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07/06/2015 - Lectio della Domenica del Corpus Domini - Anno B

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SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO - B

NOTA INTRODUTTIVA
Con la prima lettura, accolta nel passaggio dalla figura della legge alla verità evangelica, noi siamo introdotti nella natura del sacrificio in cui avviene l’alleanza. Il duplice aspetto del sacrificio, olocausto e di comunione, richiama a noi il Sacrificio del Cristo, olocausto sulla croce e di comunione nell’Eucaristia.
In tal modo la nuova alleanza inaugurata sulla Croce una volta per sempre si rinnova ogni volta che le labbra dei redenti s’imporporano del sangue di Cristo nel segno sacramentale.
La seconda lettura c’introduce in un confronto tra il santuario terreno e quello celeste e tra i sacrifici legali e quello del Cristo. Attraverso il suo corpo sacrificato Gesù è passato dalla situazione terrena a quella celeste ed entrato per sempre nella gloria, Egli è l’eterno principio della redenzione di tutta la creazione che nel suo corpo glorificato trova il luogo della riconciliazione e della contemplazione adorante del Padre. Egli è quindi il santuario celeste. In tal modo anche nell’Eucaristia Gesù non cessa di essere il santuario celeste per tutti coloro che si nutrono della sua Carne e del suo Sangue, anticipando in loro come primizia il dono dello Spirito Santo, pegno dell’eredità eterna.
Il Vangelo infine c’introduce nella gestualità storica dell’Eucaristia.
Contemplandola nella fonte prima, nella stanza alta, essa è sempre motivo di purificazione di tutto quello che si è frapposto nella sua celebrazione alterandone le linee originali. Il ritorno costante al modello primo non è
solo ripetizione esterna ma contemplazione interiore sempre più limpida in forza della conversione che reca in sé le lacrime del pentimento e quelle della gratitudine.

PRIMA LETTURA Es 24,3-8
Dal libro dell’Èsodo
In quei giorni,
3 Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!».
Tutte le norme. In ebraico le norme sono letteralmente i giudizi. La Legge è improntata sul mistero del Cristo per cui le sue norme irradiano dalle realtà celesti comunicandole sotto i segni fisici e temporali, appartenenti a questa creazione. Mosè quindi si muove nei segni in modo profetico annunciando in essi gli eventi futuri. Qui egli annuncia la nuova ed eterna alleanza.
Nella divina Scrittura vi sono tre momenti in cui il popolo dice di adempiere la Parola del Signore.
In 19,8 è scritto: Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!». È la risposta al Signore che vuol fare d’Israele la sua proprietà e per questo Egli ne vuole fare un regno di sacerdoti e una gente santa. In 19,8 il popolo risponde alla voce del Signore insieme, qui con una sola voce.
Il secondo momento è in questa solenne assemblea dell’alleanza.
Il terzo momento è in Dt 5,27: Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo. Il popolo non sopporta la teofania del Signore per cui Mosè deve fare da mediatore.
Rispose … dicendo lett.: dissero: il cambiamento di soggetto non registrato dalla traduzione rileva come unica è la voce del popolo ma essa è formata dalle molteplici voci; ciascuno dà personalmente la sua adesione nell’unità dell’assemblea d’Israele.
In quanto entra nel patto con il suo Dio il popolo diviene uno, una sola voce. All’unica voce di Dio risponde l’unica voce del popolo, alla voce dell’unico sposo corrisponde la voce dell’unica sposa. Solo così il popolo diviene uno; l’idolatria lo divide non solo da Dio ma in se stesso e dagli altri.

