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15/02/2015 - Lectio della 6' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

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VI Domenica TO anno B

Una legge santa, da Dio fu data all’Oreb,
tra impuro e santo una siepe fu posta.
Piangi sul cuore: nessuno ti ascolta!
Segregato te ne stai, sei come morto.

Chi vedi? Verso chi ora tu stai correndo?
L’ho visto! È Lui! L’Atteso dai profeti!
Lo zoppo salterà di gioia come un cervo,
io sarò mondato! Non griderò più: Impuro!

«Signore, solo tu, se vuoi, puoi mondarmi
al tocco leggero della tua mano creatrice».
«Lo voglio, sii mondato! Rifiorisca la carne,
anticipo gioioso di universale risurrezione».


PRIMA LETTURA Lv 13,1-2.45-46

Dal libro del Levìtico

Si legge l’inizio e la fine della pericope sulla lebbra dell’uomo. Essa viene descritta nelle sue varie manifestazioni fino a definire quale debba essere il comportamento del lebbroso.

1 Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse:
2 «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.

Il sommo sacerdote (Aronne) o un sacerdote semplice della sua stirpe (uno dei suoi figli) sono autorizzati a esaminare se la piaga è di lebbra. La Legge attribuisce loro il compito di dare testimonianza delle malattie tra il popolo soprattutto di quelle più gravi, quali le piaghe. In forza della Legge essi ne definiscono la natura ma sono impotenti a guarirle. Che l’uomo colpito sia condotto anche con la forza davanti al sacerdote sta a indicare la necessità di dover definire l’esatta natura della malattia con la conseguente sofferenza della sentenza. Da giudice imparziale la Legge non affronta l’interiore situazione di colui che è colpito. Essa infatti pronuncia un giudizio e quindi postula un salvatore dell’uomo fino al riscatto del suo corpo. La Legge non libera dalla vanità cui la creazione è stata sottoposta perciò accentua il gemito di essa e dell’uomo e quindi anche dello Spirito (cfr. Rm 8,22-27). Una volta che la Legge ha posto l’uomo entro il carcere della sua sentenza (cfr. Gal 3,23) a costui non resta che il grido verso il suo Dio. Può Dio annullare la sentenza della Legge? No di certo; ma Egli può annullare le cause che generano quella sentenza.
Notiamo come inizi il testo legislativo: uomo in cui vi sia nella pelle della sua carne un tumore … l’accentuazione data alla parola uomo (adàm) crea un rapporto tra il primo uomo (adàm) e l’attuale colpito dalla lebbra. La redenzione scaturisce dalla tensione tra queste due situazioni; non può desiderare di esser redento chi non conosce la condizione originaria dell’uomo. Egli può solo aspettare una redenzione temporanea quale la guarigione ma non quella definitiva.

45 Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto (lett.: scarmigliato); velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”.

La Legge stabilisce uno statuto per il lebbroso:
• scindere le vesti in segno di lutto (Lv 10,6; 21,10).
• il capo scarmigliato (trad.: scoperto). Anche questo è segno di lutto.
• Coprirsi la barba (dai baffi al mento), forse per non farsi riconoscere; altri infatti pensano che egli debba lasciare solo libera la bocca per gridare.
Egli infatti deve gridare a tutti la sua condizione perché non siano da lui contaminati quanti a lui si avvicinano.
La sua condizione è la solitudine. È tagliato fuori. È solo con la sua impurità.
Questa dura sentenza della Legge porta l’uomo a ricordarsi e a ricordare all’altro la sua situazione quindi a immergerlo sempre più nella sua malattia. Noi sentiamo davvero duro questo compito della Legge di evidenziare il male e di farlo evidenziare da chi ne è colpito perché quanto avviene per il corpo avviene pure per la malattia dello spirito che è il peccato. Come infatti la Legge evidenzia lo stato dell’uomo immerso nella sua impurità, generata dalla malattia, così evidenzia quella generata dalla potenza del peccato operante in lui. L’uomo potrà nascondere la sua malattia spirituale ma la sua situazione di escluso, di solitudine, emerge e lo obbliga a gridare l’impurità che lo colpisce e a vivere con i segni del lutto perché ha perso la veste della sua innocenza.
Questo è il compito della Legge: dare intelligenza all’uomo e portarlo sulla via della purificazione all’incontro con il suo Salvatore e il suo Dio.

