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14/06/2015 - Lectio della 11' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

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DOMENICA XI - B

PRIMA LETTURA Ez 17,22-24

Dal libro del profeta Ezechièle

Parole di consolazione
Ez 17,22-24. Questi versi sono probabilmente un'aggiunta posteriore dello stesso Ezechiele. Nel ricomporre i suoi oracoli avrà creduto bene integrare il piccolo carme allegorico delle aquile e del germoglio trapiantato in terra pagana con un accenno al futuro rampollo della stirpe davidica (di cui forse avrà un giorno sentito parlare il suo collega Geremia: Ger 23,5), coltivato da YHWH stesso sul suo monte santo. Troviamo simili integrazioni in vari altri vaticini di sventura (5,3-4; 11,14-20; 16,60-63; Am 9, 8-12; Is 7,14s.). Riprende la parola il Signore (v. 22). Come ha predetto la rovina e il castigo salutare (vv. 11-21), così ora preannunzia un evento del tutto salvifico. Non sarà più una potenza pagana, strumento della giustizia divina, a staccare un ramoscello dalla cima del cedro (vv. 3.22), ma la mano benefica di YHWH; né lo trasporterà lontano dalla sua terra, ma lo pianterà sul monte della sua dimora, in Sion, presso il suo tempio. Si tratta certamente del germe di Davide: un germoglio spunterà dal tronco di Jesse (Is 11,1), secondo l'antica promessa (2 Sam 7,12ss.; Is 53,2). Alimentato dalle acque della benedizione divina (31,4), diventerà un cedro magnifico, alla cui ombra verranno a dimorare tutti gli uccelli: Köl ciPPôr, come in 31,6, significa ogni categoria di volatili, cioè popoli di ogni regione e razza.
Fuori metafora, si preludia a un nuovo regno della discendenza davidica, di straordinarie dimensioni, a cui accorreranno tutti i popoli della terra, secondo la profezia isaiana (Is 2,2-5; Mic 4,1-5; Ez 34,23-25). Sarà la realizzazione, vista in lontananza, di quel Regno di Dio, rappresentato dallo stesso Gesù in un piccolo seme cresciuto in grandioso albero (Mt 13,31s.), rifugio e sede di tutte le nazioni. Nessuno si sarebbe aspettato un rigoglio e un'estensione così mirabile. Ogni uomo vi potrà scorgere la potenza di quel Dio che umilia i grandi imperi e innalza i più modesti clan, e fa seccare l'albero verde e germogliare l'albero secco (v. 24). È nella debolezza, dirà Paolo, che si manifesta l'onnipotenza di colui che guida, tra le vicende del mondo, la sua comunità di universale salvezza (2Cor 12,5-10).

22 Così dice il Signore Dio:

«Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro,
dalle punte dei suoi rami lo coglierò
e lo pianterò sopra un monte alto, imponente;
23 lo pianterò sul monte alto d’Israele.

La stessa azione ha compiuto Nabucodonosor, paragonato all’aquila (vv. 3-4). Il Signore compie questo con amore per ridare vita; Nabucodonosor invece ha portato il re di Giuda in esilio a Babilonia, in una città di negozianti (v. 4).
Il Signore invece lo pianta sopra un monte alto, imponente, non in terra d’esilio ma sul monte alto d’Israele, cioè in Gerusalemme, circondata dai monti (cfr. sal 125,2).
Nella semplicità della lettera il testo potrebbe parlare della restaurazione della Casa di Davide in Gerusalemme, ma questo non è avvenuto.
Dobbiamo allora cercare nel mistero e contemplare in questo ramoscello il virgulto dal tronco di Iesse () nel mirabile mistero della sua Incarnazione e quindi della sua morte sulla Croce e del suo meraviglioso espandersi tra i popoli.

Metterà rami e farà frutti
e diventerà un cedro magnifico.
Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno,
ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà.

L’albero, piantato dal Signore metterà rami e farà frutti. I rami rappresentano la numerosa discendenza e il suo benefico espandersi tra i popoli; i frutti indicano il nutrimento che l’albero dona a tutti quelli che a lui si accostano. cfr. Sir 24,17: Io come una vite ho prodotto germogli graziosi e i miei fiori, frutti di gloria e ricchezza. L’albero ha in sé la dolcezza dei frutti della vite e la grandiosa bellezza del cedro, come subito dice. Tutti lo ammireranno. «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
Nell’immagine degli uccelli che dimorano sotto di lui e nei suoi rami s’indica il radunarsi dei dispersi d’Israele e di tutte le Genti in lui (cfr. Is 2,2). La stessa immagine con lo stesso significato ricorre nelle parabole (cfr. Mt 13,32).

