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01/03/2015 - Lectio della 2' Domenica di Quaresima - Anno B

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II DOMENICA DI QUARESIMA - B


«Venerabile Padre Abramo!
Quando tu scendesti dal monte Moria,
non avevi bisogno di nessun panegirico
che potesse consolarti per la perdita;
infatti tu avevi ottenuto tutto
e conservato Isacco — non era così?
Il Signore non te lo tolse più
e tu fosti felice con lui nella tua tenda,
come lo sei nell'altra vita per tutta l'eternità.

Venerabile Padre Abramo!
Secondo Padre dell'umano genere!
Tu per primo comprendesti e testimoniasti
per quell'enorme passione
che disdegna la lotta spaventosa
con la furia degli elementi
e le forze della creazione
per lottare con Dio.
Tu per primo conoscesti quella sublime passione,
la sacra pura e umile espressione per la follia divina» (Kierkegaard, Timore e tremore).

PRIMA LETTURA Gn 22,1-2.9.10-13.15-18

Dal libro della Gènesi

1 In quei giorni (lett.: dopo quei fatti), Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose (lett.: e disse): «Eccomi!».

Dopo quei fatti, la promessa e la nascita d’Isacco. Dio tenta Abramo riportandolo alla situazione precedente, quella in cui egli attendeva l’attuarsi della promessa. Quella fede, che Abramo ebbe nel momento in cui Dio gli aveva promesso una discendenza numerosa come le stelle del cielo, ora è messa alla prova. Egli toglie ad Abramo l’oggetto della promessa, Isacco. È questa la verifica della Croce.
Mise alla prova: lo tentò nella fede nella quale lo aveva dichiarato giusto (cfr. Eb 11,17-19: Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo).
«Abramo, Abramo», la ripetizione del nome rivela l’amore di Dio per Abramo. Egli lo vuole far avanzare nella conoscenza del suo intimo, là dove Egli pure è Padre in rapporto al suo Figlio. Abramo infatti vide il giorno del Cristo e ne gioì (cfr. Gv 8,56).
«Eccomi» in Abramo questa risposta è propria di colui che obbedisce perché crede.

2 Riprese (lett.: e disse): «Prendi (+ ti prego) tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo (lett.: fallo salire là) in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

Prendi, l’ebraico spegne il comando con un particella di richiesta: ti prego. Vi è qui un riferimento alla libertà di Abramo e nello stesso tempo al fatto che Dio ci tiene che Abramo faccia quanto gli sta per chiedere.
Prima di giungere al nome Dio scava nel cuore di Abramo servendosi degli appellativi che precedono: il tuo figlio (quale? Ismaele o Isacco?), il tuo unico (Rashi: «questo e quello sono unici per la loro madre»), che ami (Rashi: «Abramo replicò: “io li amo entrambi”»).
Isacco Quel nome che per Abramo e Sara è riso di gioia (così significa Isacco, il figlio della promessa, 21,12) diventa per loro fonte d’indicibile sofferenza. «Ricorda il nome perché disperi delle promesse che in questo nome gli sono state fatte» (Origene).
Va’ (lett.: vattene) è lo stesso comando che c’è in Gn 12,1: vattene. Dalla terra natale al monte dell’immolazione dell’Unigenito. Questo è il cammino della fede che ha qui il suo culmine.
Nel territorio di Moria; il Tempio sorgerà nel luogo dove Abramo ha immolato Isacco (cfr. 2Cr 3,1). Questo è il sacrificio che dà senso alle innumerevoli vittime immolate nel Tempio e che hanno come unico fine colui che è prefigurato in Isacco, Gesù.
Offrilo (lett.: fallo salire là) in olocausto. Fin qui arriva l’obbedienza, nell’accettare che l’attuarsi della promessa passi per l’annientamento del sacrificio perché questo è il disegno del Padre in rapporto a suo Figlio, fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). Tutto è dentro il Figlio, sia il comando di Dio che l’obbedienza di Abramo. Quindi su questo sacrificio di Abramo la morte non può dominare, come su quello di Gesù.
Su di un monte che io ti indicherò, «non gli dice quale sia, come già gli aveva detto: «verso la terra che ti mostrerò» (12,1)» (Radàq).

[3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l'asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l'olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

Si alzò di buon mattino, la visione è stata notturna, come quando Abramo fu invitato a contare le stelle e gli fu promessa una discendenza così numerosa (cfr. c. 15). Come in quella notte fu consolato con la promessa così in questa notte viene provato. Ma la stessa fede che allora lo rese giusto qui lo fa obbedire prontamente.
Il testo descrive con cura tutte le azioni con cui prepara il sacrificio. Tutto egli compie e nulla fa compiere ai suoi servi perché è a lui che Dio ha chiesto d’immolare suo figlio Isacco e quindi tutto egli compie fino nei minimi particolari, dal sellare il suo asino fino a spaccare la legna per l’olocausto. Tra queste due azioni Abramo prende con sé due servi e il figlio Isacco. Solo in loro presenza spacca la legna in modo che essi comprendano il motivo del viaggio.
Si mise in viaggio «gli è comandata anche la via, anche l’ascesa del monte perché in tutti quei passi possano ampiamente misurarsi nella battaglia, i sentimenti e la fede, l’amore di Dio e l’amore della carne, la grazia delle cose presenti e l’attesa delle future» (Origene).

