11/10/2015 - Lectio della 28' Domenica del Tempo Ordinario - Anno B

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DOMENICA XXVIII – B

 

PRIMA LETTURA Sap 7,7-11

Dal libro della Sapienza

7 Pregai e mi fu elargita la prudenza,

implorai e venne in me lo spirito di sapienza.

Pregai la preghiera scaturisce per Salomone come conseguenza di essere, benché re, un comune mortale e dalla consapevolezza che solo Dio è sapiente. L’uomo deve chiedere questo dono.

La prudenza e lo spirito della sapienza le due espressioni sono in parallelo. Esse costituiscono l’incontro tra il pensiero filosofico (prudenza) e quello biblico (spirito della sapienza). La mente dell’uomo, che  percepisce la realtà e ad essa saggiamente si adegua (prudenza), è capace di questo, solo se su di lei scende lo spirito della sapienza. Per questo più che oggetto di ricerca e di studio, la sapienza, come prudenza, diventa oggetto di preghiera e di supplica a Dio.

La preghiera è esaudita da Dio, come viene detto di Salomone in 1Re 3,19: «Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male, perché chi potrebbe governare questo tuo popolo così numeroso?».

8 La preferii a scettri e a troni,

stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,

9 non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,

perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia

e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.

La preferii si riferisce a 1Re 3,11: Dio gli disse: «Perché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te né una lunga vita, né la ricchezza, né la morte dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento per ascoltare le cause…».

Scettri e troni la sapienza precede il potere e ne è il fondamento.

La ricchezza questa era messa al primo posto dalle genti. Scarpat annota: termine e contesto ci conducono a Platone (leg. 870ab): «causa di tanta diseducazione è la lode che viene stoltamente tributata alla ricchezza, celebrata sia presso i greci sia presso i barbari: essi la preferiscono come primo dei beni, mentre è al terzo posto…» (o.c.. p. 98).

L’oro confrontato con la sapienza è poco e spregevole .L’espressione un po’ di sabbia definisce la scarsità dell’oro di fronte ai tesori inesauribili della sapienza e il suo scarso valore.

Come fango, il fango è simbolo della viltà delle cose (Scarpat).

10 L’ho amata più della salute e della bellezza,

ho preferito avere lei piuttosto che la luce,

perché lo splendore che viene da lei non tramonta.

Salute è bene superiore alle ricchezze.

Bellezza il termine greco rileva l’aspetto esterno, per la bellezza interiore se ne utilizza un altro (Scarpat).

Preferii il verbo greco sottostante indica la libera scelta e implica pertanto un giudizio di valore su quello che si sceglie.

avere lei piuttosto che la luce, più giustamente Scarpat traduce: e scelsi lei come mia luce. Il termine luce ha già qui un valore spirituale. È quella determinata sapienza, trasmessa a Israele, che l’autore sceglie come sua

luce nel cammino della vita.

Lo splendore che viene dalla sapienza è incessante in quanto proviene da Dio stesso. Il saggio, nell’accogliere la sapienza, viene illuminato dalla gloria stesa di Dio.

11 Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;

nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

Nelle sue mani il fatto stesso di possedere la sapienza è una ricchezza incalcolabile. Vi è qui una spiritualizzazione del concetto caro alla teologia veterotestamentaria che chi fa la volontà di Dio è arricchito di beni terreni: l’autore afferma che già la sapienza è il colmo e il superamento di ogni ricchezza.

 

SALMO RESPONSORIALE Sal 89

Questo Salmo è un’esortazione sapienziale-sacerdotale sul tema della fiducia in Dio, esortazione avvallata da un oracolo finale. Il carme è una specie di omelia che vuole presentare il Signore come rifugio, riparo, fortezza, ombra, scudo, corazza nella battaglia della vita. Le sue ali coprono il fedele; infatti le ali dei cherubini del tempio sono il simbolo dell’arca e del diritto di asilo offerto dal santuario di Gerusalemme. Con questa protezione il giusto affronta i terrori notturni (sono gli spiriti maligni che, secondo la tradizione orientale, popolano la notte), non teme le