4 Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele.
Mosè consegna allo scritto tutte le parole del Signore. Egli scrive la Legge e la consegna ai leviti e ai capi del popolo (Dt 31,9). Dopo aver scritto, Mosè si alzò di buon mattino (come quando Abramo immolò Isacco) ed eresse un altare ai piedi del monte. Mosè scrisse ed edificò. È il mediatore che scrive il patto ed edifica l’altare. Le uniche parole che Mosè non scrive sono il Decalogo, questo infatti è stato scritto con il dito di
Dio.
Da qui conosciamo pure l’origine della divina Scrittura. Essa è l’impronta permanente della Gloria del Signore, è il Libro del Patto; nella lettura di essa si rinnova l’evento e si rende attuale la Parola. Essa cresce con il
popolo.
«Questa pagina ci dice che cos’è la Scrittura e come dobbiamo interpretarla; tutto ciò che è legato al popolo ebraico e ai suoi costumi deve essere visto in modo diverso: ci dobbiamo mettere dal punto di vista del Cristo, della Chiesa e dell’Eucaristia; da quello che è avvenuto in loro ci dà di capire il perché di questi costumi. È la predeterminazione di ciò che avverrà nel Cristo e nella Chiesa, è la realtà di quest’uomo, che è Gesù, che determina tutto il resto. Dobbiamo avere il coraggio di rovesciare l’ottica che cioè i costumi arcaici sono plasmati nel Cristo. C’è già il sacrificio, quello cruento e non c’è il sacerdozio … in questo testo il Signore dice: “Comincio a mettere insieme la Chiesa che ha due cose essenziali: la Parola e l’Eucaristia”» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 19.2.1980)
Mosè circonda l’altare con dodici stele come memoriale delle dodici tribù d’Israele.

5 Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Ci si chiede chi siano questi giovani tra i figli d’Israele cui Mosè dà
l’incarico di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di
comunione, per il Signore. La versione aramaica parla dei primogeniti tra
i figli d’Israele perché essi avevano il diritto di offrire il sacrificio. S.
Agostino pensa che siano i figli di Aronne (Quae. XX in Lv). Questa ipotesi
può avere come fondamento 19,22. Hacam fa un accostamento con il
piccolo Samuele che offerto al Signore cominciò a servirlo (cfr. 1Sm 3,1).
In tal modo questi giovani, presi dalle dodici tribù, furono incaricati da
Mosè di offrire i sacrifici per inaugurare la solenne liturgia dell’alleanza.
Essi offrirono prima gli olocausti e poi i sacrifici di comunione. Essi
agirono secondo l’ordine del mistero del Cristo: Egli infatti prima si è
offerto totalmente al Padre come olocausto e poi la sua carne è data a noi
come sacrificio di comunione. Potremmo anche dire che il Signore nostro
Gesù Cristo sulla Croce fu solo olocausto e nell’Eucaristia è anche
sacrificio di comunione.
«I sacrifici sono d’olocausto e di comunione: vittime bruciate e altre che
sono consumate. Qui c’è il doppio aspetto dell’Eucaristia che è olocausto
(la vittima è distrutta) e di comunione. Questi elementi della nuova alleanza
sono tutti presenti. L’Eucaristia è vero olocausto e comunione. Questo
brano è impressionante perché ci mostra come Dio ha in vista quel modello
pieno che si realizza in Cristo e nella Chiesa. Tutto è in vista di Cristo e
della Chiesa e in particolare dell’Eucaristia» (d. G. Dossetti, appunti di
omelia, Gerico, 19.2.1980).

6 Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare.
Mosè si occupa direttamente del sangue. Non sono i giovani a versarne metà sull’altare e metà nei catini. Il suo intervento quindi dà rilievo al sangue. Tutto il rito converge al sangue versato e asperso.
Inoltre una parte dl sangue deriva dagli olocausti e una metà dai sacrifici di comunione. È forse versato il sangue dell’olocausto, è asperso il sangue dei sacrifici di comunione. Così avviene nel mistero: il sangue del Cristo immolato sulla Croce è versato, è dato invece come vera bevanda il sangue sacramentale dell’Eucaristia. Esso come mistica aspersione raggiunge tutti i credenti (cfr. Eb 12,24).