4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.

«Il cammino si prolunga per tre giorni, e per tre giorni le viscere del padre sono tormentate dai pensieri ricorrenti, così che per tutto questo spazio tanto lungo il padre guardava il figlio, mangiava con lui, e per tante notti il fanciullo riposava tra le braccia del padre, gli si stringeva al petto, gli giaceva in grembo. Fino a qual punto aumenta la tentazione» (Origene).
Il viaggio dura tre giorni perché Abramo abbia tempo per riflettere sul comando divino infatti se gli avesse chiesto d’immolarlo subito si avrebbe potuto dire. «Se avesse avuto tempo per riflettere, Abramo non gli avrebbe obbedito» (Rashi).
Il testo afferma che Abramo vide da lontano quel luogo. Egli non avrebbe potuto vederlo se Dio non glielo avesse mostrato. Infatti la tradizione d’Israele fissa su questo luogo la nube della gloria. È all’interno di essa che Abramo immola Isacco, come dalla nube fu data la Legge. Così anche l’immolazione dell’Unigenito avvenne all’interno della Gloria del Signore (cfr. tradizione siriaca: «Vide una colonna di luce in forma di croce», cit. in Genesi a cura di Umberto Neri).

5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi».

Ci prostreremo e poi ritorneremo da voi «Dimmi, Abramo, dici il vero ai servi che adorerai e ritornerai con il bambino o menti? ... Dico il vero, afferma, e offro il fanciullo in olocausto; per questo infatti porto con me la legna, e con lui ritornerò a voi, perché credo, e questa è la mia fede: Che Dio è potente anche a risuscitarlo dai morti (Eb 11,19)» (Origene).

6 Abramo prese la legna dell'olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt'e due insieme.

«Per il fatto che Isacco porta lui stesso la legna per l’olocausto è figura del Cristo che portò lui stesso la croce (cfr. Gv 19,17); e tuttavia portare la legna per l’olocausto è compito del sacerdote; diviene così insieme vittima e sacerdote» (Origene).

7 Disse Isacco ad Abramo suo padre: «Padre mio!». Disse: «Eccomi, figlio mio». Disse: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?».

«Al figlio che gli domanda del presente, risponde con le cose future. Infatti il Signore si provvederà la pecora nel Cristo, poiché anche la sapienza stessa si è edificata una casa (Pr 9,1), ed egli ha umiliato se stesso fino alla morte (Fil 2,8)» (Origene).

8 Disse Abramo: «Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt'e due insieme;]

Quando non ci sarà più nessun agnello Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, come è scritto: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). «Sebbene allora Isacco comprendesse che andava a essere sgozzato, essi andarono tutti e due insieme» (Rashi).

9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna.

Arrivarono al luogo, cioè entrambi giunsero nell’intimo segreto di Dio, là dove il Padre rivela al Figlio la sua stessa immolazione.
Costruì l’altare, quell’unico altare dove sale a Dio l’unico sacrificio e su quell’altare collocò la legna, l’unica che poteva essere utilizzata per il sacrificio perché era stata preparata da Abramo e portata da Isacco come figura di quell’unica Croce dove il Cristo veniva immolato in Isacco.
Legò il figlio Isacco, cioè «le mani e i piedi dietro di lui» (Rashi) perché si esprimesse con queste corde il legame dell’obbedienza piena di amore alla volontà di Dio. Così infatti il Padre legò il suo Figlio Gesù «non con legami che lo rendessero impotente, bensì con l’imperio di un grande amore: perché non si difendesse, e rifiutando la morte non respingesse il calice della passione che gli era offerto» (Ruperto, cit. in Genesi a cura di U. Neri).
Lo depose con un amore così grande che tolse a Isacco ogni paura; così il Padre depose il Cristo sul legno della Croce con un amore così grande che tutti i credenti guardano a Lui innalzato non come a un condannato ma come al Figlio amato dal Padre.

10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.

«Abramo amava suo figlio, ma all’amore della carne antepose l’amore di Dio, e fu trovato non nelle viscere della carne, ma nelle viscere di Cristo (Fil 1,8), cioè nelle viscere del Verbo di Dio, della verità e della sapienza» (Origene).
Nel momento in cui Abramo stese la sua mano e prese il coltello morì nell’immolazione della sua volontà a Dio assieme a Isacco. Nulla vi fu in loro da allora in poi che appartenesse a questa creazione ma per sempre furono segnati dall’impronta divina perché erano entrati nel suo segreto consiglio.
Nel momento in cui siamo posti di fronte all’impossibile e crediamo è allora che cominciamo a conoscere Dio.

11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».

Di nuovo lo chiama due volte e di nuovo Abramo risponde con la stessa obbedienza. Il sacrificio è consumato, Abramo e Isacco sono immolati. Nella fede essi hanno contemplato tutti i misteri del Figlio.

12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».