epidemie e, nel caldo del giorno, le frecce del sole, i dardi infuocati del caldo; non lo impressionano neppure gli avversari dei quali egli vede la fine. Nessun flagello si accosterà alla sua tenda perché fuori sono accampati gli angeli, i messaggeri divini, pronti a tutelare e, se è il caso, a salvare con delicatezza il giusto rendendogli piano e senza asperità il cammino della vita. Aspidi e vipere, leoni e draghi, simboli del male che si annida nella storia, cesseranno di essere un incubo. Anche Gesù utilizzerà questa immagine mitica del trionfo divino sui mostri per la missione apostolica: “Ecco, io vi do il potere di calpestare serpenti e scorpioni, il potere sopra ogni potenza nemica: nulla vi potrà nuocere” (Lc 10,19; Mc 16,18). L’oracolo finale pronunziato in prima persona da Dio ribadisce la verità della fiducia rendendola efficace agli occhi del fedele: Dio è il “rifugio” (v. 9 cf. v. 14) sicuro e ultimo in mezzo alle tempeste, alle pesti, alle vipere dell’esistenza e della storia. Questo Salmo è, quindi, una preghiera realistica, segnata dalla descrizione degli incubi che attanagliano l’esistenza. Tuttavia su ogni prova si stende sempre il manto fiducioso della protezione divina.

 

R/. Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre.

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi! R/.

 

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.

Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti,

per gli anni in cui abbiamo visto il male. R/.

 

Si manifesti ai tuoi servi la tua opera

e il tuo splendore ai loro figli.

Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:

rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,

l’opera delle nostre mani rendi salda. R/.

 

SECONDA LETTURA Eb 4,12-13

Dalla lettera agli Ebrei

12 La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

La Parola è viva, ha in sé energia, forza, ed è capace di ferire più di una spada a doppio taglio.

La parola di Dio colpisce - ferendoci e creando dolore – gli elementi costitutivi della nostra persona (anima, spirito, giunture e midolla). Tutto è scompaginato e messo sotto rigoroso esame dalla Parola di Dio.

Là dove noi creiamo faticosamente un equilibrio tra psiche e spirito e corpo, giunge molestatrice e come spada che ferisce la Parola di Dio. Noi non possiamo fare una simile operazione.

In noi ci sono o parole compassionevoli e pietose di chi non comprende o non vuole comprendere oppure le parole dure di chi ama agire duramente per far sentire, con ragionamenti umani e demagogici, la durezza della Parola di Dio, durezza che in realtà è sua.

Mentre l’operazione, che la Parola compie, è sì dolorosa ma sacrificale, è espressione dell’amore di Dio, è redentiva e quindi porta alla liberazione, cioè alla vera libertà.

La Parola colpisce quel punto in cui l’anima e lo spirito nostro sono uniti, anche se distinti.

Lo spirito, la nostra persona nelle sue facoltà spirituali (intelligenza, volontà, coscienza, libertà di scelta), è colpita dolorosamente ed è ferita dalla Parola di Dio nel suo rapporto con la nostra psiche e il nostro corpo.

Nel tentativo che facciamo d’identificarci con la nostra psiche e il nostro corpo, lì siamo feriti dalla Parola di Dio non per una divisione che sublimi una parte di noi (lo spirito) e porti a un disprezzo del corpo ma per correggere una relazione sbagliata.

13 Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

In noi vi è il tentativo di piegarci su noi stessi senza rivolgersi a Dio. La parola rettifica questo atteggiamento di chiusura in noi stessi ponendoci davanti al giudizio di Dio.

La Parola opera un giudizio costante e quindi si relaziona a noi come un avversario (cfr. Mt 5,25).

 

CANTO AL VANGELO Mt 5,3

R/. Alleluia, alleluia.

Beati i poveri in spirito,

perché di essi è il regno dei cieli.

R/. Alleluia.

 

VANGELO Mc 10,17-30

Dal vangelo secondo Marco

[In quel tempo, 17 mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».

In viaggio, lungo la via che lo porta a Gerusalemme.

Maestro buono, l’appellativo è insolito (cfr. Mt: Che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?). Agli occhi del notabile Gesù è buono perché fa del bene e insegna il bene.

