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30/06/2013 - Lectio della 13' Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

domeniche precedenti


XIII Domenica TO anno C

 1Re 19,16.19-21;  Sal 15;  Gal 5,1.13-18;  Lc 9,51-62.

Premessa

In 9,51-19,28 Luca costruisce la propria cristologia e per esprimere il suo personale pensiero, accantona la sua fonte marciana e ci offre del materiale attinto o alla fonte Q oppure a fonti proprie. Pertanto questa sezione (9,51-19,28) viene denominata: la “grande inserzione lucana” a motivo  di questa connotazione personale. Luca riprenderà la sezione comune con Marco da (18,15-19,28). La sezione suddetta è delimitata dai due versetti, molto lucani, che costituiscono il suo inizio (9,51) e la sua fine (19,28). Il titolo più appropriato è: “Verso Gerusalemme” ed è detto esplicitamente nel versetto iniziale. Inoltre Luca ripete più volte che Gesù procede verso Gerusalemme (13,22.23; 17,11; 18,31; 19,11; 19,28) o più in generale, che è “in viaggio” (9,57; 10,38,14,25; 18,37,19,1). La tradizione del Quarto Vangelo conosce molte salite di Gesù a Gerusalemme. In Marco la salita occupa un solo capitolo, due in Matteo e ben dieci in Luca. Luca, però, non è preoccupato di offrire un quadro geografico preciso, ma vuole dare una prospettiva teologica a questa salita. Il viaggio verso Gerusalemme è un viaggio verso la  Croce, che però non è separata dalla risurrezione. Tutti gli insegnamenti inseriti in questo quadro della partenza di Gesù vanno letti nella prospettiva della morte/risurrezione. Si tratta in gran parte di materiale lucano che vogliono rispondere a una sola domanda: che cosa significa in concreto seguire Gesù nel suo cammino verso la croce?   1. Introduzione

 La tematica della “sequela” caratterizza questa Domenica con la lectio cursiva del Vangelo secondo Luca. In base alla seconda parte della pericope evangelica (Lc 9,57-62), si comprende la scelta della narrazione riguardante il discepolato di Eliseo (1Re 19,16.19-21). Per inverso, il Sal 15 rappresenta l’adesione ideale e radicale di ogni “discepolo”. In qualsiasi situazione di pericolo, il Salmista confida nel Signore, “unico suo bene” (v. 2) ed eredità (v. 5): stà alla mia destra, non posso vacillare” (v. 8). Lo stesso versetto “alleluiatico” sottolinea la tematica della sequela di Cristo, visto come “luce del mondo” (Gv 8,12). Invece, la pericope “composita” di Gal 5,1.13-18 segue la propria tematica della “vita secondo lo Spirito”, come espressione della “libertà a cui Cristo stesso ci ha chiamati” (v. 13). Con Gal 5,13-18 comincia la sezione “paracletica” (o “esortativa”) della Lettera ai Galati (5,13-6,10).

Antefatto: Il rifiuto dei Samaritani  (9,51-56)