46 Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».

È emarginato dalla società nella sua struttura sacra e civile (la zona della tenda sacra, dei leviti e del popolo). Egli deve vivere da solo con la coscienza di questa piaga di lebbra che colpisce il suo corpo e quindi anche il suo spirito. Egli non può contaminare con la sorgente dell’impurità, in lui presente, le strutture d’Israele.
In tal modo l’impurità interiore si rivela proprio quando si manifesta la santità di Dio come accadde al profeta Isaia: E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti» (Is 6,5). La santità divina esige che l’uomo sia purificato per accostarsi a Dio, che è il Santo. Quando Dio si manifesta, l’uomo sente la sua impurità. Nell’assenza di Dio egli non l’avverte. La legge è già manifestazione di questa santità e impressiona perché rileva nell’uomo la sua infermità fisica e ne giudica il grado d’impurità contaminante per separarlo e isolarlo. Essa comincia là dove la redenzione finisce. Infatti, come sappiamo, il riscatto del corpo è l’ultimo atto della redenzione dell’intera creazione (cfr. Rm 8,23).

NOTA

A prima vista stupisce la severità della Legge contro il lebbroso. Essa ci sembra andar contro l’evangelo.
La legge non è né severa né clemente ma è imparziale. Tutto il discorso verte non tanto nel rapporto malattia / guarigione ma piuttosto nel rapporto impurità e purificazione. Anche l’evangelo non parla di guarigione ma di purificazione.
Nella malattia emerge il segno del peccato non tanto circoscrivibile nel singolo ma come realtà presente nell’umanità (il peccato del mondo) che esprime la presenza della morte. La purificazione quindi è un’operazione divina che annulla nell’uomo la forza del peccato e della morte e restaura il rapporto con Dio, il Santo.

SALMO RESPONSORIALE Sal 31

Per l’orante, il nemico più pericoloso è il peccato che si annida all’interno della coscienza e dilaga anche nel corpo: “Si logorano le mie ossa... inaridiva il mio vigore” (vv. 3-4), secondo la ben nota teoria della retribuzione del peccato col castigo fisico. L’esperienza che il salmista vuole presentarci è, però, quella positiva del perdono (vv. 1-7) e lo addita come una strada da percorrere con decisione: “Ti indicherò la via da seguire” (vv. 8-10). S’intrecciano, quindi, ringraziamento a Dio per il dono ricevuto ed esortazione ai ribelli perché non si ostinino nella bestialità del peccato: “Non siate come il cavallo e come il mulo, privi d’intelligenza” (v. 9).
Nella beatitudine iniziale sono importanti i tre verbi con cui si definisce il perdono.

1. Il peccato è “rimesso”, letteralmente “è tolto”: è un peso che noi portiamo e da cui Dio ci solleva facendo respirare il nostro cuore e il nostro spirito.
2. Il peccato è “perdonato” o, come dice l’originale è “coperto”. Lutero commentando Rm 4,7-8 e citando, appunto, questo verbo del nostro Salmo, sostiene la sua teoria secondo cui il peccato non è cancellato nell’uomo ma solo “coperto” dalla giustificazione per grazia. In realtà il valore simbolico del “coprire” biblico è, senz’ombra di dubbio, quello di annullamento, della cancellazione effettiva ed efficace da parte di Dio. 

3. Il peccato, infine, non è più “imputato”, cioè accreditato nella lista delle opere dell’uomo. Siamo, quindi, di fronte a una remissione piena della colpa: “Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno come lana” (Is 1,18). 


L’uomo convertito e perdonato è divenuto, un maestro per gli altri, un “fedele”, un “pio”: “Per questo ti prega ogni fedele” (v. 6). Egli vuole offrire ora, traendola dalla sua esperienza, una lezione sapienziale destinata a tutti coloro che egli sente vicini perché come lui, stanno attraversando l’oscura strada del peccato: “Ti insegnerò...” (vv. 8-11). Il caso personale, come avviene spesso nella metodologia sapienziale, si trasforma in modello esemplare e universale.
Il Salmo si chiude con un’esclamazione di gioia profonda: “Gioite nel Signore ed esultate” (v. 11). I puri di cuore sono invitati ad associarsi al canto festoso di tutti i giusti e la lode più grande che si possa innalzare a Dio è il riconoscere le colpe per permettergli di effondere la beatitudine del perdono che cancella il male e rende l’uomo creatura nuova. Ci auguriamo che questo Salmo diventi sempre più la preghiera della nostra fragilità e della nostra speranza.
R/. Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno. R/.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato. R/.