7 Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo.
Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Il libro dell’alleanza si contrappone al libro del ripudio (cfr. Is 50,1: Dice il Signore: «Dov’è il documento di ripudio di vostra madre, con cui l’ho scacciata?»). Questo libro è probabilmente quanto Mosè ha scritto prima del rito dell’alleanza (v. 4). Prima Mosè ha riferito oralmente (v. 3) ora legge. Apprendiamo così che duplice è l’insegnamento, quello orale e quello scritto, ma che unico è il contenuto di esso.
Il patto ha quindi questi due momenti, quello orale in cui i contraenti stabiliscono le clausole del patto (qui è solo il Signore a stabilirle) e poi quello scritto in cui esse sono lette e sigillate. Mosè è mediatore del patto.
Dapprima espone oralmente le parole del Signore e ad esse il popolo aderisce dicendo: «eseguiremo». Qui di fronte allo scritto, il popolo dice: «lo eseguiremo e vi presteremo ascolto ». Si rafforza quanto è stato detto
in precedenza. Lo scritto perpetua e rende presente di generazione in generazione il patto.
Il libro è legato in modo indissolubile al sacrificio.

8 Mosè prese il sangue e ne asperse (lett.: lo versò sul) il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Come fu versato sull’altare ora il sangue è versato sul popolo per farlo entrare nell’alleanza. L’uso dello stesso verbo indica che tutto il popolo partecipa della stessa santità dell’altare e quindi dell’unico sacrificio ed entra così nell’alleanza. Tra l’altare e il popolo in virtù dell’alleanza vi è ora un rapporto inscindibile, che è stato creato dal sangue dell’alleanza. Il sangue versato sull’altare e versato sul popolo unisce i due contraenti nel patto espresso nel libro. Il sangue nell’atto di unire Dio al suo popolo santifica il popolo stesso purificandolo dai suoi peccati. Solo Mosè compie il rito dell’alleanza incentrato sulla lettura del libro dell’alleanza e sul versamento del sangue sia sull’altare che sul popolo.
Così Gesù, mediatore della nuova ed eterna alleanza, è Lui che legge il libro del patto nella sua Chiesa ed è Lui che versa il suo sangue sull’altare e sul popolo per purificarlo e farlo entrare nel patto dopo aver rimesso i nostri peccati.

OMELIA DEL CORPUS DOMINI 1970
C’è un modo di interiorizzare, questa festa: capire il senso del rapporto tra l’eucaristia e il Cristo preesistente, il Verbo di Dio che precede ogni creazione e ne è il senso e il fine, la chiave di David che tutto apre.
Rileggiamo il cap. 24 dell’Esodo: prima c’è la conclusione del patto (vv. 1-8), poi seguono i vv. 9-11 - il banchetto - Iddio varca quella linea che lo separa dall’uomo e che sembra impossibile varcare senza annullarsi. In conseguenza di questo Mosè ed Aronne vedono Dio, ed egli non stende la mano. È possibile all’uomo entrare in comunione con Dio senza esser bruciato dalla divina presenza. Questa visione di Dio non è intellettuale, speculativa, nemmeno spirituale nel senso che una tensione dello spirito umano, attraverso una certa ginnastica, lo faccia arrivare a toccare Dio. È una concessione di Dio che scende, e avviene in un modo particolare: in un banchetto, si realizza in una comunione conviviale dell’uomo con Dio e questo è il proprio del cristianesimo. Il tema del banchetto lo hanno anche altre religioni, ma proprio del cristianesimo è fare di questo l’apice, non un punto che debba essere ancora trasceso. Un uomo di carne che mangia e beva, sembra essere ancora cosa della sfera psichica, non pneumatica, eppure non è cosi. L’incontro col Dio ineffabile avviene per l’uomo eminentemente, nel suo grado supremo,qui, e questo perché il Verbo di Dio si è fatto carne. Nella considerazione di questo aspetto del mistero è messa totalmente in gioco la nostra fede nell’Incarnazione: fatto unico - una sola volta per tutte - dice la Lettera agli Ebrei. Dio, Unico nella storia e unico nella preesistenza ...: ma in questo momento c’è in modo totale a un grado supremo e invalicabile l’incontro dell’uomo con Dio. Questo mette in gioco la nostra fede nel modo cristiano di concepire l’Incarnazione.
Quando celebriamo l’Eucaristia, non basta che pensiamo che nell’atto che stiamo per compiere c’è un incontro particolarmente forte con Dio; in questo caso può insinuarsi nel nostro atto una ipocrisia sottile: mentiamo sul presupposto che dà un senso a questo gesto. Che il Signore ci rinnovi, potentemente nel suo Spirito, ci faccia capire cosa significa il nostro incontro con l’Eucaristia, come in quel momento esprimiamo una concezione totale, cristocentrica, della storia e della creazione, tutta ricapitolata in Lui. Ogni volta che noi non sappiamo vivere con coerenza tutto questo manchiamo non solo all’adempimento del patto, ma distruggiamo l’ordine fondamentale dell’essere che si ricapitola tutto, si concentra tutto in questo: "Il Verbo si è fatto carne”
(d. G. DOSSETTI, appunti di omelia).