L’angelo, che è immagine del Figlio, non vuole che Abramo stenda la sua mano contro il ragazzo perché gli farebbe del male. Infatti Abramo fu tentato da Dio ma non poteva uccidere suo figlio perché gli avrebbe fatto del male. Profeticamente in rapporto alla carne del Cristo, discendenza di Isacco, fu immolata la carne d’Isacco senza subire alcun male perché solo sul Cristo sarebbero cadute le nostre iniquità.
Ora so che tu temi Dio, questo timore implica l’amore perché non è dettato dallo spavento nei confronti di Dio ma dall’amicizia che a Lui lega Abramo.
Come tu non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, così il Padre non risparmiò il suo proprio Figlio, ma lo consegnò per noi tutti (Rm 8,32).
«Anche tu certo hai creduto a Dio, ma se non compirai le opere della fede (cfr. 2Ts 1,11), se non sarai obbediente in tutti i comandamenti, anche i più difficili, se non offrirai il sacrificio e non mostrerai che non preferisci a Dio né il padre né la madre né i figli, non si riconoscerà che temi Dio, e non si dirà di te: Poiché ora so che tu temi Dio» (Origene).

13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide (+ ed ecco) un ariete (+ dietro), impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

Non è ancora il tempo della verità ma della figura: per questo il figlio è sostituito con l’ariete al quale verrà riferito nel tempio l’agnello quotidiano.
Abramo lo immolò invece del figlio. L’esplicitazione della sostituzione sta a indicare che nell’intenzione di Abramo era Isacco ad essere immolato. «Abramo, per ogni atto sacrificale che compiva sull’ariete, pregava e diceva: “Possa Dio voler considerare tale atto come se io lo compissi su mio figlio: come se fosse mio figlio ad essere immolato; come se fosse il suo sangue ad essere sparso; come se fosse lui ad essere scorticato; come se fosse lui ad essere bruciato e ridotto in cenere”» (Rashi, Commento alla Genesi, trad. di L. Cattani).
Riguardo al Figlio è scritto: «Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà. Dopo aver detto prima non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10,5-10).

[14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede (lett.: appare)».]

Al luogo Abramo dà un nome profetico che dà origine a una parola che ogni generazione ripete (oggi). Poiché il Signore provvede per sé l’agnello per l’olocausto, ogni generazione ripete: «Sul monte il Signore appare». Ai popoli che salgono al monte del Signore con il sacrificio puro della loro fede là il Signore appare; Egli infatti si manifesta a tutti coloro che salgono a Lui seguendo le orme di Abramo.
Ma questa apparizione del Signore sul monte ha pure un carattere universale perché «Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì, Amen!» (Ap 1,7).

15 L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, 17 io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici (lett.: erediterà la porta dei suoi nemici). 18 Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Origene si domanda: Perché il Signore ripete la promessa che già ha fatto? E dà questa splendida risposta: «Per mostrare dapprima che egli sarebbe stato padre di coloro che sono stati circoncisi secondo la carne, al momento della sua circoncisione gli viene fatta la promessa che avrebbe dovuto riguardare il popolo della circoncisione; in secondo luogo, poiché sarebbe stato padre anche di coloro che sono dalla fede, e che mediante la passione del Cristo giungono all’eredità, allo stesso modo, al momento della passione d’Isacco è rinnovata la promessa, che deve riguardare quel popolo che è salvato dalla passione e risurrezione del Cristo».
La benedizione di Abramo si estende a tutti gli spazi della creazione: il cielo, il mare, la porta dei nemici della sua discendenza. Nulla è lasciato libero dal dominio di Abramo e della sua stirpe in forza del sacrificio.
Allo stesso modo esso è la realtà unificante tutti i popoli, che sono così benedetti in Abramo.

19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.

Il grande evento si nasconde dietro l’ordinarietà della vita. «Abramo lascia il culto, gli angeli, la presenza di Dio sul monte Moria, … e torna alla gestione della sua casa; governa la famiglia, la moglie, i servitori: … ritorna ai servi e all’asino» (Lutero, cit. in Genesi a cura di U. Neri).

Alcune considerazioni

Possiamo dire che il sacrificio di Abramo è il vertice dell’AT, oltre il quale non si dà altro sacrificio se non quello da esso significato, il sacrificio del Cristo.
La tentazione è frutto di un rapporto d’amore e ne è l’esperienza. Essa ha quindi un valore assoluto perché Dio ci chiede di rinunciare a tutto per l’amore verso di Lui, sacrificando i suoi stessi doni e ogni rapporto. La tentazione ci porta a questo.
Anche per Gesù la tentazione è il momento supremo in cui deve dimostrare il suo amore per il Padre scelto come unico.
Nel VT è già nascosto il nuovo: Abramo fa qui un'esperienza anticipata della deificazione assumendo il ruolo del Padre.
La tentazione è quindi l’esperienza attraverso la quale dobbiamo passare non tanto per sentirci respinti nel limite della nostra debolezza, quanto piuttosto perché è la via che ci conduce nel mistero stesso di Dio e quindi nella conoscenza ed esperienza di Lui.
La tentazione di Abramo, in quanto voluta da Dio stesso, ha posto Abramo in una situazione di spogliazione totale perché il Signore non solo gli ha chiesto di perdere il suo figlio ma di perdere lo stesso suo Dio, che si celava oltre l’enigma di due parole contraddittorie: quella della promessa e il comando d’immolare Isacco.
Egli poteva appellarsi alla prima parola per annullare la seconda; ma ha rinunciato a questo e si è consegnato a un’obbedienza immersa in una profonda oscurità e ha così conosciuto la potenza della risurrezione.

