa nell’evangelizzazione. Paolo ci dice il contrario: essenzialmente io devo annunciare il Vangelo agli uomini di qualsiasi condizione, ma l’annuncio vero è quello che sposa fino in fondo la condizione del Cristo.
Necessità, nella prima ai Corinti ha un significato escatologico. Stato di sollecitudine estrema: le cose precipitano: siamo in una situazione di necessità. Prima che questa scena passi occorre che questo Evangelo sia annunziato.

CANTO AL VANGELO Mt 8, 17

R/. Alleluia, alleluia.
Cristo ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle nostre malattie.
R/. Alleluia.


VANGELO Mc 1,29-39

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, 29 uscito (lett.: usciti) dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni.

Con il plurale (usciti) è rilevata l’inscindibile unità di Gesù con i suoi discepoli. Mt e Lc invece s’incentrano su Gesù facendo scomparire i discepoli.
Dalla sinagoga alla casa di Simone. Nella prima scaccia il demonio nella seconda scaccia la febbre. Sia la sinagoga che la chiesa hanno bisogno che il Cristo le liberi da questa potenza di morte.

30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.

All’interno della casa vi è la supplica dei suoi. Questa supplica è confidenziale e immediata: subito gli parlarono di lei.

31 Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Gesù avanza verso la parte interna della casa e solleva la donna afferrandola per la mano. Con questo gesto Egli esprime la sua signoria sulle forze della morte e le comunica la vita al punto che ella li serve (in Mt è detto: lo serve per sottolineare la dipendenza da Cristo).
«Il racconto è dominato dall’espressione la fece alzare che nel linguaggio neotestamentario evoca la risurrezione di Gesù e la risurrezione battesimale» (Diaconia).
Esso termina nel servizio, parola chiave di tutta la missione di Gesù fino al dono della sua vita (cfr. 10,45: Il Figlio dell'uomo, infatti, non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti; l’espressione servire è in parallelo con dare la vita). Chi è guarito da Gesù percepisce la propria vita come un dono, un essere per il Signore e per i fratelli.
La «terapia» del Signore, infatti, non solo si comunica al corpo ma opera in tutta la persona perché non esprime solo la sua signoria sulla natura ma sulle potenze spirituali che, entrate nel mondo a causa del peccato, ci assoggettano al potere della morte. La sua signoria è completa.

32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.

Stando all’economia della Legge il Signore durante il sabato guarisce due sole persone.
Al tramonto del sole, terminato il sabato, all’inizio del nuovo giorno, il primo dopo il sabato, il Signore opera con potenza anticipando la forza della sua risurrezione. Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Colui che è la vita attira a sé la morte per vincerla.

33 Tutta la città era riunita davanti alla porta.

Non più davanti alla sinagoga ma è davanti alla casa che si raduna tutta la città a indicare nel mistero la salvezza d’Israele, come è scritto: «Allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati» (Rm 11,26-27). Israele non è più salvato all’interno delle sue strutture: la sinagoga e la legge, ma nella chiesa di cui fa parte integrante.

34 Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Non solo le malattie ma anche molti demoni sono scacciati. Di fronte a Lui essi sono costretti a rivelarsi e a lasciare l’uomo su cui dominano anche attraverso le malattie. Essi se ne vanno vinti e zittiti dal Cristo. Non possono rivelare chi Egli sia.
Giungiamo, infatti, alla conoscenza di Gesù non attraverso il tremore dei demoni ma solo tramite la sequela e il rivelarsi del mistero di Cristo secondo il disegno del Padre. La conoscenza di Gesù attraverso i demoni non è la stessa che si ha dal Padre. L’una è di condanna, l’altra è di salvezza. Noi non possiamo credere chi è Gesù perché i demoni tremano e gridano ma perché ci è rivelato attraverso l’Evangelo. Questo è l’unico luogo della rivelazione del Cristo, le forze oscure e occulte tremano ma non possono rivelarlo.
L’Evangelo ha la sua piena rivelazione nella Croce. Qui le potenze sfogano tutta la loro rabbia, qui sono vinte e si rivela chi è il Cristo.
Il Sevo del Signore, annunciato a noi in Giobbe, si rivela nel Cristo crocifisso annientato e in questo suo annientamento Egli è glorificato nella sua gloria come di Unigenito dal Padre (Gv 1,18).
Egli è entrato nel nostro limite creaturale e per toglierlo si è annientato e annienta in noi, attraverso il fuoco della sofferenza, il nostro limite di creature per renderci con Lui partecipi della natura divina.

35 Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.