SALMO RESPONSORIALE dal Sal 115
Questo carme è il quarto inno dell’“Hallel pasquale”, a motivo dell’invocazione: “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (v. 4) proclamata durante il rito della cena pasquale ebraica, alla terza coppa di vino, quella del ringraziamento, che si passava tra i commensali. Ma questo Salmo fu caro anche al cristianesimo, già Paolo in 2Corinzi (4,13) aveva citato questo Salmo: “Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (v. 1). Lo stesso Apostolo in Romani (3,4) aveva evocato l’asserto “ogni uomo è inganno” (v. 2), un asserto che avrà un certo peso nel dibattito agostiniano sul peccato originale.
Il centro del Salmo (vv. 14-19) è occupato dalla descrizione del rito sacrificale di ringraziamento celebrato nel tempio. Durante lo svolgimento di questo rito, l’orante pronunzia una solenne dichiarazione in tre punti.
Innanzitutto egli afferma che Dio non può restare indifferente davanti alla morte dei suoi fedeli: “Preziosa è davanti a Dio la morte dei suoi fedeli” (v. 6). La seconda affermazione riguarda l’appartenenza del fedele alla famiglia di Dio: “Sì, o Signore, il sono il tuo servo, figlio della tua ancella” (v. 7). La formula “figlio della tua ancella” indicava chi nasceva all’interno di un clan familiare anche da una schiava e veniva adottato come figlio del capo-tribù (in questo caso YHWH). C’è, infine, un’ultima dichiarazione riguardante la liberazione donata da Dio: “Hai sciolto le mie catene”, cioè il Signore ha salvato il suo figlio dalla morte.
Siamo, quindi, in presenza di un canto di grande fiducia dell’orante nella potenza di Dio. Potenza che si manifesta soprattutto sulla morte fisica.

R/. Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore. R/.

Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene. R/.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo. R/.

SECONDA LETTURA Eb 9,11-15
Dalla lettera agli Ebrei
Gesù è il sommo sacerdote, che mediante gli “spazi fisici” della sua Passione, Morte e Risurrezione entra nei vari “luoghi” del Santuario celeste.
Più Egli s’inoltra nella sua Passione, più penetra nel santuario celeste e
opera la Redenzione. Il percorso fisico, che lo porta alla Croce, è allo stesso tempo un percorso spirituale, che lo porta attraverso il cosmo dentro il cielo.
Egli entra nel cosmo attraverso noi uomini, dove distruggendo il peccato, restaura noi e il cosmo.
Egli può entrare perché noi siamo carne dalla sua carne e osso dalle sue ossa (cfr. Gn 2,23).
La salute del Capo si espande in noi, sue membra ammalate e ci risana. Per un principio di comunione, la salute attiva, che è in Cristo, risana coloro che vengono a contatto con Lui. Essendo il Santo di Dio (Gv 6,69) e il Principio della creazione di Dio (Ap 3,14), in Lui vi è il potere di risanare e di salvare anche dalle situazioni impossibili perché nessuna parola è impossibile a Dio (Lc 1,37).