SALMO RESPONSORIALE Sal 115

Questo carme è il quarto inno dell’“Hallel pasquale”, a motivo dell’invocazione: “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (v. 4) proclamata durante il rito della cena pasquale ebraica, alla terza coppa di vino, quella del ringraziamento, che si passava tra i commensali. Ma questo Salmo fu caro anche al cristianesimo, già Paolo in 2Corinzi (4,13) aveva citato questo Salmo: “Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (v. 1). Lo stesso Apostolo in Romani (3,4) aveva evocato l’asserto “ogni uomo è inganno” (v. 2), un asserto che avrà un certo peso nel dibattito agostiniano sul peccato originale.
Il centro del Salmo (vv. 14-19) è occupato dalla descrizione del rito sacrificale di ringraziamento celebrato nel tempio. Durante lo svolgimento di questo rito, l’orante pronunzia una solenne dichiarazione in tre punti. Innanzitutto egli afferma che Dio non può restare indifferente davanti alla morte dei suoi fedeli: “Preziosa è davanti a Dio la morte dei suoi fedeli” (v. 6). La seconda affermazione riguarda l’appartenenza del fedele alla famiglia di Dio: “Sì, o Signore, io sono il tuo servo, figlio della tua ancella” (v. 7). La formula “figlio della tua ancella” indicava chi nasceva all’interno di un clan familiare anche da una schiava e veniva adottato come figlio del capo-tribù (in questo caso Yhwh). C’è, infine, un’ultima dichiarazione riguardante la liberazione donata da Dio: “Hai sciolto le mie catene”, cioè il Signore ha salvato il suo figlio dalla morte.
Siamo, quindi, in presenza di un canto di grande fiducia dell’orante nella potenza di Dio. Potenza che si manifesta soprattutto sulla morte fisica.

R/. Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

Ho creduto anche quando dicevo:
«Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli. R/.

Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;
io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore. R/.

Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo,
negli atri della casa del Signore,
in mezzo a te, Gerusalemme. R/.

SECONDA LETTURA Rm 8,31-34

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

31 Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Sembra ormai che per l'apostolo il discorso sia giunto al culmine poiché già abbiamo ricevuto da Dio quello che non speravamo: la nostra glorificazione. Immersi ormai nella gloria di Dio e sospinti da essa alla sua piena manifestazione siamo giunti alla meta desiderata: Dio è per noi. Questa parola, che è certa per il dono dello Spirito, richiama il Sal 118,6s: Il Signore è per me, non temo; che cosa potrà farmi l'uomo? Il Signore è per me, tra quelli che mi aiutano, perciò io vedrò i miei nemici. Dio è per noi in Colui che ha dato la sua vita per noi. Quindi facciamo esperienza dell'essere divino che si protende verso di noi come dono e come dono supremo di se stesso nella vita del Figlio, pegno del dono dello Spirito. Se Dio è per noi, nessuno può essere contro di noi neppure l'accusatore, il Satana, che accusa gli eletti di Dio giorno e notte. Egli è ora vincibile perché il Padre ha privato della loro forza i Principati e le Potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale del Cristo (Col 2,15).

32 Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?

L’apostolo mostra ora in che modo Dio è per noi. Lo è perché Dio non ha risparmiato il suo stesso Figlio ma lo ha dato per tutti noi. Questa è la prova certa che Dio è per noi. Dio non ha, infatti, risparmiato il Figlio che gli è proprio «l'unico che viene generato da Dio stesso con una nascita che non si può descrivere» (Origene, o.c., p. 393). Non ha risparmiato il suo proprio Figlio ma lo ha consegnato alla morte per tutti noi. L'Apostolo ha già usato l'espressione in 4,25 e richiama il testo del Servo del Signore (Is 53,4.5.12 LXX). Là il Figlio, Gesù il Signore nostro, è stato consegnato per la nostra trasgressione, qui la consegna tocca l'intimo di noi stessi: è proprio per tutti noi che è stato consegnato: nel «tutti» avvertiamo l'insieme, nel «noi» la persona di ciascuno di noi. Facendo leva su questo dato di fatto lo sguardo si protrae oltre verso le realtà future e dice: come non ci farà grazia di ogni cosa insieme con Lui? Il più ci è stato consegnato, cioè il Figlio, per cui la conseguenza che ne deriva è logica: tutto ci è dato gratuitamente insieme con Lui. Questo dono gratuito che, ci darà insieme con Lui è l'eredità: siamo, infatti, eredi di Dio e coeredi di Cristo (v. 17). L'eredità, della quale Cristo entra in possesso, è pure a noi donata. Ora il Figlio è erede di tutte le cose (cfr. Eb 1,2) e arditamente l'apostolo afferma che anche noi entriamo in possesso di tutte le cose insieme a Cristo: «Le visibili e le invisibili, le nascoste e le manifeste, le temporali e le eterne» (Origene, o.c., p. 394).