Gesù prega prevenendo la luce, come è scritto: Ciò che infatti non era stato distrutto dal fuoco si scioglieva appena scaldato da un breve raggio di sole, perché fosse noto che si deve prevenire il sole per renderti grazie e pregarti allo spuntar della luce (Sap 16,27-28). Il luogo dove Egli prega è deserto. Egli non prega in casa ma in un luogo appartato, Unico di fronte all’Unico. Lo stesso insegnamento lo comunica ai discepoli nel discorso della montagna (cfr. Mt 6,6: Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà).

36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce.

Chi si mette alla ricerca di Gesù può partire da motivazioni che non sono quelle del Signore ma Egli corregge e indica in che modo bisogna mettersi alla sua sequela (cfr. 3,32-35).

37 Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!».

Essi lo trovano nella solitudine e nel silenzio. Gesù è già uscito da Cafarnao e benché tutti lo cerchino Egli non vi ritorna. Nulla può trattenerlo dal compiere la sua missione. La preghiera interpone uno spazio spirituale tra il prima e il dopo. In questo spazio della preghiera, nel colloquio con il Padre si spengono tutte le motivazioni umane ed emergono quelle della volontà di Dio. Per i discepoli la volontà di Dio non si rivela attraverso il nostro pensare ma nel colloquio della preghiera.

38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

Sono venuto (lett.: sono uscito). Gesù è, infatti, uscito dal Padre. In questa missione itinerante coinvolge anche i suoi discepoli. Questi obbediscono a Gesù come Egli obbedisce al Padre. È Lui solo a predicare. Anche nella Chiesa quando è annunciato l’Evangelo è Lui solo ad annunciarlo.

39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

La sinagoga è il luogo dell’annuncio creando così continuità e compimento. L’effetto dell’annuncio è l’indietreggiare dei demoni.

Nota
In questo tratto dell’evangelo vi è un quadro forte della salvezza, che a noi ricapitola l’intero messaggio evangelico e anticipa profeticamente tutta l’opera del Cristo.
Egli, che è uscito dal Padre e viene nel mondo, opera con forza la redenzione dai demoni e accostandosi a noi ci afferra con potenza, ci strappa dalla morte e dal suo potere, ci fa risorgere e ci dà la possibilità di rendere culto e di servire.
Di questo ha bisogno sia Israele che tutti gli uomini per cui la casa in cui Egli si trova diviene il luogo dove Egli opera la redenzione. La Chiesa è lo spazio spirituale e fisico dove Egli opera la guarigione completa degli uomini.
In questo brano noi sentiamo tutta la forza della redenzione. Il sabato completa questa creazione. La «terapia» del Cristo avviene nel primo giorno, il suo giorno e ci porta nella gioiosa speranza della nostra piena redenzione.
La sua azione converge nella sua preghiera compiuta prima dello spuntar della luce. Tutto è forte in Lui e tutto in Gesù è dono per noi. Egli ci visita con la misericordia viscerale del Padre che non vuole che nessuno si perda.

DON GIUSEPPE DOSSETTI:
1,29-31: Guarigione della suocera di Pietro
32-34: guarigione in massa
35-38: appartarsi di Gesù, sua preghiera solitaria ed annunciazione del programma missionario
39: più largo raggio della predicazione di Gesù.
In queste prime giornate del Signore è già presente il termine verso cui si muove il Signore: la Sua Ora-
1) (…) delle donne nella Comunità messianica
2) (…), guarire (significato primitivo, servizio cultuale, vedi i terapeuti). Non medicamento ma guarigione compiuta.
La terapia di Gesù: guarisce con la Parola. Questi “miracoli” non sono “sospensioni delle leggi della natura”: sono atti di sovranità del Signore di fronte alle Potenze che rappresentano l’altro regno (cf. Col 1)
v.34 intima ai demoni di tacere, così ai discepoli e ai sanati.
Ancora il suo mistero può essere profondamente equivocato: non ci sarà più nessun pericolo quando sarà la sua Ora: della Croce. Quando sarò innalzato da terra …
Gesù sperimenterà totalmente consumata la rabbia delle potenze.
Problema dell’esistenza e problema di Gesù: il Cristo è il Cristo Crocifisso, l’Unigenito del Padre ridotto allo stato di Giobbe.
Giobbe non ha peccato con le sue labbra: quanto più è vera questa immacolatezza in Cristo Gesù! Exstasis amorosa del Figlio al Padre: Dio annienta la sua creatura per toglierla al suo limite creaturale e deificarla.