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia! R/.

SECONDA LETTURA 1Cor 10,31-11,1

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

10,31 Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.

Questa breve pericope (10,31-11,1) fa da conclusione al discorso sulle carni immolate agli idoli, che l’apostolo ha incentrato sul rispetto della coscienza del più debole pur affermando il principio della libertà di mangiarne perché tutto appartiene al Signore e l’idolo è nulla.
I cibi e le bevande sono perciò sottratti alla sfera dell’impurità e non hanno in sé alcun valore in rapporto a Dio come invece essi hanno valore per chi è sottomesso alla Legge d’Israele e agli elementi del mondo, come insegna la lettera ai colossesi. Elementi del mondo sono, infatti, tutte quelle prescrizioni tratte dalla tradizione umana, che separano un elemento dall’altro definendolo salutare o nocivo nel rapporto con Dio.
Il rapporto con Dio è dato dalla ricerca della sua gloria. Chi mangia e beve cercando di glorificare Dio come pure di fare tutto con questo scopo ha adempiuto in modo perfetto l’insegnamento apostolico, espresso in Col 3,17: E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. La sovrabbondante ricchezza della parola di Cristo si riversa nei carismi dell’insegnamento e dell’esortazione, nei salmi, negli inni e nelle odi spirituali (cfr. Col 3,16). E questo a sua volta si riversa nella parola e nell’azione che, compiute nel nome del Signore Gesù, si trasformano nel ringraziamento al Padre. La glorificazione non è quindi solo nell’intenzione ma è in un clima spirituale personale ed ecclesiale, in cui vi è una chiara manifestazione dello Spirito.
Non a caso, infatti, l’apostolo cita il mangiare e il bere proprio per il rapporto che essi hanno con il pane spezzato e il calice della benedizione. L’eucaristia, per eccellenza, è la sorgente di tutto l’agire nostro e della nostra libertà.

32 Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio;

Ma questa libertà non deve dare motivo di scandalo a quel mondo nel quale noi siamo e che è costituito dai Giudei, dai Greci e dalla Chiesa di Dio. L’apostolo esemplifica in queste tre categorie il mondo spirituale in cui siamo e che già ha trattato nei primi capitoli in rapporto al Cristo e a costui crocifisso. Non ci deve essere da parte nostra nessuna azione o affermazione, che ci allontani da quel centro, che è la croce di Cristo e alla quale ogni coscienza deve riferirsi. Perciò dobbiamo far attenzione di non porre delle nostre situazioni come momento di riferimento sia dei giudei come dei greci e anche all’interno della Chiesa di Dio, soprattutto in rapporto ai fratelli più deboli, come egli insegna in Rm 14,13: Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello. Un simile atteggiamento lo si acquisisce mediante l’agape che è principio di conoscenza e di esperienza, che porta alla capacità di discernere ciò che è meglio. Questo rende puri e privi d’inciampo proiettati verso il giorno del Signore. Questo egli chiede per i suoi nella sua preghiera, come ci comunica in Fil 1,9-10: E perciò prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di esperienza, perché possiate distinguere sempre il meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo.

33 così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.

Questi insegnamenti scaturiscono dalla sua esperienza. Egli fa così, avendo come scopo la salvezza di tutti. Egli vuole piacere a tutti in tutto cercando quello che è loro utile e rinunciando ad essere libero per farsi schiavo di tutti per guadagnarne molti a Cristo (cfr. 9,19). Il suo sguardo pertanto non si sofferma più su se stesso ma su Gesù, il suo evangelo e gli uomini e in tutto egli si spende perché si generi un tale rapporto tra Gesù e tutti gli uomini mediante il suo Evangelo. Questo svuotamento di sé non è altro che essere riempiti di Cristo ed essere da Lui vissuti: non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me (Gal 2,20). Qui sta il nucleo della vita spirituale dell’apostolo. L’Evangelo, a lui rivelato dal Signore stesso e che egli trasmette alle Chiese, riempie talmente la sua esistenza e ha occupato tutti gli spazi del suo spirito, della sua psiche e del suo corpo da non esserci più posto per se stesso. Ed è in quest’ottica che egli fa la dichiarazione seguente:

11,1 Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.