Fratelli,
11 Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione.
12 Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.
Nella pericope si crea un rapporto tra la Tenda terrena costruita da Mosè alle pendici del monte Sinai e la Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Questa Mosè ha contemplato sul monte e in questa il Cristo è entrato. E poiché non poteva introdurvi nessun sacrificio terreno, espresso nel sangue di capri e di vitelli, Egli vi è entrato con il proprio sangue. Egli vi è entrato una volta per sempre nella qualifica di sommo sacerdote dei beni futuri. Da essa Gesù non è più uscito. Compiendo questo solenne ingresso nel santuario celeste, espresso simbolicamente da quello del sommo sacerdote nel Giorno dell’espiazione, Egli ci ha procurato una redenzione eterna. Secondo l’interpretazione più comune, questa tenda celeste è il corpo del Signore. Entrando in esso con la sua incarnazione, in esso il Signore si è svuotato assumendo la forma dello schiavo (Fil 2,7), e nei giorni della sua carne il Figlio di Dio offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà (Eb 5,7) e umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). In tal modo Egli entrò con il proprio sangue nel santuario celeste, cioè nella sua gloria, come ancora dice l’apostolo: Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome (Fil 2,8).
Entrato nella gloria che era sua prima che il mondo fosse, Gesù come da sempre è la causa originante tutte le creature, così una volta per sempre ne è la redenzione eterna. Egli, infatti, è il santuario celeste in cui sia le creature visibili che quelle invisibili sono riconciliate con il Padre e animate dallo Spirito santo. In Lui ricapitolata, tutta la creazione cessa di gemere perché è giunta la nostra definitiva adozione a figli con la
redenzione del nostro corpo (cfr. Rm 8).

13 Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne,
14 quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?
L’autore sacro fa ora un confronto tra la purificazione operata dal sangue dei sacrifici legali e quella operata dal sangue di Cristo.
Il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca purificano nella carne, cioè nella sfera dell’esistenza terrena. Essi simbolicamente si frappongono tra la Legge e il peccatore impedendo a quella di esercitare il suo rigore nella vita terrena di chi ha trasgredito. Avviene la non imputazione ma non la remissione dei peccati in cui consiste la redenzione (cfr. Col 1,14).
Il sangue di Cristo invece penetra nella coscienza purificandola, cioè distruggendo completamente le opere morte dell’idolatria espresse in ogni genere di passioni ignominiose e portando chi è purificato a servire il Dio
vivente.
Tutto questo perché Gesù con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio. Qualitativamente il suo sacrificio è diverso da quelli prescritti dalla Legge (cfr. 10,5-10). Esso non si colloca nella sola nostra esistenza terrena, ma si colloca nell’intimo di noi stessi, là dove il peccato vive indisturbato e se la ride della superficie nostra. Come il Cristo è disceso negli inferi così è disceso in noi e come là ha sconfitto l’autore della morte così in noi ha sconfitto la morte e il peccato che postula la stessa morte.
Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Il Cristo, nostro sommo ed eterno sacerdote, non poteva essere contenuto all’interno dell’antica alleanza, la cui economia l’autore sacro ha espresso nei versi precedenti, ma è mediatore di una nuova alleanza il cui effetto si estende anche al tempo della prima alleanza perché Egli redime con la sua morte anche le colpe commesse sotto la prima alleanza in modo che gli eletti ricevano l’eredità eterna che è stata promessa. In Gesù tutti i chiamati sia della prima che della nuova alleanza sono introdotti nella sua gloria, cioè in Lui contemplano il Padre e possono adorarlo non più nei simboli ma nello spirito e nella verità (Gv 4,24).

NOTA
[Calvario, 21.11.11 17:30] Questa pericope rivela come Gesù è sommo sacerdote. Mentre era inchiodato sulla croce e versava il suo sangue, Gesù entrò una volta per sempre nel Santuario, che non appartiene a questa creazione.
Egli può passare dallo spazio fisico, in cui si trova, perché è venuto dal cielo e può entrare nel santuario celeste, perché in Lui, vero Dio e vero Uomo, sono presenti sia la terra che il cielo. Come Egli è venuto mediante la kenosi, così Egli torna mediante il versamento del suo sangue, in quel Santo, in cui Egli è dal Padre nello Spirito. Se nello svuotarsi del suo esser Dio è diventato Uomo, nello svuotarsi del suo sangue, Egli come perfetta vittima sacrificata entra nel Santuario celeste. E qui Egli trova la redenzione eterna. Egli trova quello che noi non potevamo trovare perché nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo (sal 49,8).
La redenzione è eterna perché Egli non ci riscatta dalla morte in questa vita, ma ci trasferisce nella sua stessa vita.
Diverso è l’effetto dei due tipi di sacrifici. I sacrifici legali purificano e santificano la “carne”, il sacrificio di Cristo purifica la coscienza.
I sacrifici legali rendono capaci di compiere il culto terreno, ma non toccano l’intimo della coscienza perché non liberano dalle opere morte, cioè dominate dalla morte, e non rendono capaci di servire al Dio vivente.
Se la redenzione è eterna, essa opera lo svuotamento della morte, lasciandole solo l’apparenza, e immette la vita eterna rendendoci capaci di opere vive, che scaturiscono in noi da Cristo, speranza della gloria (Col
1,27).