33 Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica!

Poiché sono eletti da Dio e da Lui giustificati, nessuno può più accusarli. Non li può accusare la Legge e tanto meno il nostro avversario, il diavolo. Ogni accusa è messa a tacere; giustificati dalla fede, gli eletti hanno pace con Dio. Infatti, quando gli eletti di Dio sono giustificati possono ancora avere il ricordo delle colpe passate ma non più come accusa che genera angoscia ma come riconoscenza per il perdono ricevuto. Chi invece arrossisce ancora per le colpe passate e non si sente perdonato, fonda in se stesso la giustizia e non è ancora giunto pienamente alla giustizia dalla fede. Infatti, poiché poco gli è perdonato ama poco; al contrario colui che ama molto, molto gli è perdonato (cfr. Lc 7,47). Poco è perdonato a colui che ancora si fonda sulla propria giustizia: al contrario colui che ama molto si fonda sulla fede per essere giustificato e quindi molto gli è perdonato.

34 Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!

Dio ha riservato ogni giudizio al Figlio. Gli eletti sono già stati giudicati e giustificati. Loro compito è perseverare nell'elezione per non cadere di nuovo nell’accusa e nella condanna. Per loro Cristo Gesù è morto, anzi è risorto ed è alla destra di Dio. Ha già detto prima che con il battesimo sono entrati nella morte e sepoltura di Cristo e sono già morti al peccato. Sottratti al potere del peccato, hanno ricevuto lo Spirito e quindi vivono nella legge della vita e sono in intima comunione con il Cristo che è alla destra di Dio e intercede per loro. L'intercessione del Cristo alla destra di Dio è la stessa dello Spirito nel cuore dei santi. Lo Spirito, pur essendo Dio, intercede perché fa sua l'intercessione del Cristo, Figlio di Dio. Infatti, prende da questi anche l'intercessione. Poiché tutta l’umanità del Signore Gesù è pervasa dallo Spirito, nulla vi è nel Cristo che non sia nello Spirito e non lo sia pienamente. Lo Spirito è pienamente nell’umanità di Gesù; questi ha, infatti, lo Spirito senza misura (cfr. Gv 3,34). Ora anche nell'intercessione vi è pienamente lo Spirito per cui si può dire che nel Cristo che intercede, pienamente lo Spirito stesso intercede con gemiti ineffabili.


Note

Dandoci il Figlio, Dio ci ha dato tutto. Ma tutto ci è dato mediante la fede e la fiducia in Dio. Il dono infatti non ci rende autonomi perché ha come suo presupposto la fede. È credendo che noi sappiamo che tutto ci è dato e facciamo esperienza del dono non come di un possesso geloso ma come di un rapporto di comunione con Dio.
Perciò se pensiamo che Egli non ci vuole donare qualcosa facciamo torto a Dio perché tutto nel Figlio ci è dato.
Non siamo privi di doni ma non possiamo gestirli come nostro possesso ma solo nel rapporto di filiale obbedienza al Padre e quindi accogliere, come Abramo, la perdita di questi doni.

CANTO AL VANGELO Cf Mc 9,7

R/. Lode e onore a te, Signore Gesù!

Dalla nube luminosa, si udì la voce del Padre:
«Questi è il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».

R/. Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO Mc 9,2-10

Dal vangelo secondo Marco

2 In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.

In quel tempo (lett.: Dopo sei giorni) viene il Regno di Dio con potenza (v. 1) e si manifesta solo ad alcuni dei presenti cioè a Pietro, Giacomo e Giovanni divenuti testimoni oculari della sua grandezza (2Pt 1,16).
Su un alto monte, come Abramo conduce il suo figlio in quella terra alta (LXX), così ora Gesù porta i suoi discepoli su un monte alto prefigurando la sua e loro passione. Esso è chiamato santo monte in 2Pt 1,18 perché ripieno delle gloria divina come lo fu il Sinai

Fu trasfigurato davanti a loro 3 e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

Fu trasfigurato davanti a loro. Egli che aveva preso la figura del Servo riprende quella di Dio.
L’Evangelo sottolinea che le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche; non ci parla del volto ma solo delle vesti come che solo in esse si manifesti la gloria di questa trasfigurazione. L’irradiazione della sua divinità pervade tutto il corpo e si comunica al suo vestito. Questo sarà il vestito che verrà diviso e tirato a sorte ai piedi della Croce. Come ora esso è segno della gloria allora lo sarà dell’umiliazione.

4 E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù.

Elia con Mosè, sembra che Mosè faccia corpo unico con Elia. L’attenzione è più posta su Elia che precede la venuta del Messia. Non solo la profezia ma anche la Legge ha come termine il Cristo (Rm 10,4).