24 Sapranno tutti gli alberi della foresta
che io sono il Signore,
che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso,
faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco.
Io, il Signore, ho parlato e lo farò».

In questa azione, che riguarda il suo Cristo, il Signore rivela se stesso come l’artefice della storia e dei suoi rovesciamenti. I capi dei popoli sono paragonati agli alberi della foresta. Nell’intervento salvifico del suo Cristo, i capi dei popoli conoscono chi è il Signore; infatti sono dispersi i potenti, rovesciati i troni dei re, svuotati i ricchi, ricolmati di beni gli affamati, innalzati gli umili e infine Israele trova misericordia (vedi il cantico del magnificat). Il regno dei cieli, predicato dal Cristo può apparire simile ad un albero basso e secco. In realta la sua sorte è quella di diventare albero alto e verde. Al suo espandersi tra i popoli svuota la forza e la potenza dei regni terreni. Il Signore Gesù paragona se stesso al legno verde: «Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?» (Lc 23,31).

Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE dal Salmo 91 (92)

Attorno alla figura centrale del Signore, l’Altissimo, si delinea un mondo armonico e pacificato. Si erge anche la persona del giusto, il cui ritratto avvalla la teoria della retribuzione secondo la quale giustizia e premio, delitto e castigo sono binomi inscindibili e verificabili ora, sulla terra e nella storia. Per il nostro poeta benessere, gioia, lunga vita sono la naturale conseguenza di un’esistenza giusta. Il Salmo, quindi, è un inno alla giustizia divina, che premia il bene e punisce il male, creando così un mondo perfetto e ideale. Una visione ottimistica contro cui reagiranno Giobbe, Qohélet e i Salmi 49 e 73. Per il Salmista, invece, l’immagine vegetale, fresca e verdeggiante, della palma e del cedro è lo stemma del giusto. Le radici del giusto, infatti, sono simili a quelle delle palme e dei cedri del tempio: affondano in Dio e l’eternità diventa la loro linfa. Al contrario l’immagine vegetale dello stelo di erba subito reciso e disseccato (v. 8) è la pittura dell’altro destino, quello dell’empio la cui ottusità è animalesca: “L’uomo insensato non intende e lo stolto non capisce” (v. 7), e il cui esito è la rovina eterna, la dissoluzione.
R/. È bello rendere grazie al Signore.

È bello rendere grazie al Signore
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore,
la tua fedeltà lungo la notte. R/.
Il giusto fiorirà come palma,
crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore,
fioriranno negli atri del nostro Dio. R/.

Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia: in lui non c’è malvagità. R/.

SECONDA LETTURA 2Cor 5, 6-10
Sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere graditi al Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, 6 sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo - 7 camminiamo infatti nella fede e non nella visione -, 8 siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore.

Sempre pieni di fiducia. «Con audacia e fiducia affrontiamo i pericoli e la morte per Cristo» (Teofilatto). Il principio della fiducia in noi è lo Spirito Santo, che, benché ancora dato come caparra, abita in noi e ci dà l’interiore certezza che tutto si compirà secondo il disegno di Dio.
La nostra situazione attuale è quella di avere come nostra dimora il corpo. Questo è la nostra terra natale e la nostra casa. Dovunque noi andiamo, mediante il corpo, dichiariamo chi noi siamo e donde veniamo. Tuttavia il nostro abitare nel corpo ci fa essere in esilio lontano dal Signore. Duplice è la tensione, che s’instaura nel discepolo: quella naturale cioè di abitare nel corpo e quella immessa dallo Spirito Santo cioè di essere con il Signore.
Prima di fare la sua scelta l’apostolo fa un inciso: camminiamo infatti nella fede e non nella visione. La fede è energia divina, che ci porta a conoscere i misteri divini ma non è ancora visione. Mediante la fede noi ancora non vediamo il Signore benché già abbiamo conoscenza di Lui secondo quanto c’insegna l’apostolo Pietro: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa (1Pt 1,8).
L’apostolo preferisce andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore.
«Seguono i versetti sul desiderio della vita nuova che deve animarci. Finché siamo nel corpo siamo forestieri dal Cristo: e pensare che siamo legati al corpo! È vero che il corpo è destinato alla risurrezione, però c’è questa distanza dal Signore per cui per raggiungerlo bisogna esser spogliati di esso. Questo equilibria l’antropologia cristiana: è vero che il corpo è già santificato però finché siamo nel corpo siamo lontani dal Cristo. La terra è l’esilio, il corpo è ancora lontano ed estraneo al Signore malgrado Lui lo abbia santificato nei sacramenti» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 20 settembre 1973).

Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi.

Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

Parola di Dio.

CANTO AL VANGELO

R/. Alleluia, alleluia.

Il seme è la parola di Dio,
il seminatore è Cristo:
chiunque trova lui, ha la vita eterna.
R/. Alleluia.

VANGELO Mc 4,26-34
È il più piccolo di tutti i semi, ma diventa più grande di tutte le piante dell’orto.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù 26 diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno;

Le due parabole hanno in comune la forza intrinseca del Regno. Esso non ha bisogno dell’opera esterna perché è dalla sua interiore forza che cresce.
L’uomo che getta il seme è chi annuncia la Parola di Dio, in prima istanza è Gesù. Coloro che Egli manda ad annunciare lo fanno in nome suo ed è Lui che in loro annuncia. Infatti Cristo è presente quando si annuncia la sua Parola.

27 dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.

Una volta compiuta la semina, le azioni del seminatore e quelle del seme si separano. Chi semina sa che il seme cresce anche se non conosce il come. Egli non può avanzare nella sua indagine per voler conoscere in che modo la Parola, una volta annunciata, operi nell’intimo di coloro che ascoltano. Ad ognuno di noi sfugge sia la natura della Parola che la coscienza recettiva dell’uomo. Noi stessi non sappiamo come cresca in noi. La fase intermedia è quella in cui tutto sembra immutato.

28 Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga;

In realtà dopo la gestazione nella terra, appaiono le varie fasi della crescita. Allo stesso modo la Parola appare nelle sue varie fasi fino alla maturità. Il Regno e la Parola sono intrinsecamente uniti. La crescita e maturazione della Parola corrispondono alla crescita e maturazione del Regno. Chi conosce le varie fasi si prepara per la mietitura.

29 e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Al comando del Signore, padrone del campo, subito egli manda la falce. cfr. Gio 4,13: Date mano alla falce, perché la messe è matura. Ap 14,15: Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di mietere, perché la messe della terra è matura». Tutto giunge a maturazione: sia il Regno presente tra i popoli, sia le vicende umane, la cui chiave di lettura è data dal Regno nell’annuncio della Parola.

30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31 È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32 ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Gesù parte ponendosi una domanda: Come potremo trovare qualcosa di simile al regno di Dio o in quale parabola potremo collocarlo? Sembra quasi dire che nella realtà creata non c'è nulla che gli possa assomigliare e anche se noi volessimo parlare per enigmi e usare il linguaggio sapienziale delle parabole, noi non possiamo trovare tra i saggi nulla che ne possa descrivere il mistero.
Di fronte a questa impossibilità così radicale d’immettere il regno di Dio entro le categorie umane della parola, vi è in natura una pianta, che ne può esprimere la dinamica di crescita: il granello di senapa.
Nel momento della semina esso è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra. Perché il Signore fa questa constatazione? Perché esprime il suo annientamento nell’Incarnazione. Svuotando se stesso, Gesù fu fatto di poco inferiore agli angeli, ma lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2,9).
Per questo tutte le genti accorrono a Lui e si riposano tra i suoi rami, come c’insegna Ezechiele.

33 Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34 Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
cosa.

Gesù alla folla parla in parabole secondo la loro capacità di comprensione. Egli colloca la Parola sotto il velo della parabola perché la mente dell’uomo non s’impossessi del Regno con un malinteso. Se infatti la parola del Regno fosse chiara e traducibile nelle nostre categorie umane o avesse qualche aggancio con la nostra situazione terrena, noi ce ne vorremmo impadronire per il vantaggio che ci arreca, come ad esempio per la salute, per la ricchezza e il benessere nell’ambito esterno. In questo modo non comprenderemmo la natura del Regno e non ci relazioneremmo con Dio se non per un nostro vantaggio immediato.
La parabola è un velo, che lascia trasparire il mistero, per cui chi ascolta se vuole comprendere la parabola deve andare oltre il velo. Deve cioè entrare in casa del Signore, dopo che si è fatto discepolo, e ascoltare le sue spiegazioni. Nella casa di Gesù può entrare solo chi è suo. Casa del Signore è la sua chiesa: chi entra in essa con il desiderio di ascoltare il Signore e di esser nutrito dalla sua Parola non resta deluso perché il Signore illumina la sua mente.
Tuttavia non tutti amano entrare perché preferiscono il linguaggio delle parabole alla loro spiegazione. Si accontentano della bellezza delle parabole e al massimo dedurne qualche insegnamento etico utile per la vita presente, come l’amore per il prossimo. È infatti facile sostituire se stessi a Gesù e fare di noi il centro della nostra stessa fede, tirare Gesù dalla propria parte e mettere in bocca a Lui le parole che ci piace ascoltare.