Luca ha iniziato il racconto della missione pubblica di Gesù in Galilea con il rifiuto degli abitanti di Nazareth (4,16-30). Ora introduce il viaggio verso Gerusalemme ponendo ancora un altro rifiuto: quello dei samaritani. Sembra che Luca voglia porre tutta l’attività di Gesù sotto il segno del contrasto e del rifiuto. L’inimicizia fra giudei e samaritani era di lunghissima data. Sargon II aveva conquistato Samaria, capitale del Nord nel 722 a.C. Secondo il costume politico degli Assiri, egli aveva deportato gli abitanti del luogo sostituendoli con popolazioni straniere. Si parla di questo in 2Re 17,24ss: Il re di Assiria fece venire gente da Babilonia, Chuta, Avva, Camat, e Sefarvàim: fece dimorare tutta questa gente nella regione di Samaria al posto dei figli d’Israele. Presero possesso di Samaria e abitarono nelle loro città. I nuovi arrivati, secondo il costume dell’epoca, accettarono il Signore, il Dio venerato da Israele, ma nello stesso tempo continuarono ad adorare i loro idoli (2Re 17,34-41). L’ostilità trova dunque la sua ragione nella diversità di razza e nel sincretismo religioso. Gli avvenimenti successivi non hanno fatto altro che accrescere questa ostilità già esistente. I Giudei nel 538 a.C. tornano dall’esilio babilonese e i samaritani offrirono il loro aiuto per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, ma Zorobabele, Giosuè e gli altri capi dei giudei risposero sdegnosamente: Non c’è nulla tra voi e noi perché edifichiate una casa per il nostro Dio; noi soli dobbiamo edificarla per il Signore Dio d’Israele, come ci ha comandato Ciro, re di Persia (Esdra 4,3). Infine l’ostilità fu totale quando i samaritani costruirono un loro tempio sul monte Garizim nel 325 a.C. Dopo questa doverosa nota storica, torniamo ora al nostro racconto. Chiedendo ai discepoli di preparare la sua venuta in un villaggio di Samaritani, Gesù rompe l’ostilità giudaica nei confronti di questo popolo dal sangue misto, che aveva il Pentateuco come Sacra Scrittura, ma il culto locale del Garizim costituiva una sfida permanente per il tempio di Gerusalemme. Qui i Samaritani rifiutano non tanto la persona di Gesù, quanto piuttosto Gerusalemme, conclusione del suo viaggio. E Gesù parlerà bene di Samaritani, come rivelano la parabola del samaritano e l’episodio del lebbroso samaritano che torna a ringraziare Gesù. I discepoli invece, vorrebbero il castigo come ai tempi di Elia (2Re 1,10-14), il quale per essere riconosciuta la sua missione di uomo di Dio, aveva fatto scendere il fuoco dal cielo che aveva divorato un centinaio di uomini mandati ad arrestarlo. Ma Gesù non è venuto per essere il vigoroso riformatore dei costumi atteso dal Battista (3,16-18). E se “rimproverò” i discepoli è perché essi non comprendevano assolutamente nulla della sua missione (annuncio del rifiuto: 9,22) e del suo insegnamento (amore verso i nemici: 6,29). Un ultimo particolare: Gesù non è rifiutato direttamente, ma nei suoi messaggeri, mandati avanti a preparargli un posto. Non è difficile scorgere in questo un’esperienza della chiesa, che vedeva rifiutati i propri missionari che annunciavano l’arrivo di Cristo. Il rifiuto è un’esperienza della chiesa, non solo di Gesù.