PREGHIERA DEI FEDELI

C. Dalla nostra situazione di povertà, di peccato e di miseria gridiamo al Signore nostro Dio finché Egli abbia pietà di noi.
Ascolta, o Padre, la preghiera dei tuoi figli.

 Perché in ogni luogo la Chiesa sia la casa dove il Signore guarisce gli uomini da ogni malattia e scaccia da loro ogni genere di demoni, preghiamo.

 Perché i discepoli si facciano carico delle infermità del loro prossimo e le presentino alla compassione del Signore, preghiamo.

 Perché nessun popolo scagli armi apportatrici di morte contro un altro popolo, ma perché tutti cerchiamo ciò che giova alla pace comune, preghiamo.

 Perché tutti i ministri di Cristo lo servano con cuore puro e totalmente a Lui dediti e abbiano nel cuore l’edificazione della Chiesa, preghiamo.

O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull'esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

 

Mc 1,29-39

Siamo ancora all’interno del sabato trascorso da Gesù a Cafarnao, aperto dal suo entrare al mattino nella sinagoga, dove aveva guarito un uomo malato nella psiche e nello spirito (cf. Mc 1,23-28). E Gesù continua a incontrare uomini e donne feriti nella loro salute, oppressi dalla sofferenza e dalla malattia; l’incontra quali persone prossime, come la suocera di Pietro che è preda della febbre, li incontra perché accorrono a lui da ogni parte. Si potrebbe dire che la giornata di Cafarnao è soprattutto incontro di Gesù con i malati, sempre presenti: presenti alla liturgia nell’assemblea dei credenti, presenti in casa, presenti nelle città e nei villaggi... A loro Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, né, d’altra parte, incoraggia atteggiamenti di ricerca dello straordinario e del miracolo. No, Gesù incontra i malati, non teme di avvicinarli e anche di toccarli; fa dunque innanzitutto gesti di comunione, si piega su quei corpi per curarli, lotta contro il male per farlo arretrare e così ridona agli uomini salute e pienezza di vita.
Va detto con chiarezza: la malattia - questa terribile situazione in cui prima o poi tutti ci imbattiamo - e, con essa, il dolore non ci inducono automaticamente a essere più buoni, ma sovente ci spingono alla chiusura, all’egoismo, all’assenza di fiducia negli altri e nella vita... Eppure anche la malattia è un luogo in cui è possibile far risuonare la buona notizia del Regno di Dio. Mentre restituiscono all’integrità della salute le persone malate, le guarigioni operate da Gesù vogliono, infatti, testimoniare soprattutto che nella malattia l’uomo è sempre oggetto di amore e di cura da parte di Dio: nella malattia è chiesto semplicemente a ogni persona di accettare di essere amata e di cercare a sua volta di amare! Attraverso queste azioni di cura e guarigione dei malati, Gesù ci racconta l’amore di Dio, annuncia il Vangelo con gesti e azioni - così come nella sinagoga l’aveva annunciato a parole (cf. Mc 1,21- 22) -, e ci insegna quale deve essere il nostro servizio verso i malati che incontriamo.
Questi miracoli sono dunque segni che devono lasciare il posto alla quotidianità della carità, della fede e della speranza, perché solo così si compie la verità dell’uomo: il vero miracolo operato sui malati consiste nel fatto che essi possono conoscere l’amore! Pur avendo scritto un Vangelo che è occupato per quasi un terzo dalla narrazione di miracoli, Marco non chiede ai lettori di interessarsi al miracolistico o al prodigioso. È per questo che Gesù, pur operando tali azioni, non si esalta mai, né si attarda su di esse; al contrario, esige silenzio in proposito (cf. Mc 1,43- 44; 5,43; ecc.) e vigila affinché le folle non deducano da questi gesti la sua santità né giungano a conclusioni affrettate sulla sua identità, prima della manifestazione definitiva che egli darà di sé sulla croce. Solo allora si potrà dire: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).
Va ancora notato che Gesù non si lascia travolgere né dalle folle che vogliono guarigioni né dalla sua attività di pastore (cf. Mc 6,34): Gesù cerca e trova spazi e tempi di solitudine, per dedicarsi alla preghiera, all’ascolto del Padre e alla comunione con lui. Nel deserto, nella notte, al mattino presto, egli cerca tenacemente di preservare il tempo essenziale pe r nutrire la relazione con Dio che lo ha mandato e che gli dà la forza e l’ispirazione per il suo “passare tra di noi facendo il bene” (cf. At 10,38). Così Gesù ha speso la vita, così ha insegnato a spenderla a noi, suoi discepoli: una vita che trova la propria forza nella preghiera e nel dialogo con Dio e che diviene vita per Dio e per gli altri, diviene un farsi carico delle sofferenze del fratello, una compassione che non si ferma davanti alla malattia e che senza pretendere guarigioni miracolistiche, sa farsi carico del dolore dell’altro e riesce così ad alleviarlo. Perché se alcune malattie sono ancora oggi inguaribili, nessuna persona è mai incurabile: basta che noi ce ne prendiamo cura, manifestando gli la cura che il Signore si è preso dell’umanità.

