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21/06/2015 - Lectio della 12' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

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DOMENICA XII TO anno B

Nota introduttiva

La prima lettura e l’Evangelo hanno come tema comune il mare tenuto a bada, nell’ordine della creazione, dal Signore come fosse un neonato «che Dio fascia con le tenebre della sua inaccessibilità (v. 9). Però il mare è anche un’altra cosa: una creatura orgogliosa, sommossa e agitata dal suo orgoglio che Dio spezza (v. 11: il verbo greco è spezzare, cfr. Sal 106)» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Monteveglio, 21 giugno 1970).
Nell’Evangelo il mare è segno delle potenze avverse, che non possono scuotere il Cristo dormiente e che Egli domina con la stessa forza esplicata nella creazione.
Nello scritto apostolico prorompe la vita in Cristo, che si è riversata in noi e che vive in forza di quell’amore che ha portato Gesù ad accogliere in sé la follia del Padre, cioè la Croce. A questa è associato il discepolo che non avverte più come vita quella nella carne, ma quella in Cristo, dove le cose vecchie sono passate ne sono nate di nuove.

PRIMA LETTURA Gb 38,1.8-11

Nell’introduzione al primo discorso (38,2-3) il Signore avanza un rimprovero:
2«Chi è mai costui che oscura il mio piano
con discorsi da ignorante?
3Cingiti i fianchi come un prode:
io t ’interrogherò e tu mi istruirai!
Giobbe, maledicendo il giorno della propria nascita, aveva finito per «oscurare», cioè per disprezzare e screditare il «piano» di Dio (cfr. 3,4-5.9; 18,18), un termine che nella Bibbia ebraica indica sempre e soltanto il progetto di Dio sul mondo. Il Signore, invece, ha un piano sul mondo e sulla storia, e il fatto che Giobbe non lo capisca non significa che Egli non lo abbia. Giobbe ha parlato con parole senza saggezza, mentre il saggio è colui che discerne il progetto di Dio sulla storia. Giobbe, dunque, è invitato a guardare oltrele apparenze, a rivolgere uno sguardo esperienziale, e a vedere un Dio che si manifesta nella storia.
Inoltre, rispetto alla certezza di sapere (cfr. 9,2; 13,18; 9,28; 10,13; 30,23), il Signore sfida Giobbe a comportarsi da uomo (è meglio tradurre «uomo» che «prode»): io ti faccio le domande e tu mi istruisci, per vedere se sei in grado di prendere il mio posto.
Dal v. 4 inizia il discorso vero e proprio in cui Dio fa scorrere il creato davanti a Giobbe. Dio assume un tono ironico e nello stesso tempo poetico.
Davvero il mondo è caos privo di senso e il suo creatore è un tiranno prepotente, arbitrario e violento?
Il Signore fa percorrere a Giobbe la creazione, partendo dal livello degli elementi originari: la terra (vv. 4-7), il mare (vv. 8-11), la luce (vv. 12-15), gli abissi e le porte della morte (vv. 16-18), le tenebre (vv. 19-21), i fenomeni atmosferici (vv. 22-38). Non è un semplice attraversamento di queste realtà, perché il viaggio è guidato
da una lunga serie di domande, alla ricerca dei segreti e dei misteri della creazione.

Dal libro di Giobbe.

1 Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano:

Prese a dire (lett.: Rispose): quanto segue è la rilettura del poema da parte del Signore. Questi è qui ricordato con il tetragramma sacro, con il Nome rivelato a Mosè dal roveto ardente.
Le parole che seguono sono quindi rivelazione simile a quella che è avvenuta al Sinai e a quella fatta ai profeti. Quella che segue non è quindi una rivelazione naturale di Dio, quale quella descritta da Eliu, ma è rivelazione storica fatta al suo servo, a Giobbe. Lo nomina espressamente perché è a lui che Dio parla, come ha parlato ad Abramo, a Mosè e ai profeti.
Dio parla in mezzo all’uragano (lett: dal turbine), come avviene anche nella visione di Ezechiele (Ez 1,4). Anche il profeta Naum afferma: Nell’uragano e nella tempesta è il suo cammino (1,3).
Allo stesso modo si ode la voce del Padre in Giovanni: Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato» (12,28-29).
Dio parla in mezzo al turbine «in quanto in questa vita noi non possiamo percepire l’ispirazione divina con chiarezza, ma come adombrata nelle similitudini sensibili, come dice Dionigi (De cael.Hier.2,3)» (S. Tommaso).

8 «Chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando usciva impetuoso dal seno materno,

È, infatti, scritto: Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne (Gn 1,9). Con la sua sola parola, Dio sbarra tra due porte il mare, cioè fa delle scogliere come le porte invalicabili del mare. Esso è come un bimbo che Dio estrae dalle viscere della terra. Creatura temibile, potente e misteriosa è il mare, ma di fronte a Dio è come un bimbo che non può nuocere.

9 quando io lo vestivo di nubi
e lo fasciavo di una nuvola oscura,

Dio veste il mare con le nubi e lo avvolge in fasce con la nuvola oscura, come si farebbe ad un neonato. Egli non lotta contro il mare per domarlo, ma lo tratta con la tenerezza di una madre. È tale la differenza tra il Creatore e le creature che nessuna può uguagliarlo, ma tutte, anche le più grandi, sono così piccole e deboli che egli le tratta con grande amore. In tal modo la creazione proclama la bontà di Dio e come tutto abbia da Lui la sua origine.
Nulla può agire di propria iniziativa perché tutto obbedisce al suo volere. Se una forza così irrompente qual è il mare, che spesso, anche nel Vangelo, è simbolo delle forze demoniache, è in realtà una docile e fragile creatura nelle mani di Dio, allo stesso modo anche le potenze spirituali, che avversano l’uomo, sono un nulla davanti a Dio e obbediscono alla sua parola. Il disegno, che Dio ha sull’uomo e sulla storia, si attua pertanto senza ostacoli. Questo era invece l’ostacolo che Giobbe sentiva nel suo rapporto con Dio.

10 quando gli ho fissato un limite,
gli ho messo chiavistello e due porte

Come creatura, il mare deve obbedire al decreto che Dio ha emanato su di lui. invece di ho emanato un decreto su di lui il nostro traduttore preferisce: gli ho fissato un limite. Questo decreto è pure ricordato in Gr 2,22 come fondamento del timore e del tremore davanti a Dio: Voi non mi temerete? Oracolo del Signore. Non tremerete dinanzi a me, che ho posto la sabbia per confine al mare, come barriera perenne che esso non varcherà? Le sue onde si agitano ma non prevalgono, rumoreggiano ma non l’oltrepassano. Infatti il chiavistello e le due porte che Dio ha messo al mare sono la sabbia, che è facilmente valicabile. Eppure essa è confine al mare, una barriera perenne, che esso non varcherà. Le sue onde si agitano, ma non prevalgono, rumoreggiano ma non l’oltrepassano (ivi; cfr. Sal 104,9; Pr 8,29).

11 dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

Il mare con la sua forza, espressa nell’orgoglio delle sue onde, s’infrange non tanto contro le scogliere quanto contro la Parola di Dio (ho detto, una volta per sempre).
Riconosce solo questa Parola e davanti ad essa si acquieta, come è testimoniato nell’Evangelo (Mc 4,39: Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia). Allo stesso modo tutto quello che turba e agita la nostra vita si acquieta sotto la forza della Parola di Dio. Con la loro obbedienza, tutte le creature invitano a credere e a sottomettersi alla potenza della Parola di Dio.

SALMO RESPONSORIALE Sal 106

Il Salmo è composto da una solenne apertura liturgica (vv. 1-3), da uno splendido inno di ringraziamento articolato in quattro grazie ricevute, “ex voto” (vv. 4-42), e da un inno finale di ringraziamento a Dio per tutto quello che ha operato nella storia della salvezza (vv. 33-43).
1. Il primo ex voto è di un viaggiatore (vv. 4-9) che con una carovana si era avventurato nelle rischiose piste del deserto. Affamato, assetato, sfinito, era stato indirizzato da Dio sulla strada giusta, verso una città abitata. 

2. Il secondo ex voto è proclamato da un prigioniero (vv. 10-16). Nell’oscurità del carcere egli è accasciato sotto il peso dei ceppi. Dalla bocca gli esce un grido di aiuto al Signore ed ecco le sbarre infrangersi, spezzarsi le catene, spalancarsi le porte. 

3. Il terzo ex voto è di un malato (vv. 17-22). La sofferenza fisica, nella prospettiva veterotestamentaria della retribuzione, è una conseguenza del peccato. Al grido di pentimento la parola di Dio personificata, guarisce e consola, facendo allontanare dai piedi dell’orante la soglia della fossa e della morte. 

4. L’ultimo ex voto, quello del marinaio, è il più originale. La tempesta è sceneggiata attraverso il terrore che essa crea nei membri dell’equipaggio e nei passeggeri della nave. Ma al grido di supplica, Dio subentra come guida verso la pace del porto. 

A questo punto i quattro “grazie” si fondono in un inno corale (33-43) che, evocando il primo esodo dall’Egitto e il secondo da Babilonia (vv. 40-42), applica idealmente il Salmo di ringraziamento a tutto Israele, pellegrino nel deserto, prigioniero, sofferente per i suoi peccati, sconvolto dalle bufere della storia.
Il versetto conclusivo: “Chi è saggio osservi queste cose e comprenderà la bontà del Signore” (v. 43), steso nello stile sapienziale, è un invito a saper cogliere nelle tormentate vicende umane la costante fedeltà a Dio che mai delude. Il sapiente è colui che sa perforare la superficie della storia, con le sue striature di assurdo, per cogliere gli atti di fedeltà che Dio compie in profondità. Le tempeste, le malattie, le schiavitù, gli errori della vita e della storia in realtà vengono inquadrate da Dio in un progetto che ha come prima e ultima parola l’amore.

R/. Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.

Coloro che scendevano in mare sulle navi
e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore
e le sue meraviglie nel mare profondo. R/.

Egli parlò e scatenò un vento burrascoso,
che fece alzare le onde:
salivano fino al cielo, scendevano negli abissi;
si sentivano venir meno nel pericolo. R/.

Nell’angustia gridarono al Signore,
ed egli li fece uscire dalle loro angosce.
La tempesta fu ridotta al silenzio,
tacquero le onde del mare. R/.

Al vedere la bonaccia essi gioirono,
ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini. R/.

SECONDA LETTURA 2Cor 5,14-17

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi.

Fratelli, 14 l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti.

L’apostolo spiega in che cosa consista la pazzia, che l’ha preso. L’amore di Cristo, che Egli cioè ha per noi, infatti ci possiede e ci fa agire tutti nello stesso modo.
Questo amore consiste nel fatto che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti, cioè morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù (Rm 6,11).
«Cristo è morto per tutti, il che vuol dire che se non fosse morto voi non potevate essere vivi perciò tutti siete morti: la morte di Cristo è la prova che fuori di Lui c’è la morte per cui coloro che vivono non vivono più per sé ma per colui che è morto e risuscitato rendendoli vivi: Quindi all’Apostolo è affidato un ministero di riconciliazione perché coloro che sono morti divengano vivi, quindi “riconciliatevi con Dio perché Colui che non conosce peccato Dio lo ha fatto peccato per noi e colui che era la vita lo ha fatto morte per la nostra vita”» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.9.1973).
L’aver esperimentato in noi la redenzione porta a questa gioia incontenibile che ci posiede e va oltre i ragionamenti umani, facendoci entrare nella follia di Dio, che è l’amore espresso in Gesù crocifisso.

15 Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.

L’apostolo ripete la proposizione fondamentale: Gesù per tutti è morto perché noi diventassimo i viventi. Ora siamo vivi se viviamo per Lui che per noi è morto e risorto e quindi non viviamo più secondo le passioni della carne che si corrompono, ma secondo il dono dello Spirito che viene dal Risorto.
Così insegna s. Leone M.: «Poiché l’elemento vecchio è sparito e tutto si è rinnovato, nessuno deve rimanere nella vecchia vita carnale» (om. 59).
Questo è l’Evangelo, questa è la sua forza, questo è quanto fa andare fuori di sé l’Apostolo.
S. Basilio in vari passi delle sue opere ascetiche, accosta questa parola dell’Apostolo ai testi riguardanti l’Eucaristia (1Cor 1,23-26) e afferma che l’amore di Cristo che ci urge è segno che l’Eucaristia opera efficacemente in noi in quanto essa è «incancellabile memoria di colui che per noi è morto e risorto» e il significato di questa memoria è l’obbedienza fino alla morte del Signore (cfr. il Battesimo, o.c., p. 568).
La nostra vita non ha origine in noi, ma da Cristo che è in noi. Se Cristo c’è, noi viviamo, se non c’è siamo morti.
Noi non diciamo riferimento a noi ma a Lui. Chi si riferisce a se stesso nella sua esistenza è nella sua morte, vive invece chi si riferisce a Cristo.

16 Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così.

Il segno di questo passaggio alla vita sta nella conoscenza. Conoscenza secondo la carne significa «in modo umano» cioè non sperimentando in sé la potenza della risurrezione: Chi è vivo in Cristo conosce non più secondo la persona naturale, ma secondo quella realtà che si vive in Cristo.
«La conoscenza secondo la carne è quella che Paolo ha prima della conoscenza della risurrezione, come fariseo (interpretazione di alcuni). Da parte mia penso che si riferisca al precedente: tutti sono morti, quindi per Paolo non esiste più una conoscenza secondo la carne: egli conosce i suoi non più secondo la persona naturale, ma li conosce in Cristo secondo quella realtà nuova che vivono in Cristo, come anche il Cristo non lo conosce più secondo la carne, come quando era giudeo» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 22.9.1973).

17 Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Essere in Cristo è essere nuova creatura (cfr. Gal 5,16); è la creazione nuova contrapposta a questa economia. Nell’uomo, che è in Cristo, ha già inizio la nuova creazione. Tuttavia essa giunge al suo compimento nella piena manifestazione del Cristo, nella sua parusia. Nel frattempo il cristiano vive nell’attesa, che non è caratterizzata dalla passività ma dall’amore che è desiderio ardente di conformarsis sempre più al Cristo. Il principio dell’essere nuova creatura implica l’obbedienza alla grazia inerente al nostro battesimo perché quanto è all’inizio giunga in noi al suo compimento.
Il principio della rigenerazione battesimale è talmente forte da relativizzare le cose vecchie dichiarate passate ed esclamare: ecco ne sono nate di nuove. È a queste che il discepolo guarda con lo sguardo del credente infiammato dall’amore del Cristo.

CANTO AL VANGELO Lc 7,16

R/. Alleluia, alleluia.

Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.

R/. Alleluia.

VANGELO Mc 4,35-41

L’episodio non è solo il racconto di un miracolo, perché presenta una manifestazione di Gesù ai discepoli, grazie alla quale essi si pongono per la prima volta la domanda sull’identità di Gesù («Chi è dunque costui?»). Il racconto presenta tre momenti:

La partenza di Gesù con i discepoli, decisa da Gesù stesso (“Passiamo all’altra riva”), che si congeda dalla folla (“lasciata la folla”) e sale sulla barca dei discepoli (“lo presero con sé così com’era nella barca”).
La tempesta sedata (vv. 37-39). Il racconto presenta una situazione (“si sollevò una gran tempesta di vento”), che costituisce una grave minaccia (“gettava le onde nella barca, tanto che era ormai piena”); l’agitazione dei discepoli determinata dalla lettura della situazione in cui si trovano (“moriamo”) e dall’interpretazione del sonno di Gesù (“non t’importa?”); l’intervento di Gesù (“sgridò il vento”) che sventa con la sua parola la minaccia portata dalla “gran tempesta di vento” (“il vento cessò e vi fu gran bonaccia”).
Le domande di Gesù (v. 40) e la reazione dei discepoli (v. 41). Le domande che Gesù rivolge ai discepoli suonano come un rimprovero («perché siete così paurosi?») e una provocazione (Non avete ancora fede»?). La prima domanda «veicola lo stupore di Gesù per il sentimento di paura provato dai discepoli e funziona come un rimprovero dal fatto stesso che i discepoli siano spaventati». Con la seconda domanda Gesù sembra individuare nella mancanza di fede la ragione della paura dei discepoli, una mancanza di fede che si palesa nella lettura del sonno di Gesù come un’assenza di cura e di interesse per loro e, a partire dalla quale, formulano il loro rimprovero accusatore. Riprendiamo la domanda che Gesù rivolge ai discepoli («Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?»), dove è evidenziata la relazione tra paura e mancanza di fede e dove la mancanza di fede è fatta valere come spiegazione della paura. La paura dei discepoli non è la paura dell’incredulo, il quale esperimenta questa situazione proprio perché non si affida a Dio.

MESSAGGIO TEOLOGICO

In questo episodio vediamo i discepoli sperimentare la paura di fronte a una minaccia seria portata alla loro vita: quella della “gran tempesta di vento” che riempie la barca di acqua. Una paura determinata dal tipo di lettura che fanno della situazione in cui si trovano (non c’è più scampo) e dall’interpretazione del sonno di Gesù (espressione di disinteresse per la loro sorte, di lontananza da loro). La lettura che i discepoli fanno del sonno di Gesù con il successivo rimprovero («Non t’importa che moriamo?»), è interpretato da Gesù come un deficit di fede («Non avete ancora fede?»). Notiamo anche un’evoluzione nell’atteggiamento dei discepoli: essi passano dalla paura, che suggerisce una lettura fuorviante del sonno di Gesù, al “grande timore”, che li induce a interrogarsi su Gesù («Chi è dunque costui?»). Assistiamo, quindi, a un certo cammino dei discepoli nella comprensione di Gesù, nel ricupero del rapporto con Lui, un cammino non ancora concluso, incerto, attraversato da un interrogativo («Chi è dunque costui?») aperto a diverse risposte e da uno stupore dai diversi approdi, anche a quello drammatico della chiusura nei confronti di Gesù, come accade a Nazareth (Mc 6,1-6), dove lo stupore iniziale dei concittadini di Gesù («Molti ascoltandolo rimanevano stupiti») si risolve in una chiusura nei suoi confronti («E si scandalizzavano di lui»).

La vicenda dei discepoli alle prese con la tempesta sul lago di Tiberiade, nella quale fede e paura s’intrecciano in una relazione complessa, è istruttiva della vicenda di ogni credente, quindi anche della nostra. Nella paura dei discepoli ritroviamo la reazione di una fede che legge in un certo modo le prove della vita ed è in difficoltà a cogliere l’azione di Dio quando questa non risulta immediatamente percepita nel suo inequivocabile disporsi a favore dell’uomo, nel suo prendersi cura di lui, quando la si ritiene ina¬dempiente riguardo alle promesse fatte agli uomini. Perché questa paura non risulti esperienza paralizzante, ma occasione di crescita nella fede, non si deve cedere alla tentazione dell’accusa, ma aprirsi alla domanda, alla ricerca. Anche nella nostra esperienza di credenti, pur confortati dalla luce della Pasqua, il confronto con Dio, con Gesù Cristo, con il loro punto di vista, con il loro modo di farsi presenti nella nostra esistenza, può essere segnato dalla paura, dallo sconcerto.

Il Cristo pasquale (che è più potente del vento e del mare) sembra diventare il maestro che dorme sulla nostra barca, estraneo alle fatiche che facciamo per fronteggiare la minaccia del male, per evitare che la barca della nostra esistenza sia sommersa dalle onde. Anche per noi la tentazione è quella di dar seguito al disagio nella forma di un’inter-rogazione non immediatamente disponibile a comprendere, a entrare in una ricerca, in quanto segnata dalla contestazione dell’azione di Dio, di Gesù Cristo, ritenuta da noi non all’altezza della nostra situazione né in sintonia con l’immagine, ricevuta dal vangelo, di un Dio "buono", interessato incondizionatamente al bene dell’uomo.

Il racconto di Marco mostra però anche come una situazione negativa, di fatica, di prova della fede, può diventare occasione di crescita della fede stessa. Non va dato spazio alla tentazione di accusare Dio di essere inadempiente nei nostri confronti, ma di aprirsi all’interrogativo credente riguardo a lui, a Gesù, disposti a lasciarsi guidare dal Signore nel cammino che consentirà di sciogliere in modo pacificante l’interrogativo stesso.
Notiamo la seguente struttura lineare:

A sommario (3,7-12)
B tempesta placata (4,35-41)
C ossesso di Gerasa (5,1-20)
D emorroissa (5,21-43)
C’ moltiplicazione dei pani (6,32-44)
B’ cammino sulle onde (6,45-52)
A’ sommario (6,53-56).

Questo schema «ci fa rendere conto dell’opposizione crescente tra la parola di Gesù e quella degli uomini». L’impostazione della raccolta è senza dubbio missionaria (5,18-20); il gruppo di coloro che ce la tramandano «a quanto pare residenti in Galilea tiene presente la missione tra i pagani».

Dal vangelo secondo Marco.

35 In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva».

Dopo aver parlato al popolo, che era lungo la spiaggia, mentre Egli era seduto sulla barca, Gesù dice loro: «Passiamo all'altra riva». È Lui che comanda di attraversare il lago, è quindi Lui che li porta dentro la prova.

36 E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.

Sempre colpisce l’espressione così com'era. I discepoli partono subito senza dar tempo a Gesù di alzarsi dal posto dov’era mentre Egli insegnava e sistemarsi per fare l’attraversata. Qui si menzionano altre barche che più non compaiono nel seguito della narrazione. Non si sa pertanto se anch’esse siano partite e abbiano compiuto l’attraversata. L’attenzione si concentra tutta sulla barca dov’era Gesù.

37 Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.

Una gran tempesta di vento. In essa sono espresse le forze avverse che vogliono ostacolare l’avanzare della barca in mezzo al mare. È la prova che i discepoli devino afforntare da soli. Le acque riempiono la barca, che è in procinto di affondare. La Chiesa, comunione dei discepoli con Gesù, sembra in procinto di scomparire e tutti ci disperiamo in essa come se fossimo soli.
Infatti Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Il suo sonno è segno della sua signoria. Egli non è toccato da quanto succede. Egli fa sentire la sua presenza anche quando dorme e prepara i suoi alla sua assenza che, tuttavia nella fede, è sempre presenza. Inoltre Gesù è l’immagine dell’uomo spirituale che nulla teme, neppure la morte, perché si sente abbandonato in Dio come fanciullo in braccio a sua madre (sal 130).

Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».

I discepoli svegliano Gesù e lo rimproverano. Essi affrontano Gesù solo come uomo, come uno di loro, anche se è il maestro, come ora per la prima volta lo chiamano. Il titolo di maestro rievoca il suo insegnamento dalla barca, ma ora che i discepoli sono nella prova il Maestro dorme. Questo sdegna i discepoli nei suoi confronti perché rilascia soli senza intervenire in così grave pericolo mortale.

39 Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia.

Il Signore si sveglia e nella sua maestà e potenza sgrida il vento e dice al mare: «Taci, calmati!».È esplicito il riferimento all’intervento di Dio che rimprovera le Genti o l’empio (cfr. Sal 9,6), le fiere del canneto (Sal 67,31); il mare rosso (Sal 105,9); I superbi (Sal 118,21). Calmarsi o ammutolire è usato anche in 1,25 riguardo allo spirito impuro.
I discepoli vedono ora con i propri occhi e ascoltano con le loro orecchie quella voce del Signore che è sulle acque (Sal 28,3) e che impedisce alla creazione di non ritornare nel caos. Quelle meraviglie che essi hanno celebrato più volte nel culto del tempio o della sinagoga ora le vedono attuarsi davanti a loro. Gesù è il Signore, non è un servo di Dio che supplica il Signore perché doni salvezza ma è Colui che salva.
Dopo il suo intervento vi fu grande bonaccia. Immediatamente, senza nessuna fase intermedia come invece avviene in natura.

40 Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

La paura è un lucido ragionamento che scaturisce dall’istinto di salvare se stessi. Esso è più veloce della nostra coscienza e anche della stessa fede. Solo chi ha fede può in questo istante lasciarsi condurre nella prova confidando solo in Dio. «In Ap 21,8 i pusillanimi sono nominati insieme agli increduli» (Gnilka).

41 E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Il grande timore è tipico della manifestazione divina e porta alla domanda: «Chi è dunque costui?». La domanda fa avanzare nel mistero ma non ancora nella rivelazione piena. Il cammino verso la confessione perfetta avviene con Pietro che proclama Gesù il Cristo di Dio e con il centurione che davanti alla croce esclama: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39).

APPUNTI DI OMELIA

«Il discorso di Marco sta a conclusione delle parabole del Regno e prima dello sbarco a Gerasa in cui Gesù affronta l’indemoniato.
Si vuole vedere qui il punto in cui Marco affronta il tema del passaggio alla missione, specificatamente ai pagani.
C’è un attraversamento che Gesù e i suoi devono fare attraverso il mare orgoglioso prima di questo slancio missionario.
Con il c. 1 di Marco, nel racconto dell’indemoniato di Cafarnao, vi è un tratto comune: Gesù anche qui non fa un prodigio, ma compie un esorcismo, là su una persona, qui cosmico. Il Signore adopera lo stesso verbo nel suo comando: «Taci!», letteralmente: «Mettiti la museruola!». Tutta la creazione, tutto l’esistente viene esorcizzato perché Gesù possa passare alla sua missione.
Così l’evangelizzazione non può essere compiuta con mezzi umani, perché di mezzo c’è l’orgoglio, dobbiamo mettervi un esorcismo, che essenzialmente è la Croce (il Cristo che dorme è simbolo del Cristo morto).
I discepoli descrivono il miracolo in termini di ubbidienza: l’orgoglio obbedisce solo alla potenza dell’esorcismo della Croce.
v. 40 «Perché siete spaventati?» parola forte. 2Tm 1,7: Dio non ci ha dato uno spirito di spavento ma uno spirito di fervore, ossia lo Spirito Santo.
Abbiamo già ricevuto lo Spirito di potenza, di amore e di sobrietà: potenza per vincere il nostro terrore, che si attua nell’amore; e spirito di sobrietà ossia di mortificazione.
Se non si sa rinunziare anche a cose perfettamente lecite (es. col digiuno) non si compie esorcismo»
(d. G. Dossetti, appunti di omelia Monteveglio, 21 giugno 1970).

PREGHIERA DEI FEDELI

C. Con animo trepidante ma fiducioso, innalziamo a Te, Padre, la nostra preghiera, sapendo di esser esauditi perché Tu sei misericordioso e noi siamo tuoi figli.
Ascolta, Padre, la preghiera dei tuoi figli.

 Signore, che ogni giorno costruisci la tua Chiesa tra i popoli per radunarli nell’unità della fede in Te, unico Dio e in Gesù, il tuo Inviato, donaci la forza di superare ogni paura, consapevoli che la Chiesa è fondata sulla roccia della fede apostolica, preghiamo.

 Rendi indefettibile la fede dei tuoi figli, certa la loro speranza e ardente la loro carità, perché, infiammati dallo Spirito Santo, facciano risplendere le loro opere buone e gli uomini ti glorifichino, preghiamo.

 Infondi forza negli evangelizzatori per annunciare la morte del tuo Figlio ad ogni uomo e tutti possano uscire dal dominio delle tenebre ed entrare nella meravigliosa luce del tuo Regno, preghiamo.

 Donaci tempi di serenità e di pace perché, superata ogni tempesta, i nostri animi escano dalla schiavitù della morte e del peccato per servirti in santità e giustizia tutti i nostri giorni nell’attesa della gloriosa venuta del tuo Figlio e della nostra risurrezione, preghiamo.

C.: Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.

Mc 4,35-41 in napoletano






Mc 4,35-41
XII Domenica del tempo Ordinario 21 giugno 2015
Chi è Gesù? Nella prima parte del vangelo secondo Marco questa domanda, sotto varie forme, risuona numerose volte (cf. Mc 1,27; 2,10.19; 3,27...); talora, come nel brano odierno, essa è posta in bocca agli stessi discepoli: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. E qui sorge anche in noi una domanda: com’è possibile seguire Gesù, essere totalmente coinvolti con la sua vita, senza sapere chi lui è veramente?
Ebbene, i discepoli hanno risposto alla chiamata di Gesù (cf. Mc 1,16-20; 2,13-14; 3,13-18) perché attratti da quell’uomo, un rabbi che aveva dei tratti profetici, un maestro che insegnava con autorevolezza (cf. Mc 1,22.27), che sapeva proclamare in modo nuovo la parola di Dio. Ma il cammino della sequela richiede una fede salda e matura, fede in quel Gesù che talvolta destabilizza chi lo segue con gesti e parole che sembrano venire da una forza superiore, non semplicemente umana. Questi tentennamenti mostrano con chiarezza che l’adesione dei discepoli a Gesù non è ancora fede in lui quale Messia e Figlio Dio; ecco perché egli chiede ai dodici in tono di rimprovero: “Non avete ancora fede?”. Verrà però l’ora in cui, pur attraverso molta fatica, prima Pietro e poi gli altri giungeranno ad avere fede in Gesù (cf. Mc 8,27-30): una fede sempre vacillante e fragile, una fede attraversata dal dubbio, eppure capace di rendere i discepoli disposti a dare la vita per Gesù e per il suo Vangelo!
Una prima occasione di verifica della fede è costituita dalla traversata del lago di Genezaret in Galilea. Dopo aver parlato alle folle e ai discepoli in parabole (cf. Mc 4,1-33), verso sera Gesù vuole raggiungere l’altra riva del lago, la sponda orientale, abitata da genti pagane. Egli è stanco per la predicazione che lo ha impegnato lungo tutta la giornata, e Marco ce lo lascia intendere con un’annotazione discreta e insieme assai eloquente: “I discepoli lo presero con sé, così com’era, nella barca”; quasi lo caricano a forza... E infatti subito Gesù si addormenta su un cuscino a poppa della barca. Ma ecco che, nel crepuscolo, “si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena”. I discepoli, colti dallo spavento, reagiscono e svegliano Gesù con un grido quasi stizzito: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Ma egli si manifesta loro molto più che un maestro; nella debolezza di quell’uomo che dorme, vinto dalla stanchezza, ecco apparire la forza di Dio: Gesù si desta e, con piena signoria sugli elementi del creato, intima al vento e al mare di fare silenzio, di placarsi. E così avviene: “Il vento cessò e vi fu grande bonaccia”.
In questo semplice gesto, accompagnato da una parola efficace, è racchiusa tutta la logica dell’incarnazione e del mistero pasquale: nell’umanità debole e mortale di Gesù si manifesta la potenza di Dio, più forte di tutto ciò che può essere portatore di morte! Se il profeta Giona, in occasione di una tempesta, aveva chiesto di essere gettato in mare affinché i suoi compagni di navigazione si salvassero (cf. Gn 1,4-16), ora Gesù, il profeta definitivo, rimprovera il mare, simbolo delle forze malefiche che minacciano l’uomo (cf. Gb 3,8; 7,12...). Egli mostra così di essere partecipe della potenza di Dio, che “riduce la tempesta al silenzio e ridà la calma alle onde del mare” (Sal 107,28-29).
La chiesa sarà sempre una barca traballante sul mare e dovrà più volte passare ad altre rive per vivere la propria missione; ciò comporterà rischi, pericoli, opposizioni e anche fallimenti. Ma queste saranno tutte occasioni per forgiare e accrescere la fede dei cristiani in Gesù Cristo, colui che non abbandona mai i suoi, anche quando essi, vedendolo dormire, pensano di essere lasciati a se stessi... No, il Signore Gesù è sempre con noi e attende la risposta di fede della sua chiesa: anche nella notte, anche in mezzo alla tempesta, egli è presente, è con noi qui e ora fino alla fine della storia (cf. Mt 28,20). Davvero non dobbiamo fare altro che rispondere con la nostra vita alla domanda seria postaci da Gesù: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.
ENZO BIANCHI

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