5 Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6 Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

In Pietro vi è il tentativo di racchiudere nei limiti di questa creazione quanto non vi appartiene come pure in lui vi è il desiderio di fermare il cammino verso la croce. Esprime il desiderio di essere nella beatitudine celeste senza passare per la sofferenza.
Non sapeva infatti che cosa dire (lett.: rispondere) questo nasce dalla paura, infatti erano spaventati. È ancora quella paura che i discepoli ebbero durante la tempesta (6,40) e che nasce dall’incredulità. Qui infatti viene ancora rifiutata una parte del mistero di Cristo.

7 Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».

Alle tre tende si contrappone la nube, segno della presenza di Dio e manifestazione della sua gloria.
Alle parole di Pietro corrispondono quelle della voce del Padre: Gesù è il Figlio amato e in Lui si esprime tutto l’amore del Padre per noi fino al dono della sua vita. È un invito quindi ad accogliere la sua passione e morte come segno dell’amore di Dio per noi.
Ascoltatelo! Proprio ora che chiede di seguirlo nel cammino di sofferenza è il momento di ascoltarlo. Ascoltarlo anche nel momento in cui appare a noi il Servo sofferente.

8 E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
9 Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Questo comando ha come motivazione che tutto l’annuncio scaturisce dalla sua risurrezione. Infatti solo con il dono dello Spirito, effuso dal Signore risorto può essere annunciato il Cristo.

Alcune considerazioni

La trasfigurazione avviene nel corpo mortale del Cristo come testimonianza della sua natura divina e annuncio profetico della sua risurrezione.
Essa è pure annuncio del mistero di trasfigurazione che si sta attuando in noi nella nostra carne mortale. Ciascuno nella vita ha esperimentato in Gesù la luce che ha illuminato in un istante la sua vita e ha lasciato l’intima nostalgia di Gesù.
Questo mistero di trasfigurazione ha la sua sorgente nella comunione al Corpo di Cristo nei suoi divini misteri. Qui avviene la nostra lenta e profonda assimilazione all’umanità del Cristo che ci rende partecipi della sua natura divina.
Ma i divini misteri continuano nella nostra vita attraverso la sequela al Cristo che consiste nel portare ogni giorno la nostra croce. Questa ha la forza di portarci a rinnegare noi stessi per morire ogni giorno e vivere il Cristo: Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21).
Per questo dobbiamo guardare oltre i nostri difetti, le ansie e le preoccupazioni e saper vedere quelle grazie di trasformazione che il Signore dà a ciascuno di noi là dove noi siamo.
La grazia non solo è elargita a ciascuno di noi per la propria perfezione ma anche per la comunione vicendevole. Essa infatti, se accolta, ci sostiene gli uni con gli altri e ci fa accogliere gli uni gli altri in quel cammino di trasfigurazione del corpo della nostra miseria che è reso conforme al corpo della sua gloria (cfr. Fil 3,21). E questo corpo non è solo quello del singolo ma anche quello dell’insieme della Chiesa.

 


PREGHIERA DEI FEDELI

C. Saliamo anche noi, fratelli e sorelle carissimi, il monte santo ed eleviamo al Padre, che ci rivela il suo Figlio amato, la nostra fiduciosa preghiera.
R/ Ascolta, o Padre, la voce dei tuoi figli.

Perché la santa Chiesa faccia risplendere in tutti i popoli la luce evangelica per dare speranza di trasfigurazione alle molte sofferenze e ai gemiti di tutta la creazione, preghiamo.

Perché i discepoli di Gesù ascoltino sempre il Cristo anche nel duro linguaggio della sofferenza per cogliervi la forza della speranza e l’annuncio della glorificazione, preghiamo.

Per i malati nel corpo e nello spirito, perché il Signore Gesù li porti con sé sul monte santo, l’illumini con la sua gloria e infonda forza alla loro debolezza, preghiamo.

Per noi qui presenti perché, rafforzati nella fede, sappiamo sostenere ogni tentazione e prova, nell’obbedienza perfetta alla Parola di Dio, preghiamo

C. O Dio, Padre buono, che non hai risparmiato il tuo Figlio unigenito, ma lo hai dato per noi peccatori, ascolta questa preghiera e rafforzaci nell'obbedienza della fede, perché seguiamo in tutto le orme del Cristo e siamo con lui trasfigurati nella luce della tua gloria.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.