ENZO BIANCHI

ANNO B
Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1Cor 9,16-19.22-23; Mc 1,29-39

Il confronto con la malattia, con il proprio corpo malato (Giobbe) e con i corpi segnati da malattia di altri uomini e donne (Gesù): questo il tema che unifica la pagina di Giobbe e quella evangelica. E anzitutto emerge la legittimità del linguaggio di protesta e di contestazione da parte dell’uomo quando si trova nella situazione di malattia.
Giobbe si ribella alla situazione di disgrazia che si è abbattuta su di lui e grida a Dio la propria rabbia. Giobbe arriverà a bestemmiare Dio, mostrerà aggressività verso i suoi amici che si rivelano in realtà nemici, “medici da nulla”, ma non conforma il proprio discorso a quello teologicamente corretto dei suoi amici. Giobbe osa esprimere ciò che sente. E Dio stesso, dirà Gb 42,8, gradisce maggiormente le sue invettive che le prediche dei suoi amici. Vi è una legittimità per il malato, nella sua sofferenza, di esprimere una reazione anche di collera, anche irrazionale.
In verità, quell’urlo è la maniera con cui il malato cerca di dirsi nella malattia, cerca di esprimere ciò che sta avvenendo alla propria vita. Ed è un momento positivo e vitale in quanto è il primo passo di un possibile cammino di guarigione, o quanto meno di assunzione della malattia: il malato lotta, chiede “perché?”, inveisce, non si rassegna, non la dà vinta al male. Questa presa di parola di fronte al male che invade il proprio corpo non va soffocata da chi sta accanto al malato con esortazioni al silenzio o a “non dire così” o a non disturbare, ma va accolta come un momento importante del faticoso processo di assunzione della crisi esistenziale introdottasi nella vita dell’uomo. Come dice ancora Giobbe: “Per il malato c’è la lealtà degli amici, anche se rinnega l’Onnipotente” (Gb 6,14); “per il malato c’è la pietà degli amici, anche quando Dio si mette contro di lui” (Gb 19,21).

L’incontro di Gesù con i malati, presentato nella pagina evangelica anche mediante un sommario che parla dell’attività di cura e di guarigione dei sofferenti come di un’attività consueta di Gesù (cf. Mc 1,32-34), è istruttivo per il discorso spirituale cristiano circa malattia e sofferenza. Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Gesù, invece, lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo. Egli si presenta come “medico” (Mc 2,17), attualizzando in sé la potenza del Dio il cui nome è “Colui che ti guarisce” (Es 15,26). E soprattutto l’attività di cura e guarigione che Gesù compie sta all’interno della finalità prima della sua missione: “predicare il Vangelo” (cf. Mc 1,38; 1,14), annunciare il Regno di Dio: le guarigioni operate da Gesù appaiono così Vangelo in atti e profezia del Regno di Dio. La malattia diviene pertanto, in una prospettiva di fede, un possibile luogo di Vangelo.
Gesù non si lascia travolgere dalle folle che vogliono guarigioni, ma cerca e trova spazio e tempo di solitudine e di silenzio per pregare. E sa porre un limite all’attività, sa dire dei no, non si lascia sedurre dal fatto che “tutti lo cercano”. Gesù si rifiuta di divenire un fornitore di prestazioni terapeutiche e sa anche sottrarsi alle richieste che provengono dalla gente. I gesti che egli compie sono sacramentali, sono trasparenza dell’azione divina, nella misura in cui egli vive la sua missione non tanto cercando di soddisfare i bisogni di coloro cui è inviato, quanto nutrendo la relazione con colui che l’ha inviato. Per questo Gesù prega e rivendica il primato dell’annuncio della parola sull’operare il bene che pure è una caratteristica del suo agire (cf. At 10,38). Del resto: da dove attinge Gesù la sua forza? Da dove attinge la pazienza, la dedizione, l’abnegazione, lo spendersi? Da dove, se non dalla relazione nutrita quotidianamente con il Padre?

LUCIANO MANICARDI

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