Parola del Signore.

Mc 4,26-34
Gesù si trova lungo il mare di Galilea ed è attorniato da molta gente. Si siede dunque su una barca e da lì ammaestra la folla radunata sulla riva (cf. Mc 4,1-2). Egli illustra la realtà dinamica del «regno di Dio» – da intendersi come esercizio del regnare, come equivalente dell’espressione biblica: «Il Signore regna! Dio regna!» (cf. Es 15,18; Sal 47,9, ecc.) – attraverso tre immagini relative all’attività della semina: la celebre parabola del seme caduto su diversi tipi di terreno (cf. Mc 4,3-20) e poi le due che ci interessano più da vicino, quella del seme che cresce spontaneamente e quella del piccolo granellino di senapa.
«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra: dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa». Ecco la grande fede di Gesù in Dio, che deve essere anche la nostra fede: ciò che conta è seminare il buon seme del Regno, ossia predisporre tutto nella propria vita affinché il regnare di Dio possa iniziare a manifestarsi nella storia. Fatto questo, occorre dimorare nella pace, «poiché la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco nella spiga». Il contadino che ha gettato il seme non deve preoccuparsi, non deve intervenire per misurarne la crescita, perché minaccerebbe i germogli: il tempo della mietitura – ovvero l’ora del giudizio finale (cf. Gl 4,13) – verrà certamente, ma non per il suo operare, bensì per dono di Dio, che fa crescere il Regno e prepara l’ora della sua piena manifestazione. Anche in questo Gesù è il nostro modello: la sete del regno di Dio era la ragione profonda della sua esistenza ma, una volta annunciato il Regno con franchezza, egli non si è preoccupato dei risultati immediati; anzi, ha accettato persino di essere rifiutato e messo a morte, identificandosi con il chicco di grano caduto a terra, che deve morire per portare molto frutto (cf. Gv 12,24).
Nell’altra parabola Gesù paragona il Regno a un granellino di senapa: è il seme più piccolo che esista eppure, una volta seminato, diventa un arbusto con «rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (cf. Ez 17,22-24). Qui l’attenzione è posta sullo sviluppo straordinario del seme, sulla contrapposizione tra la sua piccolezza iniziale e la sua grandezza finale. Il regno di Dio ha una sua forza invisibile ai nostri occhi, è vivo ed efficace come la sua Parola (cf. Eb 4,12), ma questa potenza si manifesterà solo alla fine della storia. Con questa immagine Gesù non mira a consolare i credenti che vivono un oggi scoraggiante, assicurando loro un avvenire grandioso, ma vuole spiegare il senso positivo già presente nell’oggi: non è l’albero che dà la forza al seme, ma è il seme che con la sua potenza vitale si sviluppa in albero! Così accade per il Regno: nell’oggi dei credenti appare come una realtà piccola, ma alla fine dei tempi sarà manifestata la sua grandezza. La parabola rivela dunque che i criteri della grandezza e dell’apparire non devono essere applicati alla storia del regno di Dio, e ammonisce chi sa ascoltarla: la piccolezza non contrasta con la vera potenza. Basta avere fede pari a un granellino di senapa per spostare un monte (cf. Mt 17,20) e lo straordinario della nostra vita è nascosto, come «la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cf. Col 3,3).
Dunque i cristiani non si lascino sedurre dalla grandiosità né si abbattano per la piccolezza: la forza del Regno, la forza del Vangelo non è misurabile con i criteri mondani! Sì, come si legge in uno splendido testo cristiano delle origini, l’A Diogneto, «i cristiani vivono nel mondo come gli altri uomini, amano tutti e da tutti sono perseguitati … eppure sono l’anima del mondo»: la loro «differenza», non misurabile con criteri mondani, è già ora fonte di benedizione per tutti gli uomini.
ENZO BIANCHI

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