Quest’imitazione, che in più passi egli richiama, non consiste nel suo porsi tra i discepoli e Cristo ma con i discepoli rivolti a Cristo. Egli è come il capocoro che tutti devono osservare per fare quello che è gradito a Cristo nello zelo, che egli ha per conquistare gli uomini al suo Evangelo e per l’amore da lui espresso nei confronti del Signore. Una simile imitazione egli loda nei tessalonicesi, quando scrive loro: E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione, così da diventare modello a tutti i credenti che sono nella Macedonia e nell’Acaia (1Ts 1,6-7). Egli si colloca in questo rapporto per dare loro sicurezza spirituale e perché conoscano dal suo esempio come comportarsi per imitare Cristo.
In rapporto ai corinzi egli vuol loro insegnare in che modo si debba usare quella scienza, principio di libertà, e come essa debba essere relazionata all’agape, come dirà tra poco nel c. 13, nel celebre inno dell’agape. Egli pertanto non si pone come un confine, che essi non possono superare, ma come una guida verso spazi veri di libertà spirituale perché questa si dà solo là dove regna l’agape, che è principio del vero e giusto conoscere.

CANTO AL VANGELO Lc 7,16

R/. Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.

R/. Alleluia.

VANGELO Mc 1,40-45

Dal vangelo secondo Marco

40 In quel tempo, venne (lett.: viene) da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!».

Al cieco è donata la vista, allo zoppo il saltare, al lebbroso la purificazione.
E viene verso di lui. Mentre nell’antica alleanza il lebbroso era messo fuori dell’accampamento, lontano dal Santuario, ora il lebbroso viene verso il Santo di Dio. L’evangelo dice prima: viene verso di lui, poi aggiunge: un lebbroso. Prima c’è questo movimento di attrazione verso il Cristo poi appare chi è attratto; dice infatti il Signore: «Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (2,17).
Viene al Santuario il lebbroso, viene al Puro l’impuro, viene al Giusto il peccatore, viene l’uomo al suo Dio supplicandolo in ginocchio. Lo supplica in ginocchio e parla: è questo che dobbiamo fare nella preghiera per ottenere la guarigione e la nostra purificazione come pure quella dei nostri fratelli.
Inginocchiarsi manca nella Bibbia greca (Settanta). Anche il ricco che chiede al Signore che cosa deve fare per avere la vita eterna, s’inginocchia. In tutta la Scrittura questo termine è riservato solo al Cristo: davanti a Lui s’inginocchia il lebbroso, il padre del figlio epilettico (Mt 17,14), il ricco (Mc 10,17) e i soldati durante la Passione (Mt 27,29).
«Se vuoi, puoi purificarmi!». In questa stupenda preghiera sono unite la misericordia (se vuoi) e la potenza (puoi). Questa è la fede. Essa non è pretesa ma sicurezza che per Gesù, se vuole, l’impossibile diventa possibile. I sacerdoti dichiarano l’avvenuta guarigione e quindi reintroducono nello stato di purità, Gesù v’introduce il lebbroso purificandolo.