Marco 9,1-10
Cari fratelli e sorelle,
ancora una volta siamo in veglia, ben desti in questa notte, siamo insieme, radunati nello stesso luogo per contemplare Gesù Cristo, l’uomo Gesù che ci ha raccontato Dio (cf. Gv 1,18) e l’ha potuto fare vivendo pienamente da uomo, uomo come noi e come ciascuno di noi. Noi guardiamo a Gesù, cerchiamo il suo volto, teniamo fissi gli occhi su di lui (cf. Eb 12,2), gli occhi del cuore certamente, perché in questo nostro sguardo la nostra ragione e il nostro cuore, la nostra intelligenza e il nostro sentimento trovano un punto, focalizzano un centro al quale noi sentiamo di affidarci, di consegnarci totalmente. In questo centro sentiamo che le nostre vite possono avere senso, possono essere salvate, potremmo dire. È guardando a Gesù Cristo che la nostra razionalità e la nostra affettività si integrano, per rendere possibile un’esperienza spirituale che ci edifica come uomini, uomini che devono essere sempre di più uomini veri, uomini autentici. È proprio guardando a Gesù, con gli occhi del nostro cuore, che impariamo da lui uno stile, una postura, nella quale gli altri possono trovare con ogni probabilità un riflesso di quella presenza buona, accogliente che aveva Gesù.
Questa contemplazione di Gesù tentiamo di viverla attraverso il vangelo di Marco che abbiamo ascoltato come parola che Dio rivolge a noi, qui, ora. Marco ha inserito il racconto della trasfigurazione di Gesù – ed è importante che notiamo questo, perché è Marco che ha creato il racconto del vangelo – dopo l’annuncio della passione e prima dell’annuncio del ritorno di Elia. Conosciamo bene l’incipit di questa sezione: «Gesù cominciò a insegnare», «érxato didáskein» (Mc 8,31), cominciò, incominciò. Quell’insegnamento è nuovo per i discepoli: è un insegnamento che urta contro tutto quello che Gesù aveva fatto e detto; è un insegnamento in cui Gesù dice che «il Figlio dell’uomo doveva soffrire molte cose» (cf. ibid.). E a questo inatteso, nuovo insegnamento di Gesù sulla necessità di soffrire molte cose, Pietro reagisce rimproverando Gesù (cf. Mc 8,32). Ma Gesù dà una lezione pubblica a quel suo discepolo che lo aveva preso in disparte (cf. Mc 8,33); Gesù che parla sempre chiaramente e non ha nulla da dire ad un discepolo personalmente, chiama a sé la folla e tutti gli altri e dice con voce molto alta: «Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).
È una parola per ciascuno di noi, una parola di fronte alla quale possiamo anche sentirci inadeguati, ma è una parola che non dobbiamo annacquare, indebolire. Chi vuole stare alla sequela di Gesù e vuole essere suo discepolo, deve smettere di guardare a se stesso – questo è il vero senso del «rinnegare» –, deve smettere di riconoscere solo se stesso; e in questa operazione di non guardare a se stesso, di smettere di riconoscere se stesso, con tutte le forme di narcisismo e di egoismo che sono connesse allo sguardo su se stessi, occorre arrivare anche a perdere la propria vita. Ma questa, dice Gesù, è la condizione per essere riconosciuti dal Figlio dell’uomo quando verrà nella sua gloria con i suoi angeli (cf. Mc 8,38). Questa è la condizione per vedere il Regno di Dio che viene con potenza anche prima di morire (cf. Mc 9,1). Queste parole di Gesù devono apparirci decisive: o uno smette di guardare a se stesso per guardare a Gesù, e in Gesù guardare agli altri, oppure continua a guardare se stesso, e allora resta incapace di vedere il Regno che viene con potenza e non potrà essere riconosciuto dal Figlio dell’uomo, quando egli verrà.
Questo è quello che ci dice Marco, preparandoci così all’evento della trasfigurazione. Marco continua: ed ecco, «sei giorni dopo» (Mc 9,2), sei giorni dopo questa parola, questo nuovo insegnamento di Gesù, ecco la realizzazione di questa promessa, non per tutti i Dodici, non per tutti i discepoli, ma per almeno tre, Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù prende con sé questi tre, che non erano i più amati da lui: guai se diciamo che erano prediletti, come diciamo del discepolo amato da Gesù nel quarto vangelo; erano amati, amati in modo diverso e soprattutto amati in forza del grado della fede che avevano e del coinvolgimento che avevano saputo avere con la vita di Gesù. Gesù «li conduce in disparte, soli» («kat’ idían mónous»: ibid.), e mentre gli altri stavano a valle, mentre gli ebrei festeggiavano vestiti di bianco la festa dell’Hoshannà rabbà, del grande Osanna, Gesù e i suoi sono in disparte, soli, su un alto monte.
E qui avviene una trasformazione, una metamorfosi, certamente di Gesù e forse anche dello sguardo dei discepoli. Sappiamo bene che su questa trasformazione si sono soffermati soprattutto i padri greci, dando alcune risposte che portano un sapore monofisita: quasi per non riconoscere ciò che in Gesù era veramente umano, finiscono per dire che Gesù era sempre trasfigurati e che qui si è trasfigurato soltanto lo sguardo dei discepoli. Sant’Andrea di Creta dice che Cristo non si è trasfigurato, è restato quello che era, ma è lo sguardo dei discepoli che è mutato, che è diventato capace di vedere ciò che prima non vedeva. Noi che non abbiamo la grazia e l’intelligenza di questi padri, preferiamo accogliere il testo evangelico il quale ci dice che il corpo di Gesù, quel corpo di uomo nato da donna, quel corpo di miseria, quel corpo «è stato trasfigurato» («metemorphóthe»: ibid.). Crediamo anche però che lo sguardo dei discepoli diventò capace di vedere «il sôma pneumatikón», «il corpo spirituale» (1Cor 15,44) del Figlio di Dio.