Avere, lett.:ereditare, nella Scrittura il termine eredità esprime la conseguenza della benedizione divina.

18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.

La risposta di Gesù è tale da attribuire l’aggettivo buono all’unico Dio professato dalla fede d’Israele. Questa attribuzione nasconde e rivela sua divinità: Egli manifesta in sé la bontà del Padre.

19 Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Gesù cita i comandamenti. L’osservanza di essi fa ereditare la vita eterna.

L’ordine della citazione non è secondo l’ordine del Decalogo, ma è simile in tutti i sinottici. Sono citati il V, VI, VII, VIII, Mc aggiunge non frodare, e come ultimo il IV. Mancano, oltre che i comandi riguardanti Dio (I-III), il IX e il X che sono già presenti nel VI e nel VII. Sono messi quindi in risalto i comandamenti riguardo il prossimo. Infatti Mt ricapitola la tavola dei comandamenti citando il secondo comandamento dell’amore: amerai il prossimo tuo come te stesso (19,19). I comandamenti e l’anima di essi, che è l’amore, restano alla base di tutto.

I comandamenti scaturiscono dall’amore misericordioso di Dio. Poiché Egli è buono, ha liberato Israele dalla schiavitù egiziana e lo ha introdotto nella sua alleanza. I comandamenti positivi esprimono la natura di questa alleanza e quelli negativi ne segnano il limite da non valicare. Essi sono lo spazio nel quale si esprime la comunione con Dio. L’osservanza dei comandamenti è testimonianza alla santità di Dio, come c’insegna di dire il Signore: «Sia santificato il tuo nome».

Essendo questo tale ricco, Gesù aggiunge «non frodare» (Dt 24,14-15: il salariato; Sir 4,1: il sostentamento al povero; 34,21: il pane dei bisognosi; 34,22: il salario all’operaio).

20 Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».

Fin dalla mia giovinezza l’espressione ricorre più volte nelle Scritture: essa esprime fedeltà al Signore da sempre: il maggiordomo di Acab teme il Signore fin dalla sua giovinezza (1Re 18,12), Giobbe dichiara di osservare la misericordia verso i poveri fina dalla sua giovinezza (Gb 31,18); Sap 8,2: Ho cercato la sapienza fin dalla mia giovinezza; Lm 3,27: bene per l’uomo portare il giogo fin dalla sua giovinezza. Questo tale dichiara di essere in questa linea di osservanza e di accoglienza della sapienza.

21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!».

Gesù fece precedere la sua risposta da questo gesto profondo ed esterno: fissò lo guardo su di lui e lo amò (lo baciò secondo Gnilka). Egli voleva sostenere con la forza del suo sguardo, pieno di amore, questo passo assai importante e nuovo. Da una parte questo tale, che resterà anonimo, perché incapace di fare una scelta, sentì il calore di questo sguardo ma temette al pensiero di vendere il suo patrimonio.

Gesù voleva incoraggiarlo ad accogliere quanto stava per dire: «Una cosa sola ti manca», Questo uno necessario, che si concentra nella sua sequela, corrisponde ad Uno solo è buono. Quando manca l’Uno, vi è il molteplice, che ci divide. Questa situazione di divisione è superata nel trauma della richiesta di Gesù di lasciare tutto per seguirlo e solo l’amore può rispondere all’amore.

Questa sequela richiede l’esproprio delle ricchezze a vantaggio dei poveri e l’affidarsi ad altre ricchezze, il tesoro nei cieli per diventare discepoli di Gesù. Il fatto che Egli cammini verso Gerusalemme, fa aggiungere l’espressione: portando la croce che rimanda a 8,34 dove ha espresso le caratteristiche della sequela. La sequela ha in sé un dinamismo di spogliazione, che inizia dai beni esterni e porta alla spogliazione di se stessi, perché il Signore sempre più toglie per condurci là dove noi non vogliamo (cfr. Gv 21,18).

22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Si fece scuro in volto, il verbo indica una tristezza veemente (contrarre la fronte), è quella causata dalle ricchezze (Ez 27,35: riguardo a Tiro e al suo re, 29,19).