41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!».
42 E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Ne ebbe compassione della situazione in cui Gesù trova l’uomo (cfr. 6,34: vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore; 8,2: Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare; 9,22: Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci).
Tese la mano, Gesù tocca il lebbroso perché la forza che guarisce si trasmette in modo visibile attraverso dei gesti e delle parole ben precise. È questa la forza sacramentale che toglie la divisione creata dalla Legge e nella sfera della morte fa penetrare la forza della vita attraverso il gesto e le parole del Signore. In Gesù è Dio che entra nella realtà dell’uomo e mondandola la immette nella piena comunione con sé. Al gesto Gesù unisce la parola che esprime la sua volontà di mondarlo dalla lebbra.
Nella forza del gesto e della parola di Gesù subito la lebbra si allontana e l’uomo è mondato. La lebbra è presentata come una forza, una presenza che domina e distrugge, è la stessa forza della morte che non può resistere davanti al comando del Signore. Qui sta la caratteristica del nostro incontro con il Signore; pur essendo nel tempo esso si misura nell’intensità dello spirito e quindi della nostra fede in Lui come atto puro dove tace ogni ragione e ogni pretesa. Allora all’esperienza del credente si apre la speranza come virtù dell’impossibile che diviene possibile più che per uno sforzo di fede per una contemplazione interiore del Signore e della sua compassione e quindi il credere diviene abbandono e interiore certezza di essere esauditi. Appena il credente abbandona la fede come semplice e umile adesione egli scorge il dubbio come incertezza del suo pensiero e viene meno.
Sia Gesù che il lebbroso sono sotto la legge e qui avviene l’incontro. Il lebbroso sa che Gesù può mondarlo e glielo chiede; in questo istante egli è tutto abbandonato al potere e al volere di Gesù e il Signore vuole mondarlo senza annullare la legge. In che modo Egli può fare questo? Assumendo su di sé la sua impurità che solo nell’aspersione del suo sangue può esser tolta. La guarigione fisica è il segno che egli è diventato puro.
La nostra vita spirituale è lasciarsi pervadere dalla presenza del Signore e quindi dal suo amore che diviene in noi riconoscenza per le sue opere di misericordia.
Chi vive sotto la legge e compie le opere della legge fonderà la sua giustizia sulle opere e non sul rapporto; chi invece si consegna totalmente al Signore vive nel dono della grazia che incessantemente riceve per puro dono da lui accolto e riconosciuto con gratitudine.

43 E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44 e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».

Il lebbroso guarito non può dare l’annuncio di quello che Gesù ha fatto per lui perché la proclamazione deve avvenire dall’interno della Legge che dichiara la sua avvenuta purificazione e quindi dà testimonianza se pure in modo indiretto dell’azione compiuta da Gesù.
La rivelazione segue delle vie ben precise che danno così testimonianza a Gesù. La fede infatti non si fonda sul sensazionale in quanto tale ma sulla verifica dell’esatta corrispondenza dell’opera di Gesù con quanto proclamano le divine Scritture.
I sacerdoti, che conoscono la Legge e possono con esattezza diagnosticare la malattia, si accorgono che il l’uomo è perfettamente guarito dalla lebbra e ne possono dare testimonianza.

45 Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

L’uomo guarito trasgredisce il comando di Gesù e lo predica al punto tale che Gesù deve abitare in luoghi deserti, ma a Lui tutti confluiscono. Certamente è difficile rispondere se l’azione del guarito sia contro Gesù anche se è andata contro il suo ordine. Pur non essendo giunta la sua ora, tuttavia Gesù ha come provocato questa sua manifestazione che non è la prima. A differenza delle altre essa ha un effetto straordinario sulle folle che accorrono a Lui. Colui che era escluso, una volta entrato in seno a Israele, si fa banditore del Cristo. È pur vero che chi lo ha conosciuto non può tacerlo.

È vero che appare l’impotenza del sacerdote che costata e se il lebbroso guaisce gli ridà la purità e lo riammette al culto, però c’è un testo Dt 24,8sg: sulla lebbra di Maria originata dal peccato; questo si ricollega all’episodio dell’Esodo. Maria è stata colpita da lebbra e sta fuori dall’accampamento e Israele, per i giorni in cui Maria stette fuori, non si mosse. Ora mi pare che questo si colleghi alla Pasqua. Dato che la lebbra è così pesante e si collega alla morte e alla risurrezione, essa incide (ostacolando il nostro rapporto con la Pasqua e l’Esodo) ed è vinta solo nella Pasqua (la presenza divina è in atto al momento supremo della Pasqua) (d. G. DOSSETTI, appunti di omelia, Gerico, 11.2.1973).