SEQUENZA
La sequenza è facoltativa e si può cantare o recitare anche nella forma
breve, a cominciare dalla strofa: Ecce panis.
Se la sequenza viene omessa, segue il CANTO AL VANGELO.
[Lauda Sion Salvatórem,
lauda ducem et pastórem,
in hymnis et cánticis.
Quantum potes, tantum aude:
quia maior omni laude,
nec laudáre súfficis.
Laudis thema speciális,
panis vivus et vitális
hódie propónitur.
Quem in sacrae mensa cenae,
[Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.
Impegna tutto il tuo fervore:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.
Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.
Veramente fu donato
turbae fratrum duodénae
datum non ambígitur.
Sit laus plena, sit sonóra,
sit iucúnda, sit decóra
mentis iubilátio.
Dies enim sollémnis ágitur,
in qua mensae prima recólitur
huius institutio.
In hac mensa novi Regis,
novum Pascha novae legis,
Phase vetus términat.
Vetustátem nóvitas,
umbram fugat véritas,
noctem lux elíminat.
Quod in cena Christus gessit,
faciéndum hoc expréssit
in sui memóriam.
Docti sacris institútis,
panem, vinum in salútis
consecrámus hóstiam.
Dogma datur christiánis,
quod in carnem transit panis,
et vinum in sánguinem.
Quod non capis, quod non vides,
animósa firmat fides,
praeter rerum órdinem.
Sub divérsis speciébus,
signis tantum, et non rebus,
latent rex exímiae.
Caro cibus, sanguis potus:
manet tamen Christus totus
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.
Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito.
Questa è la festa solenne
nella quale celebriamo
la prima sacra cena.
È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.
Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.
Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.
Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza.
È certezza a noi cristiani:
si trasforma il pane in carne,
si fa sangue il vino.
Tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma,
oltre la natura.
È un segno ciò che appare:
nasconde nel mistero
realtà sublimi.
Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
sub utráque spécie.
A suménte non concísus,
non confráctus, non divísus,
ínteger accípitur.
Sumit unus, sumunt mille:
quantum isti, tantum ille:
nec sumptus consúmitur.
Sumunt boni, sumunt mali:
sorte tamen inaequáli,
vitae vel intéritus.
Mors est malis, vita bonis:
vide paris sumptiónis
quam sit dispar éxitus.
Fracto demum sacraménto,
ne vacílles, sed meménto,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra,
signi tantum fit fractúra,
qua nec status, nec statúra
signati minúitur.]
Ecce panis angelórum,
factus cibus viatórum:
vere panis filiórum,
non mitténdus cánibus.
In figúris praesignátur,
cum Isaac immolátur:
agnus Paschae deputátur,
datur manna pátribus.
Bone pastor, panis vere,
Iesu, nostri miserére:
tu nos pasce, nos tuére:
in ciascuna specie.
Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.
Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato.
Vanno i buoni, vanno gli empi;
ma diversa ne è la sorte:
vita o morte provoca.
Vita ai buoni, morte agli empi:
nella stessa comunione
ben diverso è l’esito!
Quando spezzi il sacramento
non temere, ma ricorda:
Cristo è tanto in ogni parte,
quanto nell’intero.
È diviso solo il segno
non si tocca la sostanza;
nulla è diminuito
della sua persona.]
Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.
Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.
Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nùtrici e difendici,
tu nos bona fac vidére
in terra vivéntium.
Tu qui cuncta scis et vales,
qui nos pascis hic mortáles:
tuos ibi commensáles,
coherédes et sodáles
fac sanctórum cívium.
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.
Tu che tutto sai e puoi,
che ci nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

ACCLAMAZIONE AL VANGELO Gv 6,51
R/. Alleluia, alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
R/. Alleluia.