Poveri discepoli! Pietro che non capiva la necessità del patire molte cose da parte del Figlio dell’uomo, Pietro e gli altri che dopo questo evento, questa esperienza evento di fede continuano a domandarsi: «Ma che cosa significa risorgere dai morti?» (cf. Mc 9,10). Poveri discepoli, immagine di tutti noi, immagini delle nostre chiese, immagine delle nostre comunità intontite, che non capiscono: siamo noi, ciascuno di noi in questa condizione. Però sul monte Gesù è stato visto da questi discepoli così inadeguati, in altra forma, nella forma della gloria, splendente e luminoso come l’Elohim del salmo 76 che abbiamo cantato nei vespri: «Splendente di luce sei tu e magnifico nell’alto delle montagne eterne» (Sal 76,5). Ma in quel momento la voce del cielo lo chiama Figlio amato, cui deve andare l’ascolto dei discepoli: «Ascoltatelo!» (Mc 9,7). Certamente per vedere Gesù nella gloria, per sentire questa voce del Padre, i tre discepoli avevano perlomeno predisposto tutto perché in loro potesse operare la grazia; non erano capaci di capire, ma erano capaci di accogliere il dono del vedere, e del vedere ciò che occhio d’uomo non vide (cf. 1Cor 2,9), non può vedere.
Sappiamo tutti che la capacità dell’occhio di svolgere la sua funzione si regge sulla sua incapacità di percepire se stesso, di guardare a se stesso. È la legge dei nostri occhi: noi vediamo perché l’occhio non vede se stesso. Ma così è anche del nostro occhio spirituale: per vedere Cristo un discepolo non deve guardare a se stesso ma guardare a Cristo, guardare all’altro, agli altri. Gesù con quella sua predizione della passione aveva invitato i discepoli a guardare in modo diverso a lui, ad assumere quel nuovo insegnamento che dava un altro sguardo, un’altra ottica; ma soprattutto aveva insegnato, se leggiamo bene il vangelo, a non guardare a se stessi e neppure a guardare a Gesù pensando come si pensa a se stessi, perché anche questo può accadere purtroppo! Chi infatti guarda troppo a se stesso si perde. Solo chi guarda, pensa, ha cura degli altri salva la sua vita e continua a guardare vedendo, altrimenti guardando a se stesso guarda senza vedere. Vedere con altri occhi, andare avanti cercando di vedere l’invisibile (cf. Eb 11,27), questa è la nostra vita dietro a Gesù, questa è la nostra scommessa. Pietro il Venerabile dice che noi monaci dovremmo essere dediti all’arte della perscrutatio, del vedere in profondità, del vedere oltre, del vedere sempre l’altro: l’Altro con la «a» maiuscola, Dio, l’altro che nel quotidiano è semplicemente chi incontro ed è sempre un mio fratello. È con uno sguardo altro che i tre discepoli hanno potuto vedere nella trasfigurazione la passione, di cui parlano Gesù, Mosè ed Elia (cf. Mc 9,4), e più tardi hanno potuto vedere nella passione la trasfigurazione.
Questa lettura della trasfigurazione vuole essere un invito a non guardare a noi stessi, altrimenti la nostra vita monastica può diventare una vita non cristiana. Non dimentichiamocelo: gli altri sono richiamati dalla realtà dei figli, sono richiamati dalla realtà dell’amore di un amante. Noi che non siamo richiamati da queste cose rischiamo di guardare a noi stessi, e sovente nella vita monastica il celibato è un narcisismo, né più né meno, che impedisce di vivere ciò che il Signore chiede da una vita monastica: non guardare a se stessi, andare avanti, guardare a Cristo. Ammiro quei monaci che arrivano nell’anzianità ad avere anche una fede scarsa, ma che sanno mantenere l’amore per il Signore Gesù e continuano a guardare a lui, e non a guardare a se stessi.
Ecco, mi rivolgo con queste parole a Chiara e a Sara, non ho altre parole da rivolgere loro, perché Chiara e Sara possano vedere altrimenti, vedere con il cuore, vedere le realtà invisibili che non passano (cf. 2Cor 4,18) e che dunque sono decisive per noi, decisive per la morte o per la vita. Chi perde la sua vita per gli altri, anche se magari la perde male, in verità la perde per Dio e in Dio, e dunque la salva, anche se apparentemente sembra essere più perduto degli altri. Dopo questi tanti anni, ben più di sette, Chiara e Sara attraverso una lotta spirituale sono giunte all’ora dell’impegno definitivo davanti al Signore e alla chiesa. Entrano nella nostra alleanza e sono portate a un primo adempimento della vocazione cristiana che è stata data loro nel battesimo. È un primo compimento, ma questo è un nuovo inizio, perché la vita cristiana è «un ricominciare sempre di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine» – ci ricorda Gregorio di Nissa –, è un riprendere la sequela in una nuova condizione. Chiara e Sara, cercate di perseverare, per giungere all’ora in cui il Signore compirà totalmente in voi ciò che da sempre ha preordinato: lo compirà lui, voi vi accorgerete che non riuscite a compiere nulla, ma il Signore porterà a quel compimento (cf. Fil 1,6), accogliendovi nel Regno eterno. Lì si misura la propria salvezza, lì si misura il senso della propria vita.
Enzo Bianchi

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