Mc 1,40-45

La nostra esperienza ci rende consapevoli del fatto che noi soffriamo non solo a causa della malattia che aggredisce il nostro corpo, ma anche, e forse più spesso, a causa del male che ci assale, ci vince, fino a renderci insopportabili a noi stessi. È per questo che ricorriamo sovente al linguaggio della malattia, per esprimere la nostra condizione di peccatori; e Gesù, come vedevamo domenica scorsa, “si è fatto prossimo” (cf. Lc 10,34.36) a uomini e donne preda del male nelle sue molteplici forme.
Il testo odierno ci presenta l’incontro di Gesù con un malato di lebbra. Va ricordato che nell’Israele antico il lebbroso rappresentava la persona emarginata per eccellenza: colpito da una malattia sentita non solo come ripugnante, ma anche come dovuta a una punizione divina per i peccati commessi, il lebbroso viveva la condizione più disperante e vergognosa in Israele. Alle sofferenze fisiche si aggiungevano, infatti, quelle connesse alla sua separazione dalla famiglia e dalla società, nonché il giudizio religioso che faceva di lui un peccatore e, dunque, un castigato da Dio (cf. Nm 12,14; Lv 13,45-46). Occorre però non scandalizzarsi troppo di fronte a questa ingiustizia, perché è la stessa che noi commettiamo ancora oggi, quando siamo tentati di giudicare la malattia di un altro quale esito di un comportamento immorale; quando, di fronte alla nostra malattia, ci poniamo la domanda: “Che peccato ho fatto? Perché questo castigo da parte di Dio?”...
Dopo aver lasciato Cafarnao e la folla di quanti lo cercavano (cf. Mc 1,36-37), nel suo andare per la Galilea Gesù incontra un lebbroso. O meglio, accetta di incontrare una persona che tutti evitavano, che era costretta a vivere in luoghi deserti e a svelare la propria condizione a chiunque stesse per avvicinarglisi. Ebbene, Gesù lo lascia avvicinare a sé, fino ad ascoltare ciò che il lebbroso vuole dirgli: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Chi chiede purificazione e guarigione è un “impuro”, vittima ma anche colpevole, secondo i parametri religiosi, e la sua malattia è contagiosa; a tale condizione dovrebbero corrispondere solo emarginazione e condanna... Ma Gesù alla vista di quest’uomo prova compassione, sa soffrire con lui, e quasi naturalmente lo tocca, contravvenendo alla legge e accettando il rischio di contrarre la sua malattia! In tal modo, lo purifica, lo guarisce, lo restituisce alla condizione di vita piena.
Il lebbroso aveva detto a Gesù: “Se vuoi, tu puoi”, con parole che in profondità significavano un enorme atto di fiducia: “Io conto su di te, so che tu vuoi il mio bene e, di conseguenza, so che a te è possibile guarirmi”. La purificazione che noi uomini possiamo conoscere è legata alla nostra fiducia in Gesù, che con la sua santità può comunicarci la purità e la salute piena; più in generale, nella nostra quotidianità la guarigione ha inizio quando sappiamo di poter contare su qualcuno che vuole il nostro bene, che ci sta accanto, ed è disposto a portare il nostro male, sia esso malattia o peccato... Ecco, la compassione radicale vissuta da Gesù chiede a ciascuno di noi di interrogarsi sulla propria capacità di stare accanto a chi si sente impuro e malato. Come dimenticare che, proprio il giorno in cui ha deciso di abbracciare un lebbroso, Francesco d’Assisi ha capito sinteticamente tutto il cristianesimo e ha incominciato il suo cammino di sequela fino a divenire “somigliantissimo a Gesù”?
Gesù è la santità che brucia ogni nostro peccato, è la vita che guarisce le nostre infermità, ma questo suo servizio agli uomini ha un caro prezzo. Egli non può più entrare pubblicamente nei villaggi, ma è costretto a rimanere in luoghi deserti, a vivere cioè la situazione che era prima del lebbroso: Gesù cura e guarisce gli altri al prezzo dell’assunzione su di sé del loro male. Il testo latino della profezia di Isaia sul Servo del Signore dice, tra l’altro: “Noi lo consideravamo come un lebbroso” (Is 53,4b); sì, Gesù, il Servo, il Messia, il Salvatore, si è fatto per noi come un lebbroso, per guarire la nostra lebbra nel corpo e nello spirito! Così, sulla croce sarà piagato come un lebbroso: ma noi possiamo fissare in lui il nostro sguardo nella speranza della guarigione, certi della compassione di colui che “ha preso su di sé le nostre sofferenze e i nostri mali” (Is 53,4a).
ENZO BIANCHI

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