VANGELO Mc 14,12-16.22-26
Dal vangelo secondo Marco
12 Il primo giorno degli Ázzimi, quando s’immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
È il quinto giorno di questa grande settimana, il primo giorno degli Azzimi e si precisa che è il giorno in cui s’immola la Pasqua. Questo perché rigorosamente il primo giorno è il 15 di Nisàn e non il 14 come è qui. Essi chiedono a Gesù dove voglia mangiare la Pasqua. Sono a Lui completamente soggetti in quanto suoi discepoli. Questo mette in luce la sua signoria non solo sui discepoli ma sugli avvenimenti.
In senso mistico: i discepoli compiono per l’ultima volta in senso figurato quello che Gesù compie veramente, la sua immolazione come vero Agnello pasquale. Tutto si deve compiere perfettamente secondo la Legge perché si
comprenda il mistero velato sotto i simboli.

13 Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo.
È una missione quella di preparare la Pasqua per il Cristo. Essa si svolge nella luce dei segni come quando Saul fu unto re d’Israele. Infatti l’uomo che porta una brocca d’acqua viene loro incontro perché essi lo seguano.
Con quell’acqua, attinta a Siloe, il Signore celebra i misteri della Pasqua. Essendo segno, l’uomo è avvolto dal mistero ed emerge solo quello che fa parte dell’economia sacramentale. Egli si fa incontro ai discepoli del Cristo con la brocca dell’acqua viva e pura, segno di purificazione e di redenzione. Come infatti i figli d’Israele furono redenti dopo il passaggio del mare, così ora i discepoli possono celebrare la pasqua attraverso il passaggio nell’acqua pura, portata da colui che introduce i discepoli nella stanza della cena.

14 Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”.
Il Maestro chiama sua la stanza dove celebra la Pasqua. Perché la chiama sua? Perché il rito della Pasqua è perenne e dovunque sono i suoi discepoli ivi si celebra la sua Pasqua nella sua stanza alta.

15 Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
Il padrone della casa lascia salire al piano superiore nella grande sala per celebrare la Pasqua solo il Cristo e i suoi discepoli. Sono infatti ammessi a questa stanza alta solo coloro che elevano la loro mente e il loro cuore e possono gustare la Pasqua del Signore.
Come l’uomo, che porta la brocca d’acqua, così il padrone di casa emerge nell’economia del mistero. Egli ha già preparato la stanza per accogliere Gesù e i suoi discepoli. Gesù s’inserisce nell’antica economia per dare vita alla nuova. Il padrone di casa ha tutto preparato secondo i simboli della Legge e il Signore svela ai suoi discepoli il significato mistico di essi perché nel nuovo si percepisca l’antico come un tutt’uno nel Cristo.

16 I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Tutto avviene come ha detto Gesù e la Pasqua è pronta. È il sigillo della Parola contenuta nelle divine Scritture che Gesù adempie perfettamente. I discepoli non agiscono nell’incognito perché tutto è predisposto secondo il disegno stabilito dal Padre.

22 Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
Mentre mangiavano, probabilmente tra l’antipasto e il pasto della cena pasquale, al momento della benedizione della mensa col pane azzimo.
Prese il pane, gesto consueto della benedizione, avendo benedetto Colui che produce il pane della terra, lo spezzò, gesto di comunione come dice l’Apostolo in 1Cor 10,16-17: Il pane che spezziamo non è forse comunione
con il corpo di Cristo? Poiché un solo pane, un solo corpo: molti siamo; infatti tutti partecipiamo a quest’unico pane. È spezzato per la comunione al Corpo di Cristo e rende tutti noi un solo corpo. E lo diede loro, non avrebbero potuto mangiarlo se non lo avesse dato loro, è quindi un dono e come tale resta: non lo si può mangiare se Cristo non lo dà a noi. Prendete, come avrebbero potuto prenderlo se Egli non si fosse consegnato e non avesse comandato di prenderlo? Il comando dà la forza di mangiare di quel pane. Questo è il mio corpo. La coincidenza tra il pane e il corpo è tale che la presenza corporea di Gesù è trasmessa a questo pane benedetto. Tutti i misteri impressi nella carne del Cristo sono presenti nel sacramento del suo Corpo e ad essi comunica chi mangia.

23 Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.
Poi prese un calice, quello della benedizione (cfr. 1Cor 10,16) al termine della cena (come dice espressamente Lc 22,20) e rese grazie, la grande benedizione madre di tutte le preci eucaristiche, lo diede loro non solo quella volta ma sempre, infatti gli apostoli lo hanno ricevuto da Gesù e lo hanno trasmesso ai loro successori fino alla venuta di Cristo. Unica è la Parola di Cristo, unica è l’azione in tutte le celebrazioni eucaristiche e tutti mangiano di quell’unico Pane e bevono a quell’unico Calice fino alla fine del secolo. L’unica Parola e l’unico Rendimento di grazie vengono trasmessi dai Dodici e dai loro successori, i vescovi, nella Chiesa perché tutti possano mangiare di quell’unico Pane e bere a quell’unico Calice. E ne bevvero, dall’unico Calice, tutti coloro per i quali il Sangue è versato in remissione dei peccati (Mt 26,28).

24 E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.
E disse loro: «questo è il mio sangue dell’alleanza, non dice nuova, l’uso assoluto dice che questa è l’unica alleanza profetizzata e prefigurata nell’Antico Testamento.
I testi sono Es 24,8: ecco il sangue dell’alleanza - Zac 9,11: nel sangue della tua alleanza, versato, il calice contiene in sé sacramentalmente il sangue versato nella morte, quindi la vita donata per noi da Cristo infatti in Is 53,12, secondo Jeremias, è detto ha versato nella morte la sua anima. Vi è quindi coincidenza tra anima (= vita) e sangue. Per i molti come in Is 53,11: giustificherà il giusto mio servo i molti, è la salvezza di tutti. Bere quindi al Calice diviene esperienza fondamentale per il discepolo in rapporto alla sua vita e al suo amore.

25 In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
In rapporto al Calice della benedizione, che è il suo Sangue, il Signore pronuncia questa profezia. Qual è quel giorno in cui lo berrà nuovo nel Regno di Dio?

26 Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
L’inno è L’Hallèl che si canta al termine. Il Signore va al monte degli Ulivi.

NOTA OMILETICA
L’Eucarestia sempre meno è un atto di pietà e sempre più è una grande lode e benedizione. Certo non cessa di essere invocazione, perché troppo bisogno abbiamo di essere salvati istante per istante. È una sintesi vera di tutti gli atti buoni, di carità compiuti in tutti i popoli e in tutti i tempi.
Versetti sulla profezia del rinnegamento di Pietro. Contengono un’indicazione importante per noi. Il rapporto con l’Eucarestia del prete deve essere tale che l’Eucarestia deve avere il suo spazio. Se non ce l’ha è la tragedia del prete. Da noi lo spazio c’è, però l’Eucarestia quotidiana è una responsabilità grandissima, anche se necessaria.
Ci sono delle condizioni:
v che sia fortemente inquadrata in modo forte e consapevole in tutto il resto della nostra preghiera quotidiana. Non è solo un fatto di misure esterne. La Messa comincia col Mattutino e si conclude col Vespro. L’Eucarestia quotidiana è necessaria.
v Bisogna cercare il più possibile di accompagnarla con molta umiltà. Questo è il guaio di Pietro, di essere ostinato. Ciò che guasta la Messa nei preti molte volte è il farsi anche per necessità professionali un abito di sicurezza.
v Predicare, giudicare la coscienza se c’è una deviazione professionale, quella di non guardare a sé. Man mano si va avanti deve farci scoprire l’infermità nostra: il male si insinua in noi in molti modi, capillarmente. Scrutare non solo questa carenza come dobbiamo pregare e ringraziare per tutto il mondo e invece non lo facciamo.
v Avere acuto il senso del bisogno da una parte e dell’indegnità dall’altra. È tutta la Parola del Signore: fate questo in memoria di me.
(d. G. DOSSETTI, appunti di omelia, Rossena, 23. sett. 1971)

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