 2. Ascensione e sequela (Lc 9,51)

Il Vangelo secondo Luca presenta una caratteristica strutturale originale e interessante: la sezione del viaggio , detto pure il grande inserto lucano (9,51-19,46). Mentre gli altri Sinottici dedicano poco spazio all’itinerario verso Gerusalemme (cf. Mt 19,1-21,10; Mc 10,1-11,11), per Lc l’itinerario del viaggio  non ha solo valore storico, ma teologico. Gesù sale a Gerusalemme per essere riconosciuto come Messia. Lungo la via lo seguono i discepoli che ha scelto in Galilea, per essi tale viaggio rappresenta un progresso nella “sequela Christi”. Lc raccoglie qui i “detti” di Gesù sul discepolato  che gli altri Sinottici collocano in differenti contesti. Ciò rende ragione dell’insistenza di Gesù sulla radicalità nella sequela (Lc 9,57-62; 14,25-27), la conversione (Lc 12,54-59), la preghiera (Lc 10,38-11,13), l’ascolto della Parola (Lc 11,27-28), il distacco dalle ricchezze (Lc 12,13-21; 12,33-34; 14,28-33; 18,18-27) e la relativa fiducia nella provvidenza (Lc 12,22-32), la vigilanza per il Regno (Lc 12,35-48) e l’umiltà (17,7-10). Ogni discepolo è chiamato a confrontarsi con tali esigenze evangeliche. L’evangelista Luca nei capitoli 4-18 presenta la via del discepolo, chiamato a seguire il Maestro, come graduale preparazione a partecipare alla passione del Signore; il punto di arrivo della formazione evangelica è la partecipazione al mistero pasquale.   Generalmente, a causa della tematica globale di tale liturgia della parola, l’attenzione meditativa ed omiletica viene incentrata sulla pericope della “sequela” (Lc 9,57-62). In realtà, i “detti” sul discepolato si inseriscono nel grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51-19,46). Per questo, all’interno di tale contesto bisogna comprendere le stesse condizioni per la sequela che Gesù propone a  quanti desiderano porsi dietro di Lui.  Da Lc 9,51 comincia la terza sezione del Vangelo di Lc che si conclude con l’ingresso di Gesù nel tempio di Gerusalemme (9,51-19,46). Il narratore afferma con enfasi: “Mentre si stavano compiendo i giorni della sua ascensione, egli indurì il volto per incamminarsi verso Gerusalemme”. Purtroppo le traduzioni in lingua corrente non rendono bene la densità di tale verso introduttivo, che sintetizza gran parte della stessa teologia lucana. Innanzitutto si tratta di un “compimento”; Lc utilizzerà un’analoga espressione per il racconto della Pentecoste: “Mentre si stava compiendo il giorno della Pentecoste” (At 2,1). Ciò che l’autore sta per raccontare non rappresenta dunque, un episodio tra i tanti, bensì uno degli avvenimenti centrali della vita del Cristo (cf. anche la formula analoga per la nascita di Gesù in Lc 2,6). Quanto si compie è infatti, l’evento dell’Ascensione. Il testo greco contiene il termine analêmpsis che dev’essere tradotto proprio con Ascensione. In At 1,2.11, viene utilizzato lo stesso verbo analambanô per indicare l’Ascensione di Gesù al cielo. Pertanto l’orizzonte teologico di Lc 9,51 non è situato semplicemente nella morte del Cristo, bensì nella sua Ascensione. Nella teologia di Lc è centrale la tematica dell’Ascensione nel “dittico” di Vangelo e Atti. Questa rappresenta non soltanto un prodigio, per cui si assiste a un miracolo tra i tanti, bensì il riconoscimento della “Signoria” del Cristo, seduto alla destra del Padre. In definitiva, nella prospettiva di Lc, l’itinerario di Gesù tra gli uomini non si conclude con la morte in Croce, nè con la Risurrezione, bensì con l’Ascensione. Per questo l’Ascensione chiude il vangelo (Lc 24,50-53) e introduce gli Atti (At 1,6-12). Lc 9,51 designa inoltre, il luogo di tale “compimento”: Ierousalêm (= Gerusalemme). La stessa scelta del “nome sacro”, Ierousalêm, invece di quello “profano”, Ierosolyma (utilizzato dai pagani), pur presente in Lc 13,22; 19,28; 23,7, pone in evidenza l’importanza della Città santa in tale verso introduttivo. Gesù chiede di essere riconosciuto come Kyrios dalla Città messianica: Ierousalêm. Tale riconoscimento però, non gli sarà conferito (cf. Lc 13,34-35); per questo la stessa Città santa è destinata alla profanazione, a diventare una semplice Ierosolyma (cf. Lc 19,41-44). Infine l’annotazione somatica “indurì il volto” (estêrisen v. 51), designa la decisione irrevocabile, assunta da Gesù, per raggiungere Gerusalemme. Questo spiega anche la strana motivazione che lo stesso Lc adduce riguardo al rifiuto dei Samaritani: “Non lo accolsero, perchè il suo volto era in cammino verso Gerusalemme” (v. 53). In Lc 9,51 viene indicato pertanto, il contesto principale nel quale si spiegano i consigli evangelici sul discepolato: la condivisione del viaggio implica la radicalità nella “sequela Christi”.

 3. La precarietà e la radicalità del discepolato (Lc 9,57-62; 1Re 19,16.19-21.   Dopo l’introduttivo Lc 9,51, la sezione del viaggio verso Gerusalemme comincia con il rifiuto da parte dei Samaritani (9,52-56). Abbiamo notato che Lc attribuisce tale rifiuto al progetto del viaggio: Gesù è diretto “decisamente” verso il luogo della sua “Signoria”, Gerusalemme. Questa pericope del rifiuto si trova soltanto nel vangelo di Lc: non riscontriamo paralleli negli altri Sinottici. Con le condizioni sul discepolato (Lc 9,57-62) invece, riscontriamo dei paralleli in Mt 8,18-22. Qualcosa di analogo è verificabile anche in Mc 1,16-20. Pensiamo che dallo stesso confronto con Mt 8,18-22 emergerà la prospettiva teologica, propria di Lc, e il relativo messaggio. Notiamo che mentre le condizioni sul discepolato di Mt 8,18-22 si collocano durante il ministero galilaico (cf. Mt 8,18), in Lc sono poste all’inizio del viaggio verso Gerusalemme (cf. 9,51). Spesso Lc situa dei “detti” del Signore nella sezione di Lc 9,51-19,46, mentre in Mt e Mc si trovano in altri contesti. Così, la salita a Gerusalemme non rappresenta un semplice camminare fisico, bensì assume i connotati di un progressivo itinerario nella sequela del Cristo. L’indeterminatezza del luogo e degli interlocutori rende la scena di Lc 9,57-62 più “universale”, applicabile a ogni situazione di “discepolato”. Mentre in Mt 8,18 il narratore annota infatti, il contesto del “lago”, in Lc 9,57 abbiamo una contestualizzazione generale: “Mentre camminavano lungo la via”. Anche la via (hodòs) in Lc rappresenta un luogo teologico significativo, al punto che Gesù viene spesso colto in “cammino” (cf. Lc 7,6.11; 9,51.53.56). Ricordiamo che in At lo stesso messaggio Cristiano verrà denominato come “la Via” (cf. At 19,9; 22,4) e molti episodi rappresentativi, come la vocazione di Paolo, si realizzano lungo la via (cf. At 9,1-19; cf. anche l’incontro di Filippo con l’Etiope in At 8,26-40; il cammino dei discepoli verso Emmaus in Lc 24,13-35). Nel vangelo di Giovanni, infine, Gesù stesso si definirà come “la Via” (cf. Gv 14,6). Quindi, mentre in Mt 8,18-22 Gesù viene interpellato da uno scriba (v. 18) e da uno dei “discepoli” (v. 21), in Lc 9,57.59.61 si tratta sempre di un “tale” indefinito. In tal modo, la prospettiva lucana del discepolato risulta più estesa e universale di quella matteana. Mentre la scena di Mt 8,18-22 si divide inoltre, in due dialoghi (vv.19-20.21-22), quella di Lc 9,57-62 si compone di tre dialoghi (vv. 57-58.59-60.61-62), che cerchiamo di valutare con maggiore attenzione.  Nel primo dialogo, uguale nella versione lucana (Lc 9,57-58) ed in quella matteana (Mt 8,19-20) l’iniziativa è presa non da Gesù, ma dall’interlocutore. Tuttavia Gesù, mediante le metafore delle “volpi” e degli “uccelli” del cielo, pone, come prima condizione, lo stato di precarietà in cui è chiamato a trovarsi il discepolo.  Il secondo dialogo inverte le posizioni: questa volta Gesù stesso assume l’iniziativa, invitando alla sequela (v. 59). Ma di fronte all’esigenza legittima dell’interlocutore, di seppellire prima il proprio padre, Gesù non esita a chiedere una radicalità senza condizioni. Un tale radicalismo sembra, a prima vista, contestare lo stesso comandamento sull’onore del padre e della madre (cf. Es 20,12). Qui riscontriamo una variazione significativa rispetto a Mt 8,22. Gesù non dice soltanto “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i propri morti” (Mt 8,22), ma aggiunge: “Ma tu va ed annuncia il regno si Dio” (Lc 9,60). In tal modo, Lc sottolinea la profonda relazione tra il “discepolato” e la “Parola del Vangelo” da proclamare. Inoltre, in questo secondo dialogo riscontriamo la prima relazione “tipologica” con la vocazione di Eliseo (1Re 19,16.19-21). Eliseo non aveva chiesto a Elia di andare a seppellire il proprio genitore, bensì aveva semplicemente detto: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò” (1Re 19,20). Ma se Elia concede a Eliseo una tale richiesta, Gesù rifiuta l’esigenza maggiore e legittima di seppellire il proprio genitore (cf. Tob 1,17). La sua risposta è paradossale: “Lascia che i morti seppelliscano i propri morti” (v. 60). Come può un morto seppellire un proprio morto? In realtà, tale paradosso viene utilizzato per porre maggiormente in risalto la radicalità del discepolato.  La relazione tipologica con la vocazione profetica di Eliseo continua nel terzo dialogo (Lc 9,61-62) che tuttavia non si riscontra in Mt 8,18-22. Come nel primo dialogo, l’iniziativa è assunta dall’interlocutore: “Ti seguirò, Signore...”. Ma nella risposta Gesù richiama nuovamente il discepolato di Eliseo, per sottolineare la radicalità della sequela non soltanto rispetto ai propri affetti, ma anche alle proprie “cose”. Al discepolo non viene concesso neppure il tempo di sistemare, nel miglior modo possibile, la propria situazione economica e familiare. In modo esemplare Mc annoterà, a proposito dei primi discepoli: “Essi lasciarono il loro padre Zebedeo, nella barca con i garzoni, e lo seguirono” (Mc 1,20).  Tali condizioni evangeliche pertanto, sono poste all’inizio di ogni discepolato cristiano. Attraverso i tre dialoghi, Lc sottolinea da una parte la condizione di precarietà nella quale si trova ogni discepolo, e dall’altra la radicalità del distacco sia rispetto ai propri affetti che ai propri beni. In definitiva, Gesù si dimostra più radicale di Elia nei confronti di Eliseo. Notiamo infine la prospettiva delle condizioni di discepolato: la sequela di Cristo non è limitata nel tempo e nello spazio, ma si presenta come universale, valida per gli uomini di tutti i tempi.         SINTESI

Lc 9,57-62 raccoglie tre piccoli detti sul tema del ‘seguire’;  essi hanno lo scopo di mettere in risalto la serietà dell’essere discepoli di Cristo. Queste condizioni ricevono inoltre ulteriore importanza per il fatto che sono poste proprio all’inizio del grande inserto lucano e poco prima dell’invio dei settantadue discepoli (Lc 10,1-16). «Anche per i seguaci di Gesù inizia ora il ‘viaggio’».  Dopo l’introduzione e il rifiuto dei samaritani ora Luca traccia la pista fondamentale del camminare dietro a Gesù. Non si tratta di imitazione, bensì di vera e reale condivisione della sorte di Colui che non ha nemmeno dove posare il capo (v. 58). Lc 9,57 rivela la sollecitudine di un tale alla sequela senza riserve: dovunque tu vada. Davanti a questa prontezza Gesù risponde (v. 58) con il detto “Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Gesù vuole ribadire che anche rispetto agli animali, che pur muovendosi e migrando hanno sempre delle tane o dei nidi, il Figlio dell’uomo è impegnato in una vita itinerante, senza difese e protezioni. Chi lo segue, condivide questo destino, dunque accetta una comunione di vita, una solidarietà con il Maestro che non è per nulla priva di rischi e incertezze. La vicinanza del Regno impedisce anche il dovere, previsto dalla Legge e dalla pietà giudaica, di seppellire i morti , come riferisce il v. 60.  La chiamata a seguire Cristo s’impone su ogni realtà. Chiunque vuole deporre la propria esistenza a servizio dell’Evento da annunciare deve rispondere all’appello della chiamata, perché l’Evento Gesù Cristo scavalca ogni gerarchia di valori. «L’appello a seguire Gesù è un appello al servizio incondizionato del Regno di Dio come messaggio da proclamare. Tale compito esige l’abbandono dei legami familiari, della patria. A queste condizioni il chiamato realizza la sua vocazione di discepolo che è di seguire Gesù sulla via che egli per primo ha percorso».  La terza scena (Lc 9,61-62) ribadisce che il servizio per il Regno di Dio impone fermezza, impegno coinvolgente e senza nostalgici ‘contro-cammini’ all’indietro. Una tensionalità verso l’annucio dell’Evento di salvezza darà al discepolo direzione, vigore e chiarezza d’intenti.