In Mc il verbo indica un forte stupore per la risposta di Gesù cui si unisce l’orrore di fronte alla proposta fattagli. Nel suo cuore si opera un forte sconvolgimento che lo rende triste e silenzioso per cui se ne va.

23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».

Inizia la scuola dei discepoli di Gesù. Il Maestro annuncia il suo insegnamento con una massima incentrata sulla parola difficile. Il possesso di un’eredità terrena, pure frutto di un’eredità paterna come segno di benedizione, rende difficoltoso l’ereditare il Regno.

24 I discepoli erano sconcertati dalle sue parole;

La parola del Signore riempie di spavento i discepoli. Essi sono interiormente disorientati perché Gesù non ha promesso al notabile molto più ricchezze e onori di quelli che già aveva con la sua sequela come accade a chi segue il messia, figlio di Davide, ma ha aperto allo sguardo loro la sequela incentrata sulla croce.

ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».

Il proverbio, che accosta la realtà più piccola (il foro in un ago) con la bestia più grande (il cammello), mette in rilievo come sia impossibile per un ricco entrare nel regno di Dio, accogliere su di sé pienamente la regalità di Dio quale si manifesta nella sequela a Gesù.

26 Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».

Lo stupore aumenta di fronte alle parole di Gesù tanto che non possono trattenersi dal parlare tra di loro rompendo quel silenzio che caratterizza l’ascolto del Maestro.

Essi generalizzano il discorso. Non solo i ricchi ma nessuno si può salvare.

Ci si può chiedere perché mai i discepoli generalizzano il discorso di Gesù.

Probabilmente perché in tutti gli uomini vi è l’anelito alla ricchezza, allo star bene. Nessuno è in grado di far il movimento inverso, cioè di rivolgersi alla povertà, come condizione della sequela.

27 Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».]

Guardandoli per la terza volta prima di parlare.

Il Signore conclude questo suo insegnamento con una massima. È vero che non si può avere il cuore talmente distaccato da fare come unico bene il Regno perché questo è impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio che dona la sua grazia. Noi non possiamo salvarci e non possiamo salvare gli altri perché il fratello non redimendo redimerà l’uomo, non darà a Dio il proprio riscatto. Ed è prezioso il prezzo della loro anima (Sal 49,8s).

Come infatti la nascita di Isacco (cfr. Gn 18,14) e l’annunciazione dell’incarnazione del Figlio di Dio (cfr. Lc 1,37), così ora è sì impossibile la salvezza per l’uomo ma non da parte di Dio.

28 Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».

Egli parla a nome di tutti i discepoli e fa una constatazione, attendendo da Gesù le conseguenze.

29 Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30 che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Vi è un rovesciamento radicale nel Regno. La sua presenza già opera nel presente in rapporto alle stesse realtà terrene che confluiscono nei discepoli come segno dell’amore di Colui che solo è buono. L’aggiunta insieme a persecuzioni sottolinea che questo possesso è di altra natura di quello precedente. Entrare nel Regno, cioè accogliere su di sé la regalità di Dio quale si esprime nel vangelo è accogliere la fecondità dell’amore cristiano che realizza vincoli incomparabilmente più ricchi e più forti di quelli terreni.

 

PREGHIERA DEI FEDELI

  1. Dall’ascolto della Parola scaturisca ora la preghiera al Padre dal quale scende ogni dono.

Preghiamo insieme e diciamo:

 

Ascolta, o Padre, la nostra preghiera.

  •  Accolga il Signore la preghiera della sua Chiesa e apra le menti dei suoi figli perché comprendano le parole della vita e le facciano fiorire e fruttificare nella loro vita, preghiamo.
  •  Si ricordi il Padre di tutti gli uomini e, tramutati i cuori induriti, dia loro la forza dell’amore, preghiamo.
  •  Accolga nel suo amore tutti gli uomini che errano lontano da Lui perché sentano la soavità della sua presenza, preghiamo.
  •  Infonda nel cuore dei discepoli del Cristo la conoscenza del vangelo perché amino tutto ciò che resta e siano saggi amministratori dei beni che passano, preghiamo.

 

O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell'uomo, non c'è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare

le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno.

Per Cristo nostro Signore.